Dopo una pandemia influenzale che ha decimato la popolazione mondiale, l’America è diventata un territorio di sopravvivenza, solitudine e silenzio. In The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, Ridley Scott porta sul grande schermo il romanzo di Peter Heller e costruisce un futuro post-apocalittico nel quale l’umanità sembra essersi ridotta all’essenziale: trovare cibo, difendersi, mantenere in funzione ciò che ancora funziona e arrivare al giorno successivo. Al centro c’è Hig, interpretato da Jacob Elordi, un uomo che vive in un piccolo avamposto insieme al suo cane e a Bangley, il sopravvissuto interpretato da Josh Brolin.
Il film sceglie una strada particolare per raccontare la fine del mondo, osservando ciò che rimane dopo la catastrofe. Il ritmo è dilatato, l’atmosfera malinconica, le azioni quotidiane assumono un peso quasi rituale. L’idea avrebbe potuto trasformare The Dog Stars in un’intensa riflessione sulla solitudine e sulla necessità di ritrovare un legame umano dopo la fine della civiltà. Il problema è che il film fatica a dare a questa dimensione contemplativa una vera tensione narrativa.
Jacob Elordi è un sopravvissuto sensibile in cerca di una ragione per andare avanti
Hig è un personaggio costruito attorno alla perdita. Vive con il ricordo della moglie morta e con il peso di un mondo che ha smesso di esistere. È un uomo pratico, capace di arrangiarsi e di utilizzare le proprie competenze per sopravvivere, ma conserva una sensibilità che lo distingue da chi ha scelto di trasformare la sopravvivenza in una guerra permanente.
Jacob Elordi affronta il ruolo puntando proprio su questa dimensione più umana. Il suo Hig è silenzioso, malinconico, quasi sospeso tra il desiderio di vivere e la sensazione che vivere significhi ormai soltanto resistere. L’attore possiede una particolare capacità di trovare profondità anche nei personaggi più sgradevoli o ambigui, mentre qui deve lavorare su una figura molto più lineare.
Il risultato è una performance misurata, spesso intensa, che però si scontra con la scrittura del personaggio. Hig è circondato da tutti gli elementi che dovrebbero renderlo immediatamente empatico: il fedele pastore tedesco, il ricordo della moglie, la solitudine, la nostalgia per una vita perduta. Eppure rimane difficile penetrarne davvero la personalità.
Le immagini di lui mentre attraversa il cielo con il suo vecchio Cessna restituiscono bene questa sensazione. Hig vola sopra un paesaggio devastato, raggiunge Denver e rovista tra negozi, bar e ospedali abbandonati alla ricerca di ciò che può ancora servire. Sono sequenze che raccontano efficacemente la nuova normalità del protagonista, ma hanno bisogno di una presenza capace di interrompere quella monotonia. Ed è qui che entra in gioco Bangley.
Josh Brolin dà al film la ruvida energia che serve alla sopravvivenza
Bangley è il contraltare perfetto di Hig. Dove il protagonista cerca ancora una forma di umanità, Bangley pensa soprattutto alla sicurezza. La loro convivenza è fondata su una routine precisa: sorvegliare il territorio, alternarsi nei turni di guardia e reagire senza esitazioni agli intrusi.
Josh Brolin porta nel film una fisicità e una durezza che immediatamente alzano il livello di tensione. Il rapporto tra i due uomini è uno degli aspetti più interessanti del film perché suggerisce due modi differenti di affrontare la stessa apocalisse. Hig vuole continuare a vivere; Bangley vuole soprattutto evitare di morire.
La loro amicizia ha qualcosa di ruvido e profondamente pratico. Sono diventati una coppia quasi domestica, legata da una necessità reciproca che non ha bisogno di essere romanticizzata. La loro routine permette al film di mostrare come, in un mondo privo delle strutture sociali conosciute, persino una relazione apparentemente incompatibile possa diventare una forma di famiglia. Quando Hig decide di allontanarsi dal proprio rifugio, questa dinamica si spezza e il film cerca una nuova direzione.
Dalle montagne a un nuovo incontro: il Western incontra la distopia
Un incidente costringe Hig a raggiungere una fattoria isolata dove vivono Jack, un anziano allevatore interpretato da Guy Pearce, e sua figlia Cima, interpretata da Margaret Qualley. Anche qui la vita è organizzata intorno alla sopravvivenza e alla gestione delle risorse.
