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The Dog Star – Le stelle dopo la fine, la spiegazione del finale del film con Jacob Elordi

Con The Dog Star – Le stelle dopo la fine, Ridley Scott utilizza lo scenario post-apocalittico per raccontare qualcosa di molto più intimo della semplice sopravvivenza dopo la fine della civiltà. Il mondo attraversato da Hig, interpretato da Jacob Elordi, è stato devastato da un’epidemia, ma il vero conflitto del protagonista non riguarda ciò che è rimasto dell’umanità: riguarda la possibilità di continuare a vivere dopo aver perso tutto ciò che dava significato alla propria esistenza. La moglie morta, il senso di colpa per aver interrotto il supporto vitale e infine la perdita del cane Jasper trasformano Hig in un uomo sospeso tra sopravvivenza e desiderio di scomparire.

È proprio per questo che il finale di The Dog Stars non deve essere interpretato semplicemente come la conclusione del viaggio verso Grand Junction. L’incontro con Cima (Margaret Qualley), Pops (Guy Pearce), il ritorno da Bangley (Josh Brolin) e l’ingresso nella comunità mennonita costruiscono progressivamente una possibilità che Hig aveva smesso di contemplare: avere nuovamente una vita anziché limitarsi a sopravvivere. Il suo ultimo viaggio solitario rappresenta allora il passaggio decisivo. Hig deve tornare nel luogo del proprio dolore per scegliere consapevolmente se restare legato ai morti oppure tornare dai vivi.

Il finale di The Dog Stars spiegato: perché Hig torna a casa e cosa significa la sua ultima scelta

Nella parte conclusiva del film, Hig abbandona la comunità mennonita senza avvertire Cima e gli altri. Il gesto sembra inizialmente riportarlo esattamente al punto dal quale era partito. Ancora una volta prende il suo aereo e pensa di schiantarsi contro la montagna sulla quale era solito camminare insieme alla moglie. Non è quindi soltanto un momento di disperazione: Ridley Scott riporta deliberatamente Hig davanti alla stessa possibilità di morte che aveva accompagnato la sua esistenza dopo l’epidemia. Questa volta, però, qualcosa è cambiato. Hig rinuncia a morire e torna nella vecchia casa condivisa con Bangley. Entra nella sua camera e il film concede un’ultima immagine del passato insieme alla moglie. È qui che avviene il vero climax della storia: non nella fuga, nella malattia o negli scontri incontrati lungo il viaggio, ma nell’accettazione della perdita.

Hig può finalmente dirle addio perché ha compreso che continuare a vivere non equivale a tradirla. Il suo senso di colpa nasce anche dalla decisione di aver interrotto il supporto vitale della donna e, fino a quel momento, una parte di lui sembra avere interpretato qualsiasi possibilità di felicità come qualcosa che non meritava. Cima cambia questa prospettiva perché gli dimostra che un nuovo legame è ancora possibile. Il ritorno nella vecchia casa diventa quindi una sorta di ultimo confronto con se stesso: Hig non cerca realmente il passato, ma il permesso di abbandonarlo. Quando decide di tornare da Cima, il film chiude il viaggio psicologico iniziato molto prima del suo viaggio fisico. Il protagonista non ha sconfitto la morte e non ha dimenticato chi ha perduto; ha semplicemente smesso di considerare la propria sopravvivenza una condanna.

Perché The Dog Stars si chiama così: Jasper, le stelle e il bisogno umano di non restare soli

The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine

La morte di Jasper è fondamentale per comprendere questa trasformazione. Il cane è inizialmente l’ultimo legame affettivo rimasto a Hig dopo la perdita della moglie e rappresenta una forma elementare di relazione in un mondo nel quale gli esseri umani hanno imparato a considerarsi reciprocamente una minaccia. Proprio il contrasto tra Hig e Bangley nasce da questa differenza: Bangley ritiene che sopravvivere significhi diffidare degli sconosciuti, mentre Hig continua istintivamente a cercare qualcosa negli altri. La morte di Jasper sembra punire questa apertura, ma il finale dimostra esattamente il contrario. È proprio dopo aver perso anche lui che Hig continua il viaggio che lo condurrà verso Cima, Pops e infine una nuova comunità.

Jasper diventa così il simbolo della speranza che sopravvive alla perdita, e il titolo The Dog Stars acquista pienamente significato nell’ultima parte del film. Quando Hig guarda il cielo insieme a Cima e le dice che una delle costellazioni si chiama Jasper, il cane non appartiene più soltanto al passato. È diventato una presenza simbolica all’interno della nuova vita che il protagonista ha scelto. Le stelle, lontane e apparentemente irraggiungibili, esistono anche quando il mondo sottostante sembra essere arrivato alla fine. Allo stesso modo, i morti continuano a esistere nella memoria senza impedire ai vivi di creare nuovi legami. Il punto non è dimenticare Jasper o la moglie di Hig, ma imparare a portarli con sé senza desiderare continuamente di raggiungerli. In questo senso il titolo sintetizza la tesi più profonda del film: in un mondo distrutto, la speranza non coincide necessariamente con la sopravvivenza della specie, ma con la capacità di tornare ad avere bisogno degli altri.

La scoperta di Cima sulla malattia cambia il significato dell’apocalisse di The Dog Stars

Jacob Elordi Margaret Qualley The Dog Stars

Anche la sottotrama della malattia segue lo stesso principio. Il film non stabilisce nei dettagli tutte le caratteristiche dell’epidemia che ha decimato la popolazione, ma introduce attraverso i bambini della comunità mennonita una conseguenza apparentemente ancora presente della catastrofe. Il loro disturbo del sangue alimenta la paura che il contagio possa continuare, spiegando perché sopravvissuti come Bangley preferiscano mantenere le distanze. Cima scopre però che questa condizione è ereditaria e non contagiosa. Non trova quindi una cura per l’epidemia originale che ha distrutto il mondo, ma comprende che ciò che ne rimane può essere curato e, soprattutto, non costituisce la minaccia che tutti immaginavano.

È un dettaglio narrativo che completa perfettamente il percorso di Hig. The Dog Stars costruisce infatti un mondo nel quale il trauma continua a determinare il comportamento delle persone anche quando il pericolo che lo ha provocato non esiste più nelle stesse forme. Bangley teme gli altri perché il mondo gli ha insegnato che gli altri possono ucciderlo; Hig teme la felicità perché perdere sua moglie gli ha insegnato che amare significa esporsi nuovamente alla perdita. La scoperta di Cima dimostra invece che non tutte le paure ereditate dal passato devono governare il futuro. Sapere che la malattia dei bambini non può diffondersi rende nuovamente possibile la comunità. Non è ancora la soluzione definitiva all’apocalisse, ma è qualcosa di forse più importante per il significato del film: la possibilità che gli esseri umani smettano di isolarsi abbastanza a lungo da cominciare davvero a ricostruire.

Bangley e Hig rappresentano due modi opposti di sopravvivere alla perdita nel film di Ridley Scott

Jacob Elordi in The Dog Stars

Il personaggio di Bangley permette infine di leggere il percorso di Hig da una prospettiva diversa. Prima di lasciare la base aerea, Bangley racconta la storia di un suo presunto “vecchio amico”, un Marine che aveva una famiglia ma non era mai realmente presente. Progressivamente diventa evidente che sta parlando di se stesso. Definire quell’uomo come qualcun altro significa separarsi simbolicamente dalla persona che era prima dell’apocalisse: Bangley non ha soltanto perso la propria famiglia, vive con il rimorso di non averla vissuta quando ne aveva ancora la possibilità. È una differenza essenziale rispetto a Hig, che invece possiede ricordi felici della moglie e di Jasper ma proprio per questo rimane prigioniero del dolore della loro assenza.

Quando Bangley prende infine la chitarra, il gesto suggerisce una piccola apertura verso quella parte di sé che aveva cercato di cancellare. Non è necessario che il mondo torni quello di prima perché questi uomini possano recuperare qualcosa della propria umanità. Ed è qui che The Dog Stars si inserisce nella lunga riflessione di Ridley Scott sulla sopravvivenza, pur scegliendo una prospettiva molto più sentimentale rispetto a molte sue opere precedenti. La domanda non è semplicemente chi riesce a sopravvivere alla fine del mondo, ma cosa renda quella sopravvivenza degna di essere vissuta. Hig, Cima e persino Bangley arrivano alla stessa risposta attraverso percorsi differenti: nessuno può ricostruire una civiltà rimanendo solo. Il finale non promette che il dolore scomparirà, né che il mondo sarà salvato. Offre qualcosa di più piccolo e, proprio per questo, più umano: Hig sceglie finalmente di avere un futuro.

