Vermiglio è tratto da una storia vera? La storia familiare che ha ispirato il film di Maura Delpero

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Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2024, dove ha conquistato il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, Vermiglio (leggi qui la recensione) è il film con cui Maura Delpero costruisce un racconto intimo e corale ambientato in un piccolo paese del Trentino durante gli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Al centro della storia c’è una famiglia numerosa guidata da un maestro elementare, nella cui quotidianità irrompe Pietro, un soldato siciliano arrivato al Nord dopo la guerra. Il suo incontro con Lucia, la maggiore delle figlie, modifica gli equilibri della famiglia e apre una vicenda segnata dall’amore, dalla maternità, dalla perdita e dalle conseguenze della guerra anche lontano dal fronte.

Ma quanto c’è di vero in Vermiglio? La risposta richiede una distinzione importante: il film non racconta la biografia documentata di una famiglia realmente esistita e i suoi protagonisti non sono la trasposizione diretta di persone realmente vissute. La sua origine, tuttavia, è profondamente legata alla storia personale di Maura Delpero. Il padre della regista era originario proprio di Vermiglio e, dopo la sua morte, un sogno ha rappresentato per lei il punto di partenza per confrontarsi con quel passato familiare. Da quel nucleo autobiografico sono nati un luogo, un’atmosfera e una serie di memorie trasformate poi dalla regista in un racconto di finzione.

La vera storia familiare di Maura Delpero e il paese trentino che ha dato origine a Vermiglio

Per comprendere quanto sia autobiografico Vermiglio, bisogna partire dal rapporto di Maura Delpero con il paese che dà il titolo al film. La regista è infatti legata a quel territorio attraverso la famiglia paterna: suo padre era originario di Vermiglio, borgo trentino immerso nella Val di Sole. È da questa relazione personale con il luogo che nasce una parte essenziale del film, anche se la storia raccontata sullo schermo non corrisponde alla cronaca della sua famiglia.

L’idea iniziale arrivò dopo la morte del padre, quando Delpero ebbe un sogno ambientato proprio nel paese d’origine della sua famiglia. Quel sogno divenne una sorta di porta d’accesso a un passato che la regista non aveva vissuto direttamente, ma che conosceva attraverso i racconti familiari, le memorie e le tracce lasciate da una generazione precedente. Da qui prende forma l’idea di ricostruire un mondo perduto, senza pretendere di restituirlo come un documento storico.

Il procedimento seguito dalla regista è quindi particolare: i ricordi ricevuti dalla famiglia costituiscono la materia prima, mentre la narrazione cinematografica interviene per colmare i vuoti. I personaggi di Vermiglio sono dunque frutto dell’immaginazione, ma sono immersi in un ambiente che cerca di restituire con grande precisione la mentalità e le condizioni di vita dell’epoca. Il paese, le relazioni familiari, la scuola, il rapporto con la religione e il peso delle convenzioni sociali concorrono a costruire un’Italia rurale ancora profondamente legata a codici tradizionali.

L’ambientazione del 1944 è determinante. La guerra arriva a Vermiglio anche quando il fronte sembra lontano, attraverso la presenza dei soldati, la paura, la precarietà e l’incertezza sul futuro. Pietro, soldato siciliano reduce dal conflitto, rappresenta infatti l’irruzione di un elemento esterno all’interno di una comunità apparentemente immobile. Il suo incontro con Lucia rompe l’equilibrio della famiglia e introduce una possibilità di cambiamento che porta con sé conseguenze imprevedibili.

In questo senso, la fedeltà alla realtà di Vermiglio non va cercata nella corrispondenza tra i personaggi e persone realmente esistite. La verità del film risiede piuttosto nella ricostruzione di un mondo. Delpero parte da ciò che ha ricevuto dalla propria famiglia e lo trasforma in una memoria condivisa, capace di raccontare una condizione storica più ampia. La vicenda di Lucia e Pietro è inventata, ma il contesto umano nel quale viene collocata nasce da un rapporto concreto con quel territorio e con la memoria di chi lo ha abitato.

La vicenda di Lucia, Pietro e Antonia e come si conclude la storia raccontata da Vermiglio

La parte centrale della storia segue Lucia, la maggiore delle figlie del maestro del paese, interpretato da Tommaso Ragno, e il suo rapporto con Pietro. Il soldato siciliano trova rifugio nel mondo della famiglia e finisce per avvicinarsi alla giovane. Tra i due nasce un sentimento che porta Lucia a scegliere il matrimonio, una decisione destinata a cambiare radicalmente la sua vita proprio mentre la guerra sta arrivando alla sua conclusione.

Quando giunge la notizia della fine del conflitto, Pietro decide di tornare in Sicilia. Vuole comunicare alla propria famiglia di essere sopravvissuto e promette a Lucia che tornerà. La promessa, però, si trasforma presto in un’assenza. Lucia rimane incinta e attende una bambina mentre le notizie provenienti dalla Sicilia diventano sempre più confuse. La situazione precipita quando la famiglia scopre attraverso un giornale che Pietro era già sposato e che la sua prima moglie lo ha ucciso.

