Quando Mike Flanagan ha annunciato di voler trasformare Carrie in una serie televisiva (leggi qui la nostra recensione), c’era ovviamente scetticismo tra i fan. Abbiamo già avuto numerose versioni della storia, a cominciare da quella diretta da Brian De Palma nel 1976, il primo adattamento del romanzo di Stephen King. Inoltre, ci sono ancora moltissime opere di King perfette per una trasposizione cinematografica o televisiva che non hanno mai raggiunto lo schermo. Rifare Carrie non sembrava necessario, soprattutto sotto forma di serie. Il romanzo, del resto, contiene a malapena materiale sufficiente a sostenere una storia di quella lunghezza: King dovette arricchirlo con capitoli epistolari e ritagli di giornale per raggiungere il numero di pagine desiderato. Come si poteva pensare, quindi, di ricavarne più stagioni televisive?
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La prima stagione da poco arrivata su Prime Video, però, sta facendo ricredere i fan. Flanagan ha preso gli elementi fondamentali di Carrie — la città e i suoi abitanti, la scuola con il personale e gli studenti, l’imminente strage al ballo, il fanatismo puritano di Margaret White e il fatidico episodio dopo l’ora di ginnastica — e li ha ampliati, dando vita a un’altra delle sue magistrali opere horror, sulla scia di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. Come in quelle serie, i personaggi sono abbastanza interessanti da spingere a continuare la visione anche in assenza di fenomeni soprannaturali. L’orrore serve a rappresentare e intensificare i loro conflitti drammatici, anziché limitarsi a provocare spaventi improvvisi, pur riuscendo anche in questo intento.
La serie di Flanagan si dimostra dunque essere una lezione di come si possa adattare un’opera. La narrazione recupera perfettamente l’atmosfera del romanzo, alternando i dispositivi narrativi che fanno da cornice e le testimonianze dei diversi personaggi alla prospettiva di Carrie, ma riorganizza gli eventi per adattarli al nuovo formato. Le lettere e gli articoli di giornale funzionavano sulla pagina; Flanagan li trasforma in un mistero corale che ricorda, per struttura, Big Little Lies.
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Carrie 2026 aggiorna davvero il classico di Stephen King
Per molto tempo, l’adattamento di Carrie diretto da Brian De Palma è stato considerato il punto di riferimento assoluto. La storia ha avuto sequel, spin-off e nuove reinterpretazioni, ma il film di De Palma — a parte la bizzarra sequenza in cui i personaggi provano gli smoking — resta una trasposizione quasi perfetta, capace di trasferire con grande abilità il racconto dalla pagina allo schermo. Eppure, il romanzo rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. Il film di De Palma ha dato vita al libro di King, mentre gli adattamenti successivi hanno ampliato il passato dei personaggi, approfondito le loro personalità e riletto la vicenda alla luce di epoche differenti.
Il principale argomento promozionale del remake del 2013, con Chloë Grace Moretz nel ruolo di Carrie, era la promessa di aggiornare la storia all’epoca di Internet e dei social network. Carrie per il XXI secolo: questa era l’idea alla base del progetto. Alla prova dei fatti, però, l’operazione si è tradotta in poche modifiche sostanziali. Le novità tecnologiche più evidenti erano due: la scena delle docce veniva ripresa con i telefoni degli studenti e Carrie cercava informazioni sulla telecinesi su Google quando cominciava a scoprire i propri poteri. Per il resto, il remake lasciava pressoché intatta la storia originale, compresa la discutibile sequenza degli smoking.
La serie di Flanagan, invece, aggiorna davvero il racconto. Questa è Carrie nel XXI secolo: esercitazioni scolastiche per prepararsi alle sparatorie, una Margaret White ultraconservatrice e un falso profilo Instagram chiamato CarrieRed. È il primo adattamento successivo al film di De Palma — e dunque il primo in cinquant’anni — che riesce a giustificare pienamente la propria esistenza e a lasciare un segno significativo sul materiale di partenza.