Nord Sud Ovest Est, il trailer anticipa il momento che cambierà per sempre la storia degli 883

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Il successo è arrivato, ma per Max Pezzali e Mauro Repetto il 1993 sarà anche l’anno in cui tutto inizierà a cambiare. Sky ha pubblicato il trailer ufficiale e il key visual di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di Sydney Sibilia, che debutterà il 9 ottobre in esclusiva su Sky e in streaming su NOW con otto nuovi episodi.

Dopo il successo di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno, tra le serie Sky Original più viste di sempre, la storia ripartirà dal momento di massima popolarità degli 883. Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli tornano rispettivamente nei ruoli di Max Pezzali e Mauro Repetto, alle prese con il secondo album della band, Nord sud ovest est, mentre concerti, nuovi amori, il Jolly Blu e persino il viaggio verso l’America accompagneranno una fase destinata a modificare profondamente il loro rapporto.

Il nuovo capitolo cambia così inevitabilmente prospettiva. Se la prima stagione raccontava soprattutto due ragazzi di Pavia che provavano quasi increduli a trasformare la propria passione in qualcosa di reale, la seconda parte dal sogno già realizzato. Il vero conflitto non sarà più riuscire ad avere successo, ma capire cosa accade a un’amicizia quando quel successo diventa improvvisamente enorme.

Nord Sud Ovest Est racconterà il successo degli 883 prima della separazione tra Max Pezzali e Mauro Repetto

Il 1993 rappresenta uno dei momenti fondamentali nella storia degli 883. Max e Mauro raggiungono il primo posto in classifica e si trovano improvvisamente al centro di un fenomeno popolare enorme, mentre il loro secondo album consolida definitivamente il successo iniziato con Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Ma proprio mentre professionalmente tutto sembra funzionare, le aspirazioni dei due iniziano a prendere direzioni differenti.

La sinossi ufficiale pone infatti una domanda molto precisa: «Qual è il prossimo sogno?». Max e Mauro attraverseranno la Milano della moda e arriveranno fino nell’America immaginata quando erano ancora due ragazzi di provincia, ma il viaggio diventerà anche un modo per capire chi stanno diventando. E soprattutto se sia ancora possibile restare amici come quando tutto è cominciato.

È qui che Nord Sud Ovest Est sembra trovare il naturale contraltare della prima stagione. Il pubblico conosce già l’esito storico della vicenda: nel 1993 Repetto lascerà gli 883, mentre Pezzali porterà avanti il progetto trasformandolo progressivamente nella carriera che conosciamo oggi. La serie può quindi utilizzare una separazione già nota non come vero colpo di scena, ma come destinazione emotiva del racconto.

Ed è probabilmente proprio questa consapevolezza a rendere la seconda stagione potenzialmente più malinconica della precedente. La leggenda degli 883, paradossalmente, continuerà proprio quando la storia della coppia artistica originale sarà arrivata alla sua conclusione.

Accanto a Nuzzolo e Giuggioli torneranno Ludovica Barbarito come Silvia, Davide Calgaro come Cisco, Edoardo Ferrario nei panni di Pierpaolo, Roberto Zibetti come Claudio Cecchetto e Riccardo Armiento nel ruolo di Nemorino. Tra le new entry figurano invece Gaia Zampighi, che interpreterà Michela Rossini, e Rosa Barbolini nei panni di Caterina.

Cambia anche il team dietro la macchina da presa. Gli otto episodi saranno diretti da Sydney Sibilia, Alessio Lauria, Simone Godano e Alice Filippi, mentre la sceneggiatura porta le firme di Sibilia, Francesco Agostini e Marco Pettenello. La serie è prodotta da Sky Studios e Groenlandia, società del Gruppo Banijay, con Matteo Rovere e Sydney Sibilia produttori.

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 arriverà quindi dal 9 ottobre su Sky e NOW, portando a compimento la storia iniziata con Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: non soltanto l’ascesa di una delle band simbolo degli anni ’90, ma il racconto di due amici che raggiungono insieme ciò che avevano sempre desiderato per poi scoprire che il successo può cambiare anche i sogni.

Heat 2: Odessa Young in trattative per interpretare Charlene nel sequel di Michael Mann

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Odessa Young potrebbe entrare nel cast di Heat 2, l’ambizioso sequel del film cult diretto da Michael Mann nel 1995. Secondo quanto riportato da Deadline, l’attrice sarebbe infatti la prima scelta del regista per interpretare Charlene, il personaggio che nel film originale era affidato ad Ashley Judd. Le trattative non sarebbero ancora concluse, ma l’operazione aggiunge un altro tassello a un cast che comprende già Leonardo DiCaprio, Christian Bale, Adam Driver e Stephen Graham.

La stessa fonte segnala inoltre María Cid come candidata principale per Gabi, nuovo personaggio introdotto nella storia e figlia della compagna di Neil McCauley. Le indiscrezioni hanno preceduto un chiarimento sul coinvolgimento di Inde Navarrette: l’attrice avrebbe effettivamente sostenuto un provino, ma per il ruolo di Gabi, e non avrebbe ottenuto quello di Charlene. I rappresentanti di Amazon e delle attrici non hanno commentato la notizia.

La scelta di Young è particolarmente interessante perché Heat 2 richiede al cast di muoversi dentro una storia che attraversa epoche e generazioni. Il romanzo pubblicato nel 2022 da Mann e Meg Gardiner funziona infatti come prequel e sequel del film, intrecciando il passato criminale di McCauley con gli anni giovanili di Vincent Hanna e le conseguenze della rapina conclusiva del primo capitolo. Il nuovo film dovrà quindi ricostruire un universo già profondamente definito, introducendo interpreti chiamati a confrontarsi con personaggi che il pubblico associa a volti ormai iconici.

Heat 2 amplia il cast mentre Michael Mann ricostruisce il mondo criminale di Neil McCauley

Nel Heat del 1995, Charlene era la compagna di Chris Shiherlis, interpretato da Val Kilmer, e rappresentava uno dei punti di tensione tra la vita criminale del personaggio e la sua dimensione privata. Il ritorno del ruolo in Heat 2 si inserisce in una storia che approfondirà proprio le conseguenze personali e professionali delle scelte compiute dai protagonisti.

La struttura del romanzo permette a Mann di espandere considerevolmente la mitologia del film originale. La narrazione si sposta tra Chicago e Los Angeles, seguendo il giovane McCauley, il percorso di Hanna nella polizia e la fuga di Chris dopo il fallimento della rapina. Leonardo DiCaprio dovrebbe interpretare il giovane Chris, mentre Christian Bale sarà il giovane Vincent Hanna e Stephen Graham dovrebbe raccogliere l’eredità di Robert De Niro nei panni di Neil McCauley.

Heat - La sfida spiegazione finale film

Se gli accordi con Young e Cid andranno a buon fine, Heat 2 avrà dunque un cast sempre più consistente per un progetto che Amazon MGM distribuirà nelle sale. Mann tornerà alla regia a partire da una sceneggiatura scritta da lui stesso e tratta dal romanzo realizzato con Gardiner. Per un film nato quasi trent’anni dopo l’originale, la sfida sarà preservare la natura di Heat senza trasformarlo in una semplice operazione nostalgica.

Man of Tomorrow, Adria Arjona anticipa il suo misterioso ruolo nel nuovo film DC di James Gunn

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Adria Arjona ha finalmente offerto qualche nuovo indizio sul suo coinvolgimento in Man of Tomorrow, il prossimo film DC scritto e diretto da James Gunn. L’attrice, già confermata nel cast, ha raccontato di essersi sottoposta a una preparazione fisica particolarmente intensa per un ruolo ancora avvolto nel mistero, alimentando ulteriormente le speculazioni sull’identità del personaggio che interpreterà.

In un’intervista esclusiva con ScreenRant realizzata il 14 agosto, Arjona ha spiegato che avrebbe iniziato le riprese circa una settimana dopo e di essere «davvero entusiasta» di entrare nel progetto. L’attrice ha inoltre rivelato di allenarsi «due o tre ore al giorno» seguendo una dieta molto rigida, scherzando sul fatto di avere ormai «muscoli che non ho mai avuto in vita mia».

Il dettaglio della preparazione fisica non conferma naturalmente quale personaggio interpreterà, ma sembra rafforzare l’idea che il suo ruolo possa avere una componente d’azione significativa. Negli ultimi mesi il casting di Arjona ha infatti generato diverse teorie, dalla possibilità che possa essere la nuova Wonder Woman del DCU fino alle indiscrezioni che la vorrebbero nei panni di Maxima, la potente guerriera aliena legata alla mitologia di Superman.

