Cane che abbaia non morde: la spiegazione del finale e perché nessuno ottiene davvero ciò che desiderava

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Cane che abbaia non morde (Barking Dogs Never Bite) è il primo lungometraggio di Bong Joon-ho e contiene già, quasi in forma embrionale, molte delle ossessioni che attraverseranno Memories of Murder, Mother e soprattutto Parasite. Dietro la commedia nera costruita intorno alla misteriosa scomparsa di alcuni cani da un complesso residenziale di Seul, Bong racconta infatti persone frustrate che cercano disperatamente una via d’uscita dalla propria posizione sociale. Uno vuole diventare professore. Un’altra sogna di diventare un’eroina. Entrambi sembrano convinti che raggiungere quell’obiettivo possa finalmente rendere diversa la loro vita.

Il finale è volutamente meno esplosivo di quanto la struttura quasi farsesca del film potrebbe suggerire. Ko Yun-ju (Lee Sung-jae) confessa a Park Hyun-nam (Bae Doona) di essere l’uomo che lei aveva inseguito dopo averlo visto gettare un cane dal tetto, ma non viene punito. Qualche tempo dopo è diventato professore, esattamente come desiderava. Hyun-nam, invece, salva il cane della moglie di Yun-ju e contribuisce alla cattura dell’uomo ritenuto responsabile delle sparizioni, ma non ottiene la notorietà che aveva immaginato e perde persino il lavoro.

Bong evita quindi una conclusione nella quale le azioni producono conseguenze proporzionate. Yun-ju ottiene ciò che desiderava nonostante tutto quello che ha fatto; Hyun-nam compie realmente qualcosa di eroico senza ricevere alcun riconoscimento. Uno studio dedicato proprio agli spazi e alle classi sociali nel cinema di Bong individua già in Cane che abbaia non morde temi che torneranno in Parasite: corruzione, mobilità sociale, disuguaglianza e personaggi che rimangono aggrappati a obiettivi che promettono una felicità che difficilmente potranno mantenere.

Come finisce Cane che abbaia non morde: Hyun-nam salva Soon-ja, ma l’eroina che immaginava di diventare non esiste

L’ultima parte del film nasce ironicamente da un ribaltamento completo della situazione di Yun-ju. All’inizio è lui a essere esasperato dai cani del condominio, fino a rapirne uno credendolo responsabile del continuo abbaiare e successivamente a gettare dal tetto il cane dell’anziana vicina. Quando sua moglie Eun-sil porta a casa Soon-ja, però, Yun-ju finisce dall’altra parte della storia. Durante una passeggiata perde il barboncino e scopre che la moglie aveva acquistato l’animale utilizzando soltanto una piccola parte della propria liquidazione: il resto del denaro era destinato proprio a lui, affinché potesse ottenere il posto da professore.

È Hyun-nam a ritrovare Soon-ja. Dopo la morte dell’anziana proprietaria del cane gettato dal tetto, la ragazza torna sul terrazzo per recuperare i ravanelli essiccati che la donna le ha lasciato e scopre il barboncino insieme al senzatetto che vive nel seminterrato. L’uomo, dopo aver assaggiato lo stufato preparato dal custode con uno degli animali morti, ha sviluppato a sua volta interesse per la carne di cane. Hyun-nam riesce a sottrargli Soon-ja e fugge attraverso il condominio, fino all’intervento dell’amica Jang-mi e al successivo arresto dell’uomo.

Per Hyun-nam dovrebbe essere finalmente il momento tanto atteso. Fin dall’inizio sogna infatti di compiere qualche gesto eroico e diventare protagonista di quelle storie edificanti trasmesse dai notiziari. La cattura del presunto responsabile delle sparizioni sembra offrirle precisamente quell’occasione. Quando guarda il servizio televisivo, però, scopre di essere praticamente irrilevante nel racconto costruito dai media. Non diventa l’eroina che aveva immaginato e, come ulteriore beffa, viene licenziata perché ha trascurato il proprio lavoro durante la ricerca dei cani. Una lettura critica del film sottolinea proprio questa dinamica: Hyun-nam è troppo in basso nella gerarchia sociale perché il suo contributo acquisti realmente visibilità.

La sua impresa è stata reale, ma la ricompensa esisteva soltanto nella sua immaginazione. È uno dei primi esempi di un meccanismo che diventerà fondamentale nel cinema di Bong: i suoi personaggi credono che basti compiere l’azione giusta per cambiare posizione, mentre il mondo intorno a loro continua sostanzialmente a funzionare secondo le stesse gerarchie.

Perché Yun-ju confessa di aver ucciso il cane e cosa succede realmente dopo

Dopo il licenziamento di Hyun-nam arriva una delle scene più importanti del finale. La ragazza incontra Yun-ju ubriaco per strada e gli racconta ciò che le è accaduto. Schiacciato dal senso di colpa, l’uomo le confessa finalmente di essere la persona che lei aveva visto sul tetto: era stato lui a gettare il cane nel vuoto.

Ci si aspetterebbe che questa ammissione produca finalmente una conseguenza. Bong invece evita deliberatamente la catarsi. La confessione non trasforma Yun-ju in un uomo migliore e soprattutto non conduce alla sua punizione. Anche il responsabile arrestato dalla polizia finisce sostanzialmente per assorbire colpe che non gli appartengono completamente. Il sistema ha trovato qualcuno da indicare come responsabile e questo sembra sufficiente perché la vita del condominio possa continuare.