Summer H. Howell potrebbe non corrispondere alla descrizione del libro, ma è una Carrie White perfetta
Uno dei temi più controversi negli adattamenti di Carrie, fin dal film di De Palma, riguarda la scelta dell’attrice protagonista. Nel romanzo, Stephen King descrive Carrie come una «ragazza robusta con brufoli sul collo, sulla schiena e sui glutei». Hollywood, però, è restia ad affidare ruoli da protagonista ad attori che non corrispondano ai canoni estetici convenzionali. Per questo, nel tempo, il personaggio è stato interpretato da attrici come Sissy Spacek e Chloë Grace Moretz, entrambe lontane dalla descrizione fisica presente nel libro.
Quando Flanagan ha scelto Summer H. Howell per interpretare Carrie, le stesse critiche sono riemerse. La selezione dell’attrice è stata contestata perché il suo aspetto non corrisponde alla descrizione del romanzo. Guardando la serie, tuttavia, questa obiezione perde importanza: Howell potrebbe non avere le caratteristiche fisiche immaginate da King, ma è una Carrie White perfetta. Riesce a rendere con grande efficacia l’impaccio, le difficoltà nelle relazioni sociali, la profonda tristezza e la rabbia del personaggio. È la migliore interpretazione di Carrie dai tempi di Sissy Spacek, che a sua volta aveva superato le differenze rispetto alla descrizione letteraria grazie alla capacità di incarnare pienamente la protagonista che conosciamo.
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Howell è il cuore della serie e sostiene senza difficoltà il peso del racconto, ma Flanagan ha costruito intorno a lei un cast corale di grande livello. Siena Agudong interpreta una Sue Snell capace di suscitare immediata empatia, mentre Matthew Lillard è convincente nel ruolo del preside, costretto a gestire una situazione sempre più difficile. Amber Midthunder è invece perfetta nei panni dell’insegnante di Carrie, una donna diretta e incapace di tollerare sciocchezze.
Samantha Sloyan, invece, sembra nata per interpretare Margaret White. Non si limita a riprodurre le interpretazioni di Piper Laurie e Julianne Moore, ma costruisce una versione personale del personaggio. Laurie e Moore avevano rappresentato Margaret soprattutto come una vera e propria antagonista, offrendo entrambe interpretazioni notevoli. La Margaret di Sloyan, invece, è molto più complessa. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi a condividere il punto di vista di Margaret White, eppure la sua vendetta sul luogo di lavoro e la campagna sui social contro i bulli che tormentano Carrie attraverso CarrieRed risultano stranamente appaganti. Per citare un’altra opera di Mike Flanagan, che a sua volta riprende un testo di Walt Whitman, questa Margaret è un personaggio che racchiude molteplici sfaccettature.
Anche Alison Thornton, nel ruolo della capobanda delle ragazze prepotenti, Chris Hargensen, offre un’interpretazione dolorosamente credibile, paragonabile a quella di Nancy Allen nel film di De Palma. La versione cinematografica presentava Chris, proprio come Margaret, come un’antagonista priva di particolari sfumature. La serie televisiva, invece, le conferisce maggiore profondità: la campagna d’odio contro Carrie nasce da una spirale di insicurezza e disprezzo per se stessa. Chris deve fare i conti con il fallimento economico del padre, il divorzio dei genitori e la partenza della sua migliore amica per il college, mentre il proprio futuro appare sempre più incerto e minaccioso. Questo non significa che diventi un personaggio amabile, ma permette di comprendere le ragioni del suo comportamento.
Alcune modifiche rispetto al materiale originale — soprattutto il nuovo finale di Carrie — hanno scontentato una parte dei fan. Nel complesso, però, la serie rappresenta un altro grande risultato per Mike Flanagan, tanto come adattamento di Stephen King quanto come riuscita combinazione di horror soprannaturale e dramma umano. Insieme a Carrie, a Spider-Noir e a Neagley, la prima serie spin-off di Reacher, Amazon Prime Video sta dimostrando quest’anno di saper valorizzare con successo proprietà intellettuali già affermate, trasformandole in nuove produzioni capaci di attirare il pubblico.
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