Mother: la spiegazione del finale e il significato della sconvolgente scelta della madre

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Mother di Bong Joon-ho comincia come un thriller investigativo e termina trasformando completamente la domanda sulla quale sembrava essere costruito. Per gran parte del film del 2009 seguiamo una madre senza nome, interpretata da Kim Hye-ja, determinata a dimostrare l’innocenza del figlio Yoon Do-joon (Won Bin), arrestato per l’omicidio della giovane Moon Ah-jung. Tutto sembra condurre verso la scoperta del vero assassino. Quando la verità finalmente emerge, però, Bong compie la scelta più crudele possibile: Do-joon non è innocente.

Da quel momento Mother smette di essere davvero un film sulla ricerca della verità. Diventa un film su ciò che accade quando conoscere la verità è più doloroso che vivere nella menzogna. La madre attraversa quasi tutto il film convinta che il proprio amore sia sufficiente a dimostrare l’innocenza del figlio; quando scopre che quella convinzione era sbagliata, invece di accettare la realtà decide di modificarla, arrivando prima all’omicidio e poi ad accettare che un altro ragazzo venga condannato al posto di Do-joon.

È per questo che la celebre danza conclusiva sull’autobus non rappresenta una liberazione. Bong Joon-ho aveva immaginato quell’immagine ancora prima di completare la sceneggiatura e ha spiegato che l’intero film è stato costruito per arrivare proprio a quel momento. La madre che danza insieme alle altre donne ha apparentemente ritrovato la normalità. In realtà, per poter continuare a vivere, ha dovuto scegliere deliberatamente di dimenticare ciò che è diventata.

Come finisce Mother: Do-joon ha davvero ucciso Moon Ah-jung?

La svolta decisiva arriva quando Do-joon riesce a recuperare alcuni frammenti della notte dell’omicidio e ricorda la presenza di un anziano raccoglitore di rottami vicino all’edificio abbandonato. La madre rintraccia l’uomo pensando finalmente di aver trovato qualcuno capace di scagionare suo figlio. Accade esattamente il contrario. L’anziano era presente quella notte e racconta di aver visto Do-joon insieme ad Ah-jung.

La ragazza aveva insultato Do-joon riferendosi alla sua disabilità intellettiva. Lui, reagendo con rabbia, aveva lanciato una grossa pietra nella sua direzione, colpendola mortalmente alla testa. Do-joon è quindi responsabile della morte di Ah-jung, anche se il film presenta l’accaduto come un gesto impulsivo e non come un omicidio premeditato. Il dettaglio successivo rende la scena ancora più inquietante: Do-joon aveva portato il corpo della ragazza sul tetto. Più avanti suggerirà che forse chi l’aveva fatto voleva semplicemente mettere Ah-jung in un luogo dove qualcuno potesse vederla e aiutarla.

La madre non riesce ad accettare ciò che sta ascoltando. Ha costruito tutta la propria identità intorno alla certezza che Do-joon debba essere protetto perché incapace di fare realmente del male. Quando il raccoglitore annuncia di voler raccontare tutto alla polizia, lei lo uccide brutalmente e successivamente incendia la sua abitazione. Il thriller investigativo arriva così al proprio paradosso: la persona che cercava disperatamente l’assassino diventa a sua volta un’assassina nel momento esatto in cui scopre la verità.

Bong Joon-ho ha descritto esplicitamente questa trasformazione come il cuore del film. Secondo il regista, l’amore materno può oltrepassare una linea oltre la quale diventa ossessione, follia e persino peccato; l’immagine evocata da Bong è quella di un animale disposto a mostrare gli artigli pur di proteggere il proprio cucciolo. Mother porta questa idea alla sua conclusione più estrema: l’amore della protagonista non possiede più un limite morale perché qualsiasi azione diventa giustificabile se permette a Do-joon di sopravvivere.

Jong-pal rivela la vera tragedia di Mother: per salvare suo figlio, la madre deve sacrificare quello di qualcun altro

Bong Joon-ho avrebbe potuto terminare il film con l’omicidio del testimone, ma introduce un ulteriore ribaltamento. La polizia annuncia di aver trovato quello che considera il vero assassino di Ah-jung: Jong-pal, un altro giovane con disabilità intellettiva. Sul suo abbigliamento è stato trovato il sangue della vittima e gli investigatori interpretano quella prova come la conferma della sua colpevolezza.

La madre conosce però ormai abbastanza bene la storia di Ah-jung da comprendere che Jong-pal sta dicendo la verità quando sostiene che quel sangue provenisse da un’epistassi della ragazza durante un loro incontro sessuale. Sa soprattutto qualcosa che la polizia ignora: Jong-pal non può essere l’assassino perché lei conosce già l’identità di chi ha ucciso Ah-jung. Potrebbe quindi impedire la condanna di un innocente. Farlo, però, significherebbe riconsegnare Do-joon alla giustizia e ammettere il proprio omicidio.

La visita a Jong-pal diventa una delle scene moralmente più devastanti del film. Quando la madre scopre che il ragazzo non ha una madre pronta a difenderlo, scoppia a piangere. Non piange perché dubita della sua innocenza: piange precisamente perché la conosce. Jong-pal è praticamente lo specchio di Do-joon, con una sola differenza decisiva. Uno dei due possiede qualcuno disposto a fare qualsiasi cosa per proteggerlo; l’altro no.

