DAU di Ilya Khrzhanovsky sembra voler costruire un intero universo intorno allo spettatore. Presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, il film arriva dopo oltre vent’anni di lavoro e porta sullo schermo una parte di un progetto cinematografico smisurato, ispirato alla vita del fisico sovietico Lev Landau, detto Dau. Tre ore e un mezza circa, con intervallo, diventano la porta d’ingresso verso un mondo in cui scienza, politica, desiderio, sorveglianza e libertà individuale convivono in una tensione continua.
La prima sensazione è quella di trovarsi davanti a qualcosa di difficilmente comparabile con il cinema tradizionale. DAU nasce infatti da un’idea che progressivamente ha superato i confini del semplice film, trasformandosi in una sorta di performance e di installazione totale. Il set costruito a Kharkiv, l’Istituto, ha funzionato come un organismo autonomo, con edifici, laboratori, abitazioni, una mensa, una redazione, un parrucchiere e persino un dipartimento dedicato alla sicurezza interna. Costumi, oggetti, cibo e ambienti hanno ricreato un’Unione Sovietica fantasmagorica, nella quale gli interpreti hanno vissuto immersi per lunghi periodi. Il risultato è un’esperienza cinematografica che sembra avere una propria forza di gravità.
Un film monumentale che trasforma la durata in esperienza
La durata di DAU può inizialmente apparire come una sfida. Oltre tre ore richiedono attenzione e disponibilità, ma Khrzhanovsky utilizza il tempo come materia narrativa. Il film procede con una calma quasi ipnotica, lasciando che situazioni, rapporti e tensioni sedimentino lentamente. Ogni ambiente sembra avere una storia precedente e ogni personaggio appare come se fosse entrato nell’inquadratura direttamente da un’esistenza già cominciata.
È qui che la dimensione del progetto acquista un significato cinematografico preciso. L’imponenza della produzione non serve soltanto a stupire: costruisce la sensazione di un mondo realmente abitato. Il set dell’Istituto, rimasto operativo ventiquattro ore su ventiquattro, diventa una sorta di organismo vivente, mentre il particolare sistema di illuminazione progettato dal direttore della fotografia Jürgen Jürges permette alla macchina da presa di muoversi con grande libertà. L’immagine assume così una qualità insieme concreta e straniante, quasi sospesa tra documento, memoria e finzione.
Dau e il paradosso di una
libertà sempre più difficile da conquistare
Al centro di questa gigantesca costruzione c’è Dau, uno scienziato brillante mosso dalla curiosità verso le leggi dell’universo. La sua vicenda attraversa decenni cruciali della storia sovietica e mette in scena una contraddizione destinata a diventare sempre più dolorosa: l’uomo che cerca di comprendere la realtà attraverso la scienza si trova progressivamente intrappolato in un sistema che pretende di stabilire i limiti della sua libertà.
Nella prima parte il desiderio di autodeterminazione emerge soprattutto attraverso la vita privata, le relazioni e la ricerca di uno spazio personale. Dau cerca una forma di libertà anche fuori dal matrimonio, attraverso rapporti che sembrano offrirgli una momentanea possibilità di evasione. Il problema è che ogni tentativo di sottrarsi alle regole produce nuove conseguenze. Nella seconda parte questa tensione diventa ancora più evidente: il lavoro dello scienziato entra nel meccanismo dello Stato e la sua ricerca viene messa al servizio di un potere capace di trasformare la conoscenza in strumento politico.
La tragedia di Dau nasce allora dall’impossibilità di separare completamente l’uomo dallo scienziato. Ogni conquista professionale comporta un compromesso, ogni privilegio porta con sé una forma di dipendenza. La libertà continua a sfuggirgli proprio mentre il sistema che lo circonda diventa sempre più pervasivo.
Tra tragedia greca e
fisica quantistica, un cinema che vuole cambiare le regole
Ilya Khrzhanovsky guarda alla storia di Dau attraverso una prospettiva che intreccia fisica, filosofia e tragedia. La scelta di un protagonista di origine greca richiama una concezione nella quale destino e libertà sono legati indissolubilmente alle azioni degli individui. In DAU, questa idea diventa concreta: la storia di un uomo è fatta di scelte private, desideri, errori e compromessi, ma ciascuno di questi gesti finisce per entrare in rapporto con una struttura politica molto più grande.
Anche la forma del film riflette questa ambizione. Documentario, sogno, memoria e visione convivono senza essere rigidamente separati. DAU è un cinema che pretende dallo spettatore una partecipazione fisica, chiedendogli di abitare quello spazio invece di limitarsi a osservarlo. La magniloquenza della messa in scena potrebbe facilmente schiacciare la storia, ma Khrzhanovsky riesce a riportare continuamente l’attenzione sui suoi personaggi, sulle loro fragilità e sulla difficoltà di restare liberi.
DAU è un’esperienza cinematografica radicale, smisurata e volutamente difficile da contenere in una definizione.
DAU
Sommario
DAU è un’esperienza cinematografica radicale, smisurata e volutamente difficile da contenere in una definizione.


Dau e il paradosso di una
libertà sempre più difficile da conquistare
Tra tragedia greca e
fisica quantistica, un cinema che vuole cambiare le regole