Al quinto giorno di Venezia 83 arriva in Concorso The Echo Chamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro, un dramma sentimentale che prova a raccontare l’amore attraverso il suo lato più oscuro. Leo e Anne si cercano, si sfiorano, si allontanano e tornano l’uno verso l’altra dentro una relazione nella quale presenza e assenza finiscono per confondersi. Il sentimento si trasforma progressivamente in dipendenza, il desiderio assume la forma del controllo, la cura scivola verso il possesso. Sono temi che Pallaoro conosce bene e che qui affronta attraverso una storia costruita su diversi piani temporali, con la voce di Ava a fare da traccia attraverso gli anni e i ricordi.
L’operazione possiede intenzioni precise. Pallaoro racconta di essersi avvicinato alla sceneggiatura proprio perché non l’ha concepita personalmente, trovando al suo interno questioni che attraversano da tempo il suo cinema: l’intimità che diventa dipendenza, la solitudine che alimenta l’ossessione, il bisogno di trattenere ciò che continuamente sfugge. The Echo Chamber cerca dunque di entrare nella parte più fragile delle relazioni, quella nella quale l’amore può diventare una prigione costruita insieme. Il problema è che questa riflessione rimane spesso più evidente nelle intenzioni che nella materia viva del film.
Leo e Anne si rincorrono continuamente, senza riuscire a far sentire davvero il bisogno dell’altro
Luca Marinelli e Alicia Vikander interpretano Leo e Anne, due figure legate da una relazione che vive di avvicinamenti e fughe. Il film costruisce attorno a loro un movimento perpetuo: ogni volta che sembra possibile una separazione, qualcosa riporta i due personaggi nello stesso spazio emotivo. Il loro rapporto dovrebbe diventare il cuore pulsante della storia, il luogo nel quale desiderio e sofferenza si alimentano reciprocamente.
È proprio qui che The Echo Chamber trova il suo limite principale. La tossicità della relazione viene raccontata attraverso le azioni, i dialoghi e la struttura narrativa, mentre arriva con maggiore difficoltà allo spettatore come esperienza emotiva. Leo e Anne dichiarano attraverso i propri comportamenti una dipendenza reciproca molto forte, mentre il film fatica a rendere percepibile la ragione profonda di quel legame. Si rincorrono, si perdono e si ritrovano; la loro relazione sembra procedere secondo un meccanismo già programmato, lasciando poco spazio alla sorpresa e alla scoperta autentica dei personaggi.
Il risultato è una storia d’amore nella quale il concetto di dipendenza è molto più presente della sua esperienza concreta. Per un film costruito interamente su questa dinamica, la distanza pesa.
La struttura temporale trasforma la memoria in un labirinto emotivo
Pallaoro organizza il racconto attraverso diversi piani temporali, facendo della memoria uno degli elementi fondamentali della narrazione. Il passato continua a riversarsi nel presente e le esperienze vissute dai personaggi sembrano incapaci di rimanere definitivamente alle spalle. Il titolo trova qui una delle sue immagini più immediate: una camera d’eco nella quale emozioni, ricordi e ferite tornano continuamente a risuonare.
L’idea è suggestiva e coerente con la riflessione del regista. La costruzione narrativa, però, tende a rendere ancora più distante il rapporto con i protagonisti. Gli spostamenti temporali richiederebbero una forte tensione emotiva capace di accompagnare ogni frammento, mentre il film procede spesso per suggestioni e ripetizioni. Lo spettatore viene chiamato a ricostruire il rapporto tra gli eventi senza ricevere sempre una ricompensa emotiva proporzionata allo sforzo richiesto.
La sensazione è quella di un racconto che continua a tornare sugli stessi sentimenti senza riuscire a farli evolvere davvero. La ripetizione dovrebbe diventare il sintomo della prigionia psicologica dei protagonisti; in diversi momenti finisce semplicemente per rallentare il film.
The Echo Chamber ha un’idea forte e un’organizzazione che ne riduce l’impatto
Andrea Pallaoro costruisce un film riconoscibile nelle intenzioni e coerente con i temi che dichiara di voler affrontare. The Echo Chamber parla delle tracce che lasciamo nelle persone, delle relazioni che diventano rifugi e prigioni, dell’incapacità di liberarsi da ciò che continua a ferirci. La fotografia cupa e l’atmosfera costantemente sospesa accompagnano questa riflessione con una precisa coerenza visiva.
Rimane la sensazione di un’opera che avrebbe avuto bisogno di maggiore precisione narrativa. L’organizzazione degli elementi lascia spesso il film sospeso tra suggestione e sviluppo drammaturgico, mentre il coinvolgimento dello spettatore procede a intermittenza. Le idee sono numerose e alcune immagini possiedono una forza autentica, ma il racconto fatica a trasformarle in un’esperienza emotiva altrettanto intensa.
The Echo Chamber
Sommario
Un film dalle intenzioni ambiziose e dall’atmosfera suggestiva che racconta amore e dipendenza attraverso un rapporto che fatica a diventare davvero coinvolgente.
