Kong: Skull Island, la spiegazione del finale del film su King Kong

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Kong: Skull Island (leggi qui la recensione), diretto da Jordan Vogt-Roberts nel 2017, prende la mitologia di King Kong e la trasferisce in una dimensione profondamente diversa rispetto alle precedenti incarnazioni cinematografiche del personaggio. Siamo nel 1973, alla fine della guerra del Vietnam, quando una spedizione scientifica e militare raggiunge una misteriosa isola del Pacifico con l’obiettivo di mapparne il territorio. A guidarla ci sono il colonnello Preston Packard (Samuel L. Jackson), il tracker James Conrad (Tom Hiddleston), la fotografa Mason Weaver (Brie Larson) e lo scienziato Bill Randa (John Goodman). Quella che dovrebbe essere una missione di ricognizione diventa presto uno scontro con una natura che l’uomo non è in grado di controllare.

Il finale di Kong: Skull Island chiarisce infatti il vero ruolo del gigantesco primate all’interno della storia: Kong non è il mostro da eliminare, bensì il custode di un equilibrio naturale che gli esseri umani hanno appena infranto. La morte di Packard e dello Skullcrawler ristabilisce temporaneamente quell’ordine, mentre l’ultima scena e la sequenza post-crediti allargano improvvisamente la prospettiva. Skull Island non è un’eccezione: è una delle porte attraverso cui il film introduce l’idea di un mondo popolato da creature titaniche. Ed è proprio qui che il film smette di essere una semplice nuova versione di Kong e diventa il primo vero ponte verso il MonsterVerse.

Il ritorno di King Kong passa attraverso il cinema bellico e una rilettura del mostro come custode dell’equilibrio

Il contesto in cui Jordan Vogt-Roberts colloca Kong: Skull Island è fondamentale per comprenderne il finale. Il film arriva dopo Godzilla di Gareth Edwards, uscito nel 2014, e rappresenta il secondo capitolo del progetto destinato a riunire le grandi creature della Legendary. La scelta di ambientare la storia nel 1973 consente però al regista di recuperare l’immaginario del cinema bellico americano e di trasformare Skull Island in una sorta di territorio di guerra alternativo.

La guerra del Vietnam è appena terminata e Preston Packard è un uomo incapace di lasciarsela alle spalle. La sua ossessione per Kong nasce proprio da questo trauma: dopo aver perso i suoi uomini, ha bisogno di attribuire la responsabilità della tragedia a un nemico identificabile. Il gigantesco primate diventa così il bersaglio perfetto. La sua caccia assume progressivamente i contorni di una vendetta personale, trasformando il conflitto militare in una guerra contro la natura.

La contrapposizione con James Conrad e Mason Weaver è quindi decisiva. Conrad, ex militare, comprende progressivamente che l’isola possiede regole proprie; Weaver, fotografa apertamente contraria alla guerra, riconosce in Kong una creatura diversa dalla rappresentazione mostruosa costruita dagli uomini. Il film ribalta così una delle convenzioni storiche della saga: il problema non è chiedersi se Kong sia un mostro, bensì perché gli esseri umani abbiano bisogno di trasformarlo in uno.

Lo scontro tra Kong e lo Skullcrawler conclude la guerra di Packard e rivela chi è davvero il “mostro” dell’isola

Il confronto finale nasce dalla decisione di Packard di attirare Kong verso il lago e ucciderlo utilizzando le cariche sismiche e il napalm. Il piano sembra funzionare: Kong viene ferito e immobilizzato, permettendo ai militari di prepararsi al colpo definitivo. Ma l’errore di Packard è sempre lo stesso: interpreta ogni minaccia secondo la logica della guerra, senza comprendere l’ecosistema nel quale si trova.

Dal lago emerge infatti lo Skullcrawler più grande, il predatore responsabile della scomparsa della famiglia di Kong. È questa creatura a rappresentare la minaccia reale per Skull Island. A quel punto il conflitto cambia natura: Kong e gli esseri umani, che fino a pochi minuti prima erano avversari, devono collaborare contro un nemico comune. Packard, tuttavia, rimane prigioniero della propria ossessione e continua a voler eliminare Kong. Il primate lo uccide prima che possa far esplodere le cariche.

Lo scontro successivo tra Kong e lo Skullcrawler assume quindi un valore preciso. Kong combatte perché deve proteggere l’isola, mentre lo Skullcrawler incarna una forza predatoria capace di distruggere l’equilibrio esistente. Gli uomini sopravvissuti aiutano Kong a sconfiggerlo e, quando la creatura viene finalmente eliminata, il gigante torna a essere il sovrano silenzioso di Skull Island. La sua vittoria non equivale a una conquista: significa che l’ordine dell’isola può continuare a esistere.

Il vero tema del finale è il fallimento dell’uomo davanti a una natura che non accetta di essere dominata

Kong - Skull Island cast

La conclusione di Kong: Skull Island acquista maggiore forza se viene letta attraverso il rapporto tra guerra, trauma e controllo. Packard arriva sull’isola con una mentalità costruita dal conflitto vietnamita: per lui ogni situazione deve avere un nemico, una strategia e una vittoria finale. Kong diventa la proiezione di questa necessità. Più il colonnello perde il controllo degli eventi, più aumenta la sua volontà di distruggere il primate.