È uno dei passaggi più dolorosi del film, perché la rivelazione modifica retroattivamente il significato della relazione vissuta da Lucia. Pietro non è più soltanto l’uomo che ha conosciuto e amato, ma una figura avvolta da una realtà che lei non conosceva. Lucia dà alla luce Antonia, la figlia di Pietro, ma il trauma della perdita e la scoperta della verità la conducono verso una profonda crisi psicologica. Arriva persino a rifiutare la bambina e a meditare il suicidio, dal quale viene salvata dal fratello Dino.

La ripresa di Lucia è lenta e tutt’altro che lineare. Una parte importante di questo percorso avviene attraverso il viaggio in Sicilia, dove la giovane entra in contatto con la realtà che aveva conosciuto soltanto attraverso Pietro. Si reca sulla tomba dell’uomo e incontra la sua prima moglie, trasformando il viaggio in una sorta di confronto con la verità e con la complessità della persona che aveva amato.

Nel frattempo, Antonia viene affidata a un orfanotrofio, dove lavora la sorella minore di Lucia, Ada, diventata suora. Anche questa scelta mostra quanto le possibilità delle donne dell’epoca fossero condizionate dalle strutture familiari e sociali. La maternità non appare quindi come un’esperienza astratta o idealizzata, ma come una condizione concreta sulla quale pesano la povertà, il giudizio della comunità, l’assenza del padre e la necessità di trovare una propria strada.

Il finale porta Lucia verso una decisione che apre una possibilità per il futuro. La giovane sceglie di andare in città per lavorare come domestica presso una famiglia benestante, con l’intenzione di tornare successivamente a prendere la figlia. Non si tratta di una conclusione rassicurante o definitiva: Lucia non ha ancora ricostruito la propria vita, ma compie il primo gesto realmente autonomo del suo percorso. Dopo essere stata travolta dagli eventi, prova finalmente a immaginare un futuro diverso.

Quanto è davvero autobiografico Vermiglio? La conclusione sulla storia vera e il significato del film

Vermiglio film 2024

Alla luce di questa vicenda, definire Vermiglio semplicemente come “tratto da una storia vera” sarebbe quindi impreciso. Il film non ricostruisce una specifica storia familiare documentata e non presenta Lucia, Pietro o gli altri membri della famiglia come persone realmente esistite. La storia è una costruzione narrativa di Maura Delpero, sviluppata a partire da una relazione autobiografica con il paese e dalla memoria trasmessa dalla sua famiglia.

Questo elemento, però, rende il film particolarmente interessante nel modo in cui affronta il rapporto tra memoria e immaginazione. Delpero non tenta di ricostruire ciò che è accaduto nella propria famiglia come se disponesse di un archivio completo. Al contrario, parte proprio dalle lacune del passato. Il sogno che ha dato origine al progetto, i racconti familiari e il legame con Vermiglio diventano materiali attraverso i quali inventare una storia capace di restituire qualcosa di autentico di quel mondo.

La precisione dell’ambientazione assume così un valore fondamentale. Il film racconta una comunità montana nel 1944 e restituisce la durezza della vita quotidiana, il peso dell’autorità paterna, il ruolo della religione, la centralità della famiglia e la condizione femminile. La guerra non è rappresentata soltanto come un avvenimento militare, perché le sue conseguenze penetrano nelle relazioni più intime e continuano a modificare le vite anche quando il conflitto sta terminando.

È proprio attraverso Lucia che questa dimensione diventa più evidente. La sua storia parte da una scelta apparentemente sentimentale e arriva a una forma di emancipazione costruita attraverso il dolore. La perdita di Pietro, la scoperta della sua vita precedente, la maternità e il distacco temporaneo dalla figlia la costringono a confrontarsi con una realtà molto più grande delle proprie aspettative. La sua decisione finale di andare in città contiene quindi una possibilità di trasformazione che sarebbe stata difficilmente immaginabile all’inizio del racconto.

La storia vera dietro Vermiglio, dunque, non coincide con la trama. È piuttosto il rapporto di Maura Delpero con il luogo e con una memoria familiare che rischiava di scomparire insieme alle persone che l’avevano vissuta. La regista prende quella memoria e la trasforma in finzione, conservandone però il nucleo emotivo e storico. Per questo il film può essere definito autobiografico nella sua origine, storico nel contesto e fictionalizzato nella vicenda dei protagonisti.

È anche ciò che permette a Vermiglio di superare il confine della storia privata. Lucia e la sua famiglia non devono essere realmente esistite perché il mondo nel quale vivono sia riconoscibile e credibile. La loro vicenda diventa il modo attraverso cui Delpero guarda alle generazioni precedenti e prova a ricostruire, attraverso ciò che ricorda e ciò che immagina, un passato familiare e collettivo. La verità del film, in definitiva, sta proprio in questa zona di confine: non nella fedeltà biografica a una famiglia precisa, ma nella capacità della finzione di dare forma a una memoria reale.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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