È qui che Mother supera la semplice storia dell’amore materno portato all’estremo e diventa anche un film sulla natura arbitraria della giustizia. La madre riesce a salvare Do-joon non dimostrando che il sistema ha commesso un errore, ma permettendogli di commetterne un altro. L’innocenza perde quindi qualsiasi valore universale: ciò che conta è soltanto l’innocenza di suo figlio agli occhi del mondo. Per proteggerla, la donna accetta consapevolmente che un’altra madre — in questo caso addirittura assente — paghi il prezzo della sua scelta.

Do-joon sa che sua madre ha ucciso il testimone? Il dettaglio dell’agopuntura rende il finale ancora più ambiguo

Prima della partenza della madre per una gita organizzata, Do-joon le restituisce qualcosa: la sua custodia degli aghi da agopuntura. Dice di averla trovata tra le macerie della casa incendiata del raccoglitore e le raccomanda di stare più attenta, perché qualcun altro avrebbe potuto trovarla.

La reazione della donna è sconvolta. L’oggetto rappresenta una prova che potrebbe collegarla direttamente alla scena del crimine, ma introduce soprattutto una delle ambiguità più affascinanti del finale: quanto ha realmente capito Do-joon? Non sappiamo se abbia ricostruito l’omicidio compiuto dalla madre oppure se stia semplicemente restituendole qualcosa che riconosce come suo. Anche alcune analisi dell’epoca hanno sottolineato deliberatamente questa incertezza.

Bong evita di fornire una risposta perché entrambe le possibilità sono inquietanti. Se Do-joon non ha capito nulla, la madre ha distrutto due vite per proteggere qualcuno che rimane inconsapevole dell’enormità del sacrificio compiuto per lui. Se invece ha capito, la dinamica tra i due cambia completamente: il figlio sta silenziosamente comunicando alla madre di conoscere almeno una parte della verità e, restituendole l’oggetto, contribuisce indirettamente a nasconderla.

Il gesto ribalta anche il rapporto che abbiamo osservato per tutto il film. Era sempre stata la madre a sorvegliare Do-joon, raccogliere ciò che lasciava dietro di sé e cancellare le conseguenze delle sue azioni. Nell’ultima parte è invece il figlio a recuperare qualcosa che la madre ha dimenticato sulla scena del proprio crimine. Per un istante, è Do-joon a proteggere lei.

Perché la madre usa l’agopuntura e danza sull’autobus nel finale di Mother?

All’inizio del film la protagonista racconta dell’esistenza di un particolare punto di agopuntura sulla coscia che permetterebbe di liberarsi dai ricordi terribili e sciogliere il dolore accumulato nel cuore. Nell’ultima scena, seduta sull’autobus dopo aver ricevuto gli aghi da Do-joon, la donna decide di utilizzarlo su se stessa.

Naturalmente Mother non chiede allo spettatore di interpretare l’agopuntura come una spiegazione scientifica della cancellazione della memoria. È soprattutto una soluzione narrativa e simbolica. La madre ha scoperto che suo figlio ha ucciso Ah-jung, ha assassinato l’unico testimone capace di denunciarlo, ha incendiato la sua casa e ha permesso che Jong-pal venisse incarcerato ingiustamente. Non può modificare ciò che è accaduto. Può soltanto cercare di eliminare dalla propria coscienza il peso di conoscerlo.

Ed è qui che entra in gioco la danza. Bong Joon-ho ha spiegato che la scena dell’autobus era una delle immagini originarie dell’intero progetto: era già presente nel trattamento di appena due pagine e il regista costruì sostanzialmente il film affinché conducesse a quel momento. Bong conosceva inoltre l’immagine delle donne coreane di mezza età che ballano durante i viaggi in autobus e vedeva in essa una combinazione particolare di emozioni differenti.

Il collegamento con l’inizio di Mother è ancora più importante. Il film si apre con Kim Hye-ja che danza completamente sola in un campo. Bong ha spiegato che voleva comunicarne contemporaneamente la solitudine e uno stato mentale già prossimo alla follia: la donna appare fisicamente presente, ma con la mente altrove. Nel finale danza nuovamente, questa volta circondata da decine di altre madri.

La differenza è terribile. All’inizio è sola ma possiede ancora la propria coscienza; alla fine può confondersi con gli altri soltanto dopo aver scelto di non ricordare. Le sagome delle donne diventano quasi indistinguibili mentre l’autobus continua il proprio viaggio. Da fuori vediamo soltanto un gruppo di persone che balla. Noi spettatori, però, sappiamo cosa è stato necessario perché quella madre riuscisse finalmente a unirsi a loro.

Il finale di Mother non assolve quindi la protagonista e non la condanna in maniera semplice. Bong Joon-ho fa qualcosa di molto più scomodo: porta l’istinto materno fino al punto in cui amore ed egoismo diventano quasi impossibili da separare. La madre salva suo figlio, ma per riuscirci deve uccidere un uomo, abbandonare un innocente al carcere e infine cancellare metaforicamente la propria coscienza. La sua ultima danza può sembrare gioiosa soltanto a chi non conosce ciò che è accaduto. Ed è precisamente questo il punto: alla fine anche lei sceglie di diventare una di quelle persone che non lo sanno.

Redazione
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