C’è un’idea molto forte al centro di La ragazza con la Leica, film di Alina Marazzi che ha inaugurato la sezione Orizzonti alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: fotografare significa scegliere di stare dentro alla Storia. Attraversarla, rischiare, prendere posizione, non osservarla a distanza e limitarsi a raccontarla quando tutto è già accaduto. È ciò che Gerda Taro ha fatto durante la sua brevissima vita, diventando una delle figure più affascinanti e tragiche del fotogiornalismo del Novecento. Ed è, paradossalmente, proprio questa sensazione di partecipazione diretta agli eventi che il film fatica maggiormente a restituire.
Gerda Taro, una vita dentro la Storia
La storia prende le mosse dalla Parigi del 1937. Gerda (Emilia Schüle) sta per partire nuovamente per Madrid, nonostante l’amica Ruth (Luna Wedler, Premio Mastroianni al miglior interprete emergente lo scorso anno per Silent Friend) guardi con crescente preoccupazione alla situazione spagnola; è il punto di partenza per un racconto che procede avanti e indietro nel tempo, tornando alla Lipsia del 1932, all’attivismo politico, alla fuga dalla Germania nazista, agli anni dell’esilio parigino e infine all’incontro con Robert Capa (Aaron Altaras). Un’esistenza attraversata continuamente dalla necessità di reinventarsi: cambiare città, Paese, identità, persino nome, nella consapevolezza che probabilmente nessuno di quei giovani sarebbe mai tornato davvero nella Germania che aveva conosciuto.
Il film cerca così di raccontare non soltanto Gerda Taro, ma un’intera generazione di esuli europei sospesa tra desiderio di libertà e avanzata dei totalitarismi. Sulla carta, è probabilmente questo il suo elemento più contemporaneo: quelle vite costrette a spostarsi mentre fascismo, antisemitismo e repressione politica avanzano dovrebbero creare quasi naturalmente un dialogo con il presente. Eppure, qualcosa rimane sempre a distanza.
La ragazza con la Leica possiede infatti una costruzione visiva estremamente curata, a tratti persino seducente, ma questa attenzione estetica finisce spesso per risultare controproducente. Le immagini composte, ricercate, eleganti, non riescono sempre a parlare davvero allo spettatore. Certo, si percepisce l’intenzione di trasformare l’esistenza di Gerda in una memoria visiva, quasi come se il film stesso dovesse assumere la forma di un album fotografico. Ma una fotografia può rendere eterno un istante; il cinema deve anche riuscire a costruire ciò che esiste tra un’immagine e quella successiva, ed è proprio disperdendosi in un montaggio confusionario che il film finisce per perdere parte dell’interessante storia alla sua base.
La fotografia come strumento politico e di libertà
Per una parte sorprendentemente lunga del film, Gerda Taro sembra quasi una presenza sfuggente all’interno della propria biografia. La Leica, destinata a diventare il simbolo della sua indipendenza e della sua identità, arriva concretamente molto tardi. E con essa arriva anche il tema più interessante dell’opera: la macchina fotografica come possibilità di guardare senza essere visti, ma soprattutto come strumento attraverso cui smettere di essere spettatori. Fino a quel momento Gerda e le altre donne vengono provocatoriamente descritte come “assistenti dei ragazzi” o loro “angeli custodi”. Gerda stessa gioca con la percezione che gli altri hanno di lei: nessuno avrebbe potuto immaginare che quell’”oca infiocchettata” sia in realtà una pericolosa comunista.
È quando scopre la fotografia che questa contraddizione potrebbe finalmente esplodere. Il suo sguardo diventa politico: fotografare significa prestare i propri occhi a chi non è presente, documentare la guerra, opporsi al golpe fascista e convincersi che, nell’istante in cui viene scattata una fotografia, sia persino possibile cambiare il mondo.
Gerda resta troppo a lungo ai margini
Purtroppo, quando Gerda entra davvero dentro questa storia, il film è già arrivato quasi alla metà del suo minutaggio. Da quel momento La ragazza con la Leica acquisisce inevitabilmente maggiore forza, perché trova finalmente il proprio centro, anche se resta la sensazione di essere arrivati troppo tardi. Gerda, Capa e i loro amici cambiano nomi, identità e nazioni; sono giovani convinti che le immagini possano partecipare a una rivoluzione e che prendere posizione sia inevitabile. Noi, invece, rimaniamo spesso osservatori di quel cambiamento, senza riuscire a sentirci davvero trascinati al suo interno.
Ed è forse questo il limite più evidente di un film dedicato a una donna che dei margini non voleva sapere nulla. Per Gerda Taro fotografare significava entrare nella Storia, non restare ai suoi bordi. La ragazza con la Leica, invece, la osserva troppo spesso proprio da lì. Quando finalmente impugna la macchina fotografica e il film trova nel suo sguardo una direzione, emerge tutta la forza di una figura che avrebbe meritato di conquistare il centro dell’inquadratura molto prima.
La ragazza con la leica
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