A oltre dieci anni dalla conclusione di Falling Skies, Noah Wyle ha raccontato quanto Steven Spielberg abbia influenzato direttamente l’identità visiva della serie post-apocalittica andata in onda dal 2011 al 2015. Spielberg figurava tra i produttori esecutivi dello show, ma il suo contributo andò ben oltre un semplice ruolo produttivo: secondo Wyle, il regista impose una vera e propria filosofia visiva ai filmmaker chiamati a lavorare sui diversi episodi.
Intervenendo nel podcast Dropping Names with Brent and Jonny, condotto da Jonathan Frakes e Brent Spiner, Wyle ha ricordato come già il pilot, diretto da Carl Franklin, fosse stato impostato seguendo consapevolmente lo stile di Spielberg. Il principio fondamentale riguardava soprattutto la gestione dello spazio: Spielberg voleva che lo spettatore sapesse sempre dove si trovavano i personaggi, quale fosse la loro posizione rispetto all’ambiente e come fossero organizzati all’interno della scena.
È un dettaglio apparentemente tecnico, ma particolarmente importante per una serie come Falling Skies. Lo show raccontava infatti un mondo devastato da un’invasione aliena, nel quale il professore Tom Mason, interpretato da Wyle, diventava uno dei membri della resistenza umana. Battaglie, fughe, accampamenti e continui spostamenti richiedevano una regia capace di rendere immediatamente leggibili ambienti spesso caotici. Proprio questa chiarezza geografica sarebbe stata, secondo l’attore, una delle principali eredità lasciate da Spielberg alla serie.
Falling Skies ha mantenuto l’impronta di Spielberg nonostante cinque showrunner in cinque stagioni
Wyle ha spiegato che Spielberg insisteva affinché ogni regista mantenesse sempre chiara la relazione tra personaggi e spazio circostante, un elemento che il filmmaker ha utilizzato per decenni nel proprio cinema. Non si tratta semplicemente di realizzare immagini spettacolari, ma di permettere allo spettatore di comprendere immediatamente chi si trova dove, quali siano le distanze e da quale direzione possano arrivare un pericolo o una possibilità di fuga.
Questa coerenza visiva diventò ancora più importante considerando quanto Falling Skies fosse instabile dal punto di vista creativo. Wyle ha ricordato che la serie ebbe cinque showrunner nell’arco delle sue cinque stagioni, definendo ironicamente l’esperienza come una sorta di “genitorialità schizofrenica”. Il continuo avvicendamento alla guida dello show avrebbe potuto produrre stagioni molto differenti tra loro, ma la presenza di alcune regole cinematografiche condivise contribuì a preservarne almeno parte dell’identità.
Durante il suo percorso, la serie lavorò inoltre con numerosi registi di primo piano. Oltre a Franklin e Frakes, dietro la macchina da presa passarono Greg Beeman, Sergio Mimica-Gezzan, Holly Dale, David Solomon, Olatunde Osunsanmi e Miguel Sapochnik, che successivamente sarebbe diventato uno dei registi più celebrati di Game of Thrones. Lo stesso Wyle arrivò a dirigere uno degli ultimi episodi della serie.
Il racconto dell’attore aiuta anche a capire perché Falling Skies, pur essendo una produzione televisiva realizzata in un’epoca precedente alla piena esplosione delle serie blockbuster, abbia spesso cercato una dimensione fortemente cinematografica. Spielberg non dirigeva personalmente gli episodi, ma la sua influenza agiva come una specie di grammatica comune imposta alla produzione.
Per Wyle, oggi protagonista di The Pitt, quell’esperienza rimane evidentemente centrale nella propria carriera. E il ricordo di Falling Skies mostra come l’apporto di un grande autore possa essere determinante anche quando non siede direttamente dietro la macchina da presa: nel caso di Spielberg, bastavano poche regole sulla costruzione dello spazio per imprimere alla serie una precisa idea di spettacolo.

