Martin McDonagh porta in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia Wild Horse Nine, che mette insieme alcune delle ossessioni più riconoscibili del regista: uomini disillusi, rapporti segnati dalla complicità e dal rancore, violenza pronta a esplodere nei momenti più inattesi, umorismo nero e quella particolare tenerezza che emerge proprio quando i suoi personaggi hanno già oltrepassato da tempo il confine della rispettabilità. Sullo sfondo c’è l’Isola di Pasqua, luogo remoto e quasi sospeso, mentre fuori dall’inquadratura incombe il golpe del 1973 che cambierà la storia del Cile per sempre.
Chris e Lee, agenti della CIA di stanza a Santiago, vengono spediti sull’isola dal loro superiore MJ poco prima del colpo di Stato. La missione li conduce in un luogo apparentemente lontano dalla Storia, circondato dalle monumentali statue moai e da un paesaggio che invita alla contemplazione. L’impressione di una parentesi tropicale dura poco. Tra vecchi conti da regolare, cospirazioni, incontri inattesi e il rapporto sempre più stretto di Chris con due giovani studentesse ribelli, Wild Horse Nine trasforma il paradiso naturale in una sorta di sala d’attesa esistenziale. Qui McDonagh guarda ai suoi personaggi con ironia e affetto, chiedendo loro cosa abbiano combinato con le proprie vite e cosa possa ancora restare quando il tempo comincia a presentare il conto.
Martin McDonagh trasforma l’Isola di Pasqua in un luogo sospeso tra commedia nera e malinconia
L’idea narrativa è già profondamente mcdonaghiana: prendere due uomini che hanno costruito la propria esistenza intorno alla violenza, al segreto e alla fedeltà a un sistema e collocarli in un luogo dove tutto sembra rallentare. Chris e Lee arrivano sull’Isola di Pasqua portandosi dietro un passato ingombrante e una complicità che appare quasi indistruttibile. Il loro rapporto contiene quella miscela di amicizia, rivalità e reciproca sopportazione che il regista conosce bene e che qui trova una nuova declinazione.
Il riferimento naturale è In Bruges, per la presenza di due uomini legati da un mestiere sporco e da un passato che continua a condizionare il presente. L’atmosfera cambia radicalmente. Là dove Bruges diventava uno spazio urbano attraversato dal senso di colpa, l’isola diventa uno spazio aperto, quasi metafisico. I moai osservano i personaggi con la loro immobilità millenaria e sembrano suggerire una prospettiva temporale completamente diversa dalla loro.
È qui che entra in gioco lo spirito de Gli Spiriti dell’Isola. McDonagh ritrova quella capacità di raccontare uomini chiusi dentro rapporti affettivi complicati, capaci di ferirsi e di volersi bene nello stesso momento. L’umorismo mantiene il film in movimento, mentre sotto la superficie cresce una malinconia sempre più evidente, amplificata dalla natura contemplativa della location fuori dal tempo.
John Malkovich e Sam Rockwell giocano una partita di complicità, rancore e vecchiaia

Intorno a loro si muove un gruppo di interpreti altrettanto significativo: Steve Buscemi, Tom Waits, Parker Posey, Mariana Di Girolamo e Ailín Salas contribuiscono a costruire un universo popolato da figure imprevedibili, ciascuna con in serbo un colpo di scena, piccolo o grande che sia, per far vibrare ancora di più la storia. McDonagh sembra divertirsi nel mettere questi attori dentro una macchina narrativa che richiede precisione comica e ritmo.
La domanda più importante di Wild Horse Nine riguarda ciò che resta di una vita
Sotto la trama della cospirazione e sotto la superficie della commedia, Wild Horse Nine sviluppa una riflessione molto più intima: che cosa rimane di una persona quando il tempo delle scelte sta finendo? È una domanda che attraversa il cinema di McDonagh con particolare forza. I suoi protagonisti sono spesso uomini arrivati davanti a una forma di bilancio morale. Hanno commesso errori, hanno ferito altre persone, hanno costruito relazioni imperfette e hanno trascorso buona parte della loro esistenza cercando una giustificazione alle proprie azioni.
Chris porta questa dimensione testamentaria dentro il film. La sua riflessione sulla fine della vita non assume la forma di un monologo solenne. McDonagh preferisce farla filtrare attraverso le conversazioni, le situazioni assurde, i rapporti affettivi e la quotidianità.
Il confine morale dei personaggi è il terreno ideale per l’umorismo di McDonagh
Uno degli elementi più riusciti del film è il modo in cui McDonagh tratta la moralità. Chris e Lee lavorano per un apparato governativo segreto e si muovono dentro una realtà politica fatta di manipolazione e interessi. Anche se apparentemente personaggi marginali, le due giovani studentesse sembrano introdurre un altro punto di vista e facendo emergere la distanza tra le generazioni, tra chi ha trascorso la vita dentro un sistema e chi vuole cambiarlo. La politica resta ai margini, il Cile del ’73 un affare lontano nello spazio, dalla prospettiva di Rapa Nui.
Questo permette a McDonagh di mantenere il suo tono caratteristico. La battuta può arrivare nel momento più inatteso, una situazione potenzialmente drammatica può prendere una direzione assurda e un personaggio moralmente discutibile conquista con decisione una forma di simpatia. L’etica dei protagonisti rimane sempre instabile e per questo profondamente umana.

McDonagh costruisce una specie di commedia del bilancio esistenziale. I suoi uomini continuano a parlare, discutere, scherzare, complottare e combinare guai mentre il loro tempo finisce. L’isola diventa il luogo perfetto per questa sospensione: un paradiso remoto nel quale il passato arriva comunque a presentarsi.
Wild Horse Nine racconta persone che hanno trascorso gran parte della vita cercando di controllare gli eventi e che scoprono quanto sia difficile controllare il significato della propria esistenza. McDonagh affronta questa idea con leggerezza, ironia e una sorprendente tenerezza.
Wild Horse Nine
Sommario
Un film divertente e malinconico, pienamente riconoscibile nella poetica del regista e capace di affidare a un cast straordinario una materia narrativa ricca di ritmo, sarcasmo e sentimento.
