La politica irrompe nella conferenza stampa di apertura della giuria della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, e a portare il discorso su un terreno particolarmente delicato è la presidente di giuria Maggie Gyllenhaal. In un’edizione del festival che si apre mentre guerre, tensioni internazionali e conflitti politici continuano a dominare il dibattito pubblico, la regista e attrice ha risposto senza esitazioni alla domanda se il cinema debba necessariamente essere politico. La sua posizione è netta: i film sono, secondo Gyllenhaal, “fondamentalmente, inevitabilmente politici”, perché raccontare il mondo significa inevitabilmente confrontarsi con il modo in cui quel mondo viene vissuto, osservato e interpretato.
La domanda arriva in un momento particolarmente significativo per il festival. Le guerre a Gaza e in Ucraina, le tensioni negli Stati Uniti e il crescente dibattito sulle responsabilità degli artisti hanno reso sempre più difficile separare il cinema dal contesto storico e politico nel quale viene prodotto. Gyllenhaal, che di recente ha diretto The Bride, ha però spostato il discorso dalla semplice presa di posizione politica alla funzione stessa del cinema. Per la presidente della giuria, infatti, il valore dei film risiede anche nella loro capacità di creare uno spazio di empatia, permettendo allo spettatore di entrare in contatto con esperienze e punti di vista lontani dai propri. “Come possiamo essere qui a parlare di film quando il mondo è in stato di emergenza?”, ha osservato, spiegando che proprio il cinema può offrire un’occasione per ritrovare l’empatia dentro di noi.
La posizione di Gyllenhaal diventa ancora più interessante quando il confronto si sposta sulla composizione della competizione veneziana. Quest’anno, infatti, soltanto una delle opere in corsa per il Leone d’Oro, Woman Unknown della regista danese-egiziana May El-Toukhy, è stata diretta esclusivamente da una donna. Una sproporzione che ha spinto la presidente della giuria a parlare apertamente di un problema strutturale dell’industria cinematografica.
Maggie Gyllenhaal denuncia a Venezia le difficoltà delle registe: “C’è un problema sistemico”
Inizialmente Gyllenhaal ha risposto alla domanda con una battuta sarcastica: “Immagino sia finalmente diventato chiaro che gli uomini fanno film migliori delle donne”. Dietro l’ironia, però, è arrivata una riflessione molto più seria. Secondo la regista, il problema non riguarda la mancanza di talento femminile, ma le condizioni che determinano quali film riescono a essere prodotti e quali invece rimangono fuori dal sistema. “C’è un problema sistemico”, ha dichiarato, sottolineando quanto sia più difficile per le donne ottenere finanziamenti per realizzare i propri film.
La questione investe quindi anche il modo in cui l’industria definisce il valore artistico. Gyllenhaal si è chiesta se le esperienze differenti delle donne possano portarle a raccontare storie che non vengono sempre riconosciute come “alta arte”, e soprattutto chi stabilisca cosa sia davvero importante, prestigioso o degno di essere prodotto. È una domanda che supera la semplice presenza femminile nei festival e arriva al cuore dei meccanismi attraverso cui il cinema decide quali voci meritino di essere ascoltate.
Il contesto veneziano rende queste parole ancora più significative. La stessa conferenza stampa della giuria era stata inizialmente messa in discussione per ragioni di programmazione, salvo poi essere confermata dopo le reazioni suscitate dalla possibile cancellazione. Nel frattempo, il festival si trova al centro di un dibattito politico internazionale: la collettiva Venice4Palestine ha chiesto alla Mostra di assumere iniziative concrete a sostegno della Palestina, mentre il direttore artistico Alberto Barbera ha definito la selezione di quest’anno una delle più politiche degli ultimi anni, proprio per la presenza di film dedicati a guerra, Palestina, immigrazione, cambiamenti climatici, tensioni sociali e libertà sempre più limitate.
Le parole di Gyllenhaal, dunque,
non sembrano soltanto una presa di posizione personale. In un
festival che riflette inevitabilmente il proprio tempo, diventano
una dichiarazione di principio: il cinema può scegliere di non
parlare direttamente di politica, ma difficilmente può sottrarsi
alle domande politiche, sociali e umane che attraversano il mondo
nel quale nasce.
