Fall (leggi qui la recensione), thriller del 2022 diretto da Scott Mann, porta Grace Caroline Currey e Virginia Gardner nei panni di Becky e Hunter, due amiche che decidono di affrontare una sfida apparentemente folle: arrampicarsi fino alla cima di una vecchia torre di comunicazione alta oltre 600 metri. L’obiettivo iniziale è quello di spargere le ceneri di Dan, il marito di Becky, morto un anno prima durante una scalata. Quello che dovrebbe essere un gesto di liberazione dal dolore si trasforma però in una lotta per la sopravvivenza quando la scala cede e le due rimangono intrappolate su una piccola piattaforma, isolate nel deserto e senza possibilità di comunicare con il mondo esterno.
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La situazione raccontata dal film è talmente estrema da far pensare immediatamente a un caso realmente accaduto. A differenza di altri survival thriller costruiti attorno a vicende documentate, però, Fall non è basato su una storia vera specifica. Non esiste una Becky realmente rimasta bloccata sulla torre, né un episodio preciso dal quale Scott Mann e lo sceneggiatore Jonathan Frank abbiano tratto la vicenda. L’origine del film è piuttosto legata a una paura molto concreta e universale, quella dell’altezza e della caduta, oltre che a una struttura realmente esistente che ha fornito al progetto la sua impressionante dimensione visiva.
Fall non racconta un caso realmente accaduto, ma nasce dall’idea concreta della paura dell’altezza e della sopravvivenza nel vuoto
L’idea alla base di Fall nacque durante la lavorazione di Final Score, film del 2018 diretto da Scott Mann. Il regista si trovava a girare alcune scene in quota all’interno di uno stadio britannico e, lontano dalla macchina da presa, iniziò a riflettere con il resto della troupe sulla paura dell’altezza e soprattutto sulla paura di cadere. Quella conversazione divenne progressivamente il punto di partenza per costruire un intero film attorno alla sensazione di essere sospesi nel vuoto, privati di qualsiasi possibilità di fuga.
Il passaggio decisivo fu trasformare una paura astratta in uno spazio concreto. Mann e Frank non avevano bisogno di inventare una montagna impossibile o un ambiente completamente fantastico: bastava trovare una struttura reale capace di rendere credibile la situazione. Durante la ricerca delle location in California, la produzione si imbatté così nella torre KXTV di Walnut Grove, conosciuta anche come B67. La struttura, alta circa 625 metri, appartiene realmente al paesaggio californiano e presenta dimensioni sufficienti a far percepire allo spettatore l’enorme distanza dal suolo.
La torre reale, tuttavia, non deve essere confusa con quella raccontata nel film. Fall costruisce infatti una situazione narrativa immaginaria intorno a una struttura autentica, modificandone caratteristiche e contesto per esigenze drammatiche. La B67 diventa così una sorta di modello concreto dal quale partire per creare la torre del film, mentre la vicenda di Becky e Hunter rimane interamente frutto della sceneggiatura. È proprio questa sovrapposizione tra realtà fisica e finzione narrativa ad aver alimentato l’impressione che il film potesse essere tratto da un fatto di cronaca.
La vera ispirazione di Fall è dunque la torre B67, una struttura reale trasformata dal cinema nel centro di un incubo
La scelta della torre non fu casuale e rappresenta probabilmente l’elemento più interessante quando si cerca la vera storia dietro Fall. Durante la pandemia, Scott Mann raccontò di aver percorso diverse zone della California alla ricerca di strutture isolate, montagne, antenne e tralicci che potessero offrire l’ambiente giusto per il film. La produzione aveva bisogno di qualcosa che apparisse contemporaneamente reale, remoto e quasi inaccessibile, perché la credibilità del racconto dipendeva dalla sensazione che le protagoniste fossero davvero lontane da qualsiasi forma di aiuto.
La torre B67 rispondeva perfettamente a questa esigenza. La sua altezza permette infatti di trasformare ogni elemento della scenografia in una minaccia: il vento, la distanza dal terreno, le vibrazioni della struttura, la precarietà della scala e persino la necessità di spostarsi da una piattaforma all’altra. Nel film la torre assume quasi una funzione narrativa autonoma. Non è semplicemente il luogo nel quale Becky e Hunter rimangono intrappolate, perché determina costantemente ciò che possono fare e soprattutto ciò che non possono fare.
La situazione di isolamento raccontata dal film, invece, appartiene alla finzione. Non è documentato un episodio reale nel quale due giovani donne siano rimaste bloccate sulla B67 nelle condizioni mostrate da Fall. La produzione ha preso dunque una struttura esistente e l’ha trasformata nel teatro di un survival thriller costruito attraverso una progressiva sottrazione delle possibilità di salvezza: prima la scala, poi le comunicazioni, quindi il cibo, l’acqua e infine la fiducia reciproca.
Questa scelta permette al film di lavorare su un meccanismo molto semplice ma efficace. Più Becky e Hunter cercano una via d’uscita, più lo spazio a loro disposizione si restringe. La torre rimane immobile, ma la percezione che le protagoniste hanno di essa cambia continuamente. Da sfida personale diventa trappola, poi prigione e infine un ambiente ostile nel quale ogni decisione può avere conseguenze mortali.
La storia vera dietro Fall non ha quindi un finale: il film inventa la sopravvivenza delle protagoniste partendo da paure e rischi realmente esistenti
Se si cerca il momento in cui la presunta vicenda reale di Fall si conclude, bisogna quindi fare una precisazione: non esiste una storia vera con un finale da ricostruire. La vicenda di Becky e Hunter è interamente narrativa. Anche gli eventi più estremi che le coinvolgono sono stati concepiti per portare il pubblico dentro una situazione limite, facendo percepire come concreta una minaccia che nasce dall’immaginazione degli autori.
Ciò non significa, però, che il film sia completamente scollegato dalla realtà. L’arrampicata su strutture elevate, il rischio di cadute e gli incidenti legati a pratiche di arrampicata o esplorazione in luoghi pericolosi appartengono a una dimensione reale. La sceneggiatura prende questi elementi e li concentra in una situazione volutamente estrema. La domanda che interessa a Fall non è dunque “è successo davvero?”, quanto piuttosto “quanto tempo potrebbe resistere una persona se si trovasse davvero in questa situazione?”.
Anche la paura rappresentata dal film nasce da qualcosa di profondamente concreto. L’altezza modifica la percezione dello spazio e rende una distanza apparentemente minima impossibile da attraversare. A oltre 600 metri dal terreno, un oggetto caduto non è più semplicemente lontano: diventa irraggiungibile. Una piccola piattaforma non è più un punto di appoggio, ma l’unico confine tra la sopravvivenza e la caduta. È su questa alterazione della percezione che Scott Mann costruisce gran parte della tensione.
Il risultato è un film nel quale la verosimiglianza conta più della fedeltà a un fatto realmente accaduto. Fall non ha bisogno di raccontare la storia di due persone realmente rimaste bloccate su una torre, perché costruisce con grande precisione le condizioni che rendono plausibile quell’incubo. La realtà fornisce la struttura, il pericolo dell’altezza e la paura della caduta; il cinema li porta all’estremo e li organizza dentro una storia di sopravvivenza.
Fall e la realtà: cosa cambia davvero e perché la torre autentica rende più credibile una storia completamente inventata
La differenza fondamentale tra Fall e una vera storia di sopravvivenza è quindi l’origine stessa degli eventi. Il film non ricostruisce un incidente, non identifica persone realmente esistite e non segue una cronologia documentata. Becky e Hunter sono personaggi di finzione, così come lo è la particolare catena di eventi che le porta a rimanere isolate sulla torre. La B67, invece, esiste davvero e rappresenta il principale elemento concreto alla base dell’immaginario del film.
È proprio questo rapporto tra realtà e invenzione a rendere Fall particolarmente efficace. La produzione non ha cercato una storia vera da adattare, perché la forza del progetto risiedeva nella possibilità di costruire artificialmente una situazione nella quale lo spettatore potesse riconoscere una paura autentica. L’altezza non deve essere raccontata attraverso un caso realmente accaduto: basta mostrarla nel modo giusto. La macchina da presa, le inquadrature verticali e la profondità dello spazio trasformano la torre in un dispositivo capace di provocare fisicamente la sensazione di vertigine.
Anche la scelta di utilizzare una location reale contribuisce a questo effetto. Sapere che una struttura simile esiste davvero rende più difficile percepire ciò che accade come pura fantasia. La distanza dal terreno appare misurabile, la torre ha una consistenza concreta e il paesaggio circostante elimina qualsiasi sensazione di sicurezza. È una strategia tipica del cinema di tensione: partire da un elemento riconoscibile e reale per condurre lo spettatore verso una situazione che, pur essendo inventata, appare possibile.
In definitiva, Fall non è basato su una storia vera, e non esiste un caso reale preciso che possa essere indicato come la vicenda all’origine del film. La sua “storia vera” va cercata altrove: nella torre B67 realmente esistente, nella paura dell’altezza che ha fatto nascere l’idea e nei rischi concreti associati alle scalate su strutture elevate. Scott Mann prende questi elementi e li trasforma in un racconto di sopravvivenza volutamente estremo. È proprio per questo che il film riesce a sembrare realistico pur raccontando qualcosa che, nella forma mostrata sullo schermo, non è mai accaduto.