Il ruolo di Adria Arjona in Man of Tomorrow resta segreto, ma il suo futuro nel DCU potrebbe essere appena iniziato

Adria Arjona attrice
Adria Arjona arriva alla première di Onslaught, film della A24. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com

Arjona non ha voluto rivelare ulteriori dettagli sul personaggio, ma ha dedicato parole particolarmente significative al ritorno a lavorare con James Gunn e Peter Safran. Per l’attrice si tratta infatti di una reunion a distanza di circa dieci anni: i due produttori contribuirono a lanciarne la carriera cinematografica americana attraverso The Belko Experiment, film del 2016 scritto da Gunn e prodotto da Safran.

«Mi hanno dato il mio primo film», ha raccontato Arjona. «Non avrei fatto nessuno dei film di cui abbiamo parlato oggi se non fosse stato per loro. Non sarei in Andor se non fosse stato per Peter Safran e James Gunn, quindi è davvero incredibile ed emozionante riunirmi con quella squadra ed entrare a far parte di quella famiglia. E questo è tutto quello che vi dirò».

Da allora la carriera dell’attrice è cresciuta notevolmente, passando da True Detective ed Emerald City a produzioni come Triple Frontier, 6 Underground e soprattutto Andor, dove ha interpretato Bix Caleen.

Man of Tomorrow

La segretezza attorno al suo personaggio in Man of Tomorrow continua però a essere uno degli aspetti più interessanti del progetto. Una delle ipotesi più diffuse tra i fan è che Arjona possa interpretare Wonder Woman, ruolo precedentemente ricoperto da Gal Gadot nel vecchio universo DC. Altre indiscrezioni hanno invece indicato Maxima, regina guerriera aliena che nei fumetti arriva sulla Terra convinta che Superman sia il compagno ideale per garantire la continuità della propria stirpe.

Maxima sarebbe una scelta particolarmente coerente con il tipo di preparazione fisica descritta dall’attrice. Il personaggio possiede forza sovrumana e numerosi poteri ed è stato nel tempo sia antagonista sia alleata di Superman. In live-action è già apparso in Smallville, interpretato da Charlotte Sullivan, e in Supergirl, dove aveva il volto di Eve Torres Gracie.

Per ora, però, DC Studios non ha confermato ufficialmente quale personaggio interpreterà Adria Arjona.

Man of Tomorrow riporterà David Corenswet nei panni di Superman, Rachel Brosnahan come Lois Lane e Nicholas Hoult come Lex Luthor. Il cast comprende inoltre diversi volti già introdotti nel nuovo DCU, tra cui Nathan Fillion, Isabela Merced, Skyler Gisondo e Milly Alcock.

Secondo le informazioni attualmente disponibili, il film dovrebbe inoltre sviluppare ulteriormente il rapporto tra Superman e Lex Luthor, con i due potenzialmente costretti a confrontarsi con una minaccia comune. Brainiac è indicato come possibile antagonista centrale, ma alcuni dettagli della trama devono ancora essere chiariti ufficialmente.

L’aspetto più interessante delle parole di Arjona potrebbe però essere proprio il riferimento all’ingresso nella «famiglia» guidata da Gunn e Safran. Anche qualora il suo ruolo in Man of Tomorrow fosse relativamente contenuto, la costruzione interconnessa del DCU rende plausibile che il personaggio possa essere pensato per tornare in progetti futuri. Per capire in quale forma, però, bisognerà prima scoprire chi si nasconde dietro il misterioso casting dell’attrice.

Batman: Knightfall, il nuovo film vietato ai minori debutta con un risultato impressionante su Rotten Tomatoes

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Il nuovo film animato dedicato a Batman sembra aver conquistato immediatamente il pubblico. Batman: Knightfall Part 1: Knightfall, primo capitolo della nuova trilogia DC Studios ispirata alla celebre saga a fumetti degli anni ’90, ha debuttato su Rotten Tomatoes con un Audience Score del 96% dopo l’uscita in digitale del 25 agosto.

Il risultato sulla base dei dati di Rotten Tomatoes, è ancora provvisorio e potrà cambiare con l’arrivo di nuove valutazioni. Sul fronte della critica, invece, non è ancora disponibile un punteggio ufficiale: al momento della rilevazione erano state pubblicate soltanto cinque recensioni, un numero insufficiente per stabilire una percentuale consolidata.

Il dato del pubblico rappresenta comunque un ottimo punto di partenza per un progetto particolarmente ambizioso. DC ha infatti scelto di adattare Knightfall attraverso tre film animati classificati R, potendo così affrontare senza eccessive limitazioni una delle storie più violente e traumatiche mai dedicate a Bruce Wayne.

Batman: Knightfall prepara lo scontro che cambierà per sempre Bruce Wayne

Pubblicata originariamente tra il 1993 e il 1994, Knightfall è una delle saghe fondamentali della mitologia di Batman e soprattutto la storia che ha trasformato Bane in uno dei suoi avversari più iconici. Nel nuovo adattamento, Anson Mount presta la voce a Bruce Wayne/Batman, dopo aver già interpretato vocalmente il Cavaliere Oscuro nel film animato Injustice, mentre Michael Mando interpreta Bane.

La scelta di realizzare una trilogia permette soprattutto di evitare uno dei problemi più evidenti di molti adattamenti delle grandi saghe a fumetti: comprimere anni di storia in meno di due ore. Knightfall non racconta semplicemente uno scontro tra Batman e Bane, ma costruisce progressivamente il logoramento fisico e psicologico di Bruce Wayne fino al celebre momento in cui il villain riesce a spezzargli la schiena.

Batman: Knightfal

Il secondo capitolo della trilogia è già previsto per l’autunno del 2026, anche se Warner Bros. Home Entertainment non ha ancora comunicato una data precisa. Considerando la struttura originale della saga, il film dovrebbe presumibilmente concentrarsi sulla fase di Knightquest, mentre il terzo capitolo, atteso nel 2027, potrebbe adattare KnightsEnd. I titoli e l’esatta struttura narrativa dei prossimi film devono però ancora essere annunciati ufficialmente.

Il debutto al 96% diventa quindi particolarmente interessante perché suggerisce che il pubblico abbia accolto positivamente proprio questo approccio più ampio all’universo di Batman. Il rating R consente inoltre alla produzione di raccontare la brutalità della storia senza dover necessariamente attenuare il confronto tra Bruce e Bane.

Il risultato arriva in un momento particolarmente ricco per le produzioni animate dedicate al Cavaliere Oscuro. Nel corso del 2026 Prime Video ha distribuito anche la seconda stagione di Batman: Caped Crusader, mentre DC Studios sta sviluppando un altro progetto animato classificato R basato su Absolute Batman, con Scott Snyder, autore del fumetto originale, coinvolto come showrunner.

Resta naturalmente da capire se il punteggio di Batman: Knightfall Part 1: Knightfall riuscirà a mantenersi così alto con l’aumento delle valutazioni. Il film arriverà anche in 4K Ultra HD, Blu-ray e DVD l’8 settembre, ampliando ulteriormente il pubblico della prima parte della trilogia.

Outlander: Blood Of My Blood – Stagione 2: conferma e tutto ciò che sappiamo

Outlander: Blood of My Blood si è affermata con successo dopo la prima stagione, quindi possiamo attendere con ansia la conferma della seconda. Questa serie prequel esplora le storie dei genitori di Jamie e Claire, e i primi episodi hanno già riservato numerose sorprese. Non mancano amore, tradimenti, omicidi, viaggi nel tempo e gli splendidi paesaggi scozzesi, e la seconda stagione promette ancora di più.

La prima stagione di Outlander: Blood of My Blood ha introdotto Henry e Julia Beauchamp, così come Brian ed Ellen Fraser, mostrando come si sono sviluppate le loro storie d’amore. In modo interessante e sorprendente, abbiamo anche visto come le strade di queste due coppie si sono incrociate, dato che è stato presto rivelato che Henry e Julia non sono morti come Outlander aveva inizialmente ipotizzato, ma hanno viaggiato nel tempo.

Dopo queste sorprese, la prima stagione del prequel di Outlander si è addentrata nei dettagli della storia. Le due coppie hanno superato i vari ostacoli e si sono ritrovate l’una tra le braccia dell’altra. Naturalmente, come da tradizione di Outlander, questa situazione non durerà a lungo. Il finale della prima stagione ha lasciato ogni coppia in sospeso, e non ci resta che aspettare la seconda stagione di Outlander: Blood of My Blood.

Conferma della seconda stagione di Outlander: Blood of My Blood

La seconda stagione di Outlander: Blood of My Blood è stata confermata ancor prima della première della prima stagione, l’8 agosto 2025. La notizia che questa serie prequel di Outlander sarebbe continuata oltre i primi 10 episodi è stata annunciata nel giugno 2025, con l’uscita del primo teaser trailer. Questo ha garantito che il cliffhanger della prima stagione avrebbe trovato una risposta.

