La signora dello zoo di Varsavia è una storia vera? Quanto è accurato il film con Jessica Chastain

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La signora dello zoo di Varsavia è uno di quei film in cui la realtà storica appare talmente straordinaria da sembrare quasi una costruzione narrativa. Diretto da Niki Caro e interpretato da Jessica Chastain nei panni di Antonina Żabińska, il film racconta la storia di una famiglia polacca che, durante l’occupazione nazista di Varsavia, trasformò lo zoo cittadino in un rifugio clandestino per centinaia di persone perseguitate. Al centro del racconto ci sono Antonina e il marito Jan Żabiński, direttore dello zoo, che misero a rischio la propria vita per sottrarre ebrei e membri della Resistenza alla deportazione e alla morte.

La domanda sulla sua accuratezza è quindi particolarmente importante: La signora dello zoo di Varsavia è tratto da una storia vera e, in questo caso, la realtà alla base del film è effettivamente documentata. L’opera cinematografica prende infatti spunto dal libro La moglie dello zookeeper di Diane Ackerman, a sua volta costruito in larga parte sulla memoria e sul diario di Antonina. Questo significa che gli avvenimenti fondamentali raccontati nel film hanno un fondamento storico preciso, anche se alcuni rapporti personali, episodi e dinamiche sono stati necessariamente adattati per il cinema.

La storia di Antonina e Jan Żabiński e la trasformazione dello zoo di Varsavia in un rifugio durante l’occupazione nazista

La signora dello zoo di Varsavia film

Prima della guerra, Jan Żabiński era il direttore dello zoo di Varsavia, uno dei più importanti giardini zoologici europei dell’epoca. Zoologo, zootecnico e autore di testi dedicati alla biologia e al comportamento animale, aveva costruito insieme alla moglie Antonina una vita profondamente legata agli animali. Anche Antonina collaborava alla gestione dello zoo, oltre a essere insegnante e autrice di libri per bambini. La loro esistenza cambiò radicalmente nel settembre del 1939, quando l’invasione tedesca della Polonia portò la guerra direttamente a Varsavia.

I bombardamenti devastarono lo zoo. Molti animali morirono, altri riuscirono a fuggire, mentre gli esemplari considerati più preziosi furono trasferiti nei giardini zoologici tedeschi. Il film restituisce questa distruzione in modo sostanzialmente fedele: la struttura venne effettivamente gravemente danneggiata e la perdita degli animali fu una delle conseguenze più drammatiche dell’attacco alla città. In questo scenario di devastazione, tuttavia, Jan Żabiński comprese che lo zoo poteva ancora avere una funzione.

Durante l’occupazione Jan aveva infatti anche un incarico legato ai parchi pubblici di Varsavia, che gli consentiva di entrare nel ghetto e di mantenere contatti con persone che conosceva già prima della guerra. Questa posizione gli permise di partecipare alle attività clandestine della Resistenza e di aiutare alcuni ebrei a fuggire dal ghetto. Progressivamente, lo zoo divenne quindi una delle basi attraverso cui la famiglia Żabiński poteva offrire protezione ai perseguitati.

Una delle intuizioni più importanti fu quella di trasformare parte dello zoo in un allevamento di maiali. La presenza degli animali forniva una giustificazione plausibile per il mantenimento dell’area e consentiva a Jan di ottenere accesso a rifiuti e materiali destinati all’alimentazione dei maiali. In determinate circostanze, le persone che riuscivano a fuggire dal ghetto venivano nascoste proprio nei contenitori e nei percorsi utilizzati per il trasporto dei rifiuti.

La storia documentata conferma inoltre che i rifugiati non venivano sistemati esclusivamente nelle gabbie degli animali. Alcuni trovarono riparo nei sotterranei e nei passaggi dello zoo, altri nella villa dove viveva la famiglia. Per un certo periodo, la casa degli Żabiński arrivò ad accogliere numerose persone contemporaneamente. Era un sistema estremamente rischioso: se i tedeschi avessero scoperto la presenza dei rifugiati, Antonina, Jan e il loro figlio Ryszard avrebbero potuto essere uccisi.

