Sebbene il più recente adattamento di una storia classica di Stephen King realizzato da Prime Video, Carrie (leggi qui la nostra recensione), si sia concesso parecchie libertà rispetto al materiale originale, questi rischi creativi hanno dato i loro frutti. Il risultato è una versione della vicenda capace di apparire al tempo stesso nuova e familiare. Poche persone conoscono le difficoltà di portare un libro sullo schermo quanto Mike Flanagan, sceneggiatore e regista di The Haunting of Hill House.
Diversi progetti originali di Flanagan, come Hush e Midnight Mass, hanno ottenuto recensioni eccellenti. Eppure, sia i suoi lavori più riusciti sia quelli meno convincenti sono adattamenti di libri scritti da altri autori. Nel 2018, The Haunting of Hill House ha reinventato radicalmente l’iconico romanzo horror omonimo di Shirley Jackson, trasformandolo in una saga familiare multigenerazionale e diventando, nel frattempo, una delle serie horror televisive più apprezzate di sempre.
Un’operazione simile era riuscita anche nel 2017 con Il gioco di Gerald, interpretato da Carla Gugino: Flanagan aveva portato sullo schermo un romanzo di Stephen King che per lungo tempo era stato considerato impossibile da adattare. Al contrario, Doctor Sleep, sequel di Shining uscito nel 2019, e la rilettura del 2020 The Haunting of Bly Manor, ispirata a Il giro di vite, avevano raccolto giudizi più contrastanti, interrompendo la serie di successi del regista con gli adattamenti letterari. Per fortuna, Carrie, la miniserie di Prime Video, dimostra che Flanagan conserva intatta la capacità di trasformare un’opera letteraria in un risultato cinematografico e televisivo di grande efficacia.
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Mike Flanagan modernizza perfettamente la storia di Carrie
Pubblicato nel 1974, Carrie, romanzo d’esordio di Stephen King, rimane una delle sue opere più celebri. Anche se It e il suo Pennywise potrebbero aver raggiunto una popolarità ancora maggiore, l’adattamento cinematografico del 1976 diretto da Brian De Palma, candidato a diversi premi Oscar, ha impresso nella memoria di un’intera generazione la storia di un’adolescente bullizzata e dotata di poteri telecinetici. Reinventare Carrie a cinquant’anni di distanza rappresentava quindi una sfida considerevole.
Fortunatamente, la miniserie a lungo attesa di Flanagan è riuscita nell’impresa attraverso una serie di modifiche particolarmente intelligenti. Innanzitutto, il rapporto tra Carrie e sua madre è molto meno inequivocabilmente abusivo. Questa scelta rende Margaret White, che nella versione originale rischiava di apparire come una figura quasi caricaturale, un’antagonista più complessa. Inoltre, la serie approfondisce le storie personali dei bulli di Carrie, restituendo loro una dimensione più umana e credibile.
La modifica più interessante riguarda però il modo in cui viene rappresentata l’esperienza scolastica di Carrie. Non siamo più di fronte a una normale storia di formazione ambientata nella periferia americana, segnata da episodi di bullismo particolarmente crudeli. Le esercitazioni scolastiche in caso di sparatoria e i metal detector installati nei corridoi rendono l’ambiente scolastico pericoloso e inquietante anche al di là delle vessazioni subite dalla protagonista. La serie, inoltre, assume una posizione molto più critica nei confronti del sistema dell’istruzione pubblica statunitense, cronicamente sottofinanziato, rispetto a quanto facessero il romanzo di King e il film di De Palma.
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Le modifiche di Flanagan a Carrie bastano a sorprendere ancora i fan del romanzo e del film
La versione di Carrie firmata da Flanagan conserva tutti i passaggi fondamentali che il pubblico si aspetta dalla storia, ma introduce abbastanza complicazioni da lasciare nell’incertezza anche i lettori più affezionati di King, quelli che l’autore definisce spesso i suoi Constant Reader. In questa rilettura, per esempio, Sue si comporta inizialmente in modo ancora più crudele nei confronti di Carrie, mentre il suo fidanzato Tommy si rivela inaspettatamente comprensivo verso la nuova arrivata.
Anche Margaret White assume contorni più ambigui. In alcuni momenti sembra desiderare davvero il meglio per sua figlia, pur essendo del tutto incapace di crescerla e proteggerla nel mondo contemporaneo. Poi, proprio quando lo spettatore comincia a comprendere il suo punto di vista, la donna torna a rivelare i tratti della fanatica religiosa mostruosa e violenta descritta nel romanzo di King. La serie Crystal Lake ha scelto un approccio in parte simile, umanizzando Pamela Voorhees, l’antagonista di Venerdì 13. La rilettura di Flanagan, tuttavia, si confronta con una difficoltà specifica.
Da quando Carrie è arrivato nelle librerie nel 1974 e ha conosciuto la sua prima trasposizione cinematografica nel 1976, il nazionalismo cristiano violento è diventato una minaccia sociale sempre più rilevante negli Stati Uniti. Organizzazioni come il Southern Poverty Law Center e il Center for American Progress lo indicano tra i problemi più gravi per il futuro del Paese. In questo contesto, rendere Margaret White eccessivamente comprensibile rischierebbe di produrre un effetto problematico. Trasformarla in una semplice antagonista, d’altra parte, priverebbe il personaggio della complessità e della componente tragica presenti nell’opera di King. Per fortuna, con la consueta abilità, Flanagan trova il giusto equilibrio nella sua Carrie per Prime Video.
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