Non così vicino è tratto da una storia vera? La verità dietro il film con Tom Hanks

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Non così vicino (leggi qui la recensione), titolo italiano di A Man Called Otto, è la commedia drammatica diretta da Marc Forster e interpretata da Tom Hanks, remake statunitense del film svedese Mr. Ove del 2015. Al centro della storia c’è Otto Anderson, un vedovo di 63 anni che ha trasformato il proprio quartiere in un territorio regolato da precise regole e che sembra aver perso qualsiasi interesse nei confronti delle persone che lo circondano. L’arrivo di una nuova famiglia, con la vivace Marisol e suo marito Tommy, rompe progressivamente il suo isolamento, costringendolo a confrontarsi con gli altri e con il dolore per la perdita della moglie Sonya. Dietro l’irritabilità del protagonista c’è infatti una sofferenza molto più profonda, che lo porta all’inizio del film a progettare il proprio suicidio.

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Il tono del film può far pensare a una storia realmente accaduta, soprattutto perché il percorso di Otto parte da una situazione quotidiana e facilmente riconoscibile. La risposta, però, richiede una precisazione: Non così vicino non è tratto da una storia vera. Il film americano è l’adattamento del romanzo L’uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, pubblicato nel 2012, già portato sullo schermo con Mr. Ove. Il romanzo è interamente di finzione, ma la sua origine affonda in un episodio realmente osservato da Backman e da un suo collega. Un uomo svedese di nome Ove ebbe infatti una discussione molto accesa mentre acquistava dei biglietti per un museo, e quell’episodio diede vita al personaggio che sarebbe poi diventato il protagonista del romanzo.

Il vero Ove esisteva davvero: l’episodio al museo che ha dato a Fredrik Backman l’idea per il romanzo

La piccola storia vera all’origine di Non così vicino è molto lontana dalla complessa vicenda di Otto raccontata nel film. Prima di diventare uno scrittore di successo, Fredrik Backman lavorava come freelance per la rivista svedese Café. Fu proprio attraverso un articolo scritto da un collega che venne a conoscenza di un uomo chiamato Ove, protagonista di un episodio curioso avvenuto in un museo. L’uomo aveva avuto un’esplosione di rabbia mentre cercava di acquistare dei biglietti, fino a quando la moglie era intervenuta per calmarlo e riportare la situazione alla normalità.

L’episodio colpì Backman perché in quella scena c’era già un personaggio molto definito. Ove appariva come un uomo insofferente, rigidamente legato alle proprie convinzioni e facilmente irritabile di fronte a ciò che considerava un comportamento assurdo o incompetente. Backman iniziò così a scrivere una serie di post e brevi testi per il proprio blog assumendo il punto di vista di un personaggio chiamato “Ove”. Il progetto prese il titolo I Am a Man Called Ove e nacque quindi, almeno inizialmente, come una sorta di osservazione ironica delle piccole seccature della vita quotidiana.

Con il tempo, però, il personaggio cominciò a diventare qualcosa di più di una semplice voce umoristica. Backman si rese conto che Ove possedeva una personalità sufficientemente ricca da poter sostenere una storia molto più lunga. In un’intervista al New York Times del 2016, lo scrittore spiegò di riconoscere qualcosa di sé nel personaggio e nel suo modo di reagire alle situazioni che riteneva ingiuste o prive di senso. L’irritazione di Ove, dunque, non nasceva semplicemente dalla volontà di essere scontroso: dietro di essa c’era una precisa idea di come il mondo avrebbe dovuto funzionare.

Questo è il punto in cui la realtà finisce e comincia la letteratura. L’uomo osservato nell’episodio originale fornì a Backman il nome e il carattere di base, ma tutto ciò che rende Ove il protagonista del romanzo venne inventato. La moglie Sonja, la sua morte, la solitudine, i tentativi di suicidio e il rapporto con i vicini appartengono alla storia costruita dallo scrittore. Di conseguenza, anche Otto Anderson, che nel remake americano sostituisce Ove, è un personaggio immaginario.

Dalla lite per i biglietti alla storia di Otto Anderson: il film trasforma un episodio reale in una vicenda completamente inventata

Tom Hanks in Non così vicino (2022)

La distanza tra il vero Ove e il protagonista di Non così vicino diventa ancora più evidente osservando la trama. Nel film di Marc Forster, Otto vive dopo la morte della moglie Sonya una condizione di isolamento quasi assoluto. Ha perso il lavoro e considera ormai conclusa la propria esistenza, tanto da organizzare ripetutamente il suicidio. Ogni tentativo viene però interrotto dalle circostanze e, soprattutto, dall’arrivo dei nuovi vicini. Marisol, interpretata da Mariana Treviño, irrompe nella sua vita con una vitalità che Otto non riesce inizialmente a sopportare.