L’incontro introduce una componente sentimentale che rimane però sottile, quasi trattenuta. Tra Hig e Cima nasce un legame che potrebbe rappresentare la possibilità di tornare a immaginare un futuro. Il film preferisce però mantenere anche questa relazione dentro il suo tono dimesso.
La cosa più interessante è il modo in cui The Dog Stars – Le Stelle dopo la Fine sembra progressivamente trasformarsi in un Western post-apocalittico. Gli spazi aperti, i ranch, i cavalli, le armi e le comunità isolate riportano alla memoria il cinema della frontiera. Anche le due principali sequenze d’azione seguono questa logica: una spettacolare mandria di bufali e lo scontro con un gruppo di uomini a cavallo che attraversano il territorio come una minaccia nomade.
È proprio in quest’ultimo passaggio che emerge una questione più problematica. La rappresentazione degli aggressori ripropone una dinamica da vecchio Western, con un gruppo di uomini selvaggi trasformato in nemico indistinto. La contrapposizione tra gli eroi e gli altri sopravvissuti lascia così spazio a interrogativi sulla costruzione della violenza e su chi abbia il diritto di essere considerato dalla parte della civiltà in un mondo che ha perso quasi tutto.
Ridley Scott
costruisce un mondo suggestivo, ma il ritmo resta prigioniero della
sua stessa lentezza
Visivamente, The Dog Stars porta con sé il peso e l’esperienza di Ridley Scott. Il regista sa ancora costruire immagini capaci di dare imponenza a un paesaggio e trasformare lo spazio in parte integrante della narrazione.
La scelta di girare in Italia settentrionale per ricreare il Colorado contribuisce a creare un ambiente aspro e desolato. La fotografia di Erik Messerschmidt, dominata da tonalità scure e quasi prive di calore, rafforza la sensazione di vivere in un mondo dal quale la luce stessa sembra essersi ritirata. Questa scelta estetica è coerente con il racconto. Il paesaggio non deve essere bello nel senso tradizionale del termine: deve sembrare consumato, ostile, incapace di offrire consolazione.
Il problema emerge sul piano del ritmo. La lentezza potrebbe diventare uno strumento per approfondire la psicologia dei personaggi, ma la sceneggiatura di Mark L. Smith, che rinuncia alla narrazione in prima persona presente nel romanzo, lascia spesso Hig senza una voce interiore abbastanza forte.
Nel libro, il lettore entra direttamente nella sua percezione del mondo, tra malinconia, osservazioni sulla natura e piccoli frammenti di vita quotidiana. Il film affida tutto alla presenza di Elordi, ai paesaggi e ai silenzi. È una scelta legittima, ma richiede personaggi più stratificati di quelli che la sceneggiatura riesce a costruire.
The Dog Stars – Le Stelle dopo la Fine cerca la speranza, ma continua a guardare verso la fine

È una svolta che porta con sé anche un certo gusto per il cinema di genere tipico di Scott, regista abituato a muoversi tra territori molto diversi. Qui, però, la variazione sembra appartenere a un altro film e contribuisce a rendere ancora più fragile la coesione dell’insieme.
Eppure The Dog Stars conserva momenti di autentica forza. Il rapporto tra Hig e Bangley, la presenza del cane, il volo sopra i territori devastati e il paesaggio quasi lunare costruiscono una dimensione malinconica che avrebbe potuto diventare il cuore di un grande film sulla sopravvivenza.
La sensazione finale è quella di un’opera che possiede tutti gli strumenti per raccontare qualcosa di profondo sulla necessità di tornare a vivere dopo una catastrofe, ma li utilizza con una cautela che finisce per svuotarne parte dell’impatto.
Ridley Scott dirige con mestiere, Jacob Elordi porta sullo schermo una sensibilità trattenuta e Josh Brolin aggiunge la ruvida energia necessaria a rendere credibile la convivenza tra i sopravvissuti. Intorno a loro, Guy Pearce e Margaret Qualley completano un quartetto di interpreti capaci di sostenere il tono malinconico del film.
The Dog Stars - Le Stelle dopo la Fine
Sommario
The Dog Stars sarebbe potuto essere un’intensa riflessione sulla solitudine e sulla necessità di ritrovare un legame umano dopo la fine della civiltà. Ma il film fatica a dare a questa dimensione contemplativa una vera tensione narrativa.


Ridley Scott
costruisce un mondo suggestivo, ma il ritmo resta prigioniero della
sua stessa lentezza