Dogman è tratto da una storia vera? La storia reale che ha ispirato il film di Luc Besson

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Dogman (leggi qui la recensione), scritto e diretto da Luc Besson, è uno dei film più eccentrici e difficili da incasellare della produzione recente del regista francese. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2023, il film segue Douglas Munrow, interpretato da Caleb Landry Jones, un uomo segnato da un’infanzia di violenze che ha sviluppato un rapporto quasi assoluto con i cani. Arrestato dalla polizia e interrogato da una psichiatra, Douglas ripercorre attraverso una serie di flashback gli episodi che hanno plasmato la sua esistenza, dalla prigionia nella gabbia dei cani fino alla costruzione di una vita ai margini della società. È una storia di abuso, solitudine, amore e desiderio di riscatto, raccontata attraverso il particolare linguaggio visionario di Besson.

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La domanda se Dogman sia tratto da una storia vera nasce però da un elemento concreto: l’idea del film è effettivamente partita da un fatto di cronaca realmente accaduto. Lo stesso Besson ha spiegato di aver letto un articolo riguardante un bambino francese di cinque anni rinchiuso dalla propria famiglia in una gabbia, un episodio che lo colpì profondamente. La Biennale di Venezia conferma che quella vicenda fu una delle principali fonti d’ispirazione del film. Da quel fatto, tuttavia, il regista ha costruito una vicenda completamente nuova: Douglas, i suoi cani, il padre, le sue vendette e gli avvenimenti raccontati nel film appartengono alla finzione. La vera storia dietro Dogman, quindi, è soprattutto il punto di partenza di un’indagine sulla possibilità di sopravvivere al trauma.

La storia vera dietro Dogman nasce da un bambino rinchiuso dalla propria famiglia

Il nucleo reale da cui prende forma Dogman è tanto semplice quanto terribile: Luc Besson raccontò di aver letto un articolo su un bambino molto piccolo che era stato rinchiuso dalla sua stessa famiglia in una gabbia. Nella dichiarazione ufficiale presentata alla Mostra di Venezia, il regista parla di una famiglia francese che aveva rinchiuso il proprio figlio quando aveva cinque anni. In un’altra intervista, Besson ha ricordato invece un articolo relativo a un bambino tenuto per anni in condizioni analoghe, specificando che ciò che lo aveva colpito era soprattutto la domanda su cosa sarebbe successo psicologicamente a quel bambino una volta liberato.

È proprio questa seconda domanda a spiegare la distanza tra la cronaca e il film. Besson non sembra essere stato interessato a ricostruire giornalisticamente la vicenda o a raccontare la vita di quel bambino sullo schermo. L’episodio gli ha fornito piuttosto un’immagine iniziale: un bambino sottoposto a una violenza così estrema da essere costretto a crescere in condizioni disumane. Da lì il regista ha iniziato a immaginare quale adulto potesse diventare una persona sottoposta a un simile trauma e, soprattutto, quale direzione avrebbe potuto prendere la sua vita dopo essere stata salvata.

Nel film questa premessa viene radicalmente trasformata. Douglas viene rinchiuso dal padre nella gabbia dove vivono i cani utilizzati per i combattimenti e sviluppa con loro un legame profondissimo. Quando cerca di proteggerli dalla violenza paterna, viene colpito da un proiettile e rimane gravemente ferito alle gambe. Da adulto si muove su una sedia a rotelle e considera i cani la propria vera famiglia, arrivando a educarli e a servirsi della loro straordinaria capacità di obbedire ai suoi comandi.

Questi elementi, però, non appartengono alla storia di cronaca che ha ispirato Besson. Sono il risultato dell’immaginazione del regista e della sua volontà di trasformare un episodio reale in una sorta di favola nera. Lo stesso Besson ha spiegato che ciò che lo interessava era capire se un bambino sottoposto a una sofferenza simile avrebbe scelto, una volta adulto, la vendetta oppure una strada diversa. È qui che nasce davvero Douglas: non come ritratto del bambino reale, ma come possibile risposta narrativa a quella domanda.

Che fine ha fatto il bambino reale e quanto c’è della sua vita nella vicenda di Douglas?

Jojo T. Gibbs e Caleb Landry Jones in Dogman

Il punto più delicato della vicenda riguarda proprio ciò che accadde dopo il fatto di cronaca. Le informazioni pubblicamente disponibili sulla persona reale sono estremamente limitate e Luc Besson non ha mai presentato Dogman come la ricostruzione della sua vita adulta. Il regista ha raccontato di essere rimasto ossessionato dall’idea di ciò che avrebbe potuto accadere a quel bambino dopo la liberazione, ma il film nasce proprio dal tentativo di immaginare quella parte della storia.