Da questo momento la storia prende una direzione molto diversa dall’episodio che aveva ispirato Backman. Otto comincia lentamente a diventare una presenza per le persone del quartiere: aiuta Marisol, Tommy e le loro figlie, protegge un giovane vicino, si prende cura di un gatto e torna progressivamente a sentirsi parte di una comunità. La sua severità rimane, così come la tendenza a giudicare il comportamento altrui, ma dietro quella corazza emerge gradualmente l’uomo che era prima della morte della moglie.

Anche il rapporto con Sonya è una costruzione narrativa. Il film utilizza i flashback per mostrare la loro relazione e spiegare perché Otto abbia sviluppato un legame così profondo con lei. Il lutto diventa il centro emotivo della storia e permette alla commedia di assumere una dimensione più malinconica. È questo elemento, insieme ai tentativi di suicidio e alla progressiva riapertura verso il mondo, a rendere impossibile considerare il film una ricostruzione della vita dell’uomo reale che aveva ispirato Backman.

La stessa evoluzione vale per il romanzo. L’uomo che metteva in ordine il mondo costruisce attorno a Ove una storia autonoma, nella quale l’uomo scontroso incontrato casualmente dai lettori dei primi post diventa una figura molto più complessa. Il passaggio dalla rubrica alla narrativa permette a Backman di chiedersi che cosa si nasconda dietro una persona che sembra semplicemente arrabbiata con il mondo. Il film americano eredita questa struttura e la adatta alla sensibilità di Tom Hanks, trasformando Otto in una figura che può essere contemporaneamente burbera, malinconica e profondamente affettuosa.

Anche la conclusione appartiene interamente alla finzione. Il percorso di Otto arriva infatti a una riconciliazione con la vita attraverso le relazioni che ha costruito nel quartiere. La comunità diventa la sua nuova famiglia e le persone che inizialmente considerava soltanto una fonte di disturbo finiscono per diventare quelle che gli restituiscono un motivo per vivere. È una chiusura coerente con il progetto di Backman, ma non è la conclusione della storia dell’Ove reale, della quale conosciamo soltanto l’episodio che ha fornito l’ispirazione iniziale.

La vera storia di Non così vicino finisce con l’ispirazione di Backman: tutto il resto appartiene a Ove e Otto

Tom Hanks in Non così vicino

Alla domanda “Non così vicino è tratto da una storia vera?” occorre quindi rispondere con una distinzione netta. Il film non è basato su una storia vera, perché Otto Anderson non è una persona realmente esistita e gli avvenimenti raccontati nel film sono frutto della fantasia degli autori. Anche il romanzo di Fredrik Backman, dal quale deriva l’intera operazione cinematografica, è un’opera di narrativa. Esiste però una persona reale che ha fornito allo scrittore il modello iniziale: un uomo svedese chiamato Ove, osservato durante una singola scena di vita quotidiana.

Quell’episodio è interessante perché dimostra quanto possa essere produttivo un frammento apparentemente insignificante della realtà. Backman non aveva bisogno di conoscere la biografia completa di quell’uomo per intuire le possibilità narrative contenute nel suo comportamento. Il nome, la rabbia, il modo rigido di guardare il mondo erano sufficienti per costruire un personaggio. Da lì lo scrittore ha aggiunto ciò che la realtà non gli aveva fornito: un passato, una perdita, una moglie, una solitudine e una comunità capace di riportarlo lentamente alla vita.

Il risultato è una storia che utilizza il realismo quotidiano per parlare di questioni universali. Otto non è credibile perché rappresenti fedelmente una persona reale, ma perché il suo dolore e le sue contraddizioni appartengono a esperienze che possono essere riconosciute al di là della singola vicenda. La rabbia diventa una maschera, l’ostinazione un modo per conservare il controllo e il rapporto con gli altri la possibilità di interrompere un isolamento che sembrava definitivo.

È significativo, allora, che l’origine del film sia proprio una scena di conflitto in un museo. Da quella piccola esplosione di rabbia nasce un personaggio che, attraverso romanzo e cinema, viene progressivamente privato della sua sola etichetta di “vecchio scontroso”. Fredrik Backman parte da un uomo che fa arrabbiare gli altri e si chiede che cosa possa esserci dietro quella rabbia; Marc Forster e Tom Hanks trasformano quella intuizione in una storia sul lutto, sull’amicizia e sulla possibilità di tornare a sentirsi necessari.

Per questo Non così vicino è meglio definito come un film ispirato molto indirettamente a una persona e a un episodio reali, piuttosto che come un’opera tratta da una storia vera. La realtà ha fornito a Backman il primo Ove; la letteratura gli ha dato una vita completamente inventata; il cinema ha poi trasformato Ove in Otto. Il cuore autentico del film, dunque, non sta nella fedeltà a una biografia reale, ma nell’idea che anche dietro la persona più difficile da avvicinare possa esistere una storia che gli altri ancora non conoscono.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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