Il sistema clandestino dei Żabiński era reale: i rifugiati, i nomi in codice e la musica usata da Antonina

Jessica Chastain in La signora dello zoo di Varsavia

Uno degli aspetti più sorprendenti di La signora dello zoo di Varsavia riguarda il modo in cui Antonina cercava di mantenere una parvenza di normalità all’interno della villa. Anche questo elemento ha una base storica. La casa degli Żabiński era effettivamente piena di animali, alcuni dei quali piuttosto insoliti: nel corso degli anni vi passarono, tra gli altri, un cucciolo di lupo, un giovane scimpanzé, un cucciolo di leone, un coniglio e altri animali. Questa dimensione domestica rendeva l’ambiente ancora più particolare e contribuiva a creare una sorta di copertura.

Antonina sviluppò inoltre un sistema di comunicazione basato sulla musica. Quando i tedeschi si avvicinavano, una determinata melodia suonata al pianoforte serviva ad avvertire le persone nascoste che dovevano scomparire e rimanere in silenzio. Quando il pericolo era passato, un’altra musica comunicava che era possibile tornare alla normalità. Non si tratta dunque di una semplice invenzione cinematografica: il ricordo di questo sistema compare nelle testimonianze di alcune delle persone che furono nascoste nella villa.

Anche l’uso dei nomi degli animali come pseudonimi appartiene alla storia reale. Per proteggere l’identità dei rifugiati, Antonina assegnava loro nomi in codice ispirati al mondo animale. Una delle persone accolte dalla famiglia, la scultrice Magdalena Gross, venne per esempio associata al nome “Starling”. Era un sistema semplice, ma in un contesto nel quale anche un nome poteva diventare una condanna a morte, poteva contribuire a proteggere l’identità delle persone nascoste.

Il film è altrettanto accurato nel rappresentare il rapporto con Lutz Heck (Daniel Bruhl), direttore dello zoo di Berlino e zoologo realmente esistito. Heck era stato collega di Jan prima della guerra ed era vicino agli ambienti nazisti. Il suo interesse per Antonina è documentato nelle ricerche di Diane Ackerman, che racconta come l’uomo fosse attratto da lei. Anche il suo ruolo nella vicenda dello zoo ha quindi una base reale, sebbene il film utilizzi questo rapporto per costruire una tensione narrativa più marcata.

Persino alcuni degli episodi più drammatici hanno una radice nelle testimonianze. Jan Żabiński era effettivamente coinvolto nella Resistenza polacca: insegnava clandestinamente, utilizzava alcune strutture dello zoo come deposito di armi e partecipava ad attività di sabotaggio. Nel 1944 prese parte all’Insurrezione di Varsavia, durante la quale venne catturato dai tedeschi e deportato in Germania come prigioniero. Antonina e il figlio continuarono invece a occuparsi delle persone nascoste anche durante la sua assenza.

Dalla persecuzione alla liberazione: come si conclude realmente la storia della famiglia Żabiński

La signora dello zoo di Varsavia storia vera

La parte più importante della storia vera riguarda naturalmente il numero delle persone che i Żabiński riuscirono a proteggere. Le stime indicano circa 300 persone, tra ebrei e membri della Resistenza, che trovarono aiuto attraverso la rete costruita dalla famiglia. Alcuni rimasero nello zoo per pochi giorni, altri furono nascosti più a lungo nella villa o nelle strutture sotterranee, mentre Jan cercava contemporaneamente di procurare loro documenti e sistemazioni sicure.

La cifra è particolarmente significativa perché la maggior parte di queste persone sopravvisse alla guerra. Secondo le ricostruzioni riportate nelle fonti legate alla vicenda, delle circa 300 persone accolte dai Żabiński, soltanto due non riuscirono a sopravvivere. Il risultato rende ancora più evidente quanto fosse complessa l’organizzazione della rete clandestina e quanto alto fosse il rischio corso dalla famiglia.

La vicenda di Jan Żabiński durante l’Insurrezione di Varsavia rappresenta poi un passaggio fondamentale. Catturato nell’agosto-settembre del 1944, fu portato in Germania come prigioniero. Antonina e Ryszard continuarono a vivere nello zoo e a proteggere le persone rimaste nascoste. Jan sopravvisse alla prigionia e dopo la guerra poté tornare dalla sua famiglia.

La coppia ricominciò quindi a ricostruire la propria vita in una Varsavia profondamente cambiata. Lo zoo riaprì nel 1949 con alcuni degli animali sopravvissuti alla guerra, anche se non recuperò immediatamente la sua importanza precedente. Jan rimase alla guida della struttura fino al 1951, quando si dimise dall’incarico. Antonina continuò invece a dedicarsi alla scrittura e alla famiglia fino alla morte, avvenuta nel 1971. Jan morì nel 1974.

La loro opera durante l’occupazione venne riconosciuta ufficialmente dallo Stato di Israele nel 1968, quando entrambi furono inseriti tra i Giusti tra le Nazioni. È un riconoscimento particolarmente significativo perché certifica il ruolo avuto dai due coniugi nel salvataggio degli ebrei perseguitati dai nazisti. Il film, dunque, non costruisce dal nulla una vicenda eroica: prende una storia realmente accaduta e la porta sullo schermo attraverso il punto di vista di Antonina.

Quanto è davvero accurato La signora dello zoo di Varsavia? Le differenze tra il film e la storia reale

La Signora dello zoo di Varsavia

Nel complesso, La signora dello zoo di Varsavia è uno dei casi in cui il nucleo storico del racconto è particolarmente solido. Il film si basa sul libro di Diane Ackerman, che utilizza ampiamente il diario e le memorie di Antonina, oltre alle testimonianze raccolte nel dopoguerra. Gli elementi fondamentali — la distruzione dello zoo, il suo utilizzo come rifugio, il ruolo di Jan nella Resistenza, l’attività di Antonina, la presenza di Lutz Heck, la cattura di Jan e il salvataggio di circa 300 persone — hanno quindi una documentazione alle spalle.

Questo non significa che ogni scena debba essere considerata una ricostruzione letterale. Come accade spesso nei film storici, alcune relazioni vengono accentuate per rendere più immediatamente leggibili i conflitti. Il rapporto tra Antonina e Heck, per esempio, viene trasformato in una componente narrativa particolarmente evidente, mentre la vicenda storica era inserita in una rete di rapporti professionali e personali più complessa.

Anche la rappresentazione di Antonina risponde a una precisa scelta cinematografica. Jessica Chastain interpreta una donna estremamente empatica, vulnerabile e al tempo stesso capace di affrontare situazioni di enorme pericolo. Le testimonianze restituiscono effettivamente una personalità sensibile e spesso impaurita, profondamente legata agli animali e alla propria famiglia. Il suo coraggio, quindi, non nasce dall’assenza di paura: risiede proprio nella decisione di agire nonostante la paura.

È questo forse il punto in cui il film si avvicina maggiormente alla realtà della vicenda. I Żabiński non si consideravano eroi nel senso tradizionale del termine. La figlia Teresa ha raccontato che i genitori ritenevano di avere semplicemente fatto ciò che doveva essere fatto. Questa idea modifica profondamente la percezione della loro storia: il valore delle loro azioni non deriva dalla costruzione di un’immagine eroica, bensì dalla scelta quotidiana di considerare la vita degli altri degna di essere protetta.

Per questo, più che chiedersi se ogni singolo dettaglio di La signora dello zoo di Varsavia sia accaduto esattamente come mostrato sullo schermo, è utile distinguere tra invenzione narrativa e verità storica. Il film si concede alcune semplificazioni e accentua determinati rapporti, come è inevitabile in un adattamento cinematografico, ma il cuore della storia rimane autentico: durante l’occupazione nazista di Varsavia, Antonina e Jan Żabiński trasformarono davvero uno zoo devastato dalla guerra in un luogo di passaggio e di protezione, contribuendo a salvare centinaia di vite. Ed è proprio questa realtà, già straordinaria senza bisogno di essere abbellita, a rendere la loro vicenda una delle storie più potenti della Resistenza civile durante la Seconda guerra mondiale.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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