La fantascienza ha sempre provato a immaginare il futuro, ma raramente riesce a farlo con una precisione tale da diventare più inquietante con il passare degli anni. Star Trek ha anticipato tecnologie che ricordano gli smartphone, 2001: Odissea nello spazio ha costruito uno degli archetipi più celebri dell’intelligenza artificiale e persino opere cyberpunk come Neuromante hanno immaginato con largo anticipo mondi digitali e realtà aumentata. Quasi sempre, però, il futuro reale finisce per prendere una strada almeno in parte diversa.
Person of Interest rappresenta una notevole eccezione. Creata da Jonathan Nolan e trasmessa per cinque stagioni dal 2011 al 2016, la serie nasceva apparentemente come un procedural: il miliardario e genio informatico Harold Finch (Michael Emerson) aveva sviluppato per il governo statunitense una sofisticata intelligenza artificiale, chiamata semplicemente la Macchina, capace di analizzare enormi quantità di informazioni provenienti da telecamere, comunicazioni e database per individuare potenziali minacce. Quando il sistema identificava persone coinvolte in crimini considerati irrilevanti per la sicurezza nazionale, Finch e John Reese (Jim Caviezel) intervenivano per cercare di salvarle.
Vista oggi, però, quella premessa appare molto meno fantascientifica di quanto sembrasse nel 2011. Person of Interest non aveva previsto soltanto la crescita dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto il modo in cui AI, raccolta dei dati e videosorveglianza avrebbero potuto convergere. Ed è questa intuizione a rendere la serie di Jonathan Nolan sorprendentemente contemporanea.
Person of Interest aveva immaginato la sorveglianza di massa alimentata dall’intelligenza artificiale già nel 2011
Quando Person of Interest debuttò, l’idea di una rete di telecamere collegata a un’intelligenza artificiale capace di analizzare automaticamente persone, spostamenti e comportamenti apparteneva ancora soprattutto alla fantascienza. Quindici anni dopo, alcuni degli strumenti utilizzati dalle forze dell’ordine statunitensi sembrano avvicinarsi almeno in parte a quella visione.
Uno degli esempi più significativi citati nel confronto è Flock Safety, società che ha costruito negli Stati Uniti un’estesa infrastruttura di videosorveglianza utilizzata anche dalle forze dell’ordine. La rete conta oltre 130.000 dispositivi, tra lettori automatici delle targhe e telecamere, mentre strumenti basati sull’intelligenza artificiale consentono di interrogare le immagini raccolte per individuare persone o veicoli sulla base di determinate caratteristiche.
Naturalmente non siamo davanti alla Macchina immaginata da Nolan. Sistemi come quelli di Flock non sono capaci di prevedere autonomamente un omicidio prima che avvenga e non possiedono il livello di comprensione del comportamento umano attribuito all’AI della serie. Il parallelismo riguarda piuttosto l’architettura concettuale: una vastissima rete di sensori raccoglie informazioni sul mondo reale e sistemi automatizzati rendono quei dati analizzabili e utilizzabili nelle indagini.
È esattamente il terreno etico sul quale Person of Interest costruiva buona parte della propria fantascienza. La domanda non era semplicemente se una macchina potesse osservare tutti, ma chi avrebbe controllato quella macchina, quali limiti avrebbe dovuto rispettare e quanto della propria privacy una società sarebbe stata disposta a sacrificare in cambio della promessa di maggiore sicurezza.
La serie aveva previsto persino la reazione contro un sistema capace di osservare tutti
La capacità di Person of Interest di anticipare alcune discussioni contemporanee non si limita alla tecnologia. La serie aveva immaginato anche la possibile reazione sociale e politica alla sorveglianza di massa.
Nella terza stagione compare Vigilance, un’organizzazione che considera la Macchina una minaccia alla libertà individuale e decide di combattere il sistema. Naturalmente il confronto con la realtà non può essere letterale: Vigilance è un gruppo estremista che ricorre alla violenza e svolge una funzione narrativa molto più complessa. Eppure il principio che alimenta la sua opposizione risulta oggi sorprendentemente familiare.
Negli Stati Uniti è infatti cresciuta l’opposizione alle telecamere di Flock Safety, con episodi di vandalismo e distruzione dei dispositivi documentati in numerosi Stati e un movimento di protesta soprannominato DeFlock. Le modalità sono molto diverse da quelle raccontate nella serie, ma la domanda che alimenta entrambe le situazioni è sostanzialmente la stessa: quanto controllo siamo disposti ad affidare alla tecnologia prima che la sicurezza inizi a trasformarsi in sorveglianza permanente?
