Copycat – Omicidi in serie è tratto da una storia vera? La verità sul film con Sigourney Weaver

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Uscito nel 1995 e diretto da Jon Amiel, Copycat – Omicidi in serie è un thriller psicologico costruito intorno a una delle paure più inquietanti legate alla figura del serial killer: l’idea che un assassino possa studiare i crimini dei suoi predecessori e trasformarli in un modello da replicare. Al centro della storia ci sono la psicologa criminale Helen Hudson, interpretata da Sigourney Weaver, e la detective M.J. Monahan, interpretata da Holly Hunter, impegnate a fermare un assassino che riproduce le modalità operative di alcuni dei più famosi criminali della storia americana.

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La domanda sulla sua origine è quindi particolarmente interessante, perché il film utilizza nomi, comportamenti e delitti realmente esistiti per costruire il proprio antagonista. Copycat – Omicidi in serie non è però basato su una storia vera: la vicenda di Helen Hudson, M.J. Monahan e del serial killer Peter Foley è interamente inventata. La sceneggiatura di Ann Biderman e David Madsen prende piuttosto spunto dalla realtà criminale e dalla psicologia dei serial killer, trasformando assassini realmente esistiti come Ted Bundy, Jeffrey Dahmer e David Berkowitz in modelli imitati da un criminale immaginario.

La storia vera dietro Copycat – Omicidi in serie non esiste: il film inventa il killer, ma utilizza i veri serial killer come modello

Per comprendere quanto Copycat – Omicidi in serie sia vicino e contemporaneamente lontano dalla realtà bisogna partire proprio dal significato del titolo. Il termine copycat indica infatti un comportamento imitativo e, in ambito criminale, viene utilizzato per descrivere quei delitti che riproducono elementi di crimini precedenti. Il film porta questa idea all’estremo, immaginando un assassino che costruisce deliberatamente la propria identità sulla base dei più celebri serial killer della storia. Il meccanismo narrativo è dunque fittizio, mentre i riferimenti utilizzati per renderlo credibile appartengono alla cronaca nera reale.

La protagonista Helen Hudson è anch’essa un personaggio inventato. È una psicologa criminale specializzata nello studio dei serial killer che, dopo essere stata aggredita da un ex soggetto di studio evaso dal carcere, sviluppa una grave agorafobia. Il trauma la porta a rinchiudersi nel proprio appartamento, dal quale continua a gestire la propria vita attraverso il computer e con l’aiuto del suo assistente Andy. Quando una serie di omicidi sconvolge San Francisco, la polizia si rivolge proprio a lei per cercare di comprendere la mente dell’assassino.

La costruzione del personaggio permette al film di creare una particolare tensione: Helen conosce il comportamento dei criminali, ma non riesce più a confrontarsi fisicamente con il mondo esterno. La sua competenza diventa quindi fondamentale proprio nel momento in cui la sua vulnerabilità personale la rende apparentemente incapace di affrontare il pericolo. La detective M.J. Monahan rappresenta invece l’approccio opposto, quello dell’investigazione sul campo. Il rapporto tra le due donne costituisce uno degli elementi più originali del film.

Anche il serial killer è frutto della fantasia degli sceneggiatori. Peter Foley non è la trasposizione di un criminale realmente esistito e non corrisponde a un caso specifico della cronaca americana. Il suo metodo nasce dalla combinazione di diversi assassini reali, studiati da Helen durante una lezione universitaria. Tra i nomi citati dal film compaiono Albert DeSalvo, associato alla figura dello “Strangolatore di Boston”, David Berkowitz, Jeffrey Dahmer, Ted Bundy e i cosiddetti “Hillside Stranglers”.

Il film utilizza quindi una base documentaria autentica per costruire una storia completamente immaginaria. Gli omicidi che vediamo sullo schermo non sono ricostruzioni di delitti realmente avvenuti e la collaborazione tra Helen e la polizia non deriva da un caso storico specifico. È proprio questa sovrapposizione tra elementi reali e invenzione narrativa a rendere Copycat particolarmente convincente: il pubblico riconosce criminali realmente esistiti e, quasi inconsapevolmente, può percepire come autentica anche la vicenda che li circonda.

Dal trauma di Helen alla caccia a Peter Foley: come si sviluppa e si conclude la storia di Copycat

Copycat - Omicidi in serie spiegazione finale

La vicenda prende una svolta quando Helen comprende che gli omicidi non sono casuali. Il responsabile sta seguendo una sequenza precisa, ispirandosi ai serial killer che lei stessa aveva presentato durante la lezione universitaria tenuta la sera dell’aggressione. La scoperta trasforma la conoscenza specialistica della psicologa in una sorta di codice da decifrare. Helen e M.J. capiscono così che il prossimo delitto dovrebbe riprodurre quello di Jeffrey Dahmer, ma non riescono immediatamente a stabilire dove l’assassino colpirà.

Nel frattempo la minaccia si avvicina sempre più alla protagonista. Andy viene attirato dal killer in un locale e ucciso secondo modalità che richiamano proprio Dahmer. Una testimone permette quindi alla polizia di identificare il sospetto come Peter Foley, un uomo già noto alle autorità anche per i suoi contatti con Daryll Lee Cullum, il criminale che aveva aggredito Helen all’inizio della storia. L’indagine conduce gli investigatori verso la casa di Foley, ma l’uomo riesce a sfuggire alla cattura.