Kong rappresenta invece un modello completamente diverso di potere. È enorme, violento quando necessario e capace di uccidere, ma non agisce per conquistare. Protegge un territorio, mantiene un equilibrio e reagisce quando questo viene minacciato. La differenza è sostanziale: la violenza di Kong è funzionale alla sopravvivenza, quella di Packard è alimentata dall’ossessione.

Questa opposizione permette al film di riprendere una caratteristica fondamentale della tradizione di King Kong, aggiornandola. L’uomo entra in uno spazio che considera sconosciuto e presume immediatamente di poterlo catalogare, sfruttare o dominare. La fotografia di Weaver, la ricerca scientifica di Randa e le armi dei militari appartengono a tre modalità differenti di osservazione del mondo, ma tutte devono confrontarsi con qualcosa che sfugge alle categorie conosciute.

La morte di Packard è quindi più significativa della semplice eliminazione dell’antagonista. Il personaggio viene sconfitto dalla propria incapacità di cambiare prospettiva. Kong sopravvive perché accetta le regole dell’isola; Packard muore perché pretende di imporre le proprie. Il finale suggerisce così che il vero pericolo non sia l’esistenza dei mostri, bensì la presunzione umana di poter decidere quale creatura abbia il diritto di esistere.

La scena post-crediti trasforma Kong: Skull Island da caso isolato nella prima prova di un mondo popolato da Titani

Kong Skull Island titani

Dopo la conclusione della vicenda, Hank Marlow (John C. Reilly) torna finalmente dalla propria famiglia, chiudendo idealmente il lungo intervallo iniziato durante la Seconda guerra mondiale. È una conclusione intima, quasi domestica, che contrasta con la scala spettacolare del combattimento finale. Ma il film non è ancora terminato.

Nella scena post-crediti, Conrad e Weaver vengono trattenuti in una struttura governativa e incontrano Houston Brooks (Corey Hawkins) e San Lin (Tian Jing), membri di Monarch. Qui arriva la vera rivelazione: Kong non è l’unica creatura gigantesca presente sulla Terra. Attraverso alcune fotografie e antiche pitture rupestri vengono mostrati Godzilla, Mothra, Rodan e King Ghidorah.

Il collegamento con Godzilla del 2014 diventa immediatamente evidente. Monarch era già comparsa in quel film come organizzazione impegnata nello studio dei cosiddetti MUTO e di Godzilla. Kong: Skull Island amplia retroattivamente quella mitologia: le creature non rappresentano fenomeni isolati, bensì una presenza antichissima che l’umanità ha soltanto iniziato a comprendere.

La scena funziona dunque su due livelli. Per la storia raccontata, significa che Monarch recluta Conrad e Weaver per studiare una minaccia globale. Per il progetto cinematografico, è invece la dichiarazione d’intenti del MonsterVerse. Le pitture diventano una mappa verso i film successivi e l’immagine di Godzilla contrapposto a King Ghidorah anticipa direttamente Godzilla II – King of the Monsters. Il ruggito finale di Godzilla completa questa trasformazione: la storia di Kong si chiude, ma il mondo in cui vive è appena stato aperto.

Il finale di Kong: Skull Island significa che l’uomo deve imparare a convivere con un mondo più grande di lui

Kong - Skull Island film

Il significato più profondo del finale risiede quindi nel ribaltamento della prospettiva. All’inizio del film, l’umanità pensa di essere arrivata su Skull Island per osservare e classificare. Alla fine, scopre di essere stata osservata da qualcosa di molto più antico e potente. Kong non è la fine della storia: è la prima dimostrazione che la storia umana si trova all’interno di un ecosistema molto più vasto.

Questo elemento si collega anche alla figura di Bill Randa, ossessionato dall’idea di dimostrare che i mostri esistono. La sua ricerca parte da una convinzione apparentemente folle e arriva alla conferma definitiva, ma il film evita di trasformare questa scoperta in una semplice vittoria scientifica. Sapere che i Titani esistono significa infatti assumersi una responsabilità nuova: capire come rapportarsi a loro prima che il rapporto diventi distruttivo.

La stessa lezione era già contenuta nello scontro finale. Gli uomini sopravvivono quando smettono di considerare Kong il nemico e comprendono quale ruolo svolga nell’equilibrio dell’isola. La scena post-crediti estende quella consapevolezza dal singolo territorio all’intero pianeta. Se esistono Godzilla, Mothra, Rodan e King Ghidorah, allora l’uomo deve accettare di non essere necessariamente la forma di vita dominante.

È qui che Kong: Skull Island trova la propria identità all’interno del MonsterVerse. Il film conserva lo spettacolo del cinema di mostri, la distruzione su larga scala e il fascino infantile delle creature gigantesche, ma costruisce sotto questa superficie una riflessione sulla necessità di abbandonare la logica della conquista. Kong non deve essere sconfitto: deve essere compreso.

Il finale lascia quindi una promessa narrativa precisa e una conclusione tematica altrettanto importante. La promessa è che altri Titani emergeranno e che, prima o poi, saranno destinati a confrontarsi. La conclusione è invece che l’umanità dovrà trovare un nuovo modo di stare al mondo. Dopo aver trascorso il film a cercare un mostro da uccidere, gli esseri umani scoprono che il vero cambiamento consiste nel riconoscere che il mondo appartiene anche a ciò che non possono controllare.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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