La scelta è importante perché Yun-ju non viene mai costruito come un tradizionale antagonista. È meschino, frustrato e capace di gesti terribili, ma Bong continua contemporaneamente a mostrarne l’impotenza. Vive in un appartamento soffocante, dipende economicamente dalla moglie e vuole disperatamente ottenere una posizione universitaria per la quale scopre di dover pagare una tangente. La sua aggressività verso i cani diventa quindi una deformazione grottesca della propria incapacità di controllare qualsiasi altro elemento della sua esistenza.

Persino la confessione è incompleta come gesto morale. Yun-ju ammette ciò che ha fatto, ma non sacrifica realmente qualcosa per assumersene la responsabilità. La vita prosegue. Questa assenza di una vera resa dei conti è parte dell’effetto ricercato dal film: la storia viene risolta, mentre le persone che l’hanno attraversata rimangono fondamentalmente irrisolte. È una caratteristica che la critica ha individuato come uno dei tratti già riconoscibili del futuro cinema di Bong Joon-ho.

Yun-ju diventa professore, ma il finale suggerisce che il successo non lo abbia reso felice

Il salto temporale conclusivo contiene probabilmente la battuta più amara del film. Yun-ju ce l’ha fatta: è diventato professore. L’obiettivo che aveva condizionato la sua esistenza è stato finalmente raggiunto. Il problema è che Bong non filma questo traguardo come una vittoria.

Lo ritroviamo in aula, inserito precisamente nell’istituzione alla quale aspirava, ma l’impressione non è quella di un uomo finalmente realizzato. La letteratura critica dedicata al film ha collegato direttamente la sua vicenda alla rappresentazione della corruzione del mondo accademico: Yun-ju sa che per ottenere il posto deve inserirsi in un sistema nel quale la competenza non basta e il denaro diventa uno strumento necessario per avanzare. La posizione conquistata non rappresenta quindi l’uscita dal meccanismo che lo opprimeva. Rappresenta la sua integrazione al suo interno.

È qui che Cane che abbaia non morde comincia sorprendentemente ad assomigliare a Parasite. Non perché i due film raccontino la stessa storia, ma perché condividono una domanda: cosa siamo disposti a fare pur di salire di un gradino? Nel film del 2000 Yun-ju accetta la logica corrotta dell’ambiente universitario; quasi vent’anni dopo Ki-woo falsificherà un diploma per entrare nella casa dei Park. In entrambi i casi, Bong guarda con ironia all’idea che raggiungere il livello superiore possa automaticamente risolvere l’insoddisfazione di chi si trova sotto. Un’analisi accademica dei due film individua proprio in questo rapporto con l’aspirazione sociale uno dei legami più significativi tra l’esordio del regista e Parasite.

Lo spazio racconta la stessa cosa. Il condominio è organizzato continuamente attraverso alto e basso, tetti e seminterrati, appartamenti e locali nascosti. Proprio come accadrà in maniera molto più sofisticata in Parasite, la geografia diventa una rappresentazione della gerarchia sociale. Nel seminterrato vivono segreti, violenza e persone invisibili; sopra, gli abitanti continuano le proprie vite apparentemente normali. L’analogia con il bunker nascosto sotto la casa dei Park è difficile da ignorare e gli studi sul cinema di Bong hanno messo esplicitamente in relazione l’uso dei due spazi.

Il vero significato del finale è nella scelta di Hyun-nam di andare finalmente in montagna

Se Yun-ju conclude il film dentro un’aula, Hyun-nam fa esattamente il contrario: esce. Nell’ultima sequenza parte con Jang-mi per quella gita in montagna che desiderava fare da tempo. È un finale molto semplice, ma la contrapposizione con Yun-ju gli conferisce un significato più interessante.

Per tutto il film entrambi hanno inseguito un’immagine di se stessi. Yun-ju voleva essere professore perché attribuiva a quella posizione la possibilità di sentirsi finalmente realizzato. Hyun-nam voleva diventare un’eroina televisiva perché immaginava che essere riconosciuta dagli altri avrebbe reso più importante la sua esistenza. Alla fine Yun-ju raggiunge formalmente il proprio obiettivo ma appare ancora intrappolato; Hyun-nam fallisce il suo, perde il lavoro eppure riesce finalmente a lasciare il condominio e andare verso qualcosa che desiderava semplicemente fare.

Bong costruisce persino visivamente questa opposizione. Una lettura del film osserva come Yun-ju venga ripetutamente confinato in ambienti stretti — appartamenti, armadi, bagni, corridoi — fino alla stessa aula universitaria della sua scena conclusiva. Hyun-nam termina invece la propria storia all’aperto, nella natura. Non significa necessariamente che abbia trovato una soluzione alla propria vita. Significa che, almeno per un momento, ha smesso di aspettare che qualcun altro le attribuisca il valore che cercava.

Per questo Cane che abbaia non morde contiene già molto del regista che Bong Joon-ho sarebbe diventato. Il BFI individua proprio nell’esordio quella combinazione di distacco ed empatia e quell’attenzione alle disuguaglianze sociali che caratterizzeranno il suo cinema successivo. Persino Bong, anni dopo, ha scherzosamente descritto il film come una black comedy decisamente assurda, ma la struttura sociale che sostiene quella comicità è tutt’altro che casuale.

Il finale non premia quindi il personaggio migliore né punisce quello peggiore. Yun-ju ottiene ciò che voleva senza diventare più felice; Hyun-nam perde ciò che inseguiva e forse proprio per questo riesce finalmente ad andare altrove. Nel 2000 Bong Joon-ho non aveva ancora realizzato Memories of Murder, Mother o Parasite, ma aveva già trovato una delle idee fondamentali del suo cinema: arrivare al piano superiore non significa necessariamente essere riusciti a uscire dall’edificio.

Redazione
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