Mayday prende la forma di una buddy action-comedy ambientata nel 1987, nel pieno della fase conclusiva della Guerra Fredda, ma utilizza l’avventura di Troy “Assassin” Kelly per mettere progressivamente in discussione proprio il tipo di eroismo che il cinema americano degli anni Ottanta aveva contribuito a costruire. Il pilota della Marina statunitense interpretato da Ryan Reynolds precipita in territorio sovietico dopo una missione fallita e trova un improbabile alleato in Nikolai Ustinov, ex agente del KGB interpretato da Kenneth Branagh e profondamente affascinato dalla cultura americana. I due riescono persino a raggiungere Mosca e a mettersi in contatto con le autorità statunitensi, ma scoprono che Washington non è disposta a concedere a Nikolai l’asilo politico richiesto.
Il finale del film di Jonathan Goldstein e John Francis Daley parte proprio dal fallimento di quella richiesta per ribaltare il percorso di Troy. L’uomo che all’inizio divideva il mondo tra americani e sovietici, libertà e nemici, arriva alla conclusione che essere leale al proprio Paese non significa necessariamente obbedire al suo governo. La fuga da Alexander Volkov, il missile nucleare, la morte del funzionario sovietico e il ritorno negli Stati Uniti servono così a condurre Troy davanti a una scelta molto più importante della semplice sopravvivenza. Il vero punto d’arrivo di Mayday non consiste infatti nello stabilire chi abbia vinto la Guerra Fredda: consiste nel ridefinire cosa significhi essere un patriota quando il proprio Paese è quello che deve essere messo davanti alle proprie responsabilità.
Troy salva Nikolai e torna negli Stati Uniti, ma il finale di Mayday trasforma la sua fuga dall’URSS in una ribellione contro il proprio governo
Dopo essere riusciti a sfuggire a Volkov, Troy e Nikolai arrivano alla parte più spettacolare della loro fuga: si impossessano di un lanciatore mobile di missili nucleari e successivamente di un aereo commerciale, mentre Volkov precipita dal velivolo andando incontro alla morte. A questo punto il rapporto tra i due protagonisti è completamente diverso da quello iniziale. Nikolai non rappresenta più per Troy “il sovietico” da guardare con diffidenza, ma l’uomo che lo ha aiutato a sopravvivere e con il quale ha costruito un’amicizia. Quando ottengono finalmente l’autorizzazione ad atterrare su una portaerei americana, Troy si trova quindi davanti alla possibilità di tornare nel mondo dal quale era partito, ma non è più disposto ad accettarne automaticamente le decisioni.
La questione decisiva riguarda Nikolai. Gli Stati Uniti hanno già rifiutato la sua richiesta d’asilo e Troy comprende che consegnarsi semplicemente alle autorità significherebbe abbandonare l’uomo che gli ha salvato la vita. Decide allora di sfruttare la situazione per costringere il proprio governo a proteggerlo. Il piano funziona e il film concede a Nikolai il finale apparentemente più leggero dell’intera vicenda: lo ritroviamo finalmente negli Stati Uniti mentre mangia un Big Mac e si prepara a realizzare il sogno di attraversare il Paese a bordo di un camper. È una conclusione volutamente ironica per un personaggio che ha idealizzato l’America attraverso la sua cultura popolare, ma contiene anche il primo grande ribaltamento del finale: Troy utilizza la propria posizione non per eseguire gli ordini, bensì per obbligare le istituzioni americane a comportarsi secondo i valori che sostengono di rappresentare.
È però al ritorno in patria che la trasformazione di Troy diventa definitiva. Volkov gli ha mostrato un documento classificato dal quale emerge che la Marina conosceva i rischi dell’amianto utilizzato nei cantieri navali nei quali aveva lavorato suo padre Harold, ma avrebbe continuato a utilizzarlo perché le alternative erano più costose. Il cancro del padre, che Troy aveva sempre inserito dentro il proprio racconto familiare e patriottico, acquista quindi un significato completamente diverso. Dopo essere stato inizialmente abbandonato dal governo durante la missione e aver visto respinta la richiesta d’asilo di Nikolai, Troy scopre che le stesse istituzioni nelle quali aveva riposto una fiducia quasi assoluta avevano nascosto informazioni capaci di mettere in pericolo i propri cittadini.