La situazione precipita quando Foley rapisce Helen. Il killer lascia a M.J. una registrazione e la costringe a partecipare a un nuovo gioco di imitazione, indicandole attraverso gli indizi il luogo nel quale ha portato la psicologa. È la stessa aula nella quale Helen era stata aggredita anni prima. Foley vuole trasformare il proprio ultimo delitto in una replica perfetta dell’episodio che ha segnato la vita della sua vittima, chiudendo il cerchio attraverso una messinscena criminale costruita sulla memoria di Helen.

M.J. raggiunge il luogo e trova Helen legata, imbavagliata e appesa. Foley le spara al petto, senza sapere che indossa un giubbotto antiproiettile, e la lascia priva di sensi. Quando sta per completare il proprio piano, Helen reagisce in modo inatteso: nel tentativo di sabotare la scena che il killer vuole ricreare, tenta di impiccarsi. Foley, vedendo compromessa la propria rappresentazione, interviene per salvarla e questo permette alle due donne di reagire.

Lo scontro finale si sposta sul tetto dell’edificio. Foley riesce quasi a raggiungere Helen, ma M.J. torna in scena e gli spara al braccio, offrendogli un’ultima possibilità di arrendersi. Quando l’uomo impugna nuovamente la pistola, la detective lo colpisce ripetutamente e lo uccide. La vicenda sembrerebbe conclusa, ma il film inserisce un’ultima inquietante rivelazione: Daryll Lee Cullum, il criminale che aveva aggredito Helen all’inizio della storia, continua a esercitare la propria influenza e scrive a un altro seguace spiegandogli come uccidere la psicologa.

Copycat – Omicidi in serie e la realtà dei serial killer: perché il film non racconta un caso vero ma resta legato alla cronaca

Harry Connick Jr. in Copycat - Omicidi in serie
Harry Connick Jr. in Copycat – Omicidi in serie

La conclusione conferma quindi che non esiste una singola “storia vera” dietro Copycat – Omicidi in serie. Il film utilizza invece la realtà criminale come materia narrativa. Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, David Berkowitz, Albert DeSalvo e gli altri assassini citati sono persone realmente esistite, ma il loro collegamento attraverso la figura di Peter Foley è un’invenzione cinematografica. La stessa Helen Hudson non è una criminologa realmente coinvolta in un’indagine di questo tipo.

Questa distinzione è importante anche per comprendere il tono del film. Jon Amiel non voleva realizzare una semplice storia di serial killer, ma un thriller nel quale la violenza fosse osservata anche attraverso l’esperienza delle sue vittime. Una delle modifiche più significative apportate alla sceneggiatura riguardò proprio M.J. Monahan: inizialmente il detective era stato concepito come un uomo e la sceneggiatura prevedeva anche una componente sentimentale con Helen. Amiel scelse invece di trasformare il personaggio in una donna e di eliminare la storia d’amore, mettendo al centro due protagoniste femminili alle prese con la violenza.

Questa scelta modifica profondamente la prospettiva del racconto. Helen e M.J. non sono costruite soltanto come strumenti per dare la caccia a un assassino, ma come due donne che reagiscono in modi differenti a una violenza che ha segnato le loro vite. Helen affronta il trauma attraverso l’isolamento e la conoscenza, M.J. attraverso l’azione e il lavoro investigativo. Il film utilizza così il genere thriller per parlare anche delle conseguenze psicologiche della violenza e del modo in cui essa può continuare a condizionare le persone molto tempo dopo l’evento.

La ricerca di una fonte reale può inoltre essere alimentata da un curioso caso letterario. Nel 2019 il New Yorker osservò alcune somiglianze tra l’impostazione di The Woman in the Window, romanzo d’esordio di A.J. Finn pubblicato nel 2018 (da cui è stato tratto un film omonimo), e quella di Copycat. Entrambe le opere presentano infatti una protagonista isolata nella propria abitazione, una condizione psicologica debilitante e un coinvolgimento in una vicenda criminale osservata da una posizione di forte vulnerabilità. Il regista Jon Amiel, informato della somiglianza, la definì significativa pur senza entrare nel merito di eventuali conseguenze legali.

Alla fine, dunque, Copycat – Omicidi in serie non è tratto da una storia vera, e non esiste un caso reale corrispondente alla caccia a Peter Foley. La sua autenticità nasce altrove: nella scelta di costruire la finzione a partire da criminali, comportamenti e paure realmente appartenuti alla storia della criminologia. Il film prende la figura del copycat killer, la porta all’estremo e la trasforma in una minaccia narrativa capace di utilizzare la memoria dei crimini reali come arma. È proprio questo confine tra realtà e invenzione a rendere ancora oggi efficace il thriller di Jon Amiel: ciò che accade a Helen Hudson e M.J. Monahan non è successo davvero, ma il mondo criminale dal quale il loro persecutore prende ispirazione appartiene, in larga parte, alla storia vera.

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Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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