È decisamente un periodo d’oro per i fan di Stephen King. Da The Running Man a The Long Walk fino a The Life of Chuck, alcune opere dello scrittore del brivido hanno recentemente goduto di adattamenti cinematografici di buon livello dopo una serie di trasposizioni a dir poco deludenti (ci riferiamo a te, Andy Muschietti). In questa “rinascita” di King al cinema, l’autore che di recente si è maggiormente distinto nel saperlo adattare per lo schermo è Mike Flanagan, già regista di The Life of Chuck ma che aveva avuto a che fare con lo scrittore già per Il gioco di Gerald e Doctor Sleep. In attesa dell’annunciato The Mist e della possibile serie su La torre nera, egli porta ora su Prime Video una nuova versione di Carrie, primo romanzo di King e già passato in due occasioni sul grande schermo (la prima volta nel 1976 per la regia di Brian De Palma e poi nel 2013 con protagonista Chloe Grace Moretz).
Per chi scrive, quella di Carrie è uno delle storie più struggenti e dolorose di sempre. Una storia di emarginazione e violenza, di chi credeva di aver realizzato il proprio sogno solo per vederlo infrangersi subito dopo sotto una cascata di sangue. Sono proprio questi elementi, così reali, a renderla una storia horror. Un racconto di formazione (o distruzione) in cui soprannaturale e cattiveria umana si fondono con conseguenze terribili. Aspetti, questi, già trattati a loro modo dalle precedenti trasposizioni del romanzo, ma che Flanagan arricchisce con una serie di intuizioni vincenti, sia a livello narrativo che di messa in scena. Dopo averla vista, si può così facilmente affermare che la nuova Carrie è una delle serie dell’anno, nonché uno dei migliori adattamenti di King ad oggi realizzati. Ma andiamo con ordine a scoprire perché.
La trama di Carrie
Carrie White (Summer H. Howell), una studentessa liceale emarginata, ha trascorso tutta la sua vita rinchiusa tra le mura di casa insieme alla madre Margaret (Samantha Sloyan), che la protegge con grande determinazione. Dopo che la morte improvvisa e prematura di suo padre la catapulta nell’inesorabile ecosistema del liceo pubblico, Carrie è costretta ad affrontare uno scandalo di bullismo virale che sconvolge la sua comunità, la pressione incessante e la crudeltà spietata dell’era dei social media, nonché il risveglio di misteriosi poteri telecinetici che emergono parallelamente alla sua adolescenza.
Il romanzo di Stephen King, dagli anni Settanta all’era dei social media
Quando è stato reso noto che Mike Flanagan si sarebbe dedicato ad un nuovo adattamento di Carrie, i primi interrogativi riguardavano il cosa avrebbe distinto la sua versione da quelle precedenti realizzate per il cinema. La storia di Carrie, dei suoi conflitti con la madre fanatica e con i bulli a scuola, dei suoi spaventosi poteri e della violenza che ne consegue, sono ormai ampiamente noti e non bastano più a giustificare una nuova trasposizione del libro. Flanagan, che si è ormai affermato non solo come profondo conoscitore delle opere di King, ma anche come autore in grado di comprendere la natura più profonda di questi racconti, opta dunque non solo per un’attualizzazione del romanzo, ma lo amplia senza tradirlo, rendendo quella di Carrie una vicenda a partire dalla quale affrontare con grande lucidità diversi aspetti e degenerazioni della società odierna.
Tanto per dirne una, la sequenza dell’esercitazione scolastica per difendersi da possibili aggressori armati è a dir poco da brividi, favoriti anche dalla recitazione di Summer H. Howell (su cui torneremo più avanti), capace di renderci partecipi di un momento tanto spaventoso quanto tristemente frequente. Ma il focus della serie si sposta poi sui social media, strumenti a partire dai quali si mettono in moto molti dei principali snodi narrativi. In che modo i bulli oggi tormentano le loro vittime? Se nei precedenti film dedicati a Carrie ciò avveniva tramite derisioni, scherzi di cattivo gusto o altre intimidazioni nel quotidiano, oggi ciò avviene tramite la condivisione di materiale più o meno imbarazzante, più o meno privato, di chi si vuole colpire.
La serie riflette e approfondisce molto questo aspetto e le sue conseguenze, sia su chi le subisce che su chi le perpetra senza rendersi conto dei rischi. Può sembrare un dettaglio da poco e forse anche un discorso “già vecchio”, ma non capita tutti i giorni di vedere tale problematica analizzata con così tanta precisione e dovizia di particolari. Flanagan comprende benissimo che la riproducibilità di immagini e video denigranti può avere un impatto spaventoso. Se nel romanzo (e nei film) le prime mestruazioni di Carrie non erano filmabili e potevano essere conservate solo nella memoria dei presenti al momento, nella serie quell’episodio può invece essere visto e rivisto, deformato, enfatizzato. In poche parole, consegnato ad un pubblico illimitato.
Partendo così da questa riflessione sul potere delle immagini e dei social media, la serie Carrie si apre poi a tutta una serie di altre dinamiche oggi estremamente diffuse. Non solo i social che diventano veri e propri tribunali dove si lanciano accuse e si stabiliscono a priori dei colpevoli, ma anche l’ipocrisia degli autoproclamatisi paladini della giustizia, fino all’evoluzione di movimenti di protesta nati da un odio comune e che ricordano i tanti oggi presenti negli Stati Uniti (e non solo). Basterebbe già solo tutto questo e il modo in cui viene affrontato a rendere la serie un’adattamento assolutamente riuscito dell’opera di King. Ma Flanagan non si accontenta di fotografare in modo nitido il contemporaneo, lavorando affinché Carrie risulti una serie estremamente godibile anche solo per il puro piacere dell’occhio (e dell’orecchio).