Durante un’udienza a porte chiuse, Troy chiede quindi al governo di riconoscere ciò che è accaduto e di risarcire le persone danneggiate, lasciando intendere che, in caso contrario, renderà pubblico il documento. Non rinnega gli Stati Uniti e non smette di considerarsi un patriota: cambia invece radicalmente la propria idea di servizio. La frase con cui lo spiega a Nikolai contiene il senso dell’intero finale: «In questo momento, l’unico modo per difendere il mio Paese è oppormi al mio Paese.» La scelta potrebbe distruggere la sua carriera militare, ma proprio per questo completa il suo percorso: l’eroismo non coincide più con l’obbedienza.
Il vero significato del finale di Mayday è nel cambiamento di Troy: il patriottismo non coincide più con la fedeltà al potere
All’inizio di Mayday, Troy possiede una visione estremamente semplice della Guerra Fredda. È convinto di sapere quale parte rappresenti il bene e considera i sovietici non soltanto avversari politici, ma espressione di un sistema sostanzialmente sbagliato. La permanenza nell’URSS incrina questa certezza perché lo costringe progressivamente a distinguere un governo dalle persone che vivono sotto quel governo. Nikolai è naturalmente il personaggio attraverso cui avviene gran parte di questa trasformazione: un ex uomo del KGB può amare profondamente aspetti della cultura americana e, allo stesso tempo, essere capace di mostrare a Troy qualcosa che il suo stesso Paese non vuole riconoscere.
Il film evita però di sostituire una propaganda con quella opposta. Troy non conclude che l’Unione Sovietica abbia ragione e gli Stati Uniti torto. La sua trasformazione è più interessante perché riguarda la capacità di separare i principi di un Paese dalle azioni delle istituzioni che dovrebbero rappresentarli. Continuare ad amare l’America significa allora pretendere che l’America risponda dei propri errori. Il documento sull’amianto rende personale questa consapevolezza, ma il percorso era già cominciato quando le autorità avevano esitato a salvarlo e successivamente rifiutato Nikolai. Ogni episodio sottrae qualcosa alla fede cieca con cui Troy aveva iniziato la storia fino a trasformarla in una forma di responsabilità.
Anche Nikolai percorre, da una prospettiva opposta, una traiettoria simile. Ha lavorato per il KGB convincendosi di agire nell’interesse del proprio Paese, finché non è più riuscito a giustificare ciò che stava facendo. Sua figlia Anna porta questo conflitto ancora più avanti: in quanto lesbica vive all’interno di un sistema che criminalizza la sua identità, ma sceglie comunque di esporsi personalmente per difendere i diritti umani. È attraverso personaggi come lei che Troy comprende che opporsi a un’istituzione può essere una forma di fedeltà a qualcosa di più importante dell’istituzione stessa.
Il parallelismo permette quindi di leggere Troy e Nikolai come due uomini provenienti da lati opposti della Guerra Fredda ma costretti alla stessa scoperta. Entrambi hanno confuso, almeno per una parte della propria vita, servire il proprio Paese con servire il proprio governo. Il finale li libera da questa equivalenza. Nikolai può finalmente abbandonare il sistema nel quale non crede più; Troy può rimanere americano senza rinunciare alla possibilità di denunciare ciò che l’America ha fatto. È qui che Mayday trova la propria idea di eroismo: non nell’uomo che esegue perfettamente gli ordini, ma in quello disposto a rischiare qualcosa quando quegli ordini entrano in conflitto con i principi che dovrebbe difendere.
Volkov è il contrario di Troy: il villain di Mayday vuole salvare il proprio Paese attraverso una menzogna che potrebbe riaccendere la Guerra Fredda
La stessa idea viene sviluppata attraverso Alexander Volkov, che funziona come il negativo del percorso compiuto da Troy. Mayday è ambientato nel 1987, quando Michail Gorbačëv sta portando avanti il processo di riforma associato alla perestrojka e alla glasnost. Volkov guarda invece con ostilità a quell’apertura e rimpiange un sistema sovietico più autoritario. Un dettaglio apparentemente secondario lo caratterizza immediatamente: nel suo ufficio sta finalmente sostituendo il ritratto di Konstantin Černenko nonostante Gorbačëv gli sia succeduto ormai da due anni.