Non solo Outlander: Blood of My Blood si farà, ma le riprese sono iniziate nell’estate del 2025. Non c’è ancora una data di uscita confermata, ma possiamo probabilmente aspettarci i nuovi episodi verso la fine del 2026 o l’inizio del 2027. Questo permetterà alla stagione 8 di Outlander di concludere la sua storia all’inizio del 2026, prima della continuazione della prima serie prequel.

Ultime notizie su Outlander: Blood Of My Blood – Stagione 2

La notizia più importante per la seconda stagione di Outlander: Blood of My Blood è che gli episodi sono attualmente in produzione. Le riprese sono iniziate a giugno e dovrebbero continuare fino agli ultimi mesi del 2025.

Il grande colpo di scena finale della prima stagione di Blood of My Blood lascia ampio spazio alle speculazioni su cosa accadrà in seguito. Fortunatamente, gli autori della serie, così come il cast, hanno già condiviso alcune anticipazioni su cosa possiamo aspettarci.

L’autrice dei libri di Outlander, Diana Gabaldon, che ha lavorato come consulente e sceneggiatrice per la serie, ha dichiarato dopo il finale della prima stagione che “ciò che faranno a Henry all’inizio [della seconda stagione] è allo stesso tempo molto drammatico e straziante”. Cosa significhi esattamente, ovviamente, non è ancora chiaro.

Jeremy Irvine, che interpreta Henry, ha anche rivelato (tramite The Wrap) che ci saranno grandi sorprese nella seconda stagione di Blood of My Blood, così come alcune “conversazioni imbarazzanti” tra Henry e Julia sul periodo trascorso separati. Hermione Corfield (Julia) ha aggiunto che Henry e Julia hanno avuto modo di affrontare esperienze insolite nel loro matrimonio. “Penso che questa sia una sfida completamente nuova per loro, [imparare] il perdono e… la riconciliazione”.

Dettagli sul cast di Outlander: Blood of My Blood Stagione 2

murtagh fitzgibbons e brian fraser in Outlander: blood of my blood

Outlander: Blood of My Blood Stagione 2 vedrà il ritorno del cast principale della prima stagione, con Jeremy Irvine nei panni di Henry Beauchamp, Hermione Corfield in quelli di Julia Beauchamp, Jamie Roy in quelli di Brian Fraser e Harriet Slater in quelli di Ellen Fraser.

Ci aspettiamo tutti di vedere di più del clan Mackenzie nella seconda stagione di Blood of My Blood, mentre gli Highlander scozzesi si ritrovano coinvolti nelle rivolte giacobite. Questo significherebbe il ritorno di Seamus McLean Ross nei panni di Colum e Sam Retford in quelli di Dougal. Saranno sicuramente affiancati da Ned Gowan, interpretato da Conor MacNeill, mentre Murtagh, interpretato da Rory Alexander, resterà al fianco di Brian ed Ellen.

Per quanto riguarda gli attori che probabilmente non torneranno nella seconda stagione di Outlander: Blood of My Blood, tra questi c’è Malcolm Grant, interpretato da John Lumsden. Sebbene l’attore potrebbe tornare per alcune scene in flashback, la tragica morte di Malcolm nella prima stagione lo esclude definitivamente dalla trama.

Previsioni sulla trama della seconda stagione di Outlander: Blood of My Blood

Outlander: Blood of My Blood

Il fatto che Outlander: Blood of My Blood sia un prequel significa che conosciamo già alcune verità su come si svilupperà la storia. Brian ed Ellen, ovviamente, sopravvivranno e si stabiliranno a Lallybroch, oltre ad avere tre figli (tra cui Jamie Fraser). Sappiamo anche che Henry e Julia non torneranno da Claire, almeno non nel modo in cui avevano previsto.

Tuttavia, per quanto riguarda la seconda stagione di Blood of My Blood, possiamo solo fare delle ipotesi su cosa accadrà. Il grande mistero a cui i prossimi episodi dovranno dare risposta è dove Henry, Julia e William si troveranno dopo aver toccato le pietre erette. Gli indizi suggeriscono che Henry e Julia rimarranno insieme, ma questo significa che anche William attraverserà le pietre con loro?

Brian ed Ellen saranno sicuramente separati di nuovo nella seconda stagione di Blood of My Blood, dato che Brian non ha altra scelta che combattere nella rivolta giacobita. Si riuniranno per iniziare una nuova vita a Lallybroch, ma quando e come ciò avverrà è ancora incerto. Per ora, non ci resta che aspettare e vedere come si svilupperanno l’azione, la storia d’amore e le infinite disavventure.

Jeremy Renner alimenta le voci sul ritorno di Hawkeye negli Avengers con una nuova immagine

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Jeremy Renner potrebbe aver appena acceso nuove speculazioni sul futuro di Hawkeye nel MCU. L’attore ha condiviso nelle sue Storie Instagram un’immagine ravvicinata del costume di Clint Barton, un dettaglio che ha subito riaperto le ipotesi su una possibile apparizione in Avengers: Doomsday o Avengers: Secret Wars.

La foto arriva poco dopo la conferma ufficiale del ritorno di Renner nei panni di Hawkeye per Avengers Infinity Defense, una delle nuove attrazioni di Avengers Campus al Disney California Adventure. Il progetto, presentato durante il D23 2026, vedrà anche il ritorno di Chris Hemsworth come Thor, Anthony Mackie come Captain America, Robert Downey Jr. come Iron Man e Iman Vellani come Ms. Marvel.

Il punto, però, è un altro: Renner non fa attualmente parte del cast ufficiale di Avengers: Doomsday e in passato aveva dichiarato di non essere previsto né in quel film né in Avengers: Secret Wars. Per questo motivo, l’immagine pubblicata dall’attore non può essere considerata una conferma, ma è sufficiente per alimentare nuovi dubbi sul destino di uno dei membri originali degli Avengers.

Il ritorno di Hawkeye nel MCU resta possibile, ma non è ancora confermato

La situazione di Clint Barton è particolare. A differenza di altri Avengers storici, il suo arco narrativo non si è concluso con una morte o un addio definitivo. Dopo gli eventi di Avengers: Endgame, Hawkeye ha avuto una propria serie su Disney+ e ha progressivamente passato il testimone a Kate Bishop, senza però uscire realmente di scena.

Questo lascia ai Marvel Studios un margine molto ampio. Clint può tornare come figura attiva sul campo, come mentore o semplicemente come collegamento diretto con la formazione originale degli Avengers. In una saga come quella del Multiverso, che sta già riportando in scena numerosi volti storici e versioni alternative di personaggi del passato, la presenza di Hawkeye sarebbe perfettamente compatibile con il tipo di operazione che Marvel sta costruendo.

Allo stesso tempo, è importante non leggere troppo nell’immagine condivisa da Renner. Il fatto che l’attore sia già coinvolto in un progetto ufficiale Marvel per Disney spiega perfettamente perché abbia nuovamente a disposizione il costume di Hawkeye. La foto potrebbe quindi essere collegata esclusivamente all’attrazione Avengers Infinity Defense.

Avengers Endgame Hawkeye Ronin in She-hulk

Resta però inevitabile il confronto con la lunga tradizione di segretezza dei Marvel Studios. In passato diversi attori hanno negato partecipazioni poi rivelatesi reali, come accaduto con Andrew Garfield e Tobey Maguire prima dell’uscita di Spider-Man: No Way Home. Questo non significa che Renner stia facendo lo stesso, ma rende inevitabile mantenere aperta la possibilità.

Intanto Avengers: Doomsday può già contare su un cast enorme che comprende, tra gli altri, Pedro Pascal come Reed Richards, Paul Rudd come Ant-Man, Florence Pugh come Yelena Belova, Tom Hiddleston come Loki, Ian McKellen come Magneto, James Marsden come Ciclope e Patrick Stewart come Professor X.

La presenza di così tanti personaggi provenienti da diverse epoche del Marvel Universe rende ancora più plausibile l’idea che Marvel possa voler recuperare anche altri membri della formazione originale degli Avengers, soprattutto in vista di un evento culminante come Secret Wars.

Per ora, però, l’unica cosa certa è che Jeremy Renner tornerà a indossare i panni di Hawkeye nell’ambito dell’esperienza Disney. Il resto resta nel campo delle possibilità.

Avengers: Doomsday arriverà al cinema il 18 dicembre 2026, mentre Avengers: Secret Wars è previsto per il 17 dicembre 2027.

