Ci sono momenti nella vita in cui il futuro, anziché rappresentare una promessa, assume i contorni di un’incognita difficile da affrontare. È proprio da questa sensazione, familiare soprattutto a chi si trova sulla soglia dell’età adulta, che prende forma It Ends, sorprendente esordio alla regia di Alexander Ullom, presentato al South by Southwest nel 2025 e nelle sale italiane dal 28 ottobre. Un horror indipendente che riesce a trasformare un viaggio in automobile in una riflessione sull’incertezza, sulla paura di crescere e sull’impossibilità di trovare una direzione. Con pochissimi elementi a disposizione, Ullom costruisce un racconto capace di coinvolgere e destabilizzare, dimostrando come il cinema di genere possa ancora trovare modi originali per raccontare inquietudini profondamente contemporanee.
Una strada infinita…
James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole) sono quattro amici che hanno appena concluso il percorso universitario. Una sera decidono di salire in macchina per andare a mangiare qualcosa, approfittando dell’occasione per scherzare, discutere e parlare dei rispettivi progetti. Tutto sembra procedere nella più assoluta normalità, almeno fino a quando i ragazzi si accorgono di aver imboccato una strada che non sembra avere una fine.
Circondati da una foresta apparentemente interminabile, i quattro scoprono presto che tornare indietro è impossibile e che fermarsi potrebbe esporli a una minaccia ancora più spaventosa. Costretti a continuare a guidare, iniziano così un viaggio nel quale le normali coordinate di spazio e tempo perdono progressivamente significato. Quello che doveva essere un breve tragitto si trasforma in un incubo dal quale sembra non esistere alcuna via d’uscita.
Un horror esistenziale che racconta la paura del futuro
L’aspetto più interessante di It Ends risiede nella capacità di utilizzare una situazione surreale per raccontare qualcosa di estremamente concreto. La strada senza fine diventa infatti una metafora della transizione verso l’età adulta, di quel momento in cui vengono meno le certezze che hanno accompagnato gli anni della formazione e ci si ritrova improvvisamente a dover decidere quale direzione dare alla propria esistenza.
Ullom intercetta con notevole sensibilità un’inquietudine generazionale, senza però limitarsi a costruire un ritratto esclusivo della Gen Z. La paura di rimanere immobili mentre tutto sembra andare avanti, così come quella di continuare a muoversi senza raggiungere alcun traguardo, appartiene a un’esperienza molto più universale. Ed è proprio questa dimensione a rendere il film particolarmente efficace: l’orrore non nasce soltanto da ciò che si nasconde oltre la strada, ma dalla possibilità che quella condizione possa durare per sempre.
Il regista ha inoltre il merito di non sacrificare il mistero alla necessità di fornire spiegazioni. Il mondo nel quale finiscono i protagonisti conserva una natura ambigua, sospesa tra incubo, assurdo e suggestioni quasi kafkiane; si avverte qualcosa della tradizione di Ai confini della realtà, ma anche dell’esistenzialismo di Sartre, soprattutto nel modo in cui la convivenza forzata mette progressivamente alla prova i rapporti umani.
La forza di una regia essenziale e di quattro protagonisti credibili
Pur disponendo di mezzi limitati, Alexander Ullom dimostra una sorprendente consapevolezza nella gestione dello spazio cinematografico. Gran parte del film si svolge all’interno dell’automobile, che da luogo familiare e rassicurante si trasforma lentamente in una prigione. La fotografia di Evan Draper e Jazleana Jones va a costruire questa sensazione attraverso primi piani ravvicinati, inquadrature soffocanti e un paesaggio esterno che, nonostante la sua apparente vastità, finisce per accentuare la claustrofobia.
Particolarmente riuscita è anche la gestione del tempo; l’alternanza tra giorno e notte scandisce un viaggio che continua a ripetersi, mentre la progressiva perdita di riferimenti temporali coinvolge direttamente lo spettatore. La ripetizione, anziché rappresentare soltanto un espediente narrativo, diventa parte integrante dell’esperienza emotiva.
Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole restituiscono invece con naturalezza le dinamiche di un gruppo di amici, alternando ironia, tensioni e momenti di autentica vulnerabilità. I dialoghi, spesso apparentemente banali, sono fondamentali per rendere credibile il loro legame e permettere al pubblico di riconoscersi nelle loro reazioni. È interessante, inoltre, come il film riesca a conservare una vena di umorismo anche nelle situazioni più angoscianti: le battute e le discussioni quotidiane non compromettono la tensione, ma sottolineano il tentativo dei personaggi di aggrapparsi alla normalità mentre tutto ciò che conoscono perde progressivamente significato.
Un esordio sorprendente
In alcuni passaggi di It Ends, la componente metaforica potrebbe emergere con un’insistenza che rischia di rendere fin troppo esplicito un sottotesto già sufficientemente eloquente. Tuttavia, questo potenziale limite non compromette mai la riuscita di un’opera capace di distinguersi per personalità e inventiva. Ullom dimostra di sapere utilizzare le convenzioni del genere senza diventarne prigioniero, costruendo un’esperienza che trova la propria forza nel disagio persistente che lascia dietro di sé.
It Ends è un piccolo horror sorprendentemente maturo, che parla di amicizia, disillusione e del timore di non riuscire mai a trovare il proprio posto nel mondo. Un film che, dietro una premessa fantastica, nasconde una riflessione profondamente umana: a volte, la prospettiva più spaventosa non è quella di non sapere dove stiamo andando, ma di renderci conto che continuiamo ad avanzare senza essere davvero sicuri del perché.
It Ends
Sommario
Alexander Ullom firma un esordio sorprendente, trasformando una premessa inquietante in una riflessione sulla paura di crescere, sull’incertezza del futuro e sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo
