15/18 (A Place to Heal): recensione del film di Cédric Kahn – Venezia 83

Il regista francese, in concorso a Venezia, entra in un reparto di neuropsichiatria adolescenziale con uno sguardo partecipe e autentico.

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15/18 (A Place to Heal), primo film francese presentato in concorso a Venezia 83, nasce da un’immersione diretta di Cédric Kahn e della co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec nei reparti di neuropsichiatria adolescenziale. Un lavoro di osservazione che si sente praticamente in ogni scena del nuovo film del regista francese: nelle dinamiche tra pazienti e operatori, nella difficoltà dei colloqui familiari, nelle improvvise esplosioni emotive e persino nei momenti più leggeri di una quotidianità che, nonostante tutto, continua a essere quella di un gruppo di adolescenti.

È proprio questa prossimità alla realtà a costituire contemporaneamente la maggiore forza e il limite più evidente di un film sincero e partecipe, che sembra però non riuscire mai a decidere fino in fondo che forma dare al materiale raccolto.

Un reparto che diventa un piccolo mondo

Lucia ha 17 anni e conosce fin troppo bene il reparto 15/18. Quando la polizia la riporta nell’ospedale dopo una fuga, ritrova Eloïse, sua amica e compagna di ricovero, insieme a un gruppo di ragazzi che affrontano disturbi, traumi e situazioni familiari estremamente differenti. A seguirli c’è un’équipe guidata dallo psichiatra Étienne, interpretato dallo stesso Kahn.

La prima parte è senza dubbio quella più convincente. 15/18 funziona quando abbandona quasi del tutto l’idea di una trama tradizionale e si concentra sull’osservazione: i pasti condivisi, le sedute, i colloqui con i genitori, gli scherzi tra i ragazzi, le crisi improvvise. La macchina da presa di Patrick Ghiringhelli rimane all’interno del reparto, rendendo quell’ambiente un universo chiuso, nel quale convivono protezione e sensazione di prigionia.

Kahn riesce soprattutto a evitare un tono costantemente grave o ricattatorio: il dolore è presente, ma accanto ad esso trovano spazio ironia, rabbia, desiderio e persino una certa leggerezza. Il film prova così a guardare pazienti e personale sanitario senza giudicarli, mantenendo un equilibrio non sempre facile tra il peso dei temi affrontati e la vitalità dei suoi giovani protagonisti. Fondamentale, da questo punto di vista, è il cast giovane; le interpretazioni restituiscono bene tanto la vulnerabilità quanto l’irruenza dell’adolescenza, soprattutto nelle scene in cui il film lascia respirare i personaggi anziché utilizzarli per far avanzare il racconto. È in quei momenti che emerge realmente il lavoro di ricerca compiuto da Kahn.

Quando entra la trama, il film perde autenticità

Il problema arriva quando 15/18 decide che osservare non basta più. Con l’ingresso nel reparto di Enzo, un ragazzo apparentemente più spavaldo e imprevedibile degli altri, il film comincia progressivamente a trasformarsi. Lucia perde parte della centralità iniziale, Eloïse acquista sempre più spazio e tra i tre si sviluppa una dinamica sentimentale destinata a diventare il motore dell’ultima parte.

Così, quello che fino a quel momento sembrava quasi un racconto corale, composto da frammenti di esistenze e piccoli progressi, viene gradualmente risucchiato da meccanismi più convenzionali. Il triangolo tra Lucia, Eloïse ed Enzo finisce per occupare troppo spazio rispetto a tutto ciò che il film aveva pazientemente costruito, fino a un terzo atto molto più movimentato e apertamente cinematografico.

Non è necessariamente l’idea di cambiare registro a rappresentare il problema, quanto il modo improvviso in cui avviene. Fughe, sentimenti esasperati e svolte drammatiche sembrano appartenere a un altro film e rischiano di rendere artificiale un universo che fino a quel momento aveva trovato la propria forza proprio nella sensazione opposta.

Un film sincero che non trova la sua forma

Rimane comunque evidente la partecipazione umana con cui Kahn guarda questo microcosmo. 15/18 non tratta i suoi giovani protagonisti come casi clinici, ma come ragazzi la cui identità non può essere ridotta alle diagnosi o ai traumi che li hanno portati lì. Allo stesso modo evita di trasformare medici, infermieri o genitori in semplici responsabili: mostra piuttosto persone spesso sopraffatte da situazioni alle quali non esiste una risposta immediata.

È forse questo sguardo, più che la storia raccontata, ciò che rimane del film. Il reparto diventa uno spazio nel quale convergono fragilità personali, familiari e sociali, ma anche un luogo in cui può esistere una possibilità di cura. Peccato che 15/18 non abbia sufficiente fiducia in questa materia e senta, a un certo punto, il bisogno di trasformarla in qualcosa di più dichiaratamente narrativo. Ne nasce un’opera generosa, ben interpretata e capace di momenti autenticamente intensi, ma irregolare e spesso sospesa tra due anime che non riescono davvero a fondersi.

15/18 (A Place to Heal)
2.5

Sommario

Cédric Kahn entra in un reparto di neuropsichiatria adolescenziale con uno sguardo partecipe e autentico, ma il film perde forza quando abbandona l’osservazione per inseguire il melodramma.

Agnese Albertini
Agnese Albertini
Nata nel 1999, Agnese Albertini è giornalista e critica cinematografica per Cinefilos.it, Best Movie e CinemaSerieTv.it. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Bologna, dal 2022 scrive articoli, news, interviste in inglese e crea contenuti per i social.

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