C’è un inquadratura, un dettaglio – cosa non scontata nel cinema di Paul Greengrass (autore anche di 22 July e Captain Phillips – Attacco in mare aperto) – che rappresenta il cuore pulsante di questo suo nuovo lungometraggio, The Uprising: la macchina da presa si sofferma infatti per pochi secondi su un gruppo di pergamene arrotolate, sigillate dalla cera su cui è impresso lo stemma della casata reale, le quali lentamente iniziano a bruciare. Questo è il momento che sancisce definitivamente la scissione tra le persone comuni che formano una nazione e coloro che devono governarla.
La trama di The Uprising
Dopo il sottovalutato Notizie dal mondo con Tom Hanks e il non totalmente riuscito The Lost Bus con Matthew McConaughey, il cineasta inglese torna in patria per raccontare la Peasants’ Revolt avvenuta in Inghilterra nel 1381. Per farlo torna al suo modo di riprese e montaggio, composto principalmente di macchina a mano e di tagli di raccordo serrati tra loro. Questo metodo di fare cinema serve però questa volta per mostrare il senso di malessere di persone comuni, devastate dalla pestilenza che pochi anni prima aveva decimato la popolazione europea e oppresse da un sistema di tassazione che privilegia i ricchi a scapito delle persone comuni sempre più impoverite. Al centro della vicenda un uomo senza nome, un contadino che ha perso la propria famiglia a causa della peste e si ritrova quasi suo malgrado al centro della rivolta popolare.
Il protagonista Andrew Garfield dimostra fin dalla prima scena di aver capito come interpretare al meglio questo “uomo senza qualità”, il quale pian piano si ritrova ad essere uno dei leader del movimento grazie soprattutto alla sua placida saggezza. In alcuni momenti l’arco narrativo del protagonista è talmente sottinteso da diventare leggermente impalpabile, lasciando che gli altri due condottieri della ribellione interpretati da Jamie Bell e Cosmo Jarvis risultino più interessanti.
Un protagonista che trova la sua forza nel confronto con il potere
Questo però non impedisce a The Uprising di svilupparsi in maniera coerente e con un ritmo della narrazione efficacemente sostenuto. Poi arriva il momento emotivamente centrale della storia, l’incontro tra Re Riccardo II e il popolo che si è ribellato contro il suo governo, un confronto in cui il ‘ploughman’ (letteralmente aratore) interpretato da Garfield assume finalmente lo spessore tragico che lo rende una figura dolorosa e finalmente piena. Questo è il momento di svolta per The Uprising, il quale ingrana una marcia più alta e si trasforma in un lungometraggio vibrante, degno di precedenti opere di Greengrass come Bloody Sunday, United 93 o gli episodi della saga di Jason Bourne.
Come sempre Greengrass si conferma poi un ottimo direttore di attori: oltre a un Garfield certamente in parte e ai già citati, notevoli Belle Jarvis, meritano segnalazione anche la vibrante Thomasin Mckenzie e una Katherine Waterston nel ruolo della madre del re che si rivela molto probabilmente la migliore in scena.
Un film politico che guarda al presente attraverso il passato
Nella scelta del tema trattato, nello sviluppo delle situazioni e dell’arco narrativo dei personaggi, nel messaggio sotterraneo che intende veicolare al pubblico sotto la messa in scena e lo spettacolo mainstream, The Uprising è chiaramente un film “politico”: prima di tutto racconta metaforicamente la distanza enorme, forse ormai incolmabile, tra chi si trova nelle zone più basse della scala economico-sociale e coloro che invece detengono il potere/denaro. Di conseguenza mostra anche come chi detiene il controllo delle risorse continua a disinteressarsi sempre più radicalmente di quella fascia di popolazione che di tali risorse ha un bisogno sempre più ingente, se non disperato.
Greengrass con il suo ultimo lungometraggio compie un’operazione che sembra forse un po’ fuori tempo, ovvero quella di adoperare il passato per parlare metaforicamente del presente. Lo fa in maniera esplicita, sincera, talvolta incerta nel ritmo del racconto, comunque coraggiosa. Quello che ne è risultato è un film leggermente ondivago, a tratti appassionante pur non essendo eccessivamente originale. Nel modo in cui mette in scena le sue storie, Paul Greengrass rimane comunque uno dei maggiori cineasti contemporanei.
The Uprising
Sommario
Paul Greengrass racconta la rivolta dei contadini del 1381 con il suo cinema fisico e concitato, trovando nel confronto tra popolo e potere il cuore del film. Non sempre equilibrato e originale, The Uprising resta un’opera vibrante e coraggiosa, impreziosita da un ottimo cast e dalla regia del cineasta inglese.
