Ci sono film che vengono ricordati per un colpo di scena e altri in cui il colpo di scena finisce per ridefinire retroattivamente tutto ciò che abbiamo visto. Se7en, il thriller del 1995 diretto da David Fincher, appartiene alla seconda categoria. Trentuno anni dopo la sua uscita, la caccia al serial killer John Doe conserva ancora una tensione quasi soffocante, sostenuta da una regia che trasforma una città senza nome, sporca e continuamente battuta dalla pioggia, in una specie di estensione dello stato mentale dei protagonisti.
Morgan Freeman e Brad Pitt interpretano due detective agli estremi opposti: William Somerset è metodico, disilluso e prossimo alla pensione, mentre David Mills è impulsivo e ancora convinto che il male possa essere affrontato con regole comprensibili. Fincher passa quasi tutto il film costruendo questa opposizione, ma è soltanto negli ultimi minuti che comprendiamo fino a che punto John Doe abbia studiato proprio quella differenza. Il finale di Se7en non funziona semplicemente perché contiene una rivelazione terribile: funziona perché trasforma il carattere di Mills nell’ultimo pezzo del piano dell’assassino.
Il finale di Se7en è devastante perché John Doe non vuole fuggire: vuole completare la sua opera
Quando John Doe conduce Somerset e Mills nel deserto, apparentemente ha perso. È disarmato, ammanettato e circondato dalla polizia. Eppure Fincher capovolge lentamente il rapporto di forza senza bisogno di mostrare quasi nulla.
L’arrivo di un furgone con un pacco rappresenta il momento in cui l’intero film cambia natura. Non vediamo mai realmente cosa contenga la scatola. Vediamo invece la reazione di Somerset, ed è proprio questo a renderla ancora più inquietante: il detective che per tutto il film è rimasto composto comprende immediatamente di essere arrivato troppo tardi.
Quando John Doe rivela a Mills di aver visitato sua moglie Tracy e di averne preso “la sua bella testa” come souvenir, diventa evidente che le ultime due vittime non appartengono semplicemente al suo schema: sono lui stesso e Mills. Doe rappresenta l’invidia, perché desiderava la vita del detective. Mills deve diventare l’ira.
Somerset lo comprende e prova disperatamente a fermarlo: “Se lo uccidi, avrà vinto.” È questa la crudeltà definitiva del finale. Mills non deve scegliere tra giusto e sbagliato in astratto; deve scegliere dopo aver scoperto che sua moglie è morta e, soprattutto, che era incinta. Quando preme il grilletto, John Doe non viene sconfitto. Ottiene esattamente ciò che voleva.
Il dialogo nel deserto prepara il colpo di scena molto prima dell’arrivo della scatola
La grandezza di quella sequenza dipende però anche da ciò che accade durante il viaggio. Chiudendo John Doe nella parte posteriore dell’auto con Somerset e Mills davanti, Fincher crea quasi un interrogatorio rovesciato: è il prigioniero a controllare la conversazione.
Doe contesta continuamente l’idea che le sue vittime fossero innocenti e descrive i loro peccati come se fossero prove sufficienti per condannarle. Quando Mills insiste sul fatto che prima o poi lo avrebbero catturato, Doe gli ricorda il dettaglio fondamentale: non lo hanno catturato affatto. È stato lui a entrare nella stazione di polizia e ad arrendersi.
Da quel momento diventa chiaro che i detective stanno semplicemente seguendo l’ultimo atto di una storia già scritta da qualcun altro. Persino la domanda di Somerset sulla convinzione di Doe di agire per volontà divina riceve una risposta inquietantemente tranquilla: “Le vie del Signore sono infinite.”
La tensione del finale nasce quindi prima della scatola. Lo spettatore sa che qualcosa non torna, ma non riesce ancora a comprenderne la forma.
John Doe aveva ragione su una cosa: continuiamo ancora a parlare di Se7en
Durante quel viaggio Doe pronuncia anche una frase che, a distanza di oltre tre decenni, suona quasi profetica: ciò che ha fatto, sostiene, verrà analizzato e discusso a lungo.
Ed è effettivamente accaduto. Non perché Se7en abbia soltanto un finale scioccante, ma perché Fincher evita di offrire allo spettatore qualsiasi consolazione. Mills cattura l’assassino, ma perde tutto. Somerset comprende il piano, ma non riesce a impedirlo. John Doe muore, ma completa comunque il proprio disegno.
È questo che distingue Se7en da molti thriller costruiti attorno a un twist. La rivelazione non serve semplicemente a sorprendere il pubblico: porta alle estreme conseguenze tutto ciò che il film aveva raccontato sui suoi personaggi.
Trentuno anni dopo, sappiamo già cosa c’è nella scatola. Eppure continuiamo a sperare, per qualche secondo, che Somerset riesca a fermare Mills. È probabilmente la dimostrazione più efficace di quanto quel finale continui ancora oggi a funzionare.