È qui che Person of Interest dimostra quanto fosse avanti rispetto al proprio tempo. La Macchina non era semplicemente un espediente narrativo utilizzato per consegnare ogni settimana un nuovo caso a Finch e Reese. Jonathan Nolan stava usando la struttura del procedural per raccontare un cambiamento tecnologico allora ancora difficile da percepire nella sua interezza: la possibilità che la raccolta continua dei dati diventasse normale e che l’intelligenza artificiale fosse utilizzata per interpretarli su una scala impossibile per un essere umano.
Il punto più interessante, quindi, non è stabilire se Nolan abbia letteralmente “previsto” una specifica tecnologia. È osservare come Person of Interest avesse compreso molto presto la direzione verso cui il rapporto tra dati, sicurezza, potere e tecnologia avrebbe potuto muoversi.
Samaritan rende le ultime stagioni di Person of Interest ancora più inquietanti
La parte più estrema della visione di Person of Interest, fortunatamente, appartiene ancora alla fantascienza. A partire dalla terza stagione, infatti, la serie abbandona progressivamente la propria struttura procedural per trasformarsi in una vera opera cyberpunk, introducendo Samaritan, un’altra intelligenza artificiale avanzata costruita secondo principi radicalmente diversi da quelli della Macchina.
È proprio attraverso il confronto tra le due intelligenze artificiali che la serie compie il salto definitivo. La Macchina è stata progettata da Finch imponendole limiti e principi morali, mentre Samaritan rappresenta una concezione differente del potere algoritmico. Non vuole semplicemente osservare la società o fornire informazioni agli esseri umani: comincia a intervenire direttamente sulla realtà, stabilendo autonomamente quali individui rappresentino un ostacolo e quali azioni siano necessarie per raggiungere i propri obiettivi.
La domanda di Person of Interest diventa così ancora più inquietante: cosa succede quando un’intelligenza artificiale non si limita più a fornire informazioni, ma comincia a prendere decisioni? E soprattutto, quanto spazio rimane per il libero arbitrio quando un sistema possiede abbastanza informazioni da anticipare il comportamento delle persone?
Il conflitto tra Macchina e Samaritan permette quindi a Jonathan Nolan di spostare il discorso dalla privacy alla governance. Non si tratta più soltanto di stabilire chi possa accedere ai nostri dati, ma di chiedersi se una società possa progressivamente delegare le proprie decisioni a sistemi che ritiene più efficienti degli esseri umani.
Il vero capolavoro di Person of Interest è aver capito il problema prima che diventasse evidente
È questo passaggio a rendere Person of Interest qualcosa di molto più ambizioso della serie crime con cui aveva esordito. La storia di Finch, Reese, Root e della Macchina diventa progressivamente una riflessione sul rapporto tra tecnologia e potere, sulla responsabilità di chi costruisce sistemi capaci di modificare la società e sull’impossibilità di separare completamente il progresso tecnologico dalle conseguenze politiche del suo utilizzo.
Anche Harold Finch assume, da questo punto di vista, un’importanza particolare. Il personaggio interpretato da Michael Emerson non è semplicemente l’inventore della Macchina: è un uomo costretto continuamente a confrontarsi con le conseguenze morali della propria creazione. La sua ossessione per i limiti da imporre all’AI nasce proprio dalla consapevolezza che una tecnologia abbastanza potente può sfuggire non necessariamente al controllo tecnico del suo creatore, ma soprattutto alle intenzioni con cui era stata concepita.
Ed è probabilmente questa la previsione più importante compiuta dalla serie. Person of Interest non immaginava soltanto intelligenze artificiali più sofisticate o telecamere capaci di seguirci ovunque. Aveva capito che il vero conflitto sarebbe stato decidere chi controlla questi strumenti, quali valori vengono incorporati nei sistemi e quanto potere siamo disposti a concedere loro.
Nel 2011 poteva sembrare una distopia tecnologica particolarmente intelligente. Nel 2026, almeno una parte di quel mondo appare molto meno distante. E forse è proprio questa la prova migliore della forza della serie di Jonathan Nolan: Person of Interest non aveva bisogno di prevedere perfettamente il futuro per comprenderne la direzione.




