A pochi giorni dalla morte di Tim Curry, scomparso il 25 agosto 2026 all’età di 80 anni, sono emersi nuovi dettagli ufficiali sulle cause del decesso dell’attore britannico, indimenticabile protagonista di The Rocky Horror Picture Show e interprete di Pennywise nella miniserie IT. I documenti sanitari hanno ora chiarito il quadro clinico che ha accompagnato gli ultimi anni della sua vita.
Secondo i registri del Los Angeles County Department of Public Health, ottenuti da People, Tim Curry è morto a causa di una malattia coronarica. Tra le condizioni che hanno contribuito al decesso vengono inoltre indicati il precedente ictus e un tumore al rene. Curry aveva affrontato importanti problemi di salute soprattutto a partire dal 2012, quando un grave ictus provocato da coaguli di sangue nel cervello gli aveva causato una paralisi sul lato sinistro del corpo, rendendo necessario un intervento chirurgico d’urgenza e un lungo percorso di riabilitazione.
La conferma arriva dopo anni nei quali Curry aveva affrontato pubblicamente le conseguenze della malattia senza però abbandonare completamente la propria attività artistica. Più che aggiungere semplicemente un dettaglio alla notizia della sua scomparsa, il quadro restituisce anche una dimensione diversa agli ultimi quattordici anni della sua vita: un periodo segnato da limitazioni fisiche molto importanti, durante il quale l’attore aveva continuato a partecipare a eventi, lavorare come doppiatore e mantenere un rapporto con quel pubblico che aveva trasformato alcuni dei suoi personaggi in autentiche icone della cultura popolare.
Tim Curry aveva raccontato gli anni dopo l’ictus e il suo rapporto con la morte nella sua autobiografia
Curry aveva parlato apertamente della propria esperienza nel memoir del 2025, Vagabond, raccontando la paura provata quando le sue condizioni di salute erano improvvisamente peggiorate e ancora non comprendeva cosa stesse accadendo al suo corpo. L’attore aveva affrontato anche il tema della morte con particolare serenità, spiegando di non essere spaventato dall’idea di una fine pacifica e di riuscire, in determinate circostanze, persino a considerarla una forma di conforto.
Quella malattia aveva inevitabilmente modificato una carriera cominciata molti decenni prima sui palcoscenici britannici. Dopo aver studiato inglese e recitazione alla University of Birmingham, Curry entrò nel mondo professionale del teatro e nel 1968 interpretò Woof nella produzione londinese originale di Hair. Il suo percorso sarebbe arrivato anche a Broadway, portandogli nel corso degli anni tre candidature ai Tony Award e due nomination ai Laurence Olivier Award.
La svolta cinematografica arrivò nel 1975 con Dr. Frank-N-Furter in The Rocky Horror Picture Show. Quello che inizialmente non fu un grande successo commerciale sarebbe diventato uno dei cult più longevi della storia del cinema, rendendo Curry una figura immediatamente riconoscibile per generazioni di spettatori.
La sua capacità di trasformare personaggi eccentrici, inquietanti o apertamente sopra le righe in figure memorabili attraversò successivamente titoli come Clue, Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York, Muppet Treasure Island e Annie. Per il pubblico televisivo rimane invece fondamentale la sua interpretazione di Pennywise in IT, la miniserie del 1990 tratta dal romanzo di Stephen King: una versione del personaggio diventata parte dell’immaginario horror molto prima che Bill Skarsgård riportasse il clown sul grande schermo.
È proprio questa capacità di attraversare teatro, cinema, televisione e doppiaggio a spiegare perché la scomparsa di Tim Curry abbia avuto una risonanza così ampia. Frank-N-Furter e Pennywise rappresentano forse gli estremi più celebri della sua filmografia, ma raccontano anche la qualità che ha caratterizzato gran parte della sua carriera: la capacità di rendere impossibile ignorare un personaggio ogni volta che entrava in scena.


