Fauda è una parola che finisce per descrivere molto più del semplice titolo della serie israeliana creata da Lior Raz e Avi Issacharoff. Fin dalla prima stagione, la storia segue Doron Kavillio, interpretato dallo stesso Raz, ex membro di un’unità speciale israeliana che ha provato ad abbandonare le operazioni sul campo per costruirsi una vita diversa. Quando scopre che un uomo che credeva di avere ucciso è ancora vivo, Doron torna però dentro quel mondo di infiltrazioni, identità false, operazioni clandestine e violenza dal quale non riuscirà più realmente a uscire.
Il significato di Fauda permette di comprendere meglio proprio questa struttura. La parola significa letteralmente “caos” in arabo, ma la scelta di Raz e Issacharoff nasce anche dal linguaggio utilizzato durante le operazioni sotto copertura. “Fauda” poteva diventare un codice d’emergenza nel momento esatto in cui la copertura degli agenti israeliani veniva scoperta: il confine tra controllo e disordine crollava e l’operazione entrava improvvisamente in una fase imprevedibile. È difficile immaginare un termine più adatto per una serie nella quale quasi ogni certezza finisce prima o poi per dissolversi.
Fauda significa “caos”, ma per le unità sotto copertura indicava il momento in cui una missione era ormai compromessa
Lior Raz ha spiegato che la parola araba “fauda” significa appunto caos e che il suo utilizzo aveva assunto un significato particolare tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, durante la prima Intifada. Secondo il racconto del co-creatore della serie, il termine veniva utilizzato dalla popolazione araba anche in relazione alle manifestazioni, mentre tra i soldati israeliani impegnati sotto copertura aveva assunto un significato operativo molto preciso. Quando qualcuno scopriva che gli uomini infiltrati erano israeliani o ebrei, la loro copertura era considerata “bruciata”: comunicare via radio che c’era una “fauda” significava chiedere l’intervento della squadra incaricata dell’estrazione.
Il titolo nasce quindi esattamente nel punto in cui termina il controllo. Gli agenti delle unità mista’aravim operano infatti cercando di diventare invisibili: adottano abiti, lingua, comportamenti e identità che permettano loro di confondersi con la popolazione araba. Finché la copertura regge, l’operazione rimane teoricamente controllabile. Quando arriva la “fauda”, invece, quell’illusione scompare e tutti sono costretti a reagire a una situazione che può cambiare in pochi secondi.
È anche il meccanismo narrativo fondamentale della serie. Quasi ogni operazione di Doron e della sua squadra parte da un piano preciso e finisce per essere modificata da un’informazione mancante, una scelta emotiva, un’identità scoperta o una conseguenza impossibile da prevedere. Fauda non racconta quindi soltanto il caos come ambiente nel quale agiscono i personaggi: costruisce le proprie storie mostrando continuamente quanto sia fragile l’idea stessa di poter controllare un conflitto attraverso un’operazione militare perfettamente pianificata.
Il vero significato di Fauda emerge quando il caos delle operazioni diventa anche quello interiore di Doron
Il significato del titolo diventa ancora più interessante se viene spostato dal piano militare a quello personale. Doron è un personaggio che tenta continuamente di ristabilire un ordine nella propria esistenza e finisce altrettanto continuamente per distruggerlo. All’inizio della serie ha lasciato il servizio e produce vino nel proprio vigneto: apparentemente ha separato la vita precedente da quella presente. Basta però la notizia che un vecchio obiettivo sia ancora vivo perché quella divisione crolli.
Da quel momento Fauda costruisce un movimento quasi circolare. Doron prova a uscire dalla violenza, qualcosa lo riporta sul campo e ogni nuova missione produce conseguenze che rendono ancora più difficile il ritorno alla normalità. Il caos non coincide quindi soltanto con sparatorie, inseguimenti o coperture saltate. È l’impossibilità di mantenere separate identità privata e identità operativa, famiglia e missione, vendetta e dovere, nemico e individuo.