Quando scopre la presenza di un pilota americano in territorio sovietico, Volkov non vede quindi soltanto una minaccia da neutralizzare. Vede un’opportunità politica. Il suo obiettivo è costringere Troy o Nikolai a dichiarare che la missione americana prevedeva in realtà l’infiltrazione nel Cremlino e l’assassinio di Gorbačëv. Una confessione del genere potrebbe distruggere il delicato riavvicinamento tra Stati Uniti e Unione Sovietica e offrire ai settori più autoritari del regime il pretesto per bloccare l’apertura. Volkov vuole mettere fine alla glasnost, cioè proprio a quella “trasparenza” che minaccia il sistema nel quale prospera.
La scelta è importante perché impedisce al film di trasformare l’intera Unione Sovietica nel nemico. Il villain non è “il russo”, ma un uomo disposto a mentire al proprio Paese pur di renderlo più autoritario. Troy compie esattamente il percorso opposto: è disposto a sfidare il proprio governo perché vuole costringerlo a dire la verità ai cittadini. I due personaggi utilizzano quindi il patriottismo in direzioni contrarie. Volkov considera patriottico preservare il potere attraverso una menzogna; Troy arriva a considerare patriottico esporre una verità anche quando questa può danneggiare le istituzioni alle quali appartiene.
È questa opposizione, più della morte di Volkov, a risolvere realmente il conflitto del film. Il villain precipita dall’aereo e viene eliminato fisicamente dalla storia, ma ciò che Troy deve sconfiggere è soprattutto la stessa concezione assoluta della fedeltà con cui aveva iniziato la propria avventura. Volkov rimane incapace di separare la grandezza della propria nazione dalla conservazione del suo sistema di potere; Troy impara invece che un Paese può essere difeso anche opponendosi alle persone che lo governano.
Mayday usa Top Gun e la nostalgia degli anni Ottanta per ribaltare l’eroe militare tipico della Guerra Fredda
La scelta di ambientare Mayday nel 1987 e di trasformare Troy in un pilota della Marina americana rende inevitabile il confronto con Top Gun. Goldstein e Daley giocano apertamente con l’immaginario dell’action degli anni Ottanta: caccia militari, eroismo americano, rivalità con l’Unione Sovietica, battute e un protagonista convinto della propria invulnerabilità. Persino Nikolai partecipa a questo gioco attraverso la sua ossessione per la cultura pop statunitense. Il film utilizza quindi la nostalgia come parte del proprio divertimento, ma contemporaneamente ne mette in discussione la semplicità politica.
Troy potrebbe facilmente essere costruito come una variazione comica di Maverick: un pilota eccezionale che deve dimostrare il proprio valore e tornare a casa dopo aver sconfitto il nemico. Mayday sceglie invece di far coincidere la sua crescita con la perdita delle certezze attraverso cui aveva interpretato il mondo. Il sovietico diventa il suo migliore alleato; l’uomo che vuole impedire la pace è un funzionario russo che agisce contro la direzione intrapresa dal proprio Paese; il governo americano che Troy vuole servire diventa l’istituzione alla quale deve chiedere conto di una grave responsabilità. L’eroe non torna quindi dall’URSS ancora più convinto della superiorità del proprio sistema. Torna sapendo che nessun sistema può essere considerato moralmente affidabile soltanto perché è il proprio.
Per questo il lieto fine non cancella l’ambiguità politica del film. Nikolai può mangiare il suo Big Mac e prepararsi al viaggio americano che ha sempre sognato, mentre Troy riesce a tornare a casa, ma nessuno dei due conclude il viaggio con la stessa idea del proprio Paese con cui lo aveva iniziato. La loro amicizia diventa la risposta più semplice alla logica della Guerra Fredda: due persone che avrebbero dovuto considerarsi nemiche scoprono di avere più cose in comune di quante ne abbiano con alcuni degli uomini che pretendono di parlare in loro nome.
Il vero finale di Mayday è quindi l’udienza di Troy, non la fuga dall’Unione Sovietica. È lì che il pilota decide cosa fare di tutto ciò che ha imparato. Potrebbe tacere, conservare la carriera e tornare a essere l’eroe militare che desiderava diventare. Sceglie invece di utilizzare la propria posizione per costringere il governo ad assumersi le proprie responsabilità. Troy torna in America ancora patriota, ma finalmente con gli occhi aperti: ed è proprio questa trasformazione a permettere a Mayday di usare l’estetica dell’action anni Ottanta per mettere in discussione una delle sue convinzioni più rassicuranti, quella secondo cui l’eroe è sempre l’uomo che sta dalla parte del proprio governo.