RoboCop, la nuova serie Prime Video tornerà a uno degli elementi più iconici del film originale

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La nuova serie live-action di RoboCop per Prime Video vuole recuperare lo spirito che rese il film del 1987 molto più di un semplice action fantascientifico. Dan Stevens, scelto per interpretare la nuova versione di Alex Murphy, ha infatti confermato che il reboot punterà nuovamente sulla combinazione tra violenza estrema e satira, due elementi centrali del cult diretto da Paul Verhoeven.

Parlando con ScreenRant, Stevens ha spiegato che proprio l’umorismo e la componente satirica sono stati tra gli aspetti che lo hanno convinto ad accettare il progetto. «Credo che sia stato l’umorismo, la satira che Peter vuole preservare dell’originale», ha dichiarato l’attore, riferendosi a Peter Weller. «Le due cose che ricordo dell’originale sono la violenza estrema, che all’età che avevo non avevo mai visto in quella forma, e anche il modo satirico in cui veniva trattata. Spero che sarà altrettanto divertente».

La scelta è significativa perché RoboCop ha sempre funzionato meglio quando l’azione e la fantascienza erano utilizzate come strumenti per raccontare qualcosa di più ampio. Il film originale prendeva infatti di mira il potere delle grandi corporation, la privatizzazione dei servizi pubblici, la violenza mediatica e il rapporto sempre più ambiguo tra tecnologia e controllo sociale.

La serie RoboCop vuole recuperare la satira corporativa del film del 1987

RoboCop

Dan Stevens interpreterà una nuova versione di Alex Murphy, il poliziotto ucciso in servizio e trasformato in un cyborg destinato a diventare RoboCop. La premessa della serie riprende chiaramente quella classica: secondo la logline ufficiale, un gigantesco conglomerato tecnologico convince la città a inserire nelle forze di polizia un potente robot al cui interno viene impiantata la coscienza di un agente caduto.

Si tratta quindi di un’impostazione molto vicina al DNA del film originale, dove la Omni Consumer Products trasformava Murphy in un prodotto aziendale prima ancora che in un simbolo di giustizia. Ed è proprio qui che la componente satirica potrebbe diventare ancora più rilevante oggi, in un contesto dominato da intelligenza artificiale, sorveglianza, automazione e crescente potere delle grandi aziende tecnologiche.

La serie è stata ordinata ufficialmente da Amazon MGM Studios e sarà composta da otto episodi. Alla guida del progetto c’è Peter Ocko, già autore di Lodge 49, che fungerà da sceneggiatore, showrunner e produttore esecutivo.

RoboCop

La produzione è affidata a Blumhouse-Atomic Monster, con James Wan, Michael Clear e Rob Hackett tra i produttori esecutivi. Del team fanno parte anche Michael Miner ed Ed Neumeier, co-sceneggiatori del RoboCop originale, un dettaglio che rafforza ulteriormente l’intenzione di mantenere un legame diretto con il tono e le idee del film del 1987.

Per il franchise si tratta di un nuovo tentativo di rilancio dopo diversi progetti rimasti incompiuti. Il reboot cinematografico del 2014, interpretato da Joel Kinnaman, non ha avuto seguito, mentre RoboCop Returns, pensato come sequel diretto del primo film e potenzialmente destinato a riportare Peter Weller nel ruolo, non è mai entrato realmente in produzione.

La nuova serie Prime Video sembra quindi voler percorrere una strada differente: non limitarsi a modernizzare RoboCop sul piano visivo, ma recuperare ciò che rendeva davvero speciale il personaggio, ovvero il contrasto tra ultraviolenza, umorismo nero e critica sociale.

Al momento non sono stati annunciati altri membri del cast né una data di uscita ufficiale.

Danny Ramirez entra nel cast di Miami Vice ’85 con Michael B. Jordan e Austin Butler

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Danny Ramirez entra nel cast di Miami Vice ’85, il nuovo film di Universal Pictures diretto da Joseph Kosinski e interpretato da Michael B. Jordan e Austin Butler. L’attore, che sarà prossimamente tra i protagonisti di Avengers: Doomsday, si aggiunge a un cast in rapida espansione e ancora privo di alcuni dettagli sui personaggi. Il progetto punta a riportare sul grande schermo l’immaginario della celebre serie poliziesca degli anni Ottanta, con un’uscita fissata per il 19 maggio 2028.

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La notizia, riportata da Deadline, arriva dopo gli ingressi di Alden Ehrenreich, Camila Morrone e Whitney Peak. Ramirez ha da poco concluso le riprese di De Noche, il nuovo film di Todd Haynes con Pedro Pascal, oltre a Baton, progetto che ha scritto, diretto e interpretato. Per il momento non è stato rivelato quale ruolo assumerà nel film di Kosinski.

L’aspetto più interessante del progetto riguarda però l’ambizione con cui Universal sta affrontando il ritorno di Miami Vice. Il film non sembra pensato come una semplice trasposizione nostalgica della serie televisiva: l’obiettivo è ricostruire la Miami della metà degli anni Ottanta attraverso il rapporto tra glamour, criminalità e corruzione che rese il titolo originale un fenomeno culturale. La scelta di Kosinski, regista abituato a costruire spettacoli visivi di grande scala, suggerisce inoltre una rilettura cinematografica fortemente legata all’immagine.

Miami Vice ’85 riporta il crime degli anni Ottanta sul grande schermo con un’impronta IMAX

Miami Vice ’85 sarà ispirato in particolare all’episodio pilota della serie televisiva, creata da Anthony Yerkovich e sviluppata con Michael Mann, autore che ne fu anche produttore esecutivo e che nel 2006 ha poi diretto il primo adattamento cinematografico. Il film partirà dunque dalle fondamenta narrative di Miami Vice, reinterpretandone personaggi e atmosfera attraverso una storia ambientata nella Miami della metà degli anni Ottanta.

La sceneggiatura è firmata da Dan Gilroy, sulla base dei personaggi creati da Yerkovich, mentre Eric Warren Singer aveva precedentemente lavorato a una prima versione. A produrre saranno Dylan Clark attraverso Dylan Clark Productions e lo stesso Kosinski. Il film sarà inoltre realizzato per IMAX, elemento che conferma la volontà dello studio di trasformare l’estetica della serie in uno spettacolo cinematografico contemporaneo.

Danny Ramirez falcon
Danny Ramirez in Falcon and the Winter Soldier

L’ingresso di Ramirez amplia ulteriormente un ensemble nel quale figurano già interpreti appartenenti a generazioni diverse. Per Michael B. Jordan e Austin Butler si tratta invece di un progetto particolarmente significativo, destinato a misurarsi con un marchio che ha avuto un peso enorme nell’immaginario televisivo degli anni Ottanta. La produzione dovrebbe iniziare nel corso del 2026, con Miami Vice ’85 atteso nelle sale il 19 maggio 2028.

Big Little Lies 3, il nuovo romanzo anticipa cosa potrebbe accadere a Madeline, Celeste e Jane

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La terza stagione di Big Little Lies non è ancora stata ordinata ufficialmente da HBO, ma il nuovo romanzo di Liane Moriarty offre già una possibile anticipazione della storia. Big Little Truths, seguito del libro originale da cui è nata la serie con Reese Witherspoon, Nicole Kidman e Shailene Woodley, è infatti ambientato dieci anni dopo gli eventi di Big Little Lies ed è stato indicato dalla stessa autrice come base narrativa per l’eventuale stagione 3.

Il romanzo, pubblicato il 25 agosto, ritrova Madeline, Jane, Celeste, Renata e Bonnie alle prese con figli ormai adolescenti, relazioni cambiate e soprattutto con le conseguenze di un passato che non è mai stato davvero sepolto. Al centro della vicenda c’è ancora la morte di Perry e ciò che le protagoniste non hanno mai raccontato fino in fondo ai propri figli, mentre una nuova insegnante, Melody, porta nella comunità un pericolo completamente diverso.

Va però fatta una distinzione importante: il romanzo non può essere considerato automaticamente la trama di Big Little Lies 3. La serie HBO ha già modificato diversi elementi dei libri, a partire dall’ambientazione, spostata dall’Australia alla California. Moriarty ha però anche incorporato nel nuovo romanzo elementi nati esclusivamente per la televisione, come Mary-Louise, il personaggio interpretato da Meryl Streep nella seconda stagione. Questo rende Big Little Truths una base narrativa particolarmente interessante per capire quale direzione potrebbe prendere HBO.

