A un passo dai cinquant’anni, Léo si trova in quel territorio esistenziale in cui il passato comincia improvvisamente a pesare più del futuro. La relazione con la donna con cui vive nella Francia orientale sembra ormai arrivata al capolinea quando la morte del padre biologico, mai conosciuto, lo costringe a partire per l’Italia per occuparsi dell’eredità. Prima, però, una serie di circostanze lo trattiene per alcuni giorni a Parigi. È qui che Nicolas Pariser costruisce One Minute to Midnight, presentato in concorso a Venezia 83, trasformando la permanenza forzata del protagonista in una lunga ricognizione sentimentale, generazionale e politica.
Interpretato da Melvil Poupaud, Léo ricomincia a frequentare amici, vecchie colleghe e donne appartenute alla sua giovinezza, mentre cerca di riallacciare un rapporto con la figlia, molto più giovane di lui e politicamente impegnata. Quella che dovrebbe essere una parentesi prima di ripartire diventa così una sorta di processo informale alla sua vita: cosa resta dell’uomo che pensava di diventare? E, soprattutto, come apparivano davvero agli occhi delle donne quei comportamenti che lui ha sempre archiviato come parte naturale delle relazioni sentimentali e professionali di un’altra epoca?
Un uomo davanti allo specchio
L’intuizione di Pariser non è priva di interesse. One Minute to Midnight prova infatti a interrogare una generazione maschile costretta a riconsiderare il proprio passato alla luce del cambiamento culturale prodotto dal #MeToo. Léo appartiene a un mondo in cui determinati atteggiamenti erano normalizzati e nel quale la seduzione, il lavoro e gli squilibri di potere potevano convivere senza essere sottoposti allo stesso scrutinio di oggi.
Il problema è che il film vuole mettere in discussione il narcisismo del protagonista continuando però a concedergli ogni spazio possibile. Tutto esiste in funzione di Léo: ogni incontro diventa uno specchio, ogni donna una possibilità di ridefinire la sua immagine, ogni conversazione uno strumento per capire se sia stato o meno l’uomo che credeva di essere. Ed è qui che l’operazione comincia presto a ripiegarsi su se stessa. Più che osservare criticamente un uomo incapace di uscire dal proprio egocentrismo, il film sembra affascinato dalla sua crisi, attribuendole un peso che ciò che vediamo sullo schermo fatica a sostenere.
Tante conversazioni, poca vita
La struttura scelta da Pariser è volutamente rarefatta: Léo cammina, incontra qualcuno, conversa, riparte e ricomincia. Un dispositivo che richiama una certa tradizione del cinema francese fondato sulla parola e sull’osservazione dei rapporti umani, e nel quale Poupaud riesce comunque a muoversi con naturalezza, dando al protagonista una passività credibile e mai apertamente caricaturale.
Ma se l’andamento potrebbe teoricamente favorire la profondità dei dialoghi, troppo spesso accade il contrario. Molti incontri sembrano esistere soltanto perché qualcuno possa fornire a Léo un nuovo pezzo del puzzle su se stesso. Le conversazioni risultano programmatiche, talvolta eccessivamente costruite, e finiscono per produrre una sensazione di immobilità che il film non riesce a trasformare in autentica introspezione.
Anche i personaggi femminili soffrono di questa impostazione; paradossalmente, proprio un film interessato a interrogare lo sguardo maschile continua a definire le donne soprattutto attraverso la relazione che hanno avuto con il protagonista. Avrebbero la possibilità di incrinare davvero la sua prospettiva, ma raramente conquistano un’esistenza autonoma: restano tappe della biografia sentimentale di Léo.
Il presente rimane sullo sfondo
Il contrappunto più promettente è quello offerto dalla figlia. Lei appartiene a una generazione completamente diversa, è impegnata politicamente e guarda davanti a sé mentre il padre continua ostinatamente a voltarsi indietro. Intorno a loro, Parigi è attraversata da proteste, tensioni sociali e da un progressivo irrigidimento politico. Sulla carta il confronto è evidente: mentre Léo cerca risposte nella propria memoria, il mondo fuori continua a muoversi.
Eppure anche questa dimensione rimane poco più di uno sfondo. Le proteste e l’instabilità politica vengono evocate con insistenza, ma raramente entrano davvero in collisione con il percorso del protagonista. La stessa figlia, che avrebbe potuto rappresentare la voce capace di spezzare definitivamente il suo ripiegamento nostalgico, rimane troppo ai margini.
Una riflessione che non trova abbastanza forza
One Minute to Midnight vorrebbe parlare del tempo, della memoria, della ridefinizione dei rapporti tra uomini e donne e del fallimento delle aspirazioni di una generazione. Tutti temi potenzialmente fertili, che emergono qua e là attraverso alcune buone intuizioni e grazie soprattutto a un Melvil Poupaud capace di rendere credibile anche l’indolenza del personaggio.
Ma quasi tutto resta allo stato di riflessione. Più Léo si interroga, più il film gira intorno alle stesse domande senza trovare un punto di rottura. La crisi di mezza età, il ritorno nei luoghi della giovinezza, gli amori perduti, il confronto con chi è rimasto indietro o è andato avanti: sono territori già ampiamente percorsi dal cinema, e Pariser non trova uno sguardo sufficientemente nuovo per renderli davvero urgenti.
Alla fine, il paradosso più interessante è forse anche il limite maggiore dell’opera: un film che vorrebbe smontare la centralità dello sguardo maschile finisce per trascorrere quasi tutto il suo tempo all’interno di quello sguardo. E così, mentre il mondo di Léo sembra essere sul punto di cambiare radicalmente, One Minute to Midnight rimane ostinatamente fermo a contemplare il suo protagonista.
One Minute to Midnight
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