L’alba dei morti viventi: la spiegazione del finale del film di Zack Snyder

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L’alba dei morti viventi è il remake del celebre Dawn of the Dead di George A. Romero, diretto nel 2004 da Zack Snyder (WatchmenArmy of the Dead) e interpretato, tra gli altri, da Sarah Polley, Ving Rhames, Jake Weber e Mekhi Phifer. Rispetto al film del 1978, questa nuova versione accelera radicalmente il ritmo dell’apocalisse: i morti viventi corrono, l’infezione si diffonde con estrema rapidità e il centro commerciale diventa ancora una volta il rifugio provvisorio di un gruppo di persone che tenta di sopravvivere mentre il mondo conosciuto crolla.

Il finale, però, porta questa logica alle sue conseguenze più amare. La fuga verso un’isola sul lago Michigan sembra rappresentare la possibilità di ricominciare lontano dall’orda, ma il film sceglie di negare allo spettatore una vera salvezza. Le immagini registrate dalla videocamera mostrano infatti che il viaggio continua per poco: le provviste finiscono, i superstiti raggiungono un’isola e vengono infine sopraffatti dagli zombie. È una conclusione apparentemente pessimista, ma soprattutto coerente con un film che ha trasformato la sopravvivenza in una condizione temporanea e la speranza in qualcosa che deve essere continuamente riconquistato.

Dalla satira di George A. Romero all’apocalisse fisica di Zack Snyder: perché il centro commerciale resta il cuore del film

Il legame con Dawn of the Dead di George A. Romero è fondamentale per comprendere il significato di L’alba dei morti viventi. Nel film originale, il centro commerciale era soprattutto una gigantesca metafora della società dei consumi: i morti tornavano spontaneamente nello stesso luogo che avevano frequentato da vivi, trasformando il desiderio di possesso in un comportamento automatico. Zack Snyder conserva quell’ambientazione, ma la inserisce in un cinema dell’apocalisse molto più fisico, frenetico e violento.

Gli zombie del 2004 sono infatti più aggressivi e veloci, e questo modifica profondamente il rapporto tra personaggi e minaccia. Non c’è quasi mai il tempo necessario per sentirsi veramente al sicuro. Anche quando il gruppo riesce a trasformare il centro commerciale in una fortezza, l’edificio rimane una costruzione fragile, destinata prima o poi a essere violata. Il rifugio diventa così una parentesi, non una soluzione.

Questa impostazione anticipa alcuni elementi che diventeranno caratteristici della filmografia di Snyder: corpi sottoposti a situazioni estreme, immagini fortemente dinamiche e una continua ricerca della spettacolarità all’interno di scenari dominati dalla crisi. Ma in L’alba dei morti viventi il regista conserva anche l’idea romeriana secondo cui l’apocalisse zombie non serve soltanto a mostrare mostri che divorano esseri umani. Serve a mettere alla prova il modo in cui gli esseri umani reagiscono quando vengono private delle strutture sociali che davano ordine alle loro vite.

Il gruppo che si forma nel centro commerciale è quindi una società in miniatura. Ci sono regole, conflitti, gerarchie, rapporti di fiducia e sospetti. C.J., Bart e Terry inizialmente difendono il proprio territorio; Kenneth comunica con Andy attraverso una lavagna; Ana costruisce un rapporto con Michael; Nicole si lega a Terry. Ogni morte distrugge una parte di questo fragile equilibrio. La sopravvivenza individuale diventa progressivamente inseparabile dalla capacità di collaborare, e proprio questa tensione accompagna il gruppo fino alla fuga.

La fuga dal centro commerciale sembra una rinascita, ma il viaggio verso l’isola distrugge l’ultima illusione di salvezza

Sarah Polley e Ving Rhames in L'alba dei morti viventi

Quando il gruppo decide di lasciare il centro commerciale, la scelta nasce dalla consapevolezza che anche il rifugio più sicuro può trasformarsi in una trappola. La destinazione è un’isola sul lago Michigan, raggiungibile attraverso il porto e una barca. Per prepararsi, i superstiti modificano due autobus e raccolgono armi, carburante e provviste. L’organizzazione della fuga restituisce per qualche momento l’impressione che sia ancora possibile controllare gli eventi.

Il viaggio, però, elimina progressivamente quasi tutti coloro che erano riusciti ad arrivare fino a quel punto. Tucker si ferisce gravemente e chiede a C.J. di ucciderlo. Monica e Glen muoiono accidentalmente durante il caos provocato dalla motosega. Steve tenta di separarsi dagli altri e viene ucciso da uno zombie. Ana deve affrontare anche il cadavere rianimato di Steve, ribadendo una delle regole più crudeli del film: chi muore può tornare immediatamente come una minaccia.

Alla marina, C.J. decide infine di rimanere indietro per permettere agli altri di partire. È una scelta che completa il percorso del personaggio: l’uomo inizialmente più interessato a difendere il proprio spazio e le proprie regole arriva a sacrificarsi per garantire agli altri una possibilità di fuga. Parallelamente, Michael rivela di essere stato morso. La sua decisione di suicidarsi prima di trasformarsi impedisce che il gruppo debba affrontare anche lui come nemico.

Restano così Ana, Kenneth, Nicole, Terry e Chips. La loro partenza sembra quasi una vittoria: hanno lasciato alle spalle il centro commerciale, superato gli zombie e trovato un luogo apparentemente isolato. Ma L’alba dei morti viventi non permette a questa vittoria di diventare definitiva. La sopravvivenza viene mostrata come un intervallo sempre più breve tra una minaccia e la successiva.

Le immagini della videocamera trasformano il viaggio in una falsa promessa: l’isola non è la salvezza che Ana e gli altri stavano cercando

L'alba dei morti viventi zombie

La parte decisiva del finale arriva dopo la partenza, quando il film passa alle immagini registrate dalla videocamera di Steve. Il dispositivo mostra ciò che è accaduto durante il viaggio: il gruppo esaurisce progressivamente le proprie provviste, raggiunge un’isola e, quando sembra finalmente possibile fermarsi, viene circondato dagli zombie. La pellicola interrompe così la narrazione tradizionale e presenta la conclusione come materiale recuperato dopo la catastrofe.

La scelta è significativa perché impedisce allo spettatore di assistere direttamente alla morte dei protagonisti. Non c’è una scena costruita per stabilire chi sia l’ultimo sopravvissuto o chi riesca a compiere un gesto eroico definitivo. Ci sono invece immagini frammentarie, sempre più disperate, che suggeriscono la fine del gruppo. Il ritrovamento della videocamera produce l’impressione che ciò che abbiamo visto sia già diventato un documento del passato.

Anche l’isola, dunque, assume un significato preciso. Durante la fuga rappresentava l’idea di uno spazio incontaminato, separato dalla società collassata. Una volta raggiunta, però, si rivela soltanto un altro luogo in cui il gruppo può essere raggiunto dalla minaccia. Il film smonta così l’idea secondo cui l’apocalisse possa essere superata semplicemente trovando un posto abbastanza lontano.

È questa la ragione per cui il finale risulta molto più cupo di una semplice sconfitta dei protagonisti. Il problema non è che Ana e gli altri abbiano scelto la destinazione sbagliata. È che, dentro il mondo costruito da Snyder, nessuna destinazione può garantire una sicurezza permanente. Il contagio ha distrutto l’ordine precedente e gli esseri umani possono soltanto spostarsi all’interno delle sue conseguenze.

Il vero significato del finale di L’alba dei morti viventi: sopravvivere non significa salvarsi, perché l’apocalisse ha già cambiato per sempre chi è rimasto umano

Sarah Polley in L'alba dei morti viventi

Il finale di L’alba dei morti viventi assume quindi un significato più profondo se letto insieme al percorso compiuto da Ana e dagli altri personaggi. All’inizio Ana viene privata improvvisamente della propria vita precedente: il marito Luis muore e ritorna come zombie, costringendola a fuggire senza avere il tempo di comprendere ciò che sta accadendo. Da quel momento in poi, ogni legame, ogni rifugio e ogni certezza vengono messi alla prova.

Il film non costruisce una vera opposizione tra persone buone e mostri cattivi. Anche i vivi possono diventare egoisti, violenti e incapaci di collaborare. Steve cerca di abbandonare gli altri; C.J. e Bart sono pronti inizialmente a impedire l’ingresso di nuovi superstiti; Andre nasconde la gravità della situazione di Luda; Michael arriva infine a scegliere autonomamente la propria morte. Gli zombie rappresentano dunque una minaccia esterna, ma il collasso della comunità nasce anche dalle tensioni interne al gruppo.

La sopravvivenza assume per questo un valore morale prima ancora che fisico. Kenneth, Ana, Michael e gli altri riescono ad andare avanti perché imparano, almeno temporaneamente, a fidarsi gli uni degli altri. Le perdite rendono evidente che il vero rifugio non è un edificio né un’isola: è la comunità che le persone riescono a costruire mentre tutto intorno crolla.

L’ultima sequenza distrugge però anche questa speranza. I superstiti possono essere coraggiosi, solidali e capaci di prendere decisioni difficili, eppure il mondo nel quale vivono continua a essere più grande delle loro possibilità. Il pessimismo del finale non significa quindi che le loro scelte siano state inutili. Significa che, nell’apocalisse raccontata da L’alba dei morti viventi, non esiste una ricompensa garantita per chi riesce a comportarsi nel modo giusto.

È proprio qui che il remake trova la propria identità rispetto al film di Romero. Se il centro commerciale rappresentava una società che continuava a ripetere i propri automatismi anche dopo la fine del mondo, la versione di Snyder porta quella stessa idea dentro un racconto dominato dalla velocità e dall’istinto di sopravvivenza. Il titolo L’alba dei morti viventi diventa allora quasi paradossale: l’alba non annuncia necessariamente un nuovo giorno. Può essere anche il momento in cui ci si accorge che il mondo precedente è definitivamente finito.

L’ultima immagine lascia dunque i protagonisti in una condizione volutamente sospesa, ma il destino suggerito dalla videocamera è inequivocabile: l’isola non è una nuova casa, bensì l’ultima tappa di una fuga impossibile. La vera conclusione del film non è la morte dei superstiti, che rimane fuori campo, quanto la distruzione dell’illusione che da qualche parte possa esistere un luogo completamente sicuro. In un mondo dominato dagli zombie, continuare a vivere significa soprattutto continuare a cercare un modo per restare umani, anche quando il film lascia intendere che quella ricerca potrebbe non avere un lieto fine.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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