Landman si era rapidamente distinta nel
panorama televisivo contemporaneo non soltanto per il successo
ottenuto su Paramount+, ma anche per una caratteristica
diventata sempre più rara nello streaming: la capacità di tornare
con una nuova stagione senza costringere il pubblico ad attese
interminabili. La prima stagione aveva debuttato nel 2024, la
seconda era arrivata circa un anno dopo e tutto lasciava pensare
che la serie di Taylor Sheridan potesse mantenere
quel ritmo.
La
terza stagione è già stata confermata e dovrà riprendere diversi
fili lasciati aperti dal finale precedente, a cominciare dalla
nuova fase professionale di Tommy Norris, interpretato da
Billy Bob Thornton. Il problema è
che la produzione non seguirà più la tabella di marcia delle prime
due annate. Le riprese, inizialmente previste per maggio, sono
state spostate a settembre 2026 e dovrebbero proseguire durante i
primi mesi del 2027.
Questo rende praticamente impossibile un ritorno di
Landman
entro la fine dell’anno. Ma il punto più interessante non riguarda
semplicemente qualche mese in più di attesa. La serie rischia di
perdere proprio quella continuità produttiva che l’aveva resa
un’eccezione positiva nell’era delle stagioni distanziate da due o
tre anni.
Le riprese di Landman 3 rendono
ormai inevitabile un’uscita nel 2027
A
chiarire i tempi della produzione è stato James Jordan, interprete di Dale Bradley,
spiegando che le riprese della
terza stagione inizieranno nel corso di settembre e
proseguiranno fino al primo trimestre del prossimo anno. Si tratta
di uno slittamento considerevole rispetto ai programmi iniziali,
che prevedevano l’avvio del set già nel mese di maggio.
Le tempistiche delle stagioni precedenti permettono di capire
perché un debutto nel 2026 sia ormai irrealistico. La prima
stagione aveva terminato le riprese nel giugno 2024 prima di
debuttare alcuni mesi più tardi, mentre la seconda aveva concluso
la lavorazione durante l’estate 2025. In entrambi i casi
produzione, montaggio e promozione avevano avuto diversi mesi a
disposizione prima dell’arrivo su Paramount+.
Anche lavorando al montaggio parallelamente alle riprese, come già
indicato dal regista Stephen Kay, completare una stagione iniziata
a settembre entro dicembre sarebbe estremamente improbabile. Se la
lavorazione dovesse davvero proseguire fino a gennaio o febbraio
2027, una finestra tra la primavera e l’estate del prossimo anno
diventerebbe molto più plausibile.
Il ritardo arriva inoltre in un momento narrativamente delicato. La
seconda stagione ha lasciato Tommy alle prese con la prospettiva di
costruire una nuova compagnia petrolifera insieme al padre e al
figlio, mentre il personaggio di Gallino, interpretato da
Andy Garcia, promette di ampliare
ulteriormente il fronte legato al cartello. La serie ha quindi
preparato una terza stagione pensata come prosecuzione immediata di
dinamiche ancora aperte.
Landman perde il vantaggio che
molte serie streaming non riescono più ad avere
Il vero problema del rinvio emerge confrontando Landman con gran parte della
televisione contemporanea. Una distanza di circa dodici mesi tra
due stagioni è ormai diventata quasi un’eccezione per le produzioni
streaming più ambiziose. Serie come Severance, Wednesday e Stranger Things hanno abituato il
pubblico ad attese molto più lunghe.
Landman, al contrario,
aveva costruito una forma di continuità più vicina alla televisione
tradizionale. Il pubblico poteva seguire l’evoluzione dei Norris
senza dover ricostruire dopo anni rapporti, conflitti e svolte
narrative. Per una serie fondata soprattutto sui personaggi e sulle
conseguenze delle loro decisioni, questa vicinanza tra le stagioni
rappresentava un vantaggio concreto.
Lo slittamento non significa necessariamente che la terza stagione
perderà spettatori. Le prime due annate hanno trasformato la serie
in uno dei titoli Paramount+ più importanti legati a Taylor
Sheridan e Billy Bob Thornton rimane un protagonista abbastanza
forte da mantenere alta l’attenzione. Ma un’interruzione più lunga
può ridurre quella sensazione di racconto continuo che aveva
contribuito al successo.
È
anche significativo che ciò accada proprio a una produzione di
Sheridan, autore che negli ultimi anni ha costruito una parte
importante della propria forza sulla capacità di alimentare
costantemente il catalogo Paramount con nuovi episodi, stagioni e
franchise collegati. Landman sembrava essere uno degli esempi migliori di
questa macchina produttiva.
Il ritorno nel 2027 non rappresenta quindi soltanto uno spostamento
di calendario. Per la prima volta Landman interrompe il ritmo annuale che aveva
accompagnato la sua crescita e dovrà dimostrare di poter conservare
lo stesso slancio anche con un’attesa più lunga. Il successo
raggiunto finora lascia alla serie un margine considerevole, ma la
terza stagione avrà ora anche il compito di dimostrare che il
fenomeno può sopravvivere alla perdita di uno dei suoi vantaggi più
sottovalutati.
Per gran
parte del pubblico moderno, parlare di The
Flash significa parlare di Barry Allen. Nei
fumetti è diventato uno dei volti fondamentali della DC, mentre sul
piccolo schermo Grant Gustin lo ha trasformato nel protagonista di
una delle serie supereroistiche più longeve degli ultimi anni.
Anche il DCEU aveva scelto Barry come proprio velocista,
affidandolo a Ezra Miller. Eppure il nuovo DC
Universe di James
Gunn sembra intenzionato a costruire le proprie icone seguendo
una logica diversa.
I
primi progetti del DCU stanno mostrando un universo nel quale molte
eredità supereroistiche esistono già prima dell’inizio delle storie
principali. Lanterns ne è probabilmente l’esempio più
evidente: Hal Jordan non rappresenta necessariamente il futuro
delle Lanterne Verdi, ma una generazione precedente destinata a
lasciare spazio a John Stewart. È una scelta che potrebbe avere
conseguenze anche per altri personaggi storicamente legati alla
Justice League.
Per questo la vera questione non sembra essere se
The Flash entrerà nel
DCU, ma quale Flash James Gunn deciderà di mettere al
centro del franchise. Gli indizi finora disseminati suggeriscono
che Barry Allen potrebbe non essere il velocista destinato a
rappresentare la nuova generazione di eroi, lasciando spazio a un
successore come Wally West. Una possibilità che cambierebbe
profondamente il modo in cui il DCU costruirà la propria Justice
League.
Lanterns suggerisce che il DCU
vuole raccontare il passaggio tra generazioni di eroi
La struttura narrativa di Lanterns offre uno dei primi indizi sulla filosofia con
cui James Gunn e Peter Safran stanno costruendo il nuovo universo.
La serie introduce infatti Hal Jordan come figura più esperta
accanto a John Stewart, trasformando il rapporto tra i due in una
vera e propria successione generazionale. Non stiamo assistendo
alla nascita della mitologia delle Lanterne Verdi: entriamo in un
mondo nel quale quella mitologia esiste già.
È
un approccio molto diverso da quello seguito dal primo MCU, dove quasi tutti gli eroi
principali venivano presentati attraverso le proprie origini. Nel
DCU Superman arriva in un mondo
popolato da anni di metahumans, Guy Gardner è già una Lanterna
Verde e Batman avrà già alle spalle una storia abbastanza lunga da
avere Damian Wayne come Robin. Il franchise non sembra quindi
interessato a ricominciare tutto da zero.
Se questa logica verrà applicata anche a The Flash, Barry Allen
potrebbe già appartenere alla generazione precedente. Nei fumetti
il mantello del velocista scarlatto è uno dei migliori esempi di
eredità supereroistica: Jay Garrick precede Barry, mentre Wally
West raccoglie successivamente il suo testimone diventando a sua
volta uno dei Flash più importanti della storia DC.
Proprio Wally potrebbe inserirsi meglio nella struttura che il DCU
sembra costruire. Un universo nel quale John Stewart può
raccogliere l’eredità di Hal Jordan e Damian Wayne entra nella vita
di un Batman già esperto rende perfettamente plausibile l’esistenza
di un Flash che abbia già superato la fase di Barry Allen.
Wally West potrebbe rappresentare
meglio la Justice League che James Gunn sta preparando
Un altro indizio arriva da Creature Commandos. Nella visione del
futuro mostrata da Circe compare una possibile Justice League nella
quale il Flash sembra essere Wally West, non Barry Allen. La sequenza non può
essere considerata una conferma definitiva, perché rappresenta un
futuro possibile, ma all’interno di un universo costruito con
grande attenzione alla continuità è difficile ignorarne il
significato.
La scelta avrebbe anche una sua logica industriale e narrativa.
Barry Allen è stato protagonista della serie The Flash per nove stagioni e pochi anni fa ha
guidato anche il film del DCEU. Riproporre immediatamente una nuova
versione dello stesso personaggio rischierebbe di riportare il DCU
su un terreno ancora troppo vicino alle precedenti
incarnazioni.
Wally West permetterebbe invece a James Gunn di mantenere The Flash
come uno dei pilastri della Justice League senza dover ripetere
ancora una volta la storia di Barry. Nei fumetti Wally possiede una
mitologia enorme, un rapporto fondamentale con la Speed Force e una
lunga esperienza proprio come membro della Justice League. Sarebbe
quindi tutt’altro che una scelta secondaria.
Barry potrebbe comunque continuare a esistere nel DCU come parte
della storia precedente del personaggio. Anzi, proprio la sua
assenza potrebbe diventare uno degli elementi che definiscono
Wally: un eroe costretto a confrontarsi con l’eredità di chi lo ha
preceduto. Sarebbe perfettamente coerente con un universo che
sembra sempre più interessato non soltanto alla nascita dei
supereroi, ma a ciò che accade quando i loro simboli vengono
tramandati.
Il futuro di The Flash nel DCU rimane ancora da annunciare
ufficialmente, ma gli indizi iniziano a delineare una possibilità
precisa. James Gunn potrebbe non voler cancellare Barry Allen,
bensì trasformarlo in parte della mitologia che precede la nuova
Justice League. E se questa fosse davvero la direzione scelta,
Wally West potrebbe
diventare il Flash attraverso cui il DCU racconterà la propria
nuova generazione di eroi.
Mandy Patinkin torna, almeno simbolicamente,
nel mondo della scherma che lo ha reso immortale in La storia fantastica. L’attore è
stato nominato primo capitano onorario nella storia di USA
Fencing, con un incarico legato al percorso verso i Giochi
Olimpici e Paralimpici di Los Angeles 2028. Quasi quarant’anni dopo
aver interpretato Inigo Montoya nel film del 1987 diretto da Rob
Reiner, Patinkin ritrova così una disciplina che per il pubblico è
ormai inseparabile dal suo personaggio. La nomina, però, non è
soltanto un omaggio nostalgico a uno dei duelli più celebri della
storia del cinema: rientra in una più ampia strategia per
avvicinare la scherma a nuovi pubblici.
L’annuncio arriva insieme al lancio
dell’Ambassador Program di USA Fencing, realizzato
in collaborazione con la International Fencing Federation e World
Para Fencing. Patinkin farà parte dell’Ambassador Council e
parteciperà ad alcuni eventi di USA Fencing, sostenendo gli atleti
americani nel cammino verso Los Angeles 2028. Secondo quanto
riportato da Variety, il CEO di USA Fencing Phil Andrews
ha sottolineato come il valore della scelta non risieda soltanto
nella popolarità di La storia fantastica, ma nella
capacità dell’attore di comprendere la scherma come disciplina
fondata su “disciplina, fiducia, comunità” e su un rapporto con lo
sport destinato a durare per tutta la vita.
Variety
La scelta è interessante proprio
perché separa il Mandy Patinkin attore dal Mandy Patinkin
simbolo cinematografico della scherma. Patinkin non ha mai
preteso di essere un vero schermidore professionista: per
prepararsi a La storia fantastica si allenò con il coach
olimpico Henry Harutunian e con il maestro d’armi Bob Anderson, ma
oggi è il primo a riconoscere la distanza tra una performance
cinematografica e la pratica agonistica. Ed è proprio questa
consapevolezza a rendere efficace l’operazione: USA Fencing non sta
presentando una celebrità come atleta, ma utilizza un’immagine
cinematografica immediatamente riconoscibile per raccontare cosa
esista dietro quella rappresentazione. In questo senso, la nomina
diventa anche un’operazione di comunicazione: trasformare la
memoria di un film amatissimo in una porta d’accesso verso uno
sport reale.
Da Inigo Montoya a Los Angeles
2028: perché la scherma di La storia fantastica può
diventare un ponte verso lo sport reale
Il legame tra Patinkin e la scherma
nasce naturalmente da Inigo Montoya, lo spadaccino
di La storia fantastica ossessionato dalla ricerca
dell’uomo responsabile della morte del padre. Il celebre duello con
il Conte Rugen è diventato uno dei momenti più iconici del film
anche perché la scherma non viene utilizzata soltanto come elemento
spettacolare: è parte integrante della costruzione del personaggio.
Inigo è un uomo che ha trasformato un’abilità appresa dal padre in
una ragione di vita, e il duello finale rappresenta la
concretizzazione fisica di quella memoria. Per questo, a distanza
di quasi quarant’anni, basta associare il nome di Patinkin a una
spada perché il personaggio torni immediatamente alla mente.
Patinkin ha dichiarato che la
scherma è per lui una disciplina che coinvolge tanto la mente
quanto il corpo, arrivando a descriverla come una forma di
meditazione nella quale conta la capacità di entrare nella mente
dell’avversario e anticiparne il movimento. È una definizione che,
curiosamente, restituisce anche qualcosa della filosofia di Inigo:
il duello non è mai soltanto forza fisica, ma lettura dell’altro,
attesa, precisione e controllo. La sua nomina a capitano onorario
funziona quindi perché intercetta un’associazione culturale già
esistente e la porta fuori dallo schermo.
Ma il vero obiettivo guarda al
futuro. Con i Giochi del 2028 nuovamente negli Stati Uniti, USA
Fencing sta cercando di aumentare la visibilità della disciplina e
di intercettare pubblici che normalmente non seguirebbero una
competizione olimpica di scherma. Patinkin rappresenta
perfettamente questa strategia: non è stato scelto perché è
un campione, ma perché milioni di spettatori hanno già visto la
scherma attraverso di lui. La sfida, adesso, è trasformare
quella familiarità cinematografica in curiosità per lo sport
autentico. E forse è proprio questo il significato più interessante
della nomina: Inigo Montoya non torna davvero a combattere. Torna
per ricordare al pubblico che, dietro ogni grande duello
cinematografico, esiste una disciplina reale fatta di tecnica,
concentrazione, sacrificio e comunità.
Il celebre musicista e cantautore
Sting sarà la voce narrante di NINO –
Un film su Nino Rota, il nuovo documentario di Walter
Fasano dedicato al compositore premio Oscar Nino
Rota. Dopo l’anteprima mondiale al Lido, uscirà
nelle sale italiane nel 2026 distribuito da
Be Water Film con Adler
Entertainment.
Una produzione Be Water
Film, Sugar Play, Adler
Entertainment e I Diavoli, in
collaborazione con Rai Documentari. Prodotto da
Mattia Guerra per Be Water Film, Filippo Sugar ed Elisabetta
Biganzoli per Sugar Play, Marco Colombo per Adler Entertainment, e
con Marco Morabito e Walter Fasano.
Con il contributo del MIC-DGCA
Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e
nell’audiovisivo e con il contributo di Apulia Film Fund di Apulia
Film Commission e Regione Puglia.
La trama di NINO – Un
film su Nino Rota
Nino – un film su Nino
Rota è il ritratto cinematografico del compositore che
meravigliosamente attraversò il secolo scorso, diventato celebre
per le sue pagine per il cinema ma anche e soprattutto prolifico e
stimato autore di “musica assoluta”. Attraverso la forma di un
racconto libero, il film esplora i legami significativi –
personali, artistici, spirituali – della vicenda umana di Rota, che
consacrò la propria vita alla musica e agli alti ideali che essa è
in grado di esprimere.
A guidare il pubblico in questo
viaggio è l’inconfondibile voce di Sting, icona
della musica che rende omaggio all’artista attraverso la narrazione
del film.
Nato all’inizio del ‘900, bambino
prodigio in virtù di innati talenti musicali, Rota si formò con
Pizzetti, Casella e Scalero. Incontrò il cinema molto presto,
arrivando in vita a comporre centocinquanta colonne sonore per
Visconti (Il Gattopardo, Rocco e i Suoi
Fratelli), Zeffirelli (Romeo e Giulietta) e
naturalmente Federico Fellini, dallo Sceicco Bianco in
poi: La Strada, Le Notti di Cabiria, La Dolce
Vita, 8 e 1⁄2, Amarcord fino a Prova
d’Orchestra. Con Il Padrino di Francis Coppola
raggiunse il suo successo più grande e con Il Padrino Parte
II vinse, primo compositore italiano, il Premio Oscar per la
Colonna Sonora Originale.
Fotografie e materiali d’archivio
vengono reinventati e messi in relazione con gli interventi degli
intervistati, tra cui Park Chan-Wook,
Alexandre Desplat e Caterina
D’Amico, testimone in prima persona dell’amicizia tra Nino
e sua madre Suso.
Nino scelse di vivere nel Sud
dell’Italia, a Bari, preferendola alla natia Milano ed a Roma, la
città del cinema. Proprio a Bari l’arrangiatore statunitense Vince
Mendoza mette in prova e dirige nel film un grande concerto
celebrativo, nella sala concerti del Conservatorio da Rota diretto
per quasi trent’anni.
In vita non ebbe rapporto facile
con la critica musicale: il suo naturale trasporto per la musica
del passato mal si addiceva a tempi in cui l’avanguardia richiedeva
di contestare le forme della tradizione. Adesso Rota riconquista il
posto che gli compete fra i massimi compositori del ‘900, lasciando
un segno profondo e personale nella storia della musica.
Con Nino – Un film su Nino
Rota, Walter Fasano restituisce il ritratto di un uomo e di un
artista che ha attraversato il Novecento, facendo della musica un
linguaggio capace di legarsi indissolubilmente alle immagini e di
imprimersi nella memoria collettiva.
Maschi si nasce, uomini
si diventa: Maurizio Lastrico, Matteo Martari, Francesco
Montanari e Pietro Sermonti –
rispettivamente nei ruoli di Mattia, Massimo, Riccardo e Luigi –
sono pronti a rimettersi in gioco nella
seconda stagione della comedyMaschi Veri,
disponibile dal 7 ottobre solo su Netflix.
Nonostante si sentano
ormai “decostruiti dalla mascolinità tossica”, i quattro amici sono
ancora alla ricerca di quell’equilibrio tra i sessi duramente
colpito dai cambiamenti di status e di vita, sia nelle dinamiche
sentimentali che nelle nuove relazioni in corso. In questa nuova
stagione ritroviamo le quattro coppie esattamente all’opposto di
come le avevamo lasciate: i nostri Maschi restano fuori posto come
sempre, ma più amici che mai.
1 di 8
Crediti: Lucia
Iuorio/Netflix
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Tornano anche
Thony (Tiziana), Sarah Felberbaum (Ilenia), Laura Adriani
(Daniela), Alice Lupparelli (Emma), Nicole Grimaudo
(Federica) e Davide Iacopini (Eugenio).
Si uniscono al cast Carolina Crescentini (Simona), Silvia
D’Amico (Paola), Alessio Boni (Giordano), Giancarlo Commare
(Augusto) e Ilenia Pastorelli (Tecla).
“Maschi
Veri” è una produzione Groenlandia (società del
gruppo Banijay), prodotta da Matteo Rovere, scritta da Furio
Andreotti, Giulia Calenda e Ugo Ripamonti e diretta da Matteo
Oleotto e Milena Cocozza.
È
difficile separare Sons of Anarchy da
Jax Teller. La
serie ha costruito gran parte della propria identità attorno al
personaggio interpretato da Charlie Hunnam e alla sua trasformazione nel
corso di sette stagioni. Anche dopo l’espansione del franchise con
Mayans M.C., Jax è
rimasto il volto più riconoscibile di quell’universo e il
personaggio attraverso cui continua a essere ricordata la serie
originale.
Il
problema è che la storia di Jax ha anche una conclusione
definitiva. Il finale di Sons of Anarchy rende praticamente
impossibile riportarlo in scena senza compromettere il significato
del suo percorso. Eppure Charlie Hunnam è pronto a tornare nel franchise con
Legends, un nuovo spin-off
che lo vedrà nuovamente tra i protagonisti. Una scelta
apparentemente contraddittoria: recuperare l’attore che più di
tutti rappresenta Sons of
Anarchy senza poter recuperare il personaggio che lo ha reso
tale.
Legends sembra aver
trovato una soluzione proprio trasformando questa contraddizione
nella sua premessa. Hunnam non interpreterà nuovamente Jax Teller, ma una
versione di se stesso, all’interno di una storia che
giocherà sul confine tra gli attori e i personaggi che hanno
interpretato. È un espediente rischioso, ma potrebbe essere anche
il modo più intelligente per riportare Sons of Anarchy sullo schermo senza cancellare
il peso del suo finale.
Charlie Hunnam può riportare Jax
Teller in Sons of Anarchy senza interpretarlo davvero
La premessa di Legends è
decisamente insolita per un franchise nato come crime drama. La
serie seguirà infatti gli
interpreti di Sons of
Anarchy nei panni di versioni fittizie di loro
stessi, riuniti dieci anni dopo per partecipare a una
convention dedicata alla serie. Quando una minaccia reale irromperà
nell’evento, gli attori saranno costretti a fare affidamento sul
legame costruito interpretando i membri del SAMCRO.
È
una struttura meta-narrativa che trasforma direttamente l’eredità
di Sons of Anarchy nel
motore della storia. La distinzione tra interprete e personaggio
diventa inevitabilmente più sottile: Charlie Hunnam sarà Charlie
Hunnam, ma la serie potrà giocare continuamente con ciò che il
pubblico associa a Jax
Teller. Non è necessario riportare letteralmente Jax sullo
schermo perché la sua presenza continui a essere percepita.
La scelta diventa ancora più interessante considerando che, secondo
le informazioni disponibili sul progetto, sarebbe stato
lo stesso Hunnam a
proporre il concept a FX. Piuttosto che cercare un
espediente narrativo per resuscitare Jax o ambientare l’ennesima
storia nel passato del SAMCRO, Legends può quindi utilizzare direttamente il rapporto
che gli spettatori hanno sviluppato con quegli attori.
In questo senso Hunnam potrebbe diventare contemporaneamente il
sostituto di Jax e il suo riflesso. La serie non avrebbe bisogno di
fingere che la morte del personaggio non sia mai avvenuta: potrebbe
utilizzare tutto ciò che Jax rappresenta nell’immaginario del
pubblico senza modificare di una virgola il suo destino.
È proprio questa distanza
a permettere a Charlie Hunnam di tornare senza rendere inutile il
finale di Sons of
Anarchy.
Legends rischia di non sembrare
più Sons of Anarchy, ed è proprio ciò di cui il franchise ha
bisogno
La stessa soluzione che rende possibile il ritorno di Hunnam
introduce però il problema più evidente di Legends. Una serie meta in cui gli attori
interpretano loro stessi alle prese con una minaccia reale sembra
avere pochissimo in comune con il crime drama cupo e violento che
ha definito Sons of
Anarchy. Cambia la premessa, cambia il rapporto con i
personaggi e potrebbe cambiare persino il genere.
Il rischio di una crisi d’identità esiste. Se Legends spingesse troppo sull’autoparodia, il
nome Sons of Anarchy
potrebbe ridursi a un contenitore nostalgico. Ma cercare di
replicare semplicemente la serie originale sarebbe probabilmente
ancora più problematico. La storia di Jax Teller ha già avuto una
conclusione, mentre Mayans M.C. ha dimostrato che lo stesso universo può
essere esplorato attraverso altri personaggi. Un nuovo progetto ha
bisogno di una ragione diversa per esistere.
Sons of Anarchy
È
qui che il ritorno del cast può diventare fondamentale. Accanto a
Charlie Hunnam sono previsti Ron Perlman, Katey Sagal, Maggie Siff, Mark Boone Junior,
Tommy Flanagan, Kim Coates e Theo Rossi. Sono interpreti
che hanno contribuito in maniera decisiva all’identità della serie
originale. Legends può
quindi abbandonarne la struttura narrativa mantenendo qualcosa di
altrettanto riconoscibile: la chimica tra le persone che hanno
costruito il SAMCRO sullo schermo.
La sfida sarà trovare il punto esatto tra queste due direzioni.
Legends non può
trasformarsi in una parodia nostalgica di Sons of Anarchy, ma non dovrebbe neppure
fingere di essere un’ottava stagione mascherata. La sua strana
premessa potrebbe funzionare proprio perché accetta che Jax Teller non sia sostituibile
e sceglie di sostituire, invece, la funzione che aveva nel
franchise. Charlie Hunnam può tornare a esserne il centro
senza riportare indietro il suo personaggio. Se Legends riuscirà davvero a mantenere
questo equilibrio, ciò che oggi appare come il suo rischio maggiore
potrebbe diventare la ragione per cui vale la pena tornare ancora
una volta nel mondo di Sons
of Anarchy.
Il nuovo
Resident Evil diretto da
Zach Cregger
prende sempre più chiaramente le distanze dalle precedenti
trasposizioni cinematografiche della saga. Il film, interpretato da
Austin Abrams, ha
infatti ottenuto una classificazione R dalla MPA
per “violenza sanguinosa
intensa, gore e linguaggio volgare per tutta la durata del
film” e sembra utilizzare la prospettiva in prima
persona in diverse sequenze d’azione e horror. Una scelta
che potrebbe rendere l’esperienza cinematografica molto più vicina
a quella del videogioco.
A
confermare la direzione intrapresa dal regista è soprattutto un
breve frammento del nuovo teaser, nel quale per circa quattro
secondi la macchina da presa assume una vera e propria visuale in
soggettiva: un’arma compare davanti all’obiettivo mentre lo
spettatore vede la scena attraverso gli occhi del protagonista.
Cregger, già autore di Barbarian e Weapons, ha spiegato che il suo
obiettivo è ricreare la sensazione di giocare a Resident Evil, evitando di
limitarsi a riproporre la trama di uno degli episodi della
serie.
La classificazione R è altrettanto significativa. In un momento in
cui molte produzioni cercano di ampliare il proprio pubblico,
Resident Evil
sembra invece voler preservare la componente più violenta e
disturbante dell’universo videoludico. La combinazione tra
soggettiva, gore e un approccio dichiaratamente immersivo
suggerisce un film pensato per trasmettere allo spettatore la
stessa vulnerabilità del giocatore, costretto a muoversi in un
ambiente ostile senza sapere cosa possa emergere dal buio.
Resident Evil punta
sull’esperienza videoludica con soggettive, gore e Raccoon
City
La storia seguirà Bryan, un corriere medico interpretato da
Austin Abrams,
che rimane coinvolto in una lotta per la sopravvivenza quando il
caos esplode nell’arco di una singola notte. Il film recupererà
alcuni degli elementi più riconoscibili della saga, tra cui Raccoon
City, la Umbrella Corporation, i cani infetti e le iconiche erbe
verdi. Cregger sembra però intenzionato a utilizzare questi
riferimenti come parte di un universo autonomo.
L’impiego della visuale in prima persona è forse l’aspetto più
interessante. Nei videogiochi, la soggettiva modifica radicalmente
il rapporto con l’orrore: il giocatore non osserva semplicemente il
pericolo, perché lo attraversa direttamente, con informazioni
limitate e una percezione costantemente minacciata. Se Cregger
applicherà questo linguaggio in maniera selettiva, le sequenze in
prima persona potrebbero diventare uno strumento narrativo capace
di alterare improvvisamente la grammatica del film.
Anche i dati produttivi sembrano andare nella stessa direzione.
Resident Evil
durerà circa 95 minuti, mentre la sceneggiatura sarebbe composta da
altrettante pagine e conterrebbe relativamente pochi dialoghi. Il
budget si aggira intorno agli 80 milioni di dollari, con Cregger
che avrebbe ricevuto circa 20 milioni per la regia. Il risultato
dovrebbe quindi essere un horror d’azione compatto e fisico, più
vicino a una corsa contro il tempo che a una tradizionale storia di
origini.
La produzione è ormai prossima al debutto: Resident Evil arriverà nei cinema e
in IMAX il 18 settembre
2026. La classificazione R e l’uso della soggettiva
rappresentano segnali incoraggianti per chi attende una
trasposizione capace di prendere sul serio l’identità horror del
videogioco. Resta da capire se Cregger riuscirà a trasformare
questi strumenti in una vera esperienza cinematografica senza farli
apparire come semplici esercizi di stile.
Ridley Scott
non sembra avere alcuna intenzione di rallentare. A 88 anni, il
regista è ora al cinema con The Dog Star – Le Stelle
dopo la Fine (leggi
qui la nostra recensione) si prepara a tornare dietro la
macchina da presa per Treasure
Island, con Hugh Jackman,
e guarda già al progetto successivo: un terzo capitolo della saga
prequel di Alien che riporterebbe al centro
David, l’androide
interpretato da Michael
Fassbender in Prometheus e Alien: Covenant. La notizia
riapre così una linea narrativa rimasta in sospeso e legata a uno
dei personaggi più controversi dell’universo creato da Scott.
In
un’intervista concessa al Los
Angeles Times, Scott ha spiegato che il nuovo film
dovrebbe concentrarsi proprio su David e sulla sua evoluzione dopo
gli eventi di Alien:
Covenant. L’androide, responsabile della deviazione sempre
più radicale del progetto di creazione della vita, si trova in una
condizione narrativa ideale per diventare il centro di una nuova
storia e secondo il regista è in procinto di creare un nuovo mondo
tutto per sé. “Le IA
possono andare fuori controllo. E se succede, è come una
bomba.”, ha aggiunto Scott in riferimento alla ribellione
di David. Le parole del regista confermano inoltre quanto il tema
dell’intelligenza artificiale continui a essere centrale nella sua
riflessione cinematografica.
La scelta di tornare a David avrebbe un peso particolare perché
permetterebbe a Scott di affrontare nuovamente il rapporto tra
creazione e creatore attraverso un personaggio che incarna la paura
di una tecnologia capace di sviluppare una propria volontà. Dopo
Alien: Covenant,
il suo destino era rimasto deliberatamente aperto: un nuovo film
potrebbe quindi trasformare quella sospensione in una prosecuzione
diretta, approfondendo l’universo degli Ingegneri, degli xenomorfi
e soprattutto la visione del mondo elaborata da David.
Il nuovo Alien
di Ridley Scott potrebbe trasformare David nel
cuore della saga
Il percorso di David rappresenta uno degli elementi più
interessanti introdotti nei prequel di Alien. Nato come macchina al servizio
degli esseri umani, l’androide sviluppa progressivamente una forma
di autonomia che lo porta a interrogarsi sul significato stesso
della creazione. In Prometheus questa tensione emerge
attraverso il suo rapporto con Peter Weyland; in
Alien: Covenant,
invece, David arriva a concepire se stesso come una figura
creatrice, convinta di poter superare i limiti imposti dai propri
progettisti.
È
proprio questa evoluzione a rendere potenzialmente significativo il
nuovo capitolo. Scott ha costruito una parte consistente della
propria filmografia intorno alle conseguenze della creazione
artificiale, da Alien a Blade Runner, fino alle riflessioni più recenti
sull’intelligenza artificiale. Nell’intervista al Los Angeles Times, il regista ha
ammesso di non avere ancora avuto bisogno dell’IA per realizzare i
propri film, pur considerandone inevitabile l’arrivo nel processo
produttivo.
Il regista ha infatti posto una domanda che potrebbe diventare uno
dei nuclei tematici del prossimo Alien: “La domanda inquietante è: l’IA può essere intelligente solo
quanto le informazioni che le vengono fornite?” È un
interrogativo che si sovrappone perfettamente alla traiettoria di
David, una creatura costruita dagli uomini che ha iniziato a
considerarli inferiori. Per questo, più che una semplice
continuazione della saga, il progetto potrebbe rappresentare il
ritorno di Scott al conflitto filosofico che ha reso David uno dei
personaggi più affascinanti del suo cinema.
Prima di tornare nello spazio, però, come già detto Scott dirigerà
Treasure Island,
con Hugh Jackman. A novembre riceverà
inoltre l’Oscar onorario ai Governor’s Awards. Il terzo prequel di
Alien resta
ancora privo di una data di uscita ufficiale, ma il ritorno di
Michael Fassbender nei panni di
David potrebbe rappresentare una delle prossime grandi mosse del
regista.
James Gunn ha
annunciato la fine delle riprese principali di Man of Tomorrow, il nuovo film dei
DC Studios che proseguirà la storia del Superman interpretato da
David
Corenswet. Il regista e sceneggiatore ha celebrato su Threads la conclusione
della produzione, confermando così un passaggio importante verso
l’uscita del film, fissata al 9 luglio 2027.
Gunn ha accompagnato l’annuncio con alcune fotografie dal set e un
messaggio rivolto alla troupe e al cast: “È terminata la fotografia principale di Man of
Tomorrow. È stata davvero un’esperienza gioiosa e sono
profondamente grato al mio cast e alla mia troupe.” Tra le
immagini compare anche Nicholas
Hoult, interprete di Lex Luthor, che ha festeggiato la
fine delle riprese tuffandosi in un lago insieme al regista.
La
conclusione della lavorazione arriva in un momento particolarmente
importante per il nuovo DC
Universe. Man of
Tomorrow sarà infatti il secondo film dedicato a Corenswet
dopo Superman, mentre il progetto dovrà
anche consolidare la direzione narrativa inaugurata da Gunn e dal
co-CEO Peter
Safran. Il film si prepara inoltre a introdurre sul grande
schermo nuovi elementi dell’universo DC, con Brainiac interpretato da
Lars Eidinger
come una delle principali novità.
Man of Tomorrow
amplia il DC Universe con Brainiac, John Stewart e Blue Beetle
Il cast del sequel riunisce gran parte dei protagonisti di
Superman, a
partire da Rachel
Brosnahan nei panni di Lois Lane, Skyler Gisondo come Jimmy Olsen e
Nicholas Hoult come Lex Luthor.
Tornano inoltre Sara
Sampaio nel ruolo di Eve Teschmacher, Isabela
Merced come Hawkgirl, Nathan
Fillion come Guy Gardner ed Edi Gathegi come Mister Terrific.
Adria Arjona
interpreterà invece Maxima.
Tra le aggiunte più significative c’è Aaron Pierre, che porterà al cinema il suo
John Stewart dopo aver interpretato il personaggio nella serie HBO
Lanterns.
Tornerà inoltre Xolo
Maridueña
nei panni di Blue Beetle, collegando il personaggio introdotto
nel film del 2023 al nuovo universo cinematografico DC.
La fine delle riprese arriva anche mentre Gunn cerca di rassicurare
i fan sul futuro dei progetti DC in sviluppo, alla luce della
complessa situazione societaria legata alla fusione tra Paramount e
Warner Bros. Rispondendo a una domanda su Threads, il regista ha
smentito l’ipotesi che alcuni progetti siano stati congelati:
“Niente è in
pausa.” Anche The Brave and the Bold, il
film dedicato a Batman e diretto da Andy Muschietti, secondo Gunn
“non è assolutamente in
pausa”. La produzione di Man of Tomorrow rappresenta dunque un
segnale concreto della continuità del progetto DC Studios, con il
prossimo appuntamento fissato al 9 luglio 2027.
Brad Pitt
tornerà a interpretare Cliff Booth nel nuovo film ambientato
nell’universo di C’era una volta a… Hollywood, e
Netflix ne ha finalmente svelato il titolo: The Further Mis-Adventures of Cliff
Booth. Il progetto riunisce nuovamente il personaggio
creato da Quentin
Tarantino con il cinema di David Fincher, che dirigerà il film a
partire da una sceneggiatura dello stesso Tarantino. L’annuncio
chiarisce così la direzione presa da uno dei progetti più attesi
legati al cinema del regista.
Il
film sarà ambientato nel 1977, otto anni dopo gli eventi di
C’era una volta a…
Hollywood, e vedrà Cliff Booth confrontarsi con una
Hollywood profondamente cambiata. The Further Mis-Adventures of Cliff Booth
debutterà nelle sale IMAX il 25 novembre per una
programmazione di due settimane, prima di arrivare su Netflix il
23 dicembre. Nel cast figurano anche Elizabeth
Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II e
Peter
Weller.
La scelta di riportare al centro proprio Cliff Booth è
significativa. Il personaggio era una delle figure più
imprevedibili del film del 2019: stuntman, veterano della Seconda
guerra mondiale, autista e migliore amico di Rick Dalton,
interpretato da Leonardo DiCaprio. Il nuovo
capitolo può quindi sfruttare la libertà narrativa lasciata da
Tarantino per raccontare un’epoca successiva, mantenendo Booth come
punto di osservazione privilegiato su un’industria cinematografica
che nel frattempo è cambiata radicalmente.
The Further
Mis-Adventures of Cliff Booth porta il personaggio di
Brad Pitt nella Hollywood del 1977
In C’era una volta a…
Hollywood, Cliff era un uomo apparentemente fuori dal
tempo, capace di muoversi ai margini dell’industria e di risolvere
con estrema violenza situazioni che gli altri non sapevano gestire.
La sua storia personale era inoltre circondata da zone d’ombra, a
partire dalle voci secondo cui avrebbe ucciso la moglie. Tarantino
aveva lasciato volutamente irrisolti diversi aspetti del
personaggio, rendendolo ideale per un’ulteriore avventura.
Il film originale, uscito nel 2019, raccontava la Hollywood del
1969 attraverso il rapporto tra Booth e Dalton, sullo sfondo della
vicenda della famiglia Manson. Il finale alternativo immaginato da
Tarantino modificava radicalmente alcuni eventi realmente accaduti,
confermando la natura profondamente metacinematografica del
progetto. Il nuovo film sembra ora spostare l’attenzione verso
un’altra fase della trasformazione dell’industria.
Per Brad
Pitt, il ritorno rappresenta anche una nuova occasione
per confrontarsi con uno dei suoi ruoli più amati degli ultimi
anni. L’interpretazione di Cliff Booth gli valse infatti l’Oscar
come miglior attore non protagonista. La collaborazione con
Fincher, autore di film come Fight Club,
Seven e Zodiac, aggiunge inoltre
un elemento particolarmente interessante: sarà il primo
lungometraggio diretto da Fincher su una sceneggiatura originale di
Tarantino. Il risultato potrebbe trasformare Cliff Booth in uno dei
personaggi più longevi dell’immaginario tarantiniano.
A sedici
anni da The
Social Network, Aaron Sorkin torna a raccontare il potere di
Facebook con The Social Reckoning, nuovo
film diretto e scritto dal premio Oscar che arriverà nelle sale
statunitensi il 9 ottobre. Il nuovo trailer ora diffuso ci
introduce meglio Jeremy Allen White nei panni del
giornalista del Wall Street
JournalJeff
Horwitz, Mikey
Madison come la whistleblower Frances Haugen e Jeremy Strong nel ruolo di
Mark Zuckerberg,
personaggio già interpretato da Jesse
Eisenberg nel film di David Fincher.
Il
film prende spunto dagli eventi che portarono all’inchiesta
giornalistica The Facebook
Files, pubblicata dal Wall
Street Journal nel 2021. Al centro c’è Haugen, ingegnera di
Facebook che decise di consegnare una vasta quantità di documenti
interni al giornalista Horwitz, contribuendo a portare alla luce
informazioni sulle conseguenze sociali e psicologiche legate alle
attività della piattaforma. Il nuovo trailer mostra proprio
l’incontro tra i due e l’inizio della collaborazione destinata a
scuotere l’azienda.
La scelta di Sorkin rende il progetto particolarmente
interessante: lo sceneggiatore di The Social Network torna infatti
sullo stesso universo tecnologico con un film ambientato in una
fase storica completamente diversa. Se il film di
Fincher
raccontava la nascita di Facebook e la trasformazione dell’idea di
Zuckerberg in un fenomeno globale, The Social Reckoning guarda alle
conseguenze di quella rivoluzione. Il passaggio dalla fondazione alla responsabilità sociale può quindi
trasformare il nuovo film in una sorta di secondo capitolo
ideale.
The Social
Reckoning porta al cinema lo scandalo dei Facebook
Files
Il trailer presenta Frances Haugen come una figura consapevole della
portata delle informazioni che sta per rendere pubbliche.
“Voglio aiutare Facebook,
non danneggiarlo”, dice al giornalista interpretato da
White, una frase
che introduce il conflitto fondamentale del film: denunciare i
problemi della piattaforma significa necessariamente metterne in
discussione il modello e il potere.
Sul fronte opposto compare Jeremy Strong nei panni di
Zuckerberg, con
un’interpretazione che sembra costruire un personaggio molto
diverso da quello visto in The Social Network. Il suo Zuckerberg si definisce
“un assolutista della
libertà di parola” e afferma di “non essere quello che mente”, mentre
intorno a lui prende forma l’accusa secondo cui Facebook avrebbe
avuto un impatto “senza precedenti” sulla società.
È
proprio questo confronto a dare al progetto un peso particolare.
The Social
Reckoning non sembra voler ricostruire la storia della
nascita di Facebook, quanto interrogarsi su cosa sia diventato il
potere costruito da quella piattaforma. Nel cast figurano anche
Wunmi Mosaku,
Betty Gilpin,
Billy Magnussen
e Bill Burr.
Prodotto da Sorkin, Todd Black, Peter Rice e Stuart Besser, il film sarà distribuito da Columbia
Pictures e arriverà al cinema il 9 ottobre.
Per chiunque canti a
livello professionale o desideri fare della musica la propria
professione, la voce rappresenta uno strumento prezioso e
delicato che richiede una cura costante. Proprio come accade
agli atleti che devono preparare accuratamente i propri muscoli
prima di una gara, anche i cantanti hanno la necessità di
allenare l’apparato fonatorio per preservarlo da sforzi
eccessivi. Esiste infatti la tendenza errata a considerare
l’emissione del suono come un gesto del tutto istintivo,
dimenticando che dietro ogni nota si cela un meccanismo articolato
formato da muscoli laringei, cartilagini e mucose fragili. Esibirsi
in condizioni di affaticamento o senza aver effettuato un adeguato
riscaldamento riduce la potenza e l’estensione vocale,
aumentando il pericolo di spiacevoli problemi fonatori. Sviluppare
un controllo consapevole del respiro e imparare a
riconoscere i segnali inviati dal corpo costituiscono quindi le
basi per costruire una vocalità solida, capace di sostenere
performance impegnative sul palco o in studio.
L’allenamento
quotidiano: riscaldamento, respirazione e postura
Mantenere la voce in
perfetta salute richiede una routine quotidiana fatta di
esercizi mirati, ideati per coordinare la gestione dell’aria
con l’emissione del suono. Ogni sessione di studio o esibizione
dovrebbe sempre aprirsi con qualche minuto di riscaldamento,
un passaggio essenziale per stimolare l’irrorazione sanguigna della
laringe e preparare le corde vocali alle vibrazioni del canto. In
questo processo la respirazione diaframmatica svolge una
funzione determinante, poiché consente di calibrare la spinta
dell’aria evitando di contrarre la gola o di sovraccaricare la
muscolatura del collo. Scegliere di seguire un corso di canto con insegnanti preparati
rappresenta la strada migliore per assimilare questi meccanismi
tecnici, imparando a sfruttare la postura e i punti di risonanza
per amplificare il suono in modo naturale. Una padronanza tecnica
di questo tipo permette di ottenere un timbro nitido e
profondo ottimizzando lo sforzo fisico, prevenendo così la comparsa
di affaticamenti o raucedini a fine giornata.
I fattori di rischio
e la gestione della voce sotto pressione
La vita professionale di
un cantante comporta il confronto continuo con orari di lavoro
serrati, sbalzi termici negli ambienti di esibizione e
una forte pressione emotiva prima di salire sul palco.
Quando subentra l’ansia da prestazione o si affrontano brani
tecnicamente complessi, il corpo reagisce accumulando tensioni
muscolari involontarie sul collo, sulle spalle e sulla mandibola.
Questo irrigidimento si riflette sulla laringe, ostacolando il
passaggio dell’aria e spingendo l’interprete a forzare per
raggiungere le note desiderate. Per evitare che lo sforzo
comprometta la qualità dell’interpretazione, occorre sviluppare una
sensibilità corporea per individuare e sciogliere le
contrazioni al loro primo insorgere. Mantenere rilassati i
muscoli del viso e liberare il tratto vocale dalle rigidità
costituisce la garanzia migliore per affrontare lunghi concerti
preservando un timbro sempre pulito ed espressivo.
Consigli pratici di
igiene vocale per prevenire gli affaticamenti
Accanto alla tecnica di
emissione, la tutela della salute canora passa attraverso una serie
di cautele quotidiane fondamentali per garantire la longevità delle
corde vocali. La prima norma riguarda l’idratazione
costante, poiché bere acqua a temperatura ambiente mantiene il
giusto grado di umidità sulle mucose, riducendo l’attrito meccanico
durante la vibrazione vocale. È altrettanto importante eliminare
abitudini dannose come i ripetuti colpi di tosse per schiarirsi
la voce o il cantare sopra volumi di spia troppo alti,
comportamenti che generano continui micro-traumi sui tessuti.
Infine, dopo una performance impegnativa è essenziale
osservare un periodo di riposovocale assoluto,
consentendo ai muscoli di rigenerarsi appieno. Integrare queste
buone abitudini nella propria routine assicura una vocalità
elastica e pronta a rispondere con efficacia alle esigenze della
musica.
Per
anni gli adattamenti dei videogiochi sono stati considerati quasi
inevitabilmente inferiori alle opere da cui provenivano. Quel
paradigma è ormai crollato. Serie come Arcane e
The Last of Us hanno dimostrato che un
videogioco può diventare materiale per una televisione ambiziosa,
adulta e capace di parlare anche a chi non conosce l’originale.
Fallout, però, potrebbe essere andata
persino oltre, perché ha trasformato quella lezione in qualcosa di
ancora più difficile: un adattamento che non ha bisogno di adattare
davvero una storia già esistente.
La
serie Prime Video non sceglie infatti la strada seguita
da The Last of Us, che
ricostruisce e reinterpreta una narrazione precisa, né replica
semplicemente il modello di Arcane. Prende invece il mondo costruito dai videogiochi
Bethesda e lo utilizza come un universo nel quale creare nuovi
personaggi, nuovi conflitti e nuove conseguenze. Lucy, il
Ghoul e Maximus appartengono pienamente a Fallout senza essere copie di protagonisti già
conosciuti dai giocatori.
È
proprio questa combinazione a rendere la serie una candidata
credibile al titolo di miglior adattamento videoludico realizzato finora.
Fallout possiede la
libertà narrativa di Arcane, l’ambizione produttiva di The Last of Us e, soprattutto, un’identità
abbastanza forte da non dipendere continuamente dal materiale
originale. Le prime due stagioni dimostrano che rispettare un
videogioco non significa necessariamente riprodurlo: può
significare comprenderne le regole abbastanza bene da riuscire a
raccontare qualcosa di nuovo.
Fallout espande i videogiochi
invece di trasformarli in una semplice sceneggiatura
La decisione più importante presa dagli autori di Fallout è probabilmente quella che,
sulla carta, comportava il rischio maggiore. La serie non adatta
Fallout 3,
New Vegas o
Fallout 4.
Si colloca direttamente
dentro la stessa continuità dei videogiochi, nel 2296,
successivamente agli eventi dei capitoli principali della saga. In
questo modo ciò che accade sullo schermo non è una versione
alternativa di qualcosa che i giocatori conoscono già: è un nuovo
capitolo di quel mondo.
È
una differenza decisiva. Quando un adattamento ricostruisce una
storia già esistente, il confronto con l’originale diventa
inevitabile. Ogni cambiamento viene valutato sulla base della
fedeltà, ogni personaggio deve convivere con una precedente
incarnazione e ogni svolta narrativa è già conosciuta da una parte
del pubblico. Fallout si
libera quasi completamente da questo problema. Lucy può essere Lucy, senza dover
sostituire il Lone Wanderer, il Courier o il Sole Survivor.
È
lo stesso principio che ha reso Arcane tanto efficace. Anche la serie Netflix non nasce come trasposizione di una trama di
League of Legends, ma
utilizza personaggi, luoghi e conflitti del gioco per costruire una
narrazione pensata direttamente per il linguaggio televisivo.
Fallout porta questa
idea ancora più avanti perché inserisce la propria storia nella
cronologia ufficiale del franchise, rendendo la serie
contemporaneamente accessibile ai nuovi spettatori e rilevante per
chi conosce già il mondo dei videogiochi.
Questa libertà permette inoltre agli autori di utilizzare la lore
senza trasformarla in fan service. Vault-Tec, la Confraternita
d’Acciaio, i Vault, i Ghoul e la devastazione nucleare non vengono
mostrati semplicemente perché il pubblico li riconosca. Sono
strumenti
narrativi attraverso i quali la serie parla di potere,
capitalismo, propaganda, sopravvivenza e della tendenza
dell’umanità a ricostruire gli stessi sistemi che l’hanno
distrutta. È qui che l’adattamento smette di essere una
celebrazione del videogioco e diventa una storia autonoma.
Fallout ha l’ambizione di The
Last of Us, ma conserva qualcosa che molti adattamenti perdono
L’altra grande intuizione di Fallout riguarda il modo in cui Prime Video ha scelto
di trattare il progetto. Non come una produzione di genere
destinata principalmente agli appassionati, ma come una
grande serie
televisiva, sostenuta da investimenti, scenografie
elaborate e un cast capace di reggere anche le componenti più
drammatiche della storia. È una strada che The Last of Us aveva già dimostrato essere
possibile.
Ella Purnell, Walton Goggins e Aaron Moten costruiscono tre
prospettive radicalmente diverse sullo stesso mondo. Lucy parte da
un’idea quasi infantile della società e scopre progressivamente
quanto il mondo esterno sia incompatibile con i valori che le sono
stati insegnati. Maximus vede nella Confraternita d’Acciaio una
possibilità di appartenenza e potere, salvo confrontarsi
continuamente con le contraddizioni dell’istituzione. Il Ghoul
rappresenta invece la memoria vivente di ciò che esisteva prima
della catastrofe, trasformando la storia personale di Cooper Howard
nel ponte tra passato e presente.
È
proprio il Ghoul a mostrare quanto Fallout riesca a essere qualcosa di più di un prodotto
costruito sulla riconoscibilità del marchio. Il personaggio
interpretato da Walton
Goggins potrebbe funzionare anche fuori dall’universo
videoludico: è tragico, crudele, ironico e costantemente diviso tra
ciò che era e ciò che è diventato. La sua storia dà profondità
all’apocalisse perché ricorda allo spettatore che il mondo
devastato della serie non è semplicemente un’ambientazione
spettacolare, ma il risultato di decisioni compiute da persone
precise.
Qui emerge anche la principale differenza rispetto a
The Last of Us. La serie
HBO cerca una forma di realismo emotivo quasi assoluto, mentre
Fallout conserva
la follia tonale dei
videogiochi. Può passare dalla violenza estrema a una gag
assurda, dalla satira sociale a una sequenza drammatica senza
perdere coerenza. Il suo mondo è contemporaneamente tragico e
ridicolo, e proprio questa contraddizione costituisce l’identità
più autentica del franchise.
Il risultato è che Fallout riesce a ottenere ciò che per molto tempo
sembrava quasi impossibile negli adattamenti videoludici:
essere fedele senza
essere subordinata all’originale. Non tenta di convincere
lo spettatore della grandezza dei videogiochi, perché non ne ha
bisogno. Utilizza ciò che quei giochi hanno costruito come
materiale narrativo e poi procede nella propria direzione.
Questo non rende automaticamente Fallout superiore a Arcane o The Last
of Us, opere che hanno raggiunto risultati straordinari
attraverso strategie differenti. Ma proprio la capacità di
combinare libertà, continuità, spettacolo e identità rende la serie
Prime Video forse il modello più completo emerso finora. Il futuro
degli adattamenti potrebbe non dipendere più dalla domanda
“quanto è fedele al
videogioco?”, ma da una molto più interessante: quanto
bene ha compreso il mondo che sta adattando? Per ora,
Fallout ha probabilmente
dato una delle risposte migliori.
Disney+ ha diffuso le prime immagini
della sesta stagione di Only Murders in the Building, che
per la prima volta porterà Charles, Oliver e Mabel lontano da New
York. Il nuovo capitolo, intitolato Only Murders in
London, debutterà l’8 dicembre su Disney+ in Italia e a livello
internazionale, mentre negli Stati Uniti arriverà su
Hulu.
La
nuova stagione ripartirà da un caso destinato a cambiare
radicalmente la prospettiva della serie. Dopo aver risolto ancora
una volta il mistero precedente, Charles, Oliver e Mabel dovranno indagare sulla morte di
Cinda Canning, la podcaster che ha avuto un ruolo
fondamentale nella nascita della loro stessa avventura
investigativa. La ricerca dell’assassino li condurrà a Londra, nel
cuore della tradizione del cozy
crime, dove incontreranno una nuova galleria di personaggi
eccentrici e potenziali sospetti.
Lo
spostamento geografico rappresenta qualcosa di più di una semplice
variazione scenografica. Dopo cinque stagioni costruite attorno
all’Arconia e alla sua comunità, Only Murders in the
Building sembra pronta a mettere alla prova uno degli
elementi più riconoscibili della propria formula:
quanto può funzionare il
trio fuori dal luogo che ha contribuito a definirne identità, ritmo
e dinamiche?
Photo Credit: Disney/Miya Mizuno
Only Murders in London cambia
scenario senza rinunciare al cuore della serie
Il viaggio a Londra permette alla sesta stagione di giocare
direttamente con una tradizione narrativa profondamente legata al
mistero britannico. Il cozy
crime, con i suoi sospetti eccentrici, gli ambienti
apparentemente rassicuranti e i delitti nascosti dietro una
superficie ordinata, rappresenta un territorio particolarmente
adatto all’umorismo e alla struttura investigativa della serie.
Al centro resterà naturalmente il rapporto tra Charles, Oliver e Mabel,
interpretati ancora da Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez. La morte
di Cinda Canning aggiunge però un elemento più personale rispetto a
molti casi precedenti: il personaggio interpretato da
Tina Fey non è
soltanto una figura ricorrente, ma una delle persone che hanno
indirettamente ispirato la nascita del podcast del trio.
Photo Credit: Disney/Miya Mizuno
La stagione potrà così trasformare l’indagine in una riflessione
sulle origini stesse della serie. Seguire le tracce della donna che
ha contribuito a dare forma alla loro identità di investigatori
significa costringere Charles, Oliver e Mabel a confrontarsi anche
con il percorso compiuto dal primo episodio fino a oggi.
Ad ampliare ulteriormente la nuova ambientazione sarà un cast di
guest star particolarmente ricco. Oltre al ritorno di Tina Fey, la
sesta stagione vedrà la partecipazione di Olivia Colman, Meryl Streep, David Tennant, Nicola Coughlan e
Martin Freeman, insieme ad altri
interpreti ancora da scoprire.
Photo Credit: Disney/Miya Mizuno
Only Murders in the
Building è stata creata e scritta da Steve Martin e John Hoffman. Tra gli
executive producer della sesta stagione figurano John Hoffman,
Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Dan Fogelman, Jess
Rosenthal, Ben Smith, Jennifer Crittenden e Gabrielle Allan.
Only Murders in London
debutterà l’8 dicembre su Disney+ in Italia.
La serie
drama HBO Original nominata agli Emmy®, creata da
Julian Fellowes (Downton Abbey), THE GILDED AGEdebutterà
con la sua
quarta stagione, composta da otto episodi, lunedì, 2
novembre su HBO e sarà disponibile in streaming su
HBO
Max.
Logline per la quarta stagione:
Bertha Russell ha cambiato la società, pagando un prezzo per questo
cambiamento. Ora, la sua famiglia dovrà fare i conti con le
conseguenze, mentre Agnes van Rhijn coglie l’opportunità di
riconquistare la posizione che aveva perduto. Nel frattempo, Marian
intraprende un nuovo percorso e Peggy cerca di conquistare
l’accettazione della sua futura famiglia acquisita. In questa nuova
era, bisogna stare attenti a ciò che si desidera.
Cast della quarta stagione:
Carrie Coon, Christine Baranski, Cynthia Nixon, Morgan Spector,
Louisa Jacobson, Denée Benton, Taissa Farmiga, Harry
Richardson, Blake Ritson, Ben Ahlers, Ashlie Atkinson, Dylan Baker,
Kelley Curran, Jordan Donica, Jessica Frances Dukes, Amy Forsyth,
Jack Gilpin, Simon Jones, Celia Keenan-Bolger, Ben Lamb, Audra
McDonald, Brian Stokes Mitchell, Debra Monk, Hattie Morahan, Donna
Murphy, Kristine Nielsen, Kelli O’Hara, Taylor Richardson, Douglas
Sills, Erin Wilhelmi, John Douglas Thompson, Taylor Trensch, James
Scully, Dennis Haysbert, Maggie Kuntz, Neal Huff, Bonnie Milligan,
Jim Gaffigan, Dallas Roberts, Andrew Burnap, Elizabeth Marvel, Adrienne Warren, con Bill
Camp e Phylicia Rashad.
Credits della quarta
stagione: Creator, sceneggiatore e produttore esecutivo, Julian
Fellowes; regista e produttrice esecutiva, Salli
Richardson-Whitfield; sceneggiatrice e produttrice esecutiva, Sonja
Warfield; produttori esecutivi Gareth Neame, David Crockett, Bob
Greenblatt, Kate Churchill, Davita Scarlett ed Elaine Aronson;
co-produttrici esecutive Erica Armstrong Dunbar e Holly Rymon.
THE GILDED
AGE è una coproduzione HBO e Universal Television, una
divisione di Universal Studio Group.
PLAION Picturesdiffonde il trailer italiano diBEAST, l’action drama ambientato nel mondo delle
arti marziali miste diretto da Tyler Atkins e con
protagonista Russell Crowe, affiancato da Daniel
MacPherson, Luke Hemsworth e Bren
Foster. Un intenso racconto di riscatto che porta sul
grande schermo tutta la spettacolarità e la forza degli scontri
nell’ottagono.
Il trailer italiano immerge
immediatamente lo spettatore nell’atmosfera di BEAST,
alternando combattimenti spettacolari a momenti di forte tensione
emotiva. Tra allenamenti estenuanti, rivalità feroci e incontri che
mettono in palio molto più di una semplice cintura, emerge il
rapporto tra Patton James e Sammy, il personaggio interpretato da
Russell Crowe. Più che un allenatore, Sammy
è una guida severa, un uomo che ha conosciuto la gloria e le
sconfitte e che cerca di trasmettere al suo allievo una lezione che
va ben oltre il combattimento: per diventare una leggenda non basta
saper vincere, bisogna trovare la forza di rialzarsi dopo ogni
caduta.
Dopo anni lontano dalla gabbia,
Patton James è ormai soltanto il ricordo del
campione che aveva conquistato il mondo delle MMA. La sua carriera
è finita, la gloria appartiene al passato e la quotidianità procede
scandita da sacrifici, lavori pesanti e responsabilità familiari.
Ma quando il fratello minore viene trascinato in una spirale di
violenza che finirà per sconvolgere irreversibilmente le loro vite,
Patton si ritrova davanti a una scelta impossibile. Per proteggere
ciò che ama e cercare una forma di riscatto, è costretto a tornare
nel luogo che aveva promesso di lasciarsi alle spalle per sempre:
l’ottagono. Ad attenderlo c’è l’avversario più pericoloso della sua
carriera (interpretato dall’artista marziale Bren Foster,
con oltre 150 medaglie da primo posto all’attivo), un campione
spietato deciso non solo a batterlo, ma a cancellarne
definitivamente l’eredità sportiva. Per affrontare una sfida simile
serve qualcuno capace di ricordargli chi era davvero prima della
caduta.
Nel trailer, Russell Crowe
domina la scena nel ruolo di Sammy, l’allenatore che aveva
trasformato Patton James in una leggenda delle MMA e che ora
rappresenta la sua ultima possibilità di riscatto. Burbero, ironico
e apparentemente impenetrabile, Sammy è il custode di un codice
d’onore fatto di disciplina, sacrificio e responsabilità, la voce
che ricorda come i veri campioni non si misurino soltanto dalle
vittorie, ma dalla capacità di affrontare le conseguenze delle
proprie scelte. Dopo aver firmato alcune delle interpretazioni più
iconiche del cinema contemporaneo, da Il Gladiatore a
Cinderella Man, Russell Crowe torna nel mondo del
grande cinema sportivo, questa volta nei panni dell’uomo chiamato a
ricostruire un campione anziché diventarlo.
Lontano dagli stereotipi
dell’action contemporaneo, BEAST recupera il
fascino del grande cinema sportivo, dove ogni colpo racconta una
scelta, ogni cicatrice custodisce una sconfitta e ogni vittoria ha
un prezzo. Sullo sfondo dell’universo spettacolare e spietato delle
MMA professionistiche, il film riversa sullo spettatore ogni
lacrima e ogni goccia di sangue dietro a ciascun combattimento,
rivelando come spesso i veri campioni, ancor prima che contro
l’avversario, si ritrovano a lottare contro se stessi.
Cortesia Plaion Pictures
Secondo l’International Mixed
Martial Arts Federation, le MMA contano ormai circa 449 milioni di
appassionati a livello globale e continuano a espandersi grazie al
successo internazionale della UFC. Anche in Italia il movimento
vive una fase di grande visibilità, sostenuto da una crescente
copertura televisiva e streaming e da un pubblico sempre più
numeroso e trasversale. È in questo universo che si inserisce
BEAST, un film che racconta le arti marziali miste con la
stessa potenza narrativa con cui Rocky ha raccontato il pugilato a
intere generazioni. La regia di Tyler Atkins privilegia un
approccio fisico e realistico, lasciando che ogni colpo, ogni
caduta e ogni istante di fatica trovino spazio sullo schermo senza
affidarsi agli artifici del montaggio, immergendo lo spettatore nel
cuore dell’ottagono. Tra combattimenti spettacolari, legami
familiari messi alla prova e il desiderio di riscattare una vita
segnata dagli errori, BEAST è un film che
parla di seconde possibilità. Perché anche quando sembra che il
tempo sia scaduto, c’è sempre un ultimo incontro capace di cambiare
il destino di un uomo.
BEAST arriverà nei cinema
italiani dal 1° ottobre, distribuito da PLAION Pictures.
La trama di
Beast
Un ex campione di MMA, senza lavoro
e incapace di sostenere la propria famiglia, viene trascinato
nuovamente nella gabbia dell’ottagono per affrontare un vecchio
avversario e vendicare il fratello, bersaglio della malavita. Un
tempo leggenda e ora outsider, aiutato solamente dal suo vecchio
allenatore, dovrà risvegliare il guerriero che pensava di aver
sepolto per sempre dentro di sé. L’obiettivo è uno solo: vincere.
Per suo fratello, per la sua famiglia, per se stesso.
I Wonder Pictures ha diffuso il
trailer italiano di RIDER, il nuovo progetto scritto
e diretto da Roan Johnson e Davide
Pavanello, in arte Dade, selezionato come film di chiusura
della 41.Settimana Internazionaledella Critica –
sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale
Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito della Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (2
— 12 settembre 2026). Prodotto da Movimenti Production (una
società di Banijay Entertainment), Red Joint, Emotion
Network con Rai Cinema e con la partecipazione di
HBO
Max, RIDER arriverà nelle sale italiane a
partire dall’8 ottobre distribuito da I Wonder
Pictures.
RIDER nasce
dall’incontro fra due mondi creativi: quello del cinema e quello
della musica contemporanea. Il regista e sceneggiatore Roan
Johnson, autore di film come I primi della lista,
Piuma e Fino a qui tutto bene, unisce il proprio
sguardo cinematografico all’esperienza di Dade, storico
bassista dei Linea 77 e tra i producer più influenti della scena
musicale italiana contemporanea, qui alla sua prima regia ma già
vincitore del David di Donatello 2025 per la colonna sonora,
composta e prodotta con Margherita Vicario, del film Gloria!
firmato dalla stessa Vicario.
Il risultato è un film energico e
immerso nell’immaginario musicale di oggi, come intuiamo già dal
trailer, capace di parlare il linguaggio delle nuove generazioni
sfruttando appieno la forza del racconto cinematografico. Un’opera
fresca e originale, capace di raccontare il presente attraverso il
ritmo, l’estetica e le voci della scena musicale italiana, in cui i
brani non accompagnano semplicemente le immagini, ma diventano
parte integrante della narrazione, e dove i dialoghi, ritmati e
rimati, rimangono in scia col ritmo musicale del film. Un
lungometraggio coraggioso e innovativo, costellato di scelte
stilistiche originali e una regia che dialoga con la musica in
maniera creativa. Un film che è anche esperienza musicale, e che
con un linguaggio inedito porta sul grande schermo una storia che
parla d’amore e della responsabilità delle proprie scelte.
RIDER arriva sul
grande schermo con un cast incredibile, guidato da Lorenzo
Aloi (Prima di noi, La Tana, Hype) e
dall’attrice e cantautrice Kaze (Call My Agent
Italia), affiancati da Kyshan Wilson (Mare
Fuori) e numerosi artisti del panorama musicale italiano
contemporaneo come Johnny Marsiglia, Ensi,
Axos, Rosa Chemical e Levante, con la
partecipazione di Margherita Vicario, e con Claudio Santamaria.
Protagonista di
RIDER è Samuele, detto Sami, un giovane
rider che ogni giorno attraversa Milano in bicicletta per
consegnare ordini da un capo all’altro della città. La notte di
Capodanno, mentre Milano esplode di luci e tutti festeggiano, Sami
consegna un enorme ordine di sushi in una lussuosa villa alla
periferia nord. Invitato a rimanere alla festa, conosce Nia,
con cui nasce immediatamente una forte sintonia. Ma mentre quel
nuovo amore muove i primi passi, una decisione presa d’impulso
cambierà per sempre il corso della sua vita, costringendolo a
scegliere se fuggire o affrontare fino in fondo le conseguenze
delle proprie azioni.
“Un film che si ascolta e un disco
che si vede.” È questa l’idea che accompagna il progetto e che
trova la sua naturale espressione nell’album omonimo della
colonna sonora, di prossima pubblicazione. Prodotto da
Metatron/INRI e distribuito da Universal, l’album raccoglie i brani
interpretati da tutte le voci protagoniste del film, estendendo il
racconto oltre la sala cinematografica.
La trama ufficiale di
RIDER
Samuele, detto Sami, è un giovane
rider, che ogni giorno si muove per le strade di Milano con la sua
bici. La notte di Capodanno, mentre la città esplode di luci,
consegna un enorme ordine di sushi in una lussuosa villa. Invitato
a rimanere per la serata, incontra Nia, una ragazza con la testa
sulle spalle, con cui scatta subito una forte connessione. Ma,
mentre un nuovo amore muove i primi passi, Sami dovrà decidere se
affrontare le conseguenze fatali di una decisione presa d’impulso.
Scritto e diretto dal regista Roan Johnson e dal producer musicale
Dade nasce un film che porta sul grande schermo l’energia della
scena musicale italiana, con un cast d’eccezione che include
Lorenzo Aloi (Prima di noi, La Tana, Hype),
l’attrice e cantautrice Kaze (Call My Agent Italia), Kyshan
Wilson (Mare fuori) e artisti come Johnny Marsiglia, Ensi,
Axos, Rosa Chemical e Levante, con la partecipazione di Margherita
Vicario, e con Claudio Santamaria.
Con un taglio originale e
innovativo, RIDER mescola il racconto visivo con la musica,
fondendo l’intreccio narrativo con brani inediti del panorama rap e
pop, dove gli stessi attori interpretano un’altalena continua di
versi cantati e battute recitate e dove la colonna sonora non
accompagna la storia… ma diventa la storia stessa.
Mutiny il nuovo action thriller
internazionale di Jean-François
Richet con Jason Statham, Annabelle Wallis,
Roland Møllere Adrian
Lester arriva nelle sale cinematografiche italiane
dal 10 settembre distribuito da Eagle
Pictures. Il film è una produzione Madriver
Pictures ePunch Palace ed è prodotto
da Marc Butan eJason
Statham.
La trama di Munity
Nell’avvincente thriller ad
alta tensione MUTINY, Jason Statham interpreta Cole Reed, ex
commando dei Royal Marines ed ex agente delle unità speciali SCO19
della polizia di Londra, oggi responsabile della sicurezza
personale del suo amico e mentore, il magnate armatoriale
thailandese Tibu Campallo (Ramon Tikaram). Quando Tibu viene
assassinato davanti ai suoi occhi, Cole intraprende una missione
per vendicare il suo fratello d’armi — una missione che lo porta in
acque internazionali, dove scopre segreti sinistri ben più profondi
di quanto avesse mai immaginato.
Una delle migliori serie
poliziesche della HBO dai tempi dell’iconica prima stagione di
True Detective del 2014, fonde
l’intensa analisi psicologica dei personaggi di quella serie con il
mistero di provincia di Twin Peaks. Senza X-Files, gli spettatori
non avrebbero mai avuto rivisitazioni soprannaturali di serie
poliziesche come Buffy l’ammazzavampiri, Evil, Fringe, Lucifer
e Supernatural. Tuttavia, senza
Twin Peaks, gli spettatori non avrebbero
mai avuto X-Files.
Il classico mix di soap opera di
provincia, giallo, poliziesco, commedia surreale e horror
psicologico è opera dello sceneggiatore Mark Frost e del regista
David Lynch. L’indagine dell’agente Dale Cooper sul misterioso
omicidio della studentessa Laura Palmer è stata una miscela di toni
assolutamente unica che ha influenzato tutto, da
Stranger Things di Netflix a Desperate Housewives, Wayward
Pines e, naturalmente,
X-Files.
Tuttavia, Twin Peaks ha influenzato
anche alcuni dei thriller polizieschi più acclamati degli anni
2010, tra cui True Detective e
Sharp Objects della HBO. Mentre il primo
era principalmente uno studio del personaggio di un poliziotto
profondamente tormentato, Rust Cohle, interpretato da
Matthew McConaughey, che supera
il suo nichilismo per indagare su una serie di omicidi rituali, la
serie presentava molti degli elementi horror psicologici di fondo
presenti in Twin Peaks. Pertanto, è interessante notare come
Omicidio a Easttown, la serie del 2021 che fonde Twin
Peaks e True Detective, abbia avuto successo proprio abbandonando
questi elementi.
Omicidio a Easttown fonde
il dramma della piccola città di Twin Peaks con la protagonista
tormentata di True Detective
Con Kate Winslet nei panni della
protagonista Marianne “Mare” Sheehan, una detective nella periferia
di Easttown, in Pennsylvania, Omicidio a
Easttown è un mix cupo, tragico ma avvincente di dramma
psicologico e thriller poliziesco. La serie di successo di Stephen King dell’anno precedente, The
Outsider, aveva finalmente offerto un poliziesco che si
atteneva completamente agli accenni di horror occulto presenti
nella prima stagione di True Detective, quindi
Omicidio a Easttown ha optato per un approccio più
realistico alla sua storia.
La serie vede la tormentata Mare,
interpretata da Winslet, indagare sull’omicidio di una giovane
madre del posto, ma è anche ossessionata dalla scomparsa irrisolta
di una ragazza del luogo, che ha messo in discussione le sue
capacità investigative. Dopo la morte del figlio, Mare si ritrova
anche intrappolata in una battaglia legale per l’affidamento del
nipote con l’ex moglie del figlio, e la sua vita privata si
intreccia inevitabilmente con il suo lavoro professionale, man mano
che la trama ricca di colpi di scena si dipana.
Il ruolo di Kate Winslet in
Omicidio a Easttown merita i paragoni con la reinvenzione
di Matthew McConaughey in True Detective
Sebbene il ruolo di Matthew
McConaughey in “True Detective” sia arrivato dopo una serie di
interpretazioni acclamate in “Mud”, “Killer Joe” e “Magic Mike”, la
serie è stata comunque la ragione principale per cui la critica ha
iniziato a prendere sul serio il suo lavoro. Winslet non ha avuto
questo problema di carriera, dato che l’attrice inglese era una
star stimata fin dai suoi primi ruoli in “Creature del cielo”,
“Ragione e sentimento”, “Amleto” e “Titanic”.
Tuttavia, Omicidio a
Easttown ha rappresentato una radicale reinvenzione del suo
personaggio sullo schermo. Proprio come Rust Cohle era una
coraggiosa deviazione dalla solita schiera di carismatici furfanti
interpretati da McConaughey, la tragica protagonista di
Omicidio a Easttown è stata una delle interpretazioni più
intense di Winslet e una rivelazione anche per i fan di lunga
data.
Omicidio a Easttown condivide
l’elemento più controverso di Twin Peaks
La maggior parte delle serie
televisive opta per prendere in prestito solo gli elementi
inequivocabilmente popolari delle proprie fonti di ispirazione, ma
Omicidio a Easttown è stata un po’ più audace nel suo
debito nei confronti di Twin Peaks. La serie HBO non è neanche
lontanamente bizzarra e surreale come Twin Peaks, ma entrambe hanno
lasciato alcuni critici e spettatori un po’ infastiditi quando i
loro finali hanno rivelato che il mistero dell’omicidio non era mai
stato il vero fulcro della serie, quanto piuttosto lo scavo delle
tenebre che si celavano sotto la superficie della comunità.
Come Twin Peaks, il finale di
Omicidio a Easttown ha evitato la rassicurante conclusione
di un giallo in stile Agatha Christie tradizionale, preferendo il
ritratto di una comunità profondamente imperfetta, ricca di
personaggi complessi e sfaccettati. Omicidio a Easttown
forse non ha cercato di replicare l’inimitabile eccentricità di
Twin Peaks, ma la serie è riuscita a ricreare il mistero della
piccola città, affiancandolo all’intensa analisi psicologica dei
personaggi di True Detective.
Il 1 settembre apriranno le
prevendite del film Marvel StudiosAvengers
Endgame: Extra, l’epica conclusione della Saga
dell’Infinito che tornerà il 24 settembre nelle sale
cinematografiche italiane, anche in IMAX® e in Infinity
Vision, una nuova certificazione per le sale Premium Large
Format (PLF) che garantiscono un’esperienza visiva eccezionale per
gli spettatori con schermi di grandi dimensioni, immagini luminose
e un audio straordinario.
Il ritorno in sala del film da
record includerà le prime immagini esclusive dell’attesissimo
lungometraggio Marvel Studios Avengers:
Doomsday, nei cinema italiani dal 16
dicembre. Il pubblico potrà assistere a un ulteriore contenuto
in anteprima nelle sale IMAX® e nelle sale certificate Infinity
Vision che proietteranno Avengers Endgame: Extra.
È ora disponibile il trailer
di Avengers Endgame: Extra.
In Avengers Endgame:
Extra, dopo che un evento devastante ha spazzato via metà
della popolazione mondiale, gli eroi rimasti lottano per andare
avanti. Alla fine, dovranno unirsi per ristabilire l’ordine e
l’armonia nell’universo e riportare in vita i loro cari,
affrontando Thanos in uno spettacolare scontro finale. Il film è
prodotto da Kevin Feige e diretto da Anthony e Joe Russo. Louis D’Esposito,
Victoria Alonso, Michael Grillo, Trinh Tran, Jon
Favreau, James
Gunn e Stan Lee figurano come executive producer.
Giunto alla sua 38ª
edizione, torna alla Mostra Internazionale d’Arte
Cinematografica di Venezia il Leoncino
d’Oro, uno dei premi collaterali più significativi
della manifestazione, istituito da Agiscuola nel 1989 e da allora
affidato allo sguardo delle nuove generazioni.
A giudicare i film in Concorso alla
Mostra sarà una Giuria composta da 18 studenti e
studentesse provenienti da tutte le regioni
italiane, in rappresentanza di migliaia di ragazzi
che compongono le giurie territoriali del David
Giovani.
Compito della giuria di giovani
appassionati, coordinata da Giulia Serinelli, sarà quello di
scegliere il miglior film dell’83ᵃ Mostra Internazionale d’Arte
Cinematografica di Venezia, a cui verrà assegnato il Leoncino
d’oro.
I giurati avranno la possibilità di
vivere la Mostra da protagonisti, seguendo le proiezioni dei film
in concorso e confrontandosi direttamente con registi, attori,
autori e professionisti del settore. Accanto alla visione dei film,
il Leoncino d’Oro offrirà infatti un vero e proprio percorso di
formazione attraverso incontri dedicati con le delegazioni del film
e con le diverse professionalità della filiera cinematografica.
Il vincitore del Leoncino d’oro
per l’edizione 37 è stato La voce di Hind
Rajab
Da questa edizione il
percorso della Giuria avrà inoltre una nuova casa. Tutti
gli incontri del Leoncino d’Oro saranno ospitati a Casa Cinema
Giovani – Il luogo delle opportunità, il nuovo spazio
dedicato agli studenti e ai giovani appassionati di
cinema, ideato e realizzato da ANEC
– Associazione Nazionale Esercenti cinema
e ACEC – Associazione Cattolica
Esercenti Cinema, in collaborazione con il Ministro
per lo Sport e i Giovanie sostenuto nell’ambito
del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la
Scuola promosso dal Ministero della Cultura
e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Sempre per la prima volta, grazie
alla collaborazione con il Ministro per lo Sport e i Giovani,
nell’ambito del progetto di Carta Giovani
Nazionale, il percorso della Giuria sarà raccontato
dai due Ambassadorselezionati attraverso un
contest dedicato alla valorizzazione del cinema tra i giovani.
La cerimonia di premiazione
del Leoncino d’Oro 2026 si terrà venerdì
11 settembre alle ore 16.00 all’Italian Pavilion dell’Hotel
Excelsior. Nell’ambito della cerimonia sarà inoltre
assegnata la Segnalazione Cinema for UNICEF.
A seguire, Casa Cinema Giovani – Via delle
Quattro Fontane 18/A, Lido di Venezia – ospiterà la festa di
chiusura dell’edizione.
Il Leoncino d’Oro, giunto
alla sua 38ª edizione, e il David
Giovani, sono promossi da Agiscuola,
coordinati da AGIS e ANEC, e Accademia del Cinema Italiano – Premi
David Donatello nell’ambito del Piano
nazionale Cinema e Immagini per la Scuola promosso dal MIC e
MIM. Due progetti storici che condividono l’obiettivo di
avvicinare le nuove generazioni al cinema e alle sale,
accompagnandole nello sviluppo di uno sguardo critico e
consapevole.
Le associazioni coinvolte nel
progetto Leoncino d’Oro lavorano durante tutto l’anno per offrire
cultura visiva e cinematografica agli studenti italiani, il
pubblico del futuro, sostenendo l’importanza di un crescente
impegno, anche pubblico, nell’ambito educativo e formativo.
Il creatore e showrunner
Darren Star ha dichiarato: «Volevo che
l’ultima stagione di Emily in Paris fosse la più grande di sempre.
In questa stagione abbiamo visitato diverse location e la Grecia
era una delle destinazioni che volevamo davvero mostrare in modo
spettacolare. È questo il bello dell’Europa: basta poco per
ritrovarsi in un altro luogo straordinario, un’altra cultura,
un’altra avventura. Volevo che il pubblico potesse viaggiare
insieme a Emily».
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Cortesia di Netflix
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Tra nuove ambizioni e
nuovi amori, Emily si troverà ad affrontare scelte decisive che
metteranno alla prova la sua lealtà. Ma quando conflitti
professionali inaspettati e relazioni in continua evoluzione la
costringono a riconsiderare dove risieda davvero il suo futuro,
dovrà compiere un’ultima scelta tra la sua carriera, il suo cuore e
la vita che ha costruito a Parigi.
INFORMAZIONI SU
Emily in Paris – Stagione 6
Creatore / Produttore
Esecutivo / Sceneggiatore: Darren Star
Produttori Esecutivi:
Tony Hernandez, Lilly Burns, Andrew Fleming, Alison Brown, Robin
Schiff, Grant Sloss, Joe Murphy, Stephen Brown, Ryan McCormick e
Raphaël Benoliel
Cast: Lily Collins (anche produttrice – Emily Cooper),
Philippine Leroy-Beaulieu (Sylvie Grateau), Ashley Park (Mindy
Chen), Lucas Bravo (Gabriel), Samuel Arnold (Julien), Bruno Gouery
(Luc), William Abadie (Antoine Lambert), Lucien Laviscount (Alfie),
Minnie Driver (Princess Jane), Paul Forman (Nico)
Prodotta da: Paramount
Television Studios, Darren Star Productions e Jax Media
Davide è un trentenne con la
passione dei libri: non ne legge tanti ma li vende, in una piazza
di Roma. La sua cliente più fedele, Elsa, è anche sua complice, gli
fornisce i volumi di seconda mano e lo colma di affetto e
tenerezza. Qualcosa però s’incrina in un giorno come tanti: a
Davide viene “consegnato” d’improvviso, per strada, come un pacco,
un bambino che viene dal Nordafrica, e che non lo molla più, lo
segue in silenzio come un cagnolino fedele. Un incidente, la corsa
in ospedale con il piccolo sconosciuto tra la vita e la morte. E
Davide che entra in un inferno personale fatto di reticenze, rimorsi,
smarrimento.
Nel rifugio proibito del pronto soccorso, una notte Davide incontra
Aminah, appena arrivata dall’Algeria su un barcone d’immigrati. È
un’adolescente fradicia di pioggia, tremante, impaurita, e in
evidente attesa di un figlio. Davide non può che darle rifugio in
casa sua. Ma è solo l’inizio. Ogni sera, tornando dal lavoro,
Davide trova nel suo appartamento da uomo solitario sempre più
gente sconosciuta. Inutilmente si ribella, ma alla fine è costretto
a cedere, per generosità o per debolezza. La sua casa non è più
solo sua ma anche di quelli che non hanno un tetto che li protegga,
i tanti che dormono sotto un ponte o in un angolo di strada. Mentre
la denuncia dei condomini lo spedisce in galera per favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina, Davide vive fino in fondo
un’odissea che non è solo personale, ma stravolge,
in un modo o in un altro, i sentimenti degli altri.
Tornano le Masterclass con grandi
personalità del cinema all’83. Mostra Internazionale d’Arte
Cinematografica della Biennale di Venezia, per la terza volta nella
location della Match Point Arena (250 posti) allestita al Tennis
Club Venezia al Lido (di fronte all’Hotel Excelsior). Ingresso
aperto solo agli accreditati dell’83. Mostra senza
prenotazione.
Tre Masterclass vedranno come
protagonisti l’attore e regista statunitense George Clooney (Leone d’oro alla carriera
2026) giovedì 3 settembre alle 16.00, il regista francese Luc
Besson domenica 6 settembre alle 16.00, l’attrice statunitense
Ellen Burstyn (Leone d’oro alla carriera 2026) martedì 8 settembre
alle 16.00. Le Masterclass si potranno seguire anche in livestream
sul sito www.labiennale.org.
Saranno due le Masterclass “The Art
and Craft of Cinema” organizzate da Cartier, in collaborazione con
la Biennale, che vedranno la regista cinese premio Oscar Chloe Zhao
(Leone d’oro per il miglior film nel 2020 per Nomadland) in dialogo
con il direttore della fotografia polacco Lukasz Zal, con cui ha
collaborato al film vincitore di un premio Oscar Hamnet (2025), venerdì 4 settembre alle 15.30 e il
regista italiano Luca Guadagnino (Leone d’argento per la migliore
regia nel 2022 per Bones and All) lunedì 7 settembre alle
15.30.
Qui di seguito il calendario in
sintesi di Masterclass alla Match Point Arena al Lido (Lungomare
Marconi angolo via Emo, di fronte all’Hotel Excelsior), solo per
gli accreditati, senza prenotazione:
Giovedì 3 settembre
ore 16.00
Masterclass di George Clooney (Leone d’oro alla carriera),
conduce Giulia D’Agnolo Vallan – Livestream labiennale.org
Venerdì 4 settembre
ore 15.30 Masterclass di Chloe Zhao e Lukasz Zal, conduce Stéphane
Lerouge
Domenica 6 settembre
ore 16.00 Masterclass di Luc Besson, conduce Mauro Gervasini –
Livestream labiennale.org
Apple
TV ha svelato le prime immagini di “12 12
12”, l’atteso
heist drama con il candidato agli Emmy Anthony Mackie e il candidato ai Golden Globe
e ai Critics Choice Awards
Jamie Dornan, entrambi protagonisti e produttori
esecutivi. La serie originale farà il suo debutto il 13 novembre
con i primi due episodi degli otto totali, seguiti da un nuovo
episodio ogni venerdì fino al 25 dicembre.
1 di 4
Jamie Dornan in "12 12 12,"
premiering November 13, 2026 on Apple TV.
Anthony Mackie in "12 12 12," premiering
November 13, 2026 on Apple TV.
Jamie Dornan and Jack Kesy
in "12 12 12," premiering November 13, 2026 on Apple TV.
Anthony Mackie and Jamie
Dornan in "12 12 12," premiering November 13, 2026 on Apple
TV.
Ogni episodio di “12 12 12” si sviluppa attraverso tre diverse
linee temporali legate a una rapina: i 12 mesi di preparazione, le
12 ore del colpo e i 12 giorni successivi alla rapina. La serie
segue un agente dell’FBI caduto in disgrazia (Mackie) e un
criminale professionista americano (Dornan), che si fronteggiano in
un serrato gioco del gatto e del topo attraverso l’Europa. Al
centro della storia c’è l’audace e spettacolare assalto a un caveau
bancario situato nelle profondità delle strade di Zurigo.
Oltre a Mackie e Dornan, il cast corale comprende Jack Kesy (“12
Soldiers”, “Hellboy – L’uomo deforme”), Agathe Rousselle
(“Titane”), Sallie Harmsen (“Blade Runner 2049”), José Garcia
(“Cacciatore di teste”, “Now You See Me – I maghi del crimine”) e
la candidata agli Emmy Kali Reis (“True Detective”, “Mercy – Sotto accusa”), tra
gli altri.
La serie è creata e prodotta da Dudi Appleton e Jim Keeble,
entrambi anche produttori esecutivi. La regista candidata agli Emmy
e vincitrice di un BAFTA Kari Skogland dirige diversi episodi,
incluso il primo, e ricopre inoltre il ruolo di produttrice
esecutiva. Tra gli altri produttori esecutivi figurano Dornan e
Mackie, con quest’ultimo alla produzione esecutiva attraverso la
sua casa di produzione Make It With Gravy, insieme a Samantha
Corbin-Miller, David Knoller e Jason Spire per Inspire
Entertainment. La serie è prodotta da Paramount Television Studios
e Anonymous Content.
Apocalypse Now è uno
dei
film di guerra più radicali e complessi della storia del
cinema. Diretto da Francis
Ford Coppola nel 1979 e liberamente ispirato a
Cuore di tenebra
di Joseph Conrad,
il film trasforma il viaggio nel cuore dell’Africa coloniale in una
discesa nell’inferno della guerra del Vietnam. Al centro della
vicenda c’è il capitano Willard, interpretato da
Martin Sheen,
incaricato di risalire un fiume fino alla Cambogia per eliminare il
colonnello Kurtz, interpretato da Marlon Brando,
un ufficiale americano che ha creato un proprio regno fuori dal
controllo dell’esercito.
Il
finale di Apocalypse
Now porta questa missione alle sue estreme conseguenze.
Willard arriva finalmente davanti a Kurtz e lo uccide durante un
rituale di sacrificio, in una sequenza montata in parallelo con
l’abbattimento di un bufalo d’acqua. Eppure la morte di Kurtz non
risolve davvero il conflitto: davanti agli abitanti del suo
compound, Willard sembra assumere il ruolo dell’uomo che ha appena
eliminato. È proprio questa ambiguità a rendere il finale così
potente: Coppola lascia aperta la domanda fondamentale del film,
cioè se Willard sia riuscito a uscire dal cuore di tenebra oppure
se, attraversandolo, ne sia diventato parte.
Il contesto è essenziale per comprendere il finale di
Apocalypse Now.
Francis Ford
Coppola prende la struttura narrativa di
Cuore di tenebra
e la trasporta dalla colonizzazione del Congo alla guerra del
Vietnam, mantenendo intatto il principio del viaggio verso un
territorio sempre più lontano dalle regole della civiltà. Nel
romanzo, Marlow risale il fiume per incontrare Kurtz, commerciante
d’avorio diventato una sorta di divinità per le popolazioni locali.
Nel film, Willard percorre lo stesso itinerario mentale attraverso
una guerra che progressivamente perde ogni rapporto con la
razionalità.
La differenza è che il Vietnam permette a Coppola di spingere
ancora più avanti la riflessione sulla violenza. Willard parte già
in una condizione psicologica precaria, chiuso nella propria stanza
a Saigon e incapace di reinserirsi nella normalità. Durante il
viaggio incontra un esercito nel quale gli ordini ufficiali
convivono con l’assurdità, il caos e il piacere della distruzione.
Il celebre attacco con gli elicotteri accompagnato dalla musica di
Richard Wagner,
le spiagge bombardate e gli episodi sempre più allucinati
anticipano un mondo in cui la distinzione tra disciplina e follia
si è ormai dissolta.
Kurtz rappresenta quindi la possibile conclusione del percorso di
Willard. È ciò che accade quando un soldato attraversa
definitivamente il confine tra l’obbedienza a un sistema e la
convinzione di poter decidere autonomamente cosa sia giusto. Il
colonnello non è semplicemente un folle: è un uomo che ha compreso
la logica della guerra e l’ha portata alle sue conseguenze più
estreme. Proprio per questo l’incontro finale assume il carattere
di uno specchio.
Quando Willard arriva al compound di Kurtz, entra in uno spazio che
sembra appartenere a una realtà separata. Il tempio è circondato
dai seguaci del colonnello e dai cadaveri delle sue vittime. Qui il
protagonista incontra un Kurtz quasi spettrale, immerso
nell’oscurità, ormai completamente separato dal mondo militare che
lo ha prodotto. La sua presenza domina ogni cosa, anche senza
bisogno di ricorrere alla forza.
Kurtz racconta a Willard la propria visione della guerra e gli
chiede di riferire a suo figlio ciò che è realmente accaduto. È un
momento decisivo perché il colonnello smette di essere soltanto
l’obiettivo della missione e diventa una figura tragica. Ha
oltrepassato ogni limite morale, eppure è consapevole della natura
del mondo nel quale si trova. La sua celebre invocazione finale,
“The horror… the horror”, concentra questa consapevolezza in poche
parole.
Durante la notte, mentre gli abitanti del compound sacrificano
ritualmente un bufalo d’acqua, Willard entra nella stanza di Kurtz
e lo colpisce ripetutamente con un machete fino a ucciderlo. Il
montaggio alternato tra i due sacrifici stabilisce un’equivalenza
inquietante: il colonnello viene abbattuto mentre, nello stesso
momento, un animale viene ucciso secondo un rituale ancestrale. La
violenza militare e quella rituale finiscono così per appartenere
alla stessa dimensione.
Dopo aver ucciso Kurtz, Willard esce dal tempio con il manoscritto
del colonnello. Gli abitanti del compound lo guardano e si
inginocchiano davanti a lui. A quel punto il film potrebbe
trasformare Willard nel nuovo Kurtz. Invece lui rifiuta quella
posizione, recupera Lance e torna sulla barca, dirigendosi verso
valle. La sua partenza impedisce però al film di trasformare la
vicenda in una vera liberazione: Willard se ne va, ma ciò che ha
visto e fatto non può essere cancellato.
Kurtz, Willard e il bufalo: il
finale di Apocalypse Now racconta la trasformazione dell’uomo
attraverso la violenza
Il tema centrale del finale è dunque la perdita progressiva
dell’identità. Willard parte come esecutore di un ordine e arriva
al termine della missione dopo aver compiuto esattamente ciò che
Kurtz aveva previsto: entrare nel suo mondo, comprenderne la logica
e ucciderlo. Il problema è che per farlo deve assumere
temporaneamente la stessa brutalità che dovrebbe condannare.
Il parallelismo con il bufalo rende visibile questa contraddizione.
Il sacrificio dell’animale è un atto rituale, collettivo,
apparentemente lontano dalla guerra tecnologica combattuta dagli
americani. Eppure Coppola li monta insieme perché entrambi sono
gesti di dominio e distruzione. La civiltà moderna dispone di
elicotteri, fucili e bombardieri; il rituale dispone di machete e
forza fisica. Il risultato è identico: un essere vivente viene
ridotto a oggetto di un atto violento.
Qui emerge uno degli aspetti più importanti della lettura di
Cuore di tenebra
operata da Coppola. Il “cuore di tenebra” non coincide
semplicemente con un luogo geografico. È una condizione dell’essere
umano, la possibilità che la violenza faccia emergere qualcosa che
la società normalmente tiene sotto controllo. Kurtz ha smesso di
nasconderlo. Willard, invece, lo porta con sé e scopre quanto sia
sottile il confine che lo separa dal suo bersaglio.
Il potere di Kurtz passa davvero
a Willard? Il significato dell’immagine degli abitanti che si
inginocchiano
L’immagine degli abitanti che si inchinano davanti a Willard è
forse il passaggio più ambiguo dell’intero finale. Da una parte
suggerisce che il protagonista sia diventato il nuovo padrone del
luogo. Ha ucciso Kurtz e, nel momento stesso in cui emerge dal
tempio, viene riconosciuto come una figura dotata di autorità quasi
divina. Se questa fosse l’unica interpretazione possibile, il film
descriverebbe una perfetta sostituzione: Kurtz muore, Willard
prende il suo posto e il ciclo ricomincia.
Le statue e i volti disseminati nel compound rafforzano questa
sensazione. Sembrano osservare la scena come testimoni di una
violenza che precede i singoli personaggi e continuerà dopo di
loro. In questa lettura, Willard non avrebbe realmente sconfitto
Kurtz. Avrebbe semplicemente dimostrato di poter occupare la stessa
posizione di potere.
Esiste però una seconda possibilità. Willard può essere visto come
un uomo che attraversa quella stessa oscurità e decide di non
appropriarsene. Il gesto decisivo non è infatti l’uccisione di
Kurtz, bensì ciò che accade immediatamente dopo. Gli abitanti lo
riconoscono come nuovo leader, ma lui non accetta il ruolo.
Recupera Lance, torna alla barca e abbandona il compound.
La scelta è fragile, perché non sappiamo cosa accadrà a Willard
dopo il ritorno. Coppola evita deliberatamente una vera soluzione
psicologica. Non c’è una redenzione esplicita, né la certezza che
il protagonista abbia ritrovato la propria umanità. C’è soltanto
una scelta: davanti alla possibilità di diventare Kurtz, Willard
decide di andarsene.
Il vero significato del finale di
Apocalypse Now: uscire dal cuore di tenebra non significa tornare
quello di prima
Il finale di Apocalypse
Now funziona proprio perché non presenta la morte di Kurtz
come una vittoria convenzionale. Se Willard avesse semplicemente
eliminato il “cattivo” e fosse tornato a casa, il film avrebbe
tradito la propria riflessione sulla guerra. Kurtz è infatti il
prodotto estremo dello stesso sistema che manda Willard a
ucciderlo. L’ordine di eliminarlo dimostra che l’esercito americano
considera intollerabile la sua autonomia, non necessariamente la
violenza che lo ha trasformato.
Per questo la frase “the horror” assume un significato che va oltre
Kurtz. È la consapevolezza che la guerra ha cancellato
progressivamente le categorie attraverso cui gli uomini cercano di
distinguere il bene dal male. Willard comprende quella verità
proprio quando arriva davanti all’uomo che deve uccidere. Per
eliminarlo deve diventare, almeno per un momento, parte dello
stesso mondo.
La scelta finale di portare via Lance lascia quindi aperta una
possibilità di salvezza. Willard non prende il posto di Kurtz,
anche se potrebbe farlo. Non accetta di trasformare il compound in
un nuovo regno personale. Torna sul fiume, verso quella civiltà
dalla quale era partito, ma il film suggerisce che quel ritorno non
possa essere completo.
È questa la vera forza dell’ultima scena: Apocalypse Now non dice che l’orrore può
essere sconfitto. Dice che può essere riconosciuto. Willard ha
visto ciò di cui l’uomo è capace quando vengono meno i limiti
morali e istituzionali. La sua unica possibilità è scegliere di non
trasformare quella scoperta in una nuova forma di potere. Il cuore
di tenebra, allora, non è un luogo dal quale si torna indenni: è
qualcosa che l’uomo porta dentro di sé e che, una volta conosciuto,
non può più fingere di non aver visto.
Shonda Rhimes e la sua casa di produzione
Shondaland resteranno in esclusiva su Netflix per altri cinque anni. La creatrice di
Bridgerton ha infatti rinnovato l’accordo
generale con la piattaforma, prolungando una collaborazione
iniziata nel 2017 e diventata nel tempo una delle partnership
creative più importanti del catalogo Netflix. La notizia conferma
soprattutto la volontà del colosso dello streaming di continuare a
investire in un’autrice capace di trasformare le proprie serie in
fenomeni culturali internazionali.
Rhimes e la partner di produzione
Betsy Beers lavorano con Netflix da quasi un decennio. A confermare
il rinnovo è stata Bela Bajaria, Chief Content Officer di Netflix,
che ha sottolineato come la collaborazione abbia dimostrato la
capacità delle storie di Shondaland di andare oltre lo schermo,
influenzando moda, musica e cultura popolare. Anche Rhimes ha
espresso entusiasmo per il prolungamento dell’accordo, ringraziando
Netflix per l’autonomia e il sostegno ricevuti e per la fiducia
accordata al progetto creativo di Shondaland. La notizia è stata
riportata da Variety.
Il dato più interessante, però, è
la natura dell’accordo. Non si tratta semplicemente della conferma
di una collaborazione televisiva: il nuovo contratto comprende
infatti film, serie TV, videogiochi, merchandising ed
eventi dal vivo legati alle proprietà intellettuali di
Shondaland. Netflix continuerà inoltre a sostenere
iniziative dedicate all’inclusione nell’industria audiovisiva, tra
cui il Ladder Program, pensato per formare professionisti
provenienti da categorie sottorappresentate nei ruoli tecnici della
produzione. La strategia mostra quindi quanto il rapporto con
Rhimes sia ormai considerato un ecosistema creativo e commerciale,
non soltanto un accordo per la realizzazione di nuove serie.
Shondaland e Bridgerton: perché
Netflix punta ancora sull’universo di Shonda Rhimes
Il principale motivo per
cui Netflix ha scelto di prolungare il rapporto è evidente
guardando a Bridgerton. La serie, tratta dai romanzi di
Julia Quinn, è diventata il titolo più importante prodotto da
Shondaland per la piattaforma e uno dei maggiori successi nella
storia di Netflix. La quarta stagione è recentemente arrivata sul
servizio e la serie è già stata rinnovata per una quinta stagione.
Secondo i dati comunicati da Netflix, le prime e terze stagioni
hanno raggiunto rispettivamente 113,3 e 106 milioni di
visualizzazioni, entrando nella Top 10 delle serie Netflix più
viste di sempre; anche la quarta stagione ha superato quota 100
milioni.
Ma Bridgerton rappresenta
soltanto una parte dell’accordo. Prima ancora che il dramma in
costume diventasse un fenomeno globale, Shondaland aveva già
dimostrato di poter costruire prodotti capaci di generare
attenzione internazionale. È il caso di Inventing Anna,
con Julia Garner, mentre tra i progetti più recenti figurano il
mystery The Residence, con Uzo Aduba, e il documentario
Black Barbie, vincitore di un Emmy. A questi si aggiunge
Dance Dreams: Hot Chocolate Nutcracker, documentario
dedicato alla coreografa e regista Debbie Allen.
Il rinnovo suggerisce dunque una
direzione precisa per Netflix: non limitarsi ad acquistare
singoli successi, ma consolidare rapporti a lungo termine con
creatori in grado di costruire veri brand narrativi.
Shonda Rhimes è particolarmente adatta a questo
modello perché le sue produzioni possono vivere attraverso generi
differenti e, soprattutto, generare comunità di spettatori molto
riconoscibili.
In questo senso,
Bridgerton è il caso più significativo. La serie ha
dimostrato che un universo narrativo può estendersi attraverso
stagioni successive, spin-off come Queen Charlotte: A
Bridgerton Story e un immaginario capace di produrre
discussione anche al di fuori della piattaforma. Il nuovo accordo
amplia ulteriormente questa possibilità: videogiochi, merchandising
ed eventi dal vivo indicano che Netflix considera le proprietà di
Shondaland potenziali franchise transmediali.
La vera notizia, quindi, non è
soltanto che Shonda Rhimes resterà su Netflix fino al 2030
circa. È che la piattaforma continua a considerare la
creatrice come una delle figure attraverso cui costruire il proprio
futuro nell’intrattenimento globale. Dopo aver contribuito a
definire il modello dello streaming con serie-evento come
Bridgerton, Rhimes entra nella prossima fase della
partnership con la possibilità di muoversi ben oltre la serialità
televisiva.
Back to Black (leggi
qui la recensione), il film diretto da Sam Taylor-Johnson e interpretato da
Marisa Abela,
racconta la vita di Amy
Winehouse, una delle artiste più riconoscibili e influenti
della musica britannica degli anni Duemila. Il titolo richiama
l’album pubblicato dalla cantante nel 2006, il lavoro che la
trasformò in una star internazionale e che contiene alcune delle
sue canzoni più celebri. La pellicola ripercorre soprattutto gli
anni della sua consacrazione artistica, il rapporto tormentato con
Blake
Fielder-Civil, la dipendenza dall’alcol e dalle droghe e
la progressiva esposizione mediatica che accompagnò la sua
caduta.
La
domanda su quanto di ciò che si vede nel film sia realmente
accaduto è quindi inevitabile. Back to Black è infatti un biopic costruito a
partire da una persona realmente esistita e da eventi documentati,
ma sceglie una prospettiva molto precisa sulla sua vita. La
sceneggiatura concentra gran parte del racconto sulla relazione con
Blake e sulla dimensione sentimentale, mentre alcuni episodi
vengono condensati o reinterpretati. La storia di fondo è vera, ma
distinguere la biografia documentata dalle esigenze della
drammatizzazione permette di comprendere meglio che cosa il film
racconti davvero di Amy
Winehouse.
La vera storia di Amy
Winehouse prima del successo mondiale e la formazione di
un’artista destinata a cambiare la musica
Amy Winehouse
nacque a Londra nel 1983 e sviluppò molto presto una forte identità
musicale. La sua formazione affondava soprattutto nel jazz, nel
soul e nel rhythm and blues: tra le artiste che riconosceva come
influenze fondamentali c’erano Billie Holiday, Dinah Washington e soprattutto Sarah Vaughan. La sua voce,
tuttavia, non era una semplice riproposizione della tradizione:
Winehouse riuscì a trasformare quelle influenze in uno stile
personale, riconoscibile per il timbro profondo, l’interpretazione
aspra e una capacità particolare di mettere nelle canzoni
esperienze intime e sentimenti contraddittori.
Prima di diventare una celebrità internazionale, Winehouse si fece
conoscere nella scena musicale londinese e pubblicò nel 2003 il suo
primo album, Frank. Il disco ottenne un notevole successo nel
Regno Unito e mostrò già le caratteristiche che sarebbero diventate
centrali nella sua carriera. La vera svolta arrivò però con
Back to Black,
pubblicato nel 2006 e prodotto in larga parte da
Mark Ronson e
Salaam Remi. Il
disco trasformò il dolore sentimentale, l’ironia e
l’autodistruzione della cantante in una forma musicale
sorprendentemente moderna.
Il successo fu enorme e portò Winehouse ai vertici della scena
internazionale. Nel 2008 arrivarono i Grammy Awards, dove conquistò cinque
premi, tra cui Record of the Year e Song of the Year per
Rehab. La sua
esibizione alla cerimonia, trasmessa via satellite da Londra,
divenne uno dei momenti più celebri della sua carriera. Dietro
quell’immagine di trionfo, però, esisteva già una situazione
personale estremamente fragile, segnata dall’abuso di alcol e
droghe, da problemi alimentari e da una pressione mediatica sempre
più invasiva.
L’incontro con Blake
Fielder-Civil, il successo di Back to
Black e il rapporto tra amore, dipendenza e
autodistruzione
Una parte fondamentale della vera storia di Amy Winehouse riguarda
Blake
Fielder-Civil, conosciuto dalla cantante nella scena di
Camden. Il loro rapporto fu intenso e instabile e diventò
rapidamente una delle relazioni più importanti della sua vita.
Winehouse trasformò quella esperienza sentimentale anche in
materiale creativo: la separazione da Blake contribuì direttamente
alla scrittura di Back to
Black, un album nel quale il dolore della perdita e la
sensazione di abbandono diventano materia musicale.
I
due si sposarono a Miami nel 2007. La relazione fu però
caratterizzata da una forte instabilità e dal consumo di droghe.
Nel novembre dello stesso anno Fielder-Civil venne arrestato per
un’aggressione e successivamente condannato a due anni di carcere.
Winehouse rimase profondamente coinvolta nella vicenda e continuò a
manifestare pubblicamente il proprio attaccamento al marito. Il
film rende questa relazione il principale asse narrativo della
biografia, arrivando a collegare gran parte della trasformazione
emotiva e artistica della cantante al rapporto con Blake.
La realtà, tuttavia, è più complessa di una semplice dinamica nella
quale un uomo avrebbe trascinato una donna nelle dipendenze.
Fielder-Civil ha ammesso di aver introdotto Winehouse all’eroina,
ma ha anche sostenuto che il loro rapporto con le droghe fosse
circoscritto a determinati periodi. Le testimonianze disponibili
mostrano inoltre che i problemi di Winehouse con l’alcol e con
altre sostanze erano già presenti. Per questo il film semplifica
inevitabilmente una situazione nella quale dipendenza, fragilità
psicologica, ambiente familiare, pressione della fama e relazione
sentimentale si intrecciavano.
Dalla separazione da Blake alla
morte di Amy Winehouse: cosa accadde davvero negli
ultimi anni della sua vita
Dopo il divorzio da Blake
Fielder-Civil, Amy Winehouse attraversò periodi alterni di
recupero e ricaduta. La cantante cercò più volte di affrontare i
propri problemi con l’alcol e le droghe e nel 2011 tornò in
riabilitazione. La sua situazione rimase però estremamente fragile.
Uno degli episodi più noti fu il concerto di Belgrado del giugno
2011, quando Winehouse apparve sul palco in condizioni tali da non
riuscire a portare avanti adeguatamente l’esibizione. Il tour
europeo venne successivamente cancellato.
Il film suggerisce un legame particolarmente diretto tra la notizia
della nascita del figlio di Blake e l’ultima ricaduta di Winehouse.
Questo passaggio, però, è uno degli elementi meno solidi dal punto
di vista biografico. Il figlio di Fielder-Civil nacque nel maggio
2011, mentre Winehouse era già da circa un anno legata a
Reg Traviss. La
cantante sarebbe morta due mesi dopo, il 23 luglio 2011, a soli 27
anni. L’inchiesta sulla sua morte stabilì che la causa fu
un’intossicazione acuta da alcol dopo un periodo di astinenza.
Anche il rapporto con il padre Mitch Winehouse viene sottoposto nel film a una
precisa interpretazione. Back to Black lo rappresenta come una figura
affettuosa e presente, ma incapace di comprendere fino in fondo la
gravità della situazione della figlia. La questione è stata a lungo
controversa: Mitch ha contestato la rappresentazione offerta dal
documentario Amy
di Asif Kapadia,
sostenendo di aver cercato in più occasioni di aiutare la figlia e
di averla accompagnata anche in strutture di cura. Altre
testimonianze, compresa quella dell’ex manager Nick Shymansky, raccontano invece
diversamente alcuni episodi legati alla riabilitazione.
Quanto Back to
Black è fedele alla vera storia di Amy
Winehouse e cosa cambia il film rispetto alla realtà
Il punto fondamentale è quindi che Back to Black racconta una storia vera, ma
non pretende di essere una ricostruzione documentaria della vita di
Amy Winehouse.
Il film conserva gli avvenimenti principali: la formazione
musicale, il successo di Back to Black, l’incontro con Blake, il matrimonio,
la dipendenza, i problemi familiari, la crisi professionale e la
morte nel 2011. A cambiare è soprattutto il modo in cui questi
eventi vengono collegati tra loro e il peso assegnato alle diverse
figure della sua vita.
La scelta di Sam
Taylor-Johnson è quella di raccontare Winehouse attraverso
le emozioni e la relazione con Blake, seguendo in larga misura il
principio secondo cui la cantante trasformava la propria vita nelle
proprie canzoni. È una scelta coerente con il titolo stesso del
film, ma comporta anche una conseguenza: alcuni aspetti della sua
carriera vengono trattati rapidamente. Il ruolo di
Mark Ronson, per
esempio, è sorprendentemente marginale rispetto alla sua importanza
nella costruzione del suono di Back to Black, mentre la dimensione dello studio e
del processo creativo viene esplorata meno di quanto ci si potrebbe
aspettare da un film dedicato a una musicista.
Questo rende Back to
Black una versione cinematografica della vita di Amy
Winehouse più che una biografia definitiva. La sua storia reale
resta più contraddittoria e sfuggente rispetto alla struttura del
film: non può essere ricondotta alla sola relazione con Blake, né
alla sola dipendenza. Winehouse fu prima di tutto un’artista
straordinaria, capace di costruire in pochi anni un linguaggio
musicale personale e di trasformare la propria esperienza in
canzoni che hanno continuato a vivere dopo la sua morte. Il film
parte da quella verità, ma la interpreta attraverso una precisa
chiave sentimentale.
Dal 26 agosto al cinema,
The Dog Stars – Le Stelle Dopo la
Fine porta sul grande schermo il romanzo
post-apocalittico di Peter Heller attraverso lo
sguardo di Ridley Scott. In occasione della
conferenza stampa internazionale, il regista e i protagonisti
Jacob Elordi,
Josh Brolin e Guy Pearce hanno raccontato l’adattamento, il
lavoro sul set, le location italiane e una storia che, pur
immaginando un futuro devastato, guarda con inquietante attenzione
al presente.
Ridley Scott sull’adattamento del
romanzo di Peter Heller
Ridley Scott:
Volevo trovare il modo di rendere la storia cinematograficamente
più potente e di portarla nella direzione che sentivo più giusta
per il film.
C’è, per esempio, un elemento che
emerge nel terzo atto, quando Hig arriva in un luogo che ha sempre
immaginato potesse essere migliore. Troviamo quello che sembra
quasi un santuario, ma che in realtà è più simile a una fabbrica di
carne umana. Pensate alla carne umana come cibo. È un’immagine
molto forte, ma appartiene alla logica estrema di questo mondo.
Jacob Elordi su cosa significa
interpretare Hig in un mondo dopo la fine
Jacob Elordi: Hig vive in un mondo nel
quale tutto ciò che conosciamo è scomparso o è diventato
pericoloso. La sua relazione con Jasper è fondamentale perché
rappresenta una delle poche forme di umanità che gli sono rimaste.
Il rapporto tra loro cambia continuamente e proprio questa
imprevedibilità rende il viaggio interessante.
Sul set Ridley crea un’atmosfera
particolare, quasi pericolosa e inafferrabile. Non sai mai bene in
quale direzione stai andando. Sperimenta molto mentre lavori e
questo ti porta a fare altrettanto. C’è stata molta improvvisazione
e molta libertà.
Ridley Scott ha definito Hig e
Jasper “La Strana Coppia”
Josh
Brolin: Mi piace molto come riferimento. Ridley l’ha
definita proprio “La Strana Coppia” e penso che sia perfetto. Mi
vengono in mente Jack Lemmon e Walter
Matthau. Matthau diceva: “Se pulisci quel posacenere
ancora una volta, ti spacco la testa con quello”. Ecco, siamo
quella strana coppia lì.
Tra Hig e Jasper esiste una
tensione continua, ma anche una forma di dipendenza reciproca. Sono
molto diversi, e proprio per questo funzionano insieme. In un mondo
distrutto, il loro rapporto diventa anche una delle poche occasioni
per ritrovare qualcosa di simile alla normalità.
Ridley Scott, perché scegliere le
Dolomiti invece del Canada
Ridley Scott: Ero
in Canada a fare i sopralluoghi per il film, a Calgary. Il Canada è
maestoso, ma se entri nella foresta per fare pipì, ti giri e
improvvisamente non sai più dove sei. Muori lì. Ci sono lupi e
orsi. L’ho trovato intimidatorio.
Avevo già fatto dei sopralluoghi
sulle Dolomiti, dove il cibo è migliore. Così ho detto alla mia
piccola troupe: “Qualcuno è spaventato da questo posto? Io sì,
quindi andiamo tutti in Italia”. Abbiamo trovato nei paesaggi
italiani quello che cercavamo. Le Dolomiti hanno una dimensione
spettacolare ma anche un senso di isolamento perfetto per la
storia. E poi abbiamo lavorato a Cinecittà.
Il rapporto di Ridley
Scott con la grande tradizione cinematografica
italiana
Ridley Scott:
Ricordo quando ho incontrato Fellini e Sergio Leone. Fellini mi ha
portato in giro per la sua barca gigante, per il suo set. Era molto
inglese, indossava un trench Macintosh Burberry. È stato
fantastico. L’Italia ha una storia cinematografica straordinaria e
lavorare qui significa inevitabilmente confrontarsi con quella
tradizione.
Guy Pearce sul parallelo della
storia con la Pandemia di COVID
Guy
Pearce: È stato davvero interessante girare questo
film subito dopo esserci messi alle spalle il COVID. Per molte
persone è stata un’esperienza tragica, perché hanno perso dei cari.
Ma per il resto di noi è stato anche un campanello d’allarme strano
e scioccante: l’intero pianeta stava vivendo la stessa cosa
contemporaneamente.
Ovviamente l’ambientazione del
nostro film è molto più estrema, ma, come dice Ridley, la
sensazione è che non sia così lontana dalla realtà. Quel tipo di
scenario sembra davvero essere dietro l’angolo.
Ridley Scott e il suo rapporto con
la critica
Ridley Scott: No.
Non ho mai più letto un critico in vita mia, né recensioni buone né
cattive. Con tutto il rispetto per voi ragazzi, so che mi
ucciderete per averlo detto, ma non leggo le mie stesse rassegne
stampa.
La ragione è semplice: sono stato
scottato da una critica distruttiva su Blade Runner. Da
allora ho deciso che non mi sarebbe più interessato sapere cosa
pensano i critici dei miei film. Continuo invece a leggere
moltissime notizie.
Guy Pearce commenta il
lavoro con Margaret Qualley
Guy Pearce:
Lavorare su una dinamica padre-figlia così viscerale richiede una
fiducia immediata sul set. Con Margaret c’è stata subito un’intesa
naturale. Abbiamo cercato di restituire tutta la distanza emotiva
tra i due personaggi senza mai scivolare nel retorico.
Il loro rapporto vive di silenzi,
incomprensioni e risentimenti mai del tutto risolti. Nelle scene
chiave non ci siamo risparmiati. Il bello di recitare insieme è
stato proprio far emergere la verità di una relazione dolorosa ma
inevitabile.
Ridley Scott sulle ambizioni di
The Dog Stars – Le Stelle Dopo la
Fine
Ridley Scott:
Spero che il film lasci qualcosa su cui riflettere. È una storia
ambientata nel futuro, ma non volevo che sembrasse lontana da noi.
Il mondo di The Dog Stars è estremo, ma le paure che lo
attraversano sono molto concrete: la sopravvivenza, l’isolamento,
la perdita e soprattutto la necessità di capire di chi ci si possa
fidare quando tutto il resto è scomparso.
In fondo è questo che mi
interessava: non soltanto raccontare la fine del mondo, ma
raccontare cosa rimane degli esseri umani quando il mondo che
conoscevano non esiste più.
Il Gattopardo è uno
dei
grandi film della storia del
cinema italiano, il capolavoro diretto da Luchino Visconti nel 1963 e tratto
dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ambientato nella
Sicilia del 1860, durante lo sbarco dei Mille e il processo che
porterà all’unificazione italiana, il film racconta la crisi di un
mondo aristocratico attraverso gli occhi del principe Fabrizio
Salina, interpretato da Burt Lancaster. La vicenda, però, nasce da una
domanda che riguarda direttamente il rapporto tra invenzione
letteraria e memoria storica: quanto c’è di realmente accaduto
nella storia del principe?
La
risposta è più complessa di un semplice sì o no.
Il Gattopardo non
racconta infatti la biografia di una persona realmente esistita, né
riproduce fedelmente una singola vicenda familiare. Il romanzo di
Tomasi di
Lampedusa nasce però da una forte matrice autobiografica e
dalla memoria della propria famiglia aristocratica, mentre il
contesto politico e sociale in cui si muovono i personaggi è quello
autentico del Risorgimento siciliano. Il film di Visconti conserva
questa ambiguità: inventa i protagonisti, ma li colloca dentro
eventi, trasformazioni e tensioni storicamente reali.
La storia vera dietro Il
Gattopardo: chi era davvero il principe che ha ispirato
Fabrizio Salina
Per capire quanto Il
Gattopardo sia legato alla realtà bisogna partire da
Giuseppe Tomasi di
Lampedusa. Lo scrittore apparteneva realmente a un’antica
famiglia aristocratica siciliana e decise di costruire il proprio
romanzo guardando alla storia dei suoi antenati. Al centro di
questa memoria familiare c’era soprattutto il bisnonno,
Giulio Fabrizio
Tomasi, principe di Lampedusa, vissuto tra il 1813 e il
1885. Fu proprio questa figura a fornire a Tomasi di Lampedusa una parte
importante del modello per il principe Fabrizio Salina.
Il parallelismo, però, non deve essere interpretato come una
corrispondenza biografica perfetta. Il vero Giulio Fabrizio Tomasi era un
aristocratico con interessi scientifici molto marcati, tanto da
dedicarsi all’astronomia e realizzare un osservatorio per le
proprie ricerche. Anche questo elemento contribuisce a comprendere
il personaggio del film, nel quale il principe è rappresentato come
un uomo colto, affascinato dall’astronomia e capace di osservare il
mondo con un distacco quasi scientifico. La somiglianza nasce
dunque da un insieme di caratteristiche personali e familiari,
trasformate dalla letteratura in un personaggio autonomo.
La parte realmente storica della vicenda è invece il terremoto
politico che attraversa la Sicilia. Nel maggio del 1860
Giuseppe
Garibaldi sbarcò a Marsala alla guida della Spedizione dei
Mille, dando avvio alla conquista della Sicilia e al progressivo
crollo del potere borbonico. Il film inserisce la famiglia Salina
esattamente dentro questa trasformazione, mostrando come il
cambiamento politico si traduca anche in una radicale ridefinizione
degli equilibri sociali. Lo sbarco, la presenza garibaldina, il
passaggio dal Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d’Italia e il
plebiscito sono dunque elementi fondati sulla storia reale.
Dal principe Fabrizio a Tancredi
e Angelica: quanto sono realmente esistiti i personaggi del
film
Se il contesto storico è autentico, lo stesso non può dirsi dei
protagonisti. Il principe Fabrizio Salina è una costruzione
letteraria nella quale Tomasi di Lampedusa ha riversato la memoria del
proprio antenato, ma anche aspetti della propria sensibilità e
della propria esperienza. Treccani ha sottolineato proprio questa dimensione,
definendo il romanzo come un’opera in equilibrio tra evocazione del
reale e invenzione, nella quale il protagonista diventa anche una
sorta di autoritratto interiore dello scrittore.
Lo stesso vale per Tancredi Falconeri (Alain
Delon), Angelica (Claudia
Cardinale) e gli altri componenti della famiglia
Salina. Non si tratta di persone storicamente documentate che
abbiano vissuto esattamente gli eventi mostrati nel film. Sono
personaggi attraverso i quali l’autore condensa dinamiche che
appartenevano realmente alla società siciliana dell’epoca:
l’aristocrazia in declino, l’ascesa della borghesia, la
trasformazione delle proprietà e del potere e la necessità, per le
vecchie famiglie, di trovare un nuovo equilibrio nel sistema nato
dall’Unità d’Italia.
È
proprio qui che la celebre frase di Tancredi, «Se vogliamo che
tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», assume il suo
significato storico. La battuta è letteraria, ma descrive una
trasformazione che ebbe effettivamente conseguenze profonde sulla
società siciliana. Il passaggio dai Borbone ai Savoia non comportò
la cancellazione immediata delle vecchie élite: in molti casi
furono proprio i gruppi sociali già dotati di ricchezza e influenza
a trovare il modo di adattarsi al nuovo assetto politico.
Il Gattopardo
trasforma questa dinamica in una delle sue intuizioni più
celebri.
Anche il rapporto tra Tancredi e Angelica va letto in questa prospettiva. Il
matrimonio tra l’aristocratico in declino e la figlia di un
esponente della nuova borghesia rappresenta narrativamente
l’incontro tra due mondi. Il personaggio di Don Calogero Sedara incarna infatti
una classe sociale emergente, capace di sfruttare le opportunità
offerte dal nuovo ordine politico ed economico. La vicenda
sentimentale diventa così uno strumento per raccontare una
trasformazione sociale molto più ampia.
Il ballo, il rifiuto del Senato e
la fine di un’epoca: cosa appartiene davvero alla storia
Uno degli episodi più importanti del film è l’offerta rivolta a don
Fabrizio di entrare nel Senato del nuovo Regno d’Italia. Anche
questa situazione deriva dalla logica storica del romanzo, ma non
bisogna confonderla con una vera vicenda biografica del principe
Giulio Fabrizio
Tomasi. Il rifiuto di Fabrizio è soprattutto una
costruzione narrativa attraverso la quale Tomasi di Lampedusa esprime il rapporto
ambivalente dell’aristocrazia siciliana con il nuovo Stato. Il
principe comprende che il vecchio mondo è destinato a scomparire,
ma non ritiene di poterlo rappresentare all’interno della nuova
Italia.
Il grande ballo finale porta questa idea alla sua forma
cinematografica più compiuta. La sequenza, celeberrima nella
versione di Visconti, non documenta un evento realmente
accaduto alla famiglia Tomasi: è una costruzione artistica. Il
palazzo, la festa, le conversazioni e soprattutto la lunga
osservazione del mondo aristocratico da parte di Fabrizio
appartengono alla finzione. Eppure il loro significato storico è
estremamente preciso: il ballo diventa la rappresentazione
simbolica di una classe che continua a celebrare i propri rituali
proprio mentre il sistema che l’ha sostenuta sta tramontando.
La vicenda storica reale prosegue invece oltre il racconto
individuale. L’unificazione italiana modificò profondamente gli
equilibri politici della penisola e anche la società siciliana, ma
non produsse una trasformazione immediata e uniforme. È proprio
questa distanza tra cambiamento politico e permanenza delle
strutture sociali a rendere particolarmente efficace la lettura di
Il Gattopardo.
La fine dei Borbone non significò automaticamente la fine
dell’aristocrazia, così come l’arrivo del nuovo Stato non cancellò
dall’oggi al domani privilegi, ricchezze e rapporti di potere.
Il film coglie dunque una verità storica attraverso personaggi
inventati. Fabrizio
Salina non è realmente esistito, ma la condizione che
rappresenta sì: quella di un’aristocrazia consapevole di perdere
centralità e contemporaneamente capace di osservare il nuovo ordine
con una lucidità spesso superiore a quella dei suoi protagonisti
politici. È questa la ragione per cui il film può sembrare una
cronaca del Risorgimento pur non essendolo.
Il Gattopardo è
davvero una storia vera? La risposta definitiva tra memoria
familiare e storia del Risorgimento
La risposta definitiva, quindi, è che Il Gattopardo non è una storia vera in senso
stretto. Non racconta la vita realmente vissuta da un
principe siciliano chiamato Fabrizio Salina e non bisogna cercare
nei libri di storia una perfetta corrispondenza per Tancredi,
Angelica o Don Calogero. Il cuore narrativo dell’opera è inventato,
così come lo sono molte delle situazioni attraverso cui il film
racconta la trasformazione della Sicilia.
La componente reale è però fondamentale. Giuseppe Tomasi di Lampedusa attinse alla
propria famiglia e in particolare alla figura del bisnonno
Giulio Fabrizio
Tomasi, mentre utilizzò come scenario eventi storici
autentici: lo sbarco dei Mille, la caduta del potere borbonico, il
plebiscito e il processo di unificazione italiana. Il romanzo,
pubblicato postumo nel 1958, venne poi trasformato da
Luchino Visconti
in uno dei più importanti film italiani del Novecento, vincendo
anche la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1963.
Ed è proprio questa fusione tra realtà e invenzione a spiegare la
forza de Il
Gattopardo. La storia vera non consiste nella singola
esistenza di Fabrizio Salina, bensì nel mondo storico che egli
rappresenta: una società costretta a cambiare mentre cerca, in
parte, di conservare sé stessa. La frase di Tancredi è diventata
proverbiale proprio perché supera la situazione specifica del film
e descrive un meccanismo politico e sociale molto più ampio.
In definitiva, dunque, Il
Gattopardo è una storia di finzione costruita sopra una
base storica e autobiografica autentica. La sua forza deriva dal
fatto che Tomasi di
Lampedusa non ha cercato semplicemente di ricostruire il
passato: ha utilizzato il passato della propria famiglia e il
Risorgimento siciliano per interrogarsi sul cambiamento, sulla
perdita e sulla capacità delle classi sociali di adattarsi alla
storia. È per questo che, ancora oggi, la vicenda di un principe
immaginario riesce a raccontare una verità profondamente reale.