Lo stesso principio riguarda gli altri personaggi. Le infiltrazioni obbligano continuamente gli agenti a vivere dentro identità differenti e a costruire relazioni con persone che dovrebbero considerare esclusivamente obiettivi. Dall’altra parte, i personaggi palestinesi possiedono famiglie, desideri, convinzioni e motivazioni che impediscono alla narrazione di ridurli semplicemente alla funzione di antagonisti. Il risultato è un mondo nel quale le categorie utilizzate per mettere ordine nella realtà vengono continuamente destabilizzate.
Il “caos” del titolo assume allora un secondo significato: non è soltanto ciò che accade quando una copertura viene scoperta, ma ciò che resta quando le distinzioni sulle quali i personaggi hanno costruito la propria identità iniziano a non funzionare più.
L’esperienza militare di Lior Raz e Avi Issacharoff spiega perché il titolo Fauda è così legato alla realtà delle operazioni sotto copertura
La scelta del titolo acquista ulteriore peso considerando la storia dei suoi creatori. Lior Raz e Avi Issacharoff hanno entrambi avuto esperienze nelle forze israeliane, e Raz ha prestato servizio nell’unità Duvdevan, una formazione specializzata in operazioni sotto copertura. Proprio quel tipo di attività costituisce una delle principali fonti d’ispirazione per l’unità senza nome alla quale appartengono Doron e i suoi compagni nella serie.
Issacharoff ha inoltre lavorato a lungo come giornalista occupandosi del conflitto israelo-palestinese. Queste esperienze confluiscono nella costruzione di Fauda, che rimane inevitabilmente raccontata attraverso una prospettiva israeliana ma cerca di attribuire ai personaggi palestinesi una dimensione narrativa autonoma. Raz ha spiegato che, durante la scrittura, il principio era costruire ogni personaggio in modo che potesse avere una propria vita e motivazioni sufficientemente solide da poter essere interpretato come protagonista della propria storia.
Questo approccio è essenziale per comprendere il titolo. Se Fauda fosse semplicemente il racconto di una squadra che combatte una serie di nemici chiaramente identificabili, il caos sarebbe soltanto una condizione operativa. La serie cerca invece di mostrare come ogni azione produca una reazione e come le motivazioni di un personaggio possano apparire completamente differenti quando osservate dall’altra parte.
Il titolo non promette quindi di spiegare o risolvere il conflitto. Fa esattamente il contrario: descrive un mondo nel quale qualsiasi tentativo di imporre una lettura semplice viene continuamente travolto dalle conseguenze delle azioni dei personaggi.
Perché “Fauda” è probabilmente l’unico titolo capace di riassumere davvero l’intera serie
Con il passare delle stagioni, il significato della parola finisce così per espandersi. All’inizio “fauda” può essere letta quasi letteralmente come il codice che segnala che un’operazione è compromessa. Progressivamente diventa però la condizione permanente nella quale vivono Doron e gli altri protagonisti. Ogni tentativo di eliminare una minaccia ne genera un’altra; ogni vendetta produce una nuova ragione per vendicarsi; ogni operazione conclusa lascia dietro di sé conseguenze che riemergono successivamente.
È significativo anche che sia una parola araba a dare il titolo a una serie costruita principalmente attraverso personaggi israeliani. La scelta racchiude già quella sovrapposizione linguistica e identitaria sulla quale si basa il lavoro degli agenti sotto copertura: per sopravvivere devono conoscere la lingua, i comportamenti e il mondo delle persone tra le quali si infiltrano. Il confine tra le due realtà deve diventare temporaneamente invisibile proprio perché la missione possa funzionare.
Quando quel confine riappare improvvisamente, arriva la “fauda”. Ma è proprio qui che il titolo supera definitivamente il suo significato tecnico. Nella serie di Raz e Issacharoff il caos non comincia quando una missione va male: era già presente nelle relazioni, nella memoria, nelle identità e nelle vendette che hanno reso necessaria quella missione.
Per questo Fauda non è semplicemente un nome evocativo scelto per un thriller militare. È quasi una dichiarazione d’intenti. Doron trascorre l’intera serie cercando di riportare ordine dentro situazioni che diventano inevitabilmente più complesse dopo il suo intervento. E più tenta di uscire da quel mondo, più il caos torna a cercarlo. Alla fine, il titolo descrive contemporaneamente il metodo della serie, il suo protagonista e il conflitto nel quale entrambi rimangono intrappolati.