Big Little Truths sposta la storia dieci anni avanti e riapre tutte le ferite di Big Little Lies

Madeline, ora vicina ai cinquant’anni, lavora part-time nell’organizzazione eventi di un hotel e si trova ad affrontare una serie di crisi familiari. Sua figlia Abigail sta per sposarsi, mentre Madeline teme inizialmente di avere un tumore al seno. Gli esami risultano negativi, ma sarà invece Ed a scoprire di essere malato di cancro. La situazione si complica ulteriormente quando Chloe entra nell’orbita di Melody e di suo marito Seth, trasformando una relazione apparentemente innocua in qualcosa di profondamente traumatico.

Jane è invece sposata con Tom, proprietario del Blue Blues, ma il loro matrimonio attraversa una fase delicata quando lei decide di non voler avere altri figli biologici. Intanto Ziggy scopre finalmente di più sulle circostanze della propria nascita e sul fatto che Perry abbia violentato sua madre. Sarà proprio Ziggy ad avere un ruolo decisivo nello smascherare Melody, mentre Jane è costretta a confrontarsi con traumi che aveva cercato per anni di tenere lontani dalla vita del figlio.

Big Little Lies Nicole Kidman

Per Celeste, la nuova fase della vita significa crescere Max e Josh da adolescente mentre Mary-Louise continua a gravitare attorno alla famiglia. Il romanzo esplora il modo in cui la violenza di Perry continua a lasciare tracce nei figli anche molti anni dopo la sua morte. Celeste intraprende inoltre una nuova relazione con Marco, inizialmente circondata dal sospetto ma destinata a diventare il primo rapporto davvero importante dopo Perry.

Anche Renata viene approfondita attraverso un passato familiare traumatico mai realmente affrontato. Dopo la morte della madre emerge infatti che, da bambina, era stata molestata da uno zio senza essere creduta dalla famiglia. Questo elemento getta una luce nuova sulla sua ossessiva protezione nei confronti di Amabella già nella storia originale. Renata, ormai single, inizia inoltre una relazione con Brody e si dimostra fin dall’inizio una delle poche a diffidare apertamente di Melody.

Infine c’è Bonnie, probabilmente il personaggio sul quale il peso del passato continua a gravare maggiormente. Sua figlia Skye scopre nuovi dettagli sul ruolo della madre nella morte di Perry e la distanza tra le due cresce. Bonnie continua a portarsi dietro il trauma di quella notte, sviluppa un problema con l’alcol e alla fine decide di entrare volontariamente in riabilitazione. Prima, però, arriva anche un confronto con Mary-Louise, alla quale Bonnie chiede formalmente perdono per la morte di Perry.

Il vero motore thriller di Big Little Truths è però Melody, una nuova insegnante apparentemente amatissima dagli studenti. Dietro questa immagine si nasconde una dinamica inquietante: Melody seleziona i ragazzi più brillanti e li indirizza verso opportunità lavorative che li mettono in contatto con suo marito Seth, un predatore. Sarà una presentazione scolastica organizzata da Ziggy e dai suoi compagni a portare alla luce ciò che sta accadendo.

Se HBO deciderà davvero di utilizzare questa struttura per Big Little Lies 3, il salto temporale rappresenterebbe una soluzione narrativa molto efficace. Permetterebbe infatti di ritrovare le protagoniste in una fase completamente diversa della loro vita senza cancellare le conseguenze delle prime due stagioni, trasformando contemporaneamente i loro figli da bambini sullo sfondo a personaggi capaci di mettere in discussione direttamente i segreti degli adulti.

Al momento, però, HBO non ha ancora ordinato ufficialmente la terza stagione, non sono iniziate le riprese e non esiste una data di uscita. Big Little Truths indica quindi una possibile direzione, ma l’eventuale adattamento televisivo potrà modificare anche profondamente gli eventi del romanzo.

Ellen Pompeo torna in corsia, ma non come Meredith Grey: sarà protagonista di una nuova serie Hulu

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Ellen Pompeo si prepara a tornare in un ruolo legato al mondo della medicina, ma questa volta molto lontano da Meredith Grey. L’attrice è infatti legata come protagonista a Not a Sound, nuova serie drama in sviluppo per Hulu e prodotta nell’ambito della collaborazione tra Pompeo e 20th Television.

Secondo quanto riportato da Variety, il progetto è basato sull’omonimo romanzo di Heather Gudenkauf e vedrà Pompeo nei panni di Amelia Winn, un’infermiera di pronto soccorso caduta in disgrazia che perde l’udito dopo un devastante incidente stradale con fuga del responsabile.

La svolta arriva quando Amelia e il suo fedele cane di servizio scoprono il corpo senza vita di una sua ex collega. Da quel momento, la protagonista viene trascinata in un mistero potenzialmente mortale che potrebbe anche far emergere la verità sull’incidente che le ha cambiato per sempre la vita.

Not a Sound porterà Ellen Pompeo verso un medical drama molto diverso da Grey’s Anatomy

Grey's Anatomy 22 Ellen Pompeo
© ABC/Disney+

Il progetto segna un ritorno interessante per Pompeo a un’ambientazione sanitaria, ma con un approccio completamente diverso rispetto a Grey’s Anatomy. Qui non sarà una brillante chirurga al centro delle dinamiche di un ospedale, ma una donna segnata da un trauma, privata di una parte fondamentale della propria autonomia e coinvolta in una vicenda con forti elementi thriller.

A rendere il progetto ancora più significativo c’è il coinvolgimento di David E. Kelley Productions. Not a Sound è scritto da Matthew Tinker e Annakate Chappell, già legati a Big Sky, mentre Azazel Jacobs, regista di His Three Daughters, è indicato per la regia.

Tra i produttori esecutivi figurano Chappell, Jacobs, David E. Kelley e Tinker. Anche Ellen Pompeo sarà produttrice esecutiva insieme a Laura Holstein attraverso Calamity Jane, mentre 20th Television fungerà da studio.

Good American Family

Per Pompeo, il progetto si inserisce in una fase particolarmente intensa della collaborazione con Disney. Hulu ha recentemente rinnovato per una seconda stagione la serie antologica true crime Good American Family, mentre la piattaforma ha anche ordinato il pilot della dramedy Chicks, interpretata e prodotta esecutivamente dalla stessa attrice.

Naturalmente, Pompeo resta ancora legata a Meredith Grey, personaggio che interpreta in Grey’s Anatomy dal 2005. L’attrice ha inoltre prodotto Station 19 ed è coinvolta come produttrice esecutiva nel nuovo spin-off di Grey’s Anatomy ambientato nel West Texas, previsto per la midseason del 2027.

Not a Sound sembra però rappresentare qualcosa di diverso nel suo percorso recente: un ruolo che richiama inevitabilmente il medical drama, ma lo trasforma in un thriller psicologico e investigativo, permettendo a Pompeo di allontanarsi dall’immagine costruita in oltre vent’anni nei panni di Meredith Grey.

Al momento il progetto è ancora in sviluppo e Hulu non ha annunciato né una data di uscita né un ordine ufficiale per la serie.

Batman 2: Perché il presunto cattivo DC di Sebastian Stan sarebbe migliore di Harvey Dent

Sebastian Stan potrebbe entrare nel cast di The Batman Part II e, mentre le indiscrezioni continuano a indicare Harvey Dent come uno dei possibili ruoli, c’è un altro villain di Gotham che permetterebbe all’attore di spingersi molto più lontano rispetto a quanto già mostrato al cinema.

Da mesi il futuro di The Batman Part II è accompagnato da indiscrezioni sul possibile ingresso di nuovi personaggi nell’universo di Gotham costruito da Matt Reeves. Tra i nomi più discussi c’è quello di Sebastian Stan, attore che il pubblico conosce soprattutto per il ruolo di Bucky Barnes nel Marvel Cinematic Universe, ma che negli ultimi anni ha dimostrato una notevole versatilità anche al di fuori del cinema dei blockbuster. Al momento non esiste una conferma ufficiale sul personaggio che potrebbe interpretare, mentre alcune voci hanno collegato il suo nome a Harvey Dent, il futuro Two-Face.

L’ipotesi avrebbe perfettamente senso sulla carta. Stan possiede il carisma necessario per interpretare un uomo rispettato, intelligente e idealista, ma anche la capacità di portare sullo schermo personaggi tormentati dalla colpa, dal trauma e da una progressiva frattura interiore. Sono caratteristiche che appartengono anche alla storia di Harvey Dent. Eppure proprio questa evidente compatibilità potrebbe rappresentare il limite dell’idea.

Se Reeves vuole continuare a costruire un Batman distante dalla tradizionale rappresentazione cinematografica del personaggio, Sebastian Stan potrebbe essere utilizzato in modo molto più sorprendente.