Personaggi tridimensionali in mano ad ottimi interpreti
Un elemento che si può facilmente rinfacciare ai personaggi di Carrie, specialmente alle sue versioni cinematografiche, è la bidimensionalità di alcuni personaggi. Per fare un esempio, Chris Hargensen è la classica bella e bulla, mentre Margareth White è una madre puritana affetta da turbe psichiche e ossessionata dal peccato e dalla religione. Proprio loro due, nella serie di Flanagan, vivono un’arricchimento e una trasformazione assolutamente vincenti, che le porta ad essere due antagoniste tridimensionali, umane e, nei limiti del possibile, più comprensibili. Chris arriva a compiere ciò che compie in quanto proveniente da situazioni famigliari complesse, mentre Margareth è qui una donna più razionale, più materna, meno confinata tra le mura domestiche e più astuta stratega. A tal fine, le interpretazioni Alison Thornton e Samantha Sloyan (frequente collaboratrice di Flanagan) sono ottime.
Si fanno apprezzare anche altri comprimari come la Sue Snell di Siena Agudong, il preside Henry Grayle di Matthew Lillard e la professoressa Rita Desjardin di Amber Midthunder (celebre per Prey). Ma la star indiscussa è lei, Summer H. Howell, classe 2004, ad oggi nota principalmente per La maledizione di Chucky e Garm Wars – L’ultimo druido. Qui chiamata ad assumere il ruolo di Carrie White, Howell dà vita ad un’interpretazione emozionante, risultando convincente tanto nei momenti di maggior gioia per Carrie (con i suoi occhioni che schizzano in ogni direzione per cogliere ogni dettaglio del nuovo mondo che la circonda) sino a quelli più dolorosi. Un’ampia gamma di emozioni che la giovane attrice riesce a coprire con grande mestiere, dimostrando di aver compreso bene il suo personaggio e il suo animo.
L’orrore è nel mondo che ci circonda
Attraverso questa pluralità di personaggi, Flanagan restituisce così al racconto la stessa molteplicità di sguardi e testimonianze che caratterizza il romanzo. Gli è utile anche per poter spaziare verso tutte le direzioni prima menzionate, ma anche per poter inserire nel racconto quegli episodi in più che consentono di estenderne la durata (il libro, tra i più brevi di King, conta circa 200 pagine). Nel farlo, riesce però ad evitare di scadere in inutili lungaggini. Anzi, di questa prima stagione di Carrie (su tre attualmente ipotizzate) si può dire che non ci sia neanche un episodio cosiddetto “filler”. Ogni evento, ogni scena, ogni battuta è attentamente valutata affinché risulti essenziale e contribuisca all’effettivo avanzamento del racconto. Così facendo, il ritmo risulta sempre sostenuto, anche nei momenti di maggior “quiete”.
Se si cerca l’elemento horror, questo non manca, sebbene venga – giustamente – adoperato a piccole ma significative dosi. Ma l’orrore non si genera unicamente con il sangue e l’elemento soprannaturale dato dai poteri della protagonista. Lo si avverte nel senso di minaccia costante, nell’imprevedibilità di certi personaggi, nelle scelte che compiono per distruggere gli altri. Lo si ritrova negli occhi di una ragazza che credeva di star scoprendo un mondo tanto bello quanto nuovo, solo per poi comprendere drammaticamente quanta cattiveria possa esserci negli esseri umani. In poche parole, l’orrore si ritrova nel mondo di tutti i giorni. Come anche nell’atmosfera densa della serie, mai eccessivamente carica ma dotata di tutti gli ingredienti giusti per far vivere una montagna russa di emozioni. E anche là dove il racconto può risultare prevedibile (si veda il personaggio di Emaline), il tutto viene comunque costruito con grande sapienza.
Dopo il cupo Doctor Sleep e il gioioso The Life of Chuck, Flanagan realizza dunque quello che è probabilmente il suo miglior adattamento di un’opera di King. Fa leva su quello che è uno degli aspetti più affascinanti dello scrittore del brivido, ovvero il proporre racconti di formazione che fanno dell’orrore una metafora sulla paura di crescere, per consegnarci una nuova versione di questa storia che utilizza un linguaggio giovanile (apprezzatissima la scelta dei brani che accompagnano e commentano i momenti chiave della serie), coerente con il contesto adolescenziale, ma dal quale emergono riflessioni molto più profonde ed elaborate di quanto potrebbe apparire ad un primo sguardo. È dunque una serie che raggiunge molteplici traguardi e che ci spinge a dire: che venga affidato a Flanagan ogni futuro adattamento di King.
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Carrie
Sommario
Mike Flanagan firma uno degli adattamenti di Stephen King più riusciti degli ultimi anni, trasformando Carrie in una serie intensa, attuale e sorprendentemente ricca. Tra personaggi tridimensionali, ottime interpretazioni e una lucida riflessione sull’orrore contemporaneo, la serie conferma Flanagan come il regista ideale per portare King sullo schermo.