Per questo non esiste una vera e propria “conclusione” della storia reale paragonabile al finale del film. Non sappiamo che cosa sia accaduto successivamente al bambino al centro dell’articolo letto da Besson e non ci sono elementi sufficienti per sostenere che sia diventato una persona simile a Douglas. Anche alcuni dettagli della vicenda originaria vengono riportati in maniera diversa dalle varie interviste: Besson ha parlato di un bambino rinchiuso dalla famiglia e, in un’intervista, ha ricordato una permanenza di quattro anni in condizioni di prigionia. Il dato realmente costante è quindi la violenza subita da un bambino molto piccolo, non una biografia completa che il film avrebbe poi adattato.

Questo chiarisce anche perché Dogman non può essere definito un biopic o una trasposizione fedele di una storia vera. La vicenda di Douglas è una costruzione originale che incorpora quella terribile immagine iniziale e la porta in una direzione molto più ampia. Besson aggiunge infatti la paralisi, il rapporto con i combattimenti clandestini, la vendetta attraverso i cani, la carriera da cantante, il rapporto con Evelyn e l’intera dimensione criminale che caratterizza il protagonista. Il film trasforma quindi un fatto reale in una storia sulla possibilità di elaborare la violenza attraverso l’amore.

È significativo che Besson abbia dichiarato di aver pensato immediatamente a una scelta morale: quel bambino, dopo un’infanzia simile, avrebbe potuto diventare un terrorista oppure una sorta di “santo”? Douglas nasce precisamente all’interno di questa alternativa. La sua vita adulta è una risposta immaginaria a ciò che Besson non poteva sapere del bambino reale. Ed è proprio questa distanza a impedire di leggere il film come la prosecuzione cinematografica di un caso di cronaca.

La vera storia di Dogman non è quella di Douglas, ma quella di un trauma trasformato in una possibilità di salvezza

Dogman spiegazione finale film

La distinzione tra realtà e finzione permette di comprendere meglio anche il significato del film. Dogman prende un fatto autentico di violenza familiare e lo trasforma in una riflessione sul modo in cui una persona può reagire a un trauma che avrebbe tutte le ragioni per distruggerla. Douglas è stato privato dell’affetto umano proprio durante gli anni in cui avrebbe dovuto costruire la propria identità, ma trova nei cani qualcosa che la sua famiglia non gli ha mai dato: una forma di presenza, fedeltà e amore incondizionato.

I cani diventano così molto più di un elemento spettacolare. Sono la risposta narrativa di Besson alla domanda che aveva originato il progetto. Se la cronaca gli aveva mostrato la capacità degli esseri umani di infliggere una violenza incomprensibile a un bambino, il film immagina una possibilità opposta: quella per cui un essere vivente possa ritrovare un legame con il mondo proprio attraverso un’altra specie. La celebre citazione di Alphonse de Lamartine, “Quando un uomo è in pericolo, Dio gli manda un cane”, diventa in questo senso la chiave dell’intera parabola.

La vera storia, dunque, termina paradossalmente prima che cominci quella di Douglas. Il fatto reale ha fornito a Luc Besson l’immagine di un bambino vittima di una violenza familiare estrema; tutto ciò che riguarda il destino successivo di Douglas è invece una costruzione narrativa. Il regista ha preso quella domanda senza risposta e l’ha trasformata in una favola adulta sul trauma, sulla solitudine e sulla possibilità di scegliere che cosa fare del proprio dolore.

È anche per questo che definire semplicemente Dogman “tratto da una storia vera” sarebbe riduttivo. Più correttamente, il film è ispirato a un reale fatto di cronaca, mentre la vicenda raccontata sullo schermo è largamente frutto dell’immaginazione di Besson. La cronaca offre il trauma originario; il cinema costruisce ciò che potrebbe accadere dopo. E proprio in questa libertà immaginativa risiede il senso dell’operazione: Douglas non rappresenta quel bambino, ma una delle infinite possibilità con cui una persona può reagire alle ferite dell’infanzia.

In definitiva, Dogman racconta una storia inventata a partire da un fatto autentico, senza pretendere di ricostruire la vita della persona coinvolta nella vicenda reale. Il suo interesse sta dunque meno nella domanda “chi era davvero Douglas?” che in quella posta da Besson all’origine del progetto: che cosa può diventare un essere umano dopo essere stato privato dell’amore? La risposta del film è complessa e volutamente contraddittoria: il dolore può generare rabbia e comportamenti distruttivi, ma non cancella necessariamente la possibilità di amare. Per Besson, la libertà di Douglas comincia quando esce dalla gabbia; la sua vera sfida, però, consiste nel liberarsi dalla gabbia invisibile lasciata dal trauma.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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