Tra i grandi autori presenti Fuori Concorso a Venezia 83 c’è anche Paul Schrader, cineasta che da sempre ha fatto della colpa, della fede, dell’ossessione e della ricerca di una possibile redenzione il centro della propria riflessione cinematografica. Con Basics of Philosophy, Schrader torna a interrogare l’essere umano attraverso la filosofia, affidando a Jack Huston il ruolo di un uomo costretto a rileggere la propria esistenza quando il passato torna a presentargli il conto. Il titolo stesso contiene già una dichiarazione d’intenti: le “basi della filosofia” diventano le domande elementari alle quali ogni individuo è chiamato prima o poi a rispondere. Che cosa dà senso alla vita? Che rapporto abbiamo con la morte? Esiste davvero il perdono? E soprattutto: quanto a lungo possiamo vivere tentando di sottrarci alle conseguenze delle nostre azioni?
John Jorissen è un professore di filosofia in un piccolo ateneo del Midwest americano. Brillante, severo, apparentemente padrone della propria esistenza, insegna e scrive un saggio su Baruch Spinoza mentre conduce una relazione con Becca, collega e compagna, e costruisce un rapporto con Willie, il figlio adolescente di lei. La morte del padre Melvyn introduce nella sua vita una frattura che sembrava rimossa. Al funerale compare Miguel Basque, figlio del giardiniere della famiglia, e la sua presenza riapre una ferita legata a un incidente del passato, insabbiato dal padre di John con il denaro. Da quel momento la filosofia smette di essere materia di studio e diventa una questione privata, fisica, dolorosa.
Paul Schrader porta la filosofia fuori dall’aula e dentro una crisi esistenziale
Il passaggio più interessante di Basics of Philosophy è quello che trasforma la disciplina accademica di Jorissen in uno strumento di autoanalisi. John conosce le teorie, padroneggia i concetti, costruisce ragionamenti complessi sulla natura dell’esistenza. Quando il passato riemerge, ogni certezza teorica viene sottoposta a una verifica concreta. Spinoza diventa così una presenza costante, quasi un interlocutore invisibile attraverso il quale il protagonista tenta di comprendere ciò che gli è accaduto e, soprattutto, ciò che ha fatto.
Schrader torna su un territorio a lui particolarmente congeniale: quello dell’uomo che costruisce una rigida architettura mentale per tenere sotto controllo qualcosa che dentro di sé continua a muoversi. John sembra aver organizzato la propria vita intorno alla razionalità, fino a quando l’irruzione di Miguel rende impossibile continuare a separare pensiero e responsabilità. Il senso di colpa assume una dimensione quasi religiosa, anche se il film si muove dentro una riflessione filosofica. John arriva persino a procurarsi del Nembutal, convinto che la propria colpa non possa essere cancellata.
Jack Huston interpreta un uomo sospeso tra responsabilità e autodistruzione

L’attore riesce a mantenere questa ambiguità per gran parte del film, evitando di trasformare John in una figura semplicemente colpevole o vittimizzata. Il momento in cui Miguel rivela a Becca la verità introduce una frattura ulteriore: John nega le proprie responsabilità e, contemporaneamente, appare consumato dalla consapevolezza di ciò che è accaduto. È una contraddizione che Schrader sceglie di lasciare aperta e che rende il personaggio più interessante proprio quando smette di essere facilmente decifrabile.
Accanto a Huston, Sofia Boutella dà a Becca una presenza fondamentale per comprendere il valore del perdono e della relazione. La donna rappresenta la possibilità di un futuro costruito sul presente, mentre Miguel incarna il passato che pretende di essere riconosciuto.
Una cappa di ansia attraversa il film e trasforma ogni scena in una domanda
La regia di Schrader costruisce un’atmosfera costantemente cupa, attraversata da una sensazione di ansia che accompagna John anche nei momenti apparentemente più tranquilli. La fotografia partecipa direttamente a questa condizione: gli spazi sembrano trattenere qualcosa, come se il mondo esterno fosse diventato il riflesso di un conflitto interiore.
In questo senso il film è perfettamente coerente con la filmografia di Schrader e con il clima di questa Venezia 83, dove diversi autori stanno interrogando l’esistenza attraverso la colpa, la violenza e l’impossibilità di trovare risposte definitive. Come accade in altre opere presentate al festival, il cinema diventa uno spazio nel quale formulare domande senza trasformarle necessariamente in tesi. Schrader procede con una lucidità intatta, affidandosi a uno stile che in alcuni passaggi può apparire volutamente semplice e grezzo, mentre conserva una notevole capacità di individuare il punto esatto nel quale una storia privata diventa una riflessione universale.
Il finale di Basics of Philosophy affida al perdono una risposta impossibile
Il finale concentra l’intero film in un’immagine di forte ambiguità che rifiuta una conclusione rassicurante. John non riceve una risposta filosofica capace di assolverlo e nemmeno lo spettatore ottiene una formula attraverso la quale stabilire se il perdono sia possibile. Schrader sembra suggerire che alcune domande appartengano alla condizione umana proprio perché restano senza soluzione.
Basics of Philosophy è un film sul fallimento delle risposte quando la filosofia incontra la vita. Paul Schrader guarda ancora una volta all’uomo che tenta di dare ordine al caos attraverso il pensiero e scopre quanto fragile possa essere quella costruzione davanti alla colpa. Il film procede con qualche semplificazione e alcuni passaggi avrebbero meritato maggiore complessità psicologica, soprattutto nel rapporto tra John e Miguel. Rimane però una coerenza autoriale rara e una volontà precisa di mettere lo spettatore davanti alle domande essenziali.
Basics of Philosophy
Sommario
Paul Schrader torna a interrogare l’uomo attraverso colpa e filosofia, costruendo un film cupo e coerente che lascia aperte le domande più importanti.

