Nikita è uno dei film più importanti della prima fase della carriera di Luc Besson (regista anche di Lucy e Valerian e la città dei mille pianeti), un thriller d’azione del 1990 che mette al centro una protagonista apparentemente impossibile da redimere. Interpretata da Anne Parillaud, Nikita viene introdotta come una giovane dipendente dalla droga, violenta e priva di prospettive, condannata all’ergastolo dopo aver ucciso un poliziotto durante una rapina. La sua vita cambia quando il governo ne simula la morte e le offre una scelta estrema: diventare un’assassina al servizio di un’organizzazione segreta oppure essere considerata definitivamente morta.
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Da quel momento il film racconta la costruzione di una nuova identità. Nikita viene addestrata, trasformata fisicamente e psicologicamente e infine inserita nella società sotto il nome di Marie, fino a incontrare Marco, un uomo che la ama senza conoscere la sua vera natura. Il finale porta questa doppia esistenza al punto di rottura: quando Marco scopre chi è davvero, la convince a sparire, mentre Bob, il rappresentante dell’organizzazione, comprende che Nikita non può più tornare a essere quella che era. La sua fuga non rappresenta quindi una semplice evasione: è il tentativo di riprendersi un’identità che il sistema le aveva sottratto.
Dal thriller criminale alla spy story di Luc Besson: Nikita trasforma la macchina d’azione in una storia sulla costruzione di un’identità
Quando Luc Besson realizza Nikita, porta nel cinema francese una combinazione molto particolare di action, noir e spy movie. Il film conserva la spettacolarità dell’azione, ma la mette al servizio di una protagonista che deve essere letteralmente ricostruita. Nikita non nasce come agente segreto: viene trasformata in una risorsa operativa dal Centre, che prende una persona considerata perduta e ne sfrutta la capacità di sopravvivere.
È un’idea destinata a diventare centrale nell’immaginario di Besson, che tornerà più volte sulla figura della donna combattente capace di muoversi dentro mondi dominati dalla violenza. La protagonista di Nikita anticipa così, sotto molti aspetti, personaggi come Leeloo di Il quinto elemento e soprattutto Mathilda di Léon, dove ancora una volta una giovane donna viene costretta a confrontarsi con la violenza e con la possibilità di trasformarla in una forma di autodeterminazione.
La differenza è che Nikita vive questa trasformazione dall’interno. Amande la educa, la rende elegante e sofisticata, le insegna a controllare il corpo e a utilizzare la propria presenza come parte dell’arma. L’addestramento costruisce una femme fatale che sembra perfettamente funzionale al mondo del Centre, ma sotto quella nuova superficie rimane una persona che desidera una vita normale.
È proprio il rapporto con Marco a rendere evidente questa frattura. Lui conosce Marie, non Nikita, e si innamora della donna che lei è riuscita a costruire lontano dalle missioni. Il paradosso è che quella vita ordinaria diventa contemporaneamente la sua più grande possibilità di salvezza e la minaccia più seria per l’organizzazione. Più Nikita scopre cosa significhi essere una persona, meno riesce ad accettare di essere soltanto uno strumento.
Il finale di Nikita segna la rottura definitiva con il Centre: Marco la convince a sparire prima che la sua seconda identità venga distrutta
Il punto di svolta arriva dopo la missione nell’ambasciata, quando l’operazione precipita nel caos e Nikita comprende quanto sia diventata pericolosa la propria vita. L’intervento di Victor, il brutale “Cleaner” interpretato da Jean Reno, rende evidente la logica interna del Centre: gli errori devono essere cancellati e chi li commette può essere sacrificato senza esitazioni.
Victor muore dopo aver portato Nikita in salvo, ma quell’esperienza contribuisce a incrinare definitivamente il rapporto della donna con la propria professione. Non è più in grado di separare l’assassina dalla persona che sta cercando di diventare. La violenza delle missioni continua a entrare nella sua vita privata e a modificare il rapporto con Marco.
Quando Marco scopre la verità, la sua reazione è decisiva. Non la denuncia, non la consegna alle autorità e nemmeno pretende di riportarla alla normalità. Le propone invece di scomparire. È una scelta che rovescia la logica con cui il Centre aveva controllato l’esistenza di Nikita: l’organizzazione aveva cancellato la sua identità per trasformarla in un’arma; Marco le offre di cancellarsi nuovamente per permetterle di tornare a essere libera.
Nikita accetta e abbandona il Centre. La fuga, però, rimane ambigua perché la donna porta ancora con sé i documenti sottratti durante la missione all’ambasciata. Sa di essere vulnerabile e sa che l’organizzazione potrebbe considerarla una minaccia. Per questo la sua scomparsa non equivale a una soluzione semplice: significa entrare in una zona d’ombra dalla quale non potrà più tornare indietro.
Bob e Marco si incontrano dopo la scomparsa di Nikita: la conclusione riconosce che nessuno dei due uomini può davvero possederne la vita
La scena finale tra Bob e Marco è uno dei passaggi più importanti del film proprio perché rinuncia all’azione. Bob arriva nell’appartamento alla ricerca di Nikita e scopre che lei se n’è andata. La situazione potrebbe trasformarsi in uno scontro, perché il rappresentante del Centre ha tutte le ragioni per considerare la donna una risorsa fuggitiva e potenzialmente pericolosa.
Marco, invece, gli consegna i documenti dell’ambasciata. È un gesto che cambia completamente il significato dell’incontro. Con quella scelta, Marco elimina il principale motivo per cui il Centre potrebbe continuare a inseguire Nikita. Non può restituirle la sua vecchia vita, ma può almeno rimuovere una delle minacce che ancora la tengono legata all’organizzazione.
La reazione di Bob è altrettanto significativa. I due uomini riconoscono di avere qualcosa in comune: entrambi sentiranno la mancanza di Nikita. È una frase apparentemente semplice, ma contiene tutta l’ambiguità del rapporto tra la protagonista e le due figure maschili che hanno determinato il suo percorso.
Bob rappresenta il sistema che l’ha trasformata, mentre Marco rappresenta la possibilità di una vita diversa. Eppure entrambi devono accettare la stessa cosa: Nikita non appartiene più a nessuno dei due. Non può essere restituita al Centre come un’agente che ha semplicemente terminato una missione, né può essere trasformata da Marco in una persona completamente diversa attraverso l’amore.
La sua scelta finale consiste proprio nell’uscire da entrambe queste definizioni. Per la prima volta, Nikita prende una decisione che non nasce da un ordine ricevuto né dalla necessità di sopravvivere a una missione.
Il vero significato del finale di Nikita: scomparire è l’unico modo che la protagonista ha per tornare a essere libera
Il finale di Nikita può essere letto innanzitutto come una riflessione sull’identità. La protagonista muore ufficialmente all’inizio del film e rinasce come agente segreto; alla fine scompare di nuovo. La struttura è circolare, ma il significato è cambiato: la prima morte è una cancellazione imposta dal potere, mentre la seconda è una scelta necessaria per sottrarsi a quel potere.
La trasformazione di Nikita è infatti sempre stata controllata da altri. Il governo decide che debba morire, il Centre stabilisce quale identità debba assumere, Amande costruisce il suo aspetto, i superiori stabiliscono quali persone debba uccidere. Perfino il nome Marie è una costruzione artificiale. Il percorso verso la libertà comincia quando Nikita rifiuta di continuare a essere definita da questi ruoli.
Marco ha un ruolo fondamentale perché vede la persona nascosta dietro l’agente. Tuttavia Nikita evita di trasformare l’amore romantico nella soluzione definitiva. Marco può offrirle una via d’uscita, ma non può vivere la sua vita al posto suo. La decisione di scomparire appartiene a Nikita e rappresenta il primo autentico esercizio di libertà della protagonista.
Anche Bob, nel finale, contribuisce a questa ambiguità. Il fatto che consegni a Marco una sorta di riconoscimento emotivo della perdita dimostra che Nikita è riuscita a lasciare un segno persino nel mondo che l’aveva trasformata in un’arma. Il Centre può cancellare un’identità anagrafica, ma non può controllare completamente ciò che una persona diventa dopo essere entrata nella vita degli altri.
Per questo il finale non chiarisce dove Nikita andrà o quale vita condurrà. È una scelta coerente: darle una nuova identità precisa avrebbe significato costruire un’altra gabbia narrativa intorno a lei. Luc Besson preferisce lasciarla fuori campo, finalmente sottratta allo sguardo di chi ha cercato di definirla.
La vera vittoria di Nikita, dunque, non consiste nell’aver sconfitto il Centre né nell’essere diventata una perfetta assassina. Consiste nell’aver capito che nessuna delle identità che le sono state assegnate può coincidere completamente con ciò che è. La ragazza condannata all’ergastolo, l’agente addestrata dal governo e la donna amata da Marco sono tre versioni della stessa persona, ma nessuna rappresenta la sua totalità.
La sua scomparsa finale diventa così una forma di rinascita. Nikita non torna alla vita che aveva prima della prigione e non conserva quella che il Centre aveva costruito per lei: sceglie una terza possibilità, ancora indefinita. È proprio questa indeterminatezza a rendere il finale così efficace. Per una donna la cui intera esistenza è stata programmata da altri, il futuro più libero possibile è quello che nessuno, nemmeno lo spettatore, può ancora conoscere.




