Hit Man (leggi qui la nostra recensione), diretto da Richard Linklater e interpretato da Glen Powell e Adria Arjona, parte da una storia vera per trasformarla in una commedia romantica dai contorni crime sorprendentemente ambigui. Il protagonista è Gary Johnson, un tranquillo professore di filosofia che collabora con la polizia di New Orleans fornendo supporto tecnico alle operazioni sotto copertura. Quando si trova a sostituire un agente nel ruolo di finto sicario, però, scopre una capacità inattesa: sa costruire identità diverse e capire quale versione di sé possa convincere ogni potenziale cliente a confessare le proprie intenzioni.
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L’incontro con Madison cambia definitivamente le regole del gioco. Gary inventa Ron, un sicario affascinante, sicuro di sé e apparentemente disposto a tutto, ma finisce per innamorarsi della donna che avrebbe dovuto semplicemente aiutare. Da quel momento Hit Man diventa una riflessione sull’identità come qualcosa di meno stabile di quanto immaginiamo: Gary non interpreta semplicemente Ron, perché attraverso quella maschera scopre una parte di sé che desidera davvero vivere. Il finale porta questa idea alle conseguenze più estreme, trasformando una fantasia di libertà personale in una scelta moralmente molto più oscura.
Dal vero Gary Johnson alla commedia di Richard Linklater: perché Hit Man usa il falso sicario per parlare dell’identità
La storia di Hit Man nasce dall’articolo del 2001 di Skip Hollandsworth pubblicato su Texas Monthly, dedicato al vero Gary Johnson, professore universitario che collaborò con il dipartimento di polizia di New Orleans fingendosi un sicario per incastrare persone intenzionate a commissionare omicidi. Il film conserva questo punto di partenza, così come l’indole mite e l’intelligenza del protagonista, ma costruisce attorno a lui una vicenda sentimentale e criminale largamente romanzata.
È una scelta particolarmente adatta a Richard Linklater, autore abituato a raccontare personaggi sospesi tra ciò che sono e ciò che vorrebbero diventare. Dai dialoghi esistenziali della trilogia di Before alla crisi generazionale di Boyhood, passando per la leggerezza di Tutti vogliono qualcosa, il regista ha spesso osservato l’identità come qualcosa che si modifica attraverso incontri, tempo e decisioni. In Hit Man, questa ricerca assume una forma più giocosa: il protagonista letteralmente cambia volto per capire quale versione di sé gli appartenga davvero.
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La presenza di Glen Powell rende il meccanismo ancora più evidente. L’attore costruisce Gary e Ron come due personalità riconoscibili, quasi opposte, ma progressivamente lascia filtrare l’una dentro l’altra. Ron nasce come finzione utilizzata per il lavoro, poi diventa una possibilità esistenziale. Madison, infatti, non si innamora del Gary che si sente ordinario: si innamora della sicurezza e della vitalità di Ron. Gary comprende così che la sua vera trasformazione non consiste nell’inventare un personaggio convincente, bensì nel concedersi di diventare qualcuno che prima riteneva impossibile essere.
Gary uccide Jasper e trasforma definitivamente Ron in una parte reale di sé
Il punto di svolta del finale arriva quando Jasper scopre la verità sulla morte di Ray e capisce che Gary e Madison sono coinvolti. L’uomo li affronta e minaccia di denunciarli, utilizzando la situazione per cercare di recuperare il proprio posto nella polizia. Gary sembra ancora incapace di oltrepassare quella linea che per tutto il film ha separato il sicario immaginario dal vero omicida.
Poi Jasper perde i sensi. Madison aveva drogato il suo drink e, davanti a quella situazione, Gary si trova improvvisamente costretto a scegliere. È qui che il film compie la sua svolta più significativa: Gary prende un sacchetto di plastica e soffoca Jasper, trasformando per la prima volta la simulazione di Ron in un gesto realmente criminale.
La decisione nasce certamente dal desiderio di proteggere Madison, ma sarebbe riduttivo leggerla soltanto come un atto d’amore. Jasper aveva appena provocato Gary proprio sul punto più vulnerabile della sua identità, sostenendo che quell’uomo apparentemente duro e sicuro di sé non avrebbe mai avuto il coraggio di uccidere qualcuno. Gary reagisce dimostrando il contrario. In quell’istante, Ron smette definitivamente di essere una maschera professionale e diventa una possibilità concreta della sua personalità.
Il paradosso è che Gary riesce a liberarsi della vecchia identità proprio commettendo il gesto più irreversibile possibile. Il professore che osservava le persone e studiava il comportamento umano diventa improvvisamente protagonista della situazione che prima controllava dall’esterno. Il suo talento nel costruire storie gli permette poi di trasformare la morte di Jasper in un’apparente overdose, facendo credere che l’uomo si sia suicidato. Gary applica così al crimine la stessa capacità di manipolare la realtà che aveva utilizzato nelle operazioni sotto copertura.
Madison e Gary ottengono il loro lieto fine, ma il salto temporale rivela il prezzo psicologico della loro scelta
Dopo la morte di Jasper, Hit Man compie un salto temporale e propone una conclusione volutamente straniante. Gary e Madison sono sposati, hanno due figli, un cane e conducono una vita apparentemente ordinaria. La coppia partecipa alle attività scolastiche dei bambini, cena insieme e sembra essersi lasciata definitivamente alle spalle la spirale di bugie e omicidi che aveva accompagnato il loro incontro.
È precisamente questa normalità a rendere il finale più interessante. Richard Linklater sceglie di non trasformare Gary e Madison in criminali condannati a vivere permanentemente nell’ombra. Al contrario, li presenta come una famiglia qualunque, suggerendo che le persone possono cambiare identità, ruolo e prospettiva fino a rendere irriconoscibile il punto da cui erano partite.
Eppure il passato non è completamente scomparso. Durante una conversazione, Madison sente un’amica scherzare sul fatto che avrebbe potuto “strangolare” una persona che l’aveva delusa. La battuta provoca in lei una reazione immediata: ride, ma il suo volto rivela per un istante paura e disagio. È una piccola incrinatura nella superficie del lieto fine. Madison ha costruito una nuova vita, ma il ricordo di Ray e Jasper continua a esistere dentro di lei.
Il film non suggerisce necessariamente che Gary e Madison continueranno a uccidere. La loro storia criminale può davvero essere finita. Quello che resta è però la consapevolezza che la loro felicità è nata da una serie di decisioni irreversibili. Il loro amore è autentico, la famiglia è reale, ma il percorso che li ha condotti fin lì non può essere cancellato.
Il vero significato del finale di Hit Man: diventare chi si vuole essere significa anche assumersi il peso delle proprie scelte
Il cuore del finale si trova nella lezione che Gary impartisce ai suoi studenti. All’inizio della storia credeva che le persone fossero sostanzialmente immobili, prigioniere della propria identità. Alla fine ha imparato l’opposto: possiamo cambiare, scegliere chi diventare e costruire una versione diversa di noi stessi.
Questa è la grande idea di Hit Man, e spiega perché il finale debba essere contemporaneamente romantico e inquietante. Gary ottiene ciò che desiderava: una vita più intensa, un amore autentico e una versione di sé più sicura e libera. Madison fa qualcosa di simile, liberandosi di una relazione abusiva e costruendo una nuova identità insieme all’uomo che ha conosciuto come Ron. Il problema è che la libertà non arriva senza conseguenze.
Il film suggerisce quindi che un’identità non è necessariamente una prigione, ma neppure una semplice maschera da indossare quando conviene. Diventare qualcun altro significa compiere delle scelte, e quelle scelte possono modificare per sempre il modo in cui guardiamo noi stessi. Gary scopre di poter essere Ron, ma per diventarlo davvero deve accettare anche la parte più oscura di quella persona.
È qui che il finale acquista il suo significato più profondo. Hit Man non dice che bisogna fingere di essere qualcun altro per trovare la felicità: suggerisce piuttosto che, a volte, la persona che interpretiamo come una finzione contiene desideri autentici che abbiamo avuto paura di riconoscere. Gary non abbandona completamente il professore per diventare Ron; diventa una sintesi dei due. La sua vera trasformazione consiste nell’accettare che anche la parte di sé rimasta a lungo nascosta meritava di avere spazio.
Il lieto fine, dunque, è reale, ma volutamente imperfetto. Gary e Madison hanno scelto la vita che volevano, pagando un prezzo che il film non cancella. Ed è proprio questa contraddizione a rendere il finale di Hit Man coerente con il percorso del protagonista: cambiare è possibile, persino radicalmente, ma ogni nuova identità nasce dalle decisioni che abbiamo il coraggio — o la follia — di prendere.