Sebastian StanSebastian Stan sarebbe un ottimo Harvey Dent, ma forse troppo prevedibile per The Batman 2

L’idea di vedere Sebastian Stan nei panni di Harvey Dent è tutt’altro che sbagliata. Al contrario, l’attore avrebbe praticamente tutte le caratteristiche necessarie per interpretare il procuratore distrettuale destinato a diventare Two-Face. Dent è inizialmente un uomo che crede nelle istituzioni e nella possibilità di combattere la criminalità attraverso la legge, una figura pubblica che rappresenta una delle poche alternative alla violenza e alla corruzione che dominano Gotham.

È proprio il contrasto tra quell’idealismo iniziale e la successiva caduta a rendere il personaggio così interessante. Stan ha già dimostrato di saper interpretare uomini tormentati, alle prese con traumi e identità spezzate, e il percorso di Dent verso Two-Face richiederebbe esattamente questo tipo di sensibilità. Il problema, dunque, non sarebbe la qualità del casting, ma la sua prevedibilità.

Il pubblico ha già visto Aaron Eckhart trasformare Harvey Dent in uno dei personaggi più memorabili di The Dark Knight. Quella versione ha fissato nell’immaginario cinematografico la parabola del procuratore idealista che viene distrutto dalle circostanze e trasformato in un uomo dominato dalla dualità. Una nuova interpretazione dovrebbe inevitabilmente confrontarsi con quella eredità.

Il punto di forza dell’universo di Reeves, però, è proprio la capacità di prendere elementi conosciuti della mitologia di Batman e inserirli all’interno di un contesto più realistico, cupo e vicino al thriller criminale. Per questo motivo, affidare a Stan un personaggio completamente diverso potrebbe essere una scelta molto più stimolante.

Sebastian Stan
Sebastian Sten sul red carpet del Festival di Cannes – Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

Victor Zsasz permetterebbe a Sebastian Stan di mostrare un lato completamente nuovo

Tra i villain che meglio si adatterebbero alla Gotham di Matt Reeves c’è Victor Zsasz, un personaggio che il cinema ha utilizzato pochissimo nonostante il suo enorme potenziale. Zsasz è un serial killer estremamente disturbante, riconoscibile soprattutto per il modo in cui incide sul proprio corpo un segno per ogni vittima uccisa.

La sua natura lo renderebbe particolarmente adatto alla dimensione quasi horror che The Batman aveva già sfiorato attraverso l’Enigmista e la rappresentazione di una Gotham dominata da criminalità, corruzione e violenza. Zsasz non ha bisogno di superpoteri, tecnologie futuristiche o elementi fantastici per risultare minaccioso. È, semplicemente, un essere umano estremamente pericoloso.

Ed è proprio qui che Sebastian Stan potrebbe sorprendere. Invece di utilizzare ancora una volta la sua capacità di interpretare un uomo carismatico e tormentato destinato a precipitare nell’oscurità, l’attore potrebbe sfruttare quella stessa sensibilità per costruire un personaggio già completamente deformato dalla propria psicologia.

Le esperienze di Stan in film come Fresh e A Different Man hanno mostrato un lato dell’attore molto più disposto all’inquietudine, all’ambiguità e all’imprevedibilità rispetto a quello che il grande pubblico ha potuto vedere nei suoi ruoli Marvel. Zsasz gli permetterebbe quindi di liberarsi dalle aspettative associate a Bucky Barnes e di costruire un villain capace di essere contemporaneamente disturbante, imprevedibile e persino carismatico.

Per The Batman Part II sarebbe una possibilità particolarmente interessante perché Zsasz non obbligherebbe Reeves a cambiare il linguaggio della saga. Al contrario, lo rafforzerebbe.

The Winter SoldierThe Batman 2 potrebbe finalmente dare a Victor Zsasz il ruolo cinematografico che merita

Zsasz è uno dei villain più riconoscibili della dimensione urbana e criminale di Batman, ma il cinema non gli ha mai concesso un ruolo davvero significativo. Il personaggio è comparso in Batman Begins e Birds of Prey, ma sempre in maniera marginale. È stata soprattutto la televisione a valorizzarne le potenzialità, con l’interpretazione di Anthony Carrigan in Gotham, capace di trasformarlo in una presenza imprevedibile e inquietante.

La versione di Reeves rappresenta però un terreno ancora più adatto al personaggio. The Batman ha costruito una Gotham nella quale il confine tra thriller investigativo, noir e horror psicologico è volutamente sottile. L’Enigmista ha trasformato la città in un teatro di omicidi e cospirazioni, mentre Bruce Wayne ha iniziato a comprendere quanto la criminalità sia legata alle strutture di potere della città.

Zsasz potrebbe inserirsi perfettamente in questo scenario perché rappresenta una forma di male molto più concreta e intima. Non vuole conquistare il mondo e non ha bisogno di un piano spettacolare: è un uomo che uccide perché ha trasformato la violenza in una parte della propria identità. In una storia che continua a privilegiare l’aspetto investigativo di Batman, potrebbe diventare una minaccia tanto psicologica quanto fisica.

Affidargli Sebastian Stan avrebbe inoltre un significato preciso. Un attore noto soprattutto per aver interpretato un eroe tormentato potrebbe diventare il volto di uno dei criminali più disturbanti di Gotham. Sarebbe una scelta capace di spiazzare il pubblico e, soprattutto, di sfruttare pienamente la filosofia alla base dell’universo di Reeves: prendere personaggi conosciuti e mostrarne un lato che il cinema non ha ancora esplorato davvero.

Per questo, se le indiscrezioni su Sebastian Stan in The Batman Part II dovessero rivelarsi fondate, Harvey Dent rimarrebbe una scelta solida, ma Victor Zsasz sarebbe probabilmente quella più interessante. Non soltanto perché permetterebbe all’attore di sorprendere, ma perché darebbe alla saga l’opportunità di trasformare un villain finora rimasto ai margini in una presenza centrale della nuova Gotham.

Star Wars, Adria Arjona apre al ritorno di Bix dopo Andor, ma pone alcune condizioni

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La storia di Bix Caleen potrebbe non essere necessariamente terminata con il finale di Andor. Adria Arjona si è detta disponibile a tornare nell’universo di Star Wars, anche se l’attrice ha chiarito che accetterebbe soltanto davanti a un progetto capace di rispettare il percorso costruito per il personaggio e soprattutto il finale pensato da Tony Gilroy.

Intervistata in esclusiva da ScreenRant in occasione di Onslaught, Arjona ha spiegato di provare sentimenti contrastanti davanti alla possibilità di interpretare nuovamente Bix. Da una parte c’è il desiderio di rispettare la conclusione voluta da Gilroy, dall’altra il legame con un personaggio che l’attrice ammette di amare ancora profondamente. «Non direi mai mai», ha dichiarato, precisando però che dietro un eventuale nuovo progetto dovrebbe esserci «qualcuno di grande», in grado di trattare Bix con la stessa attenzione ricevuta in Andor.

La posizione di Arjona è particolarmente significativa perché Andor ha lasciato Bix in una condizione narrativa che permetterebbe effettivamente a Lucasfilm di recuperarla. La serie si conclude con Cassian diretto verso gli eventi destinati a condurlo alla missione di Rogue One: A Star Wars Story, mentre Bix si trova su Mina-Rau con un bambino, lasciando intravedere l’esistenza di una parte della vita di Cassian destinata a sopravvivergli.

Il ritorno di Bix potrebbe raccontare cosa resta di Cassian dopo Rogue One

Adria Arjona 2026
Adria Arjona arriva alla première di Onslaught, film della A24. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com

Arjona sembra però consapevole del rischio più evidente: riportare Bix sullo schermo soltanto per sfruttare la popolarità di Andor potrebbe indebolire proprio uno dei finali più riusciti della recente produzione di Star Wars. «Voglio rispettare la versione di Tony del finale del mio personaggio», ha spiegato l’attrice, raccontando anche di essersi fatta tatuare una piccola X dedicata a Bix durante il suo ultimo giorno sul set.

«Ma non si sa mai! Se avessi 75 anni e mi dicessero: “Vuoi partecipare a una serie di Star Wars?”, risponderei: “Certo che sì, non mi importa!”», ha scherzato Arjona. Un’apertura evidente, dunque, ma non ancora collegata ad alcun progetto concreto di Lucasfilm.

L’attrice ha inoltre spiegato quanto Andor abbia rappresentato uno spartiacque nella sua carriera. «Credo di essere cresciuta tantissimo nel corso di queste due stagioni. Per me e per la mia carriera c’è stato un prima e un dopo Andor», ha raccontato, sottolineando come l’esperienza abbia modificato il suo modo di lavorare sia come interprete sia come produttrice.

Il finale della serie offre del resto uno spazio narrativo importante per Bix. Arjona aveva già spiegato che la decisione di lasciare Cassian nasce dal desiderio di non impedirgli di combattere per la Ribellione, definendo quel gesto un «grande sacrificio d’amore». L’attrice aveva inoltre indicato che Bix fosse già incinta nel momento della separazione, rafforzando l’interpretazione secondo cui Cassian sarebbe il padre del bambino mostrato nel finale. Tony Gilroy, dal canto suo, ha spiegato di non aver concepito quella scena come un mistero, ma come un modo per non concludere l’intera serie esclusivamente sulla consapevolezza dell’imminente morte del protagonista.

Proprio qui potrebbe trovarsi la ragione narrativa più forte per un eventuale ritorno. Bix rappresenta una delle poche possibilità di raccontare l’eredità personale lasciata da Cassian dopo il sacrificio di Rogue One, mostrando le conseguenze della sua scelta attraverso qualcuno che lo conosceva prima che diventasse definitivamente un eroe della Ribellione.

Resta però un problema temporale. Molti degli attuali progetti di Star Wars si stanno muovendo nell’epoca successiva alla trilogia originale, diversi anni dopo gli eventi di Andor. Un ritorno di Bix in quel periodo richiederebbe quindi di mostrare una versione più anziana del personaggio oppure di sviluppare una storia ambientata più vicino alla Guerra Civile Galattica.

Per il momento non esiste alcun progetto annunciato per il ritorno di Bix Caleen. Le parole di Adria Arjona aprono però una porta che il finale di Andor aveva volutamente lasciato socchiusa: il viaggio di Cassian è concluso, ma quello delle persone che sono sopravvissute grazie al suo sacrificio potrebbe avere ancora qualcosa da raccontare.

Coyote vs. Acme, spiegazione del finale: come il film dei Looney Tunes cambia una dinamica classica dei cartoni animati

Coyote vs. ACME è molto più di una commedia dei Looney Tunes. Il film trasforma la storica rivalità tra Wile E. Coyote e Road Runner in una storia sorprendentemente emotiva e satirica, utilizzando il conflitto con la ACME per parlare di potere, responsabilità e lotta contro le grandi corporation. Al centro della vicenda c’è infatti Wile E. Coyote, deciso a ottenere un risarcimento dopo che gli strumenti acquistati dalla ACME hanno finito, ancora una volta, per ritorcerglisi contro.

Per ottenere giustizia, il Coyote si affida a Kevin Avery, un avvocato in difficoltà che inizialmente considera il caso soltanto un’altra occasione professionale. Ma più Kevin approfondisce la vicenda, più emerge qualcosa di molto più inquietante: gli incidenti causati dai prodotti ACME potrebbero non essere affatto incidenti. Dietro la comicità surreale dei cartoni si nasconde una vera e propria cospirazione, nella quale i personaggi dei Looney Tunes vengono utilizzati come cavie per testare prodotti destinati agli esseri umani.

Wile E. Coyote perde la causa contro ACME, ma è proprio questa la sua vera vittoria

Il momento più importante del finale è anche quello che potrebbe sembrare più frustrante: Wile E. Coyote perde la causa contro ACME. Nonostante gli sforzi di Kevin e Paige, le prove raccolte non sono sufficienti a spingere il governo ad avviare immediatamente un procedimento federale contro la corporation. La testimonianza di Road Runner e persino la confessione di Foghorn Leghorn, che ammette l’esistenza degli esperimenti sui cartoni, non bastano a ottenere la vittoria giudiziaria.

Ma la sconfitta in tribunale non coincide con la sconfitta della storia. Al contrario, è proprio questo il punto centrale del film.

Kevin, inizialmente scettico, finisce per credere davvero nel suo cliente dopo aver assistito alla sua ostinazione. Wile E. Coyote continua infatti a tentare di attraversare un precipizio nonostante ogni singolo tentativo finisca nel disastro. Eppure continua a provarci. È proprio questa perseveranza, apparentemente assurda, a convincere Kevin che dietro quella causa c’è qualcosa di più grande.

Il messaggio è quindi semplice ma efficace: fallire non significa necessariamente perdere. Una battaglia può essere persa e, allo stesso tempo, contribuire a creare le condizioni per vincere quella successiva. Wile E. non ottiene immediatamente il risarcimento che desiderava, ma porta alla luce un sistema che fino a quel momento aveva agito indisturbato.

Coyote vs. Acme
Photo by Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment – © Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment

La cospirazione della ACME: i prodotti difettosi erano progettati per ferire i Looney Tunes

Per gran parte del film, il pubblico potrebbe pensare che i prodotti ACME siano semplicemente costruiti male. È questa, del resto, la spiegazione che per decenni ha sostenuto la gag dei cartoni: Wile E. acquista un dispositivo apparentemente infallibile, lo utilizza contro Road Runner e finisce inevitabilmente vittima della propria trappola. Coyote vs. ACME ribalta completamente questa premessa.

Gli strumenti della ACME funzionano esattamente come sono stati progettati. Il loro scopo non è aiutare Wile E. Coyote, ma utilizzare i cartoni come soggetti sperimentali. La loro particolare resistenza permette infatti alla corporation di testare sui loro corpi prodotti potenzialmente pericolosi, individuare problemi e trovare nuove applicazioni da commercializzare successivamente per gli esseri umani.

È il passaggio più apertamente politico del film. La ACME diventa la caricatura di un sistema economico nel quale il profitto giustifica qualsiasi mezzo, compreso trasformare individui privi di potere in strumenti sacrificabili. Chi scopre la verità viene neutralizzato: alcuni vengono rinchiusi in istituti psichiatrici, altri fatti sparire in modi ancora più assurdi.

La trovata funziona perché porta all’estremo una delle gag più celebri dei Looney Tunes: per la prima volta, il fatto che Wile E. Coyote venga costantemente schiacciato, esploso o lanciato nel vuoto non è soltanto una battuta, ma la conseguenza di un sistema costruito per danneggiarlo.

Road Runner non odia Wile E. Coyote: il loro rapporto cambia completamente significato

Il ribaltamento più emozionante riguarda però la relazione tra Wile E. Coyote e Road Runner. Per più di settant’anni i due sono stati presentati come rivali naturali: il predatore che vuole catturare la propria preda e l’uccello velocissimo che riesce sempre a sfuggirgli.

Il film introduce però una rivelazione capace di cambiare retroattivamente il significato di tutti quei cortometraggi. Road Runner non ha mai davvero odiato Wile E. Coyote.

Durante il processo, Road Runner si presenta come testimone a favore del Coyote e rivela di considerarlo addirittura un amico. Per lui, quelle interminabili fughe nel deserto non sono una guerra tra predatore e preda, ma una sorta di gioco condiviso.

È un’idea semplice, ma emotivamente potentissima. Road Runner non è mai rimasto nel deserto perché costretto a farlo o perché terrorizzato dal Coyote: continua a tornarci perché quello è il loro spazio comune. Wile E. ha sempre interpretato la loro relazione come una caccia, mentre Road Runner l’ha vissuta come una forma di amicizia.

Il Coyote rimane profondamente colpito dalla rivelazione. E quando, dopo tutto quello che è accaduto, i due tornano a inseguirsi, la scena assume un significato completamente diverso. Non stiamo più guardando un predatore che cerca disperatamente di catturare una preda, ma due amici che continuano il loro gioco.

Will Forte e Lana Condor Coyote vs. Acme Recensione 2026
Photo by Courtesy of Ketchup Entertainment – © Ketchup Entertainment

Il vero finale di Coyote vs. ACME: quando i piccoli si uniscono contro i potenti

La vera svolta arriva dopo la sconfitta in tribunale. Gli altri personaggi dei Looney Tunes, impressionati dal lavoro di Kevin, decidono infatti di affidarsi a lui per una class action contro ACME. È questo il dettaglio che trasforma la sconfitta individuale di Wile E. in una vittoria collettiva.

Il problema della prima causa era anche il fatto che Wile E. fosse praticamente l’unico soggetto a denunciare la corporation. Quando gli altri cartoni decidono di unirsi, il quadro cambia radicalmente. La ACME non deve più affrontare la denuncia di un singolo individuo, ma quella di un’intera comunità.

La pressione dell’opinione pubblica aumenta e il governo comincia finalmente a indagare sulla corporation. Il risultato è l’arresto di Foghorn Leghorn e Buddy, figure centrali nella gestione degli esperimenti.

Il film arriva così a una conclusione coerente con il suo messaggio: da soli i più deboli possono essere facilmente ignorati; insieme possono mettere in discussione anche il sistema più potente.

Il significato di Coyote vs. ACME è ancora più forte considerando la storia travagliata del film

C’è infine un livello metacinematografico che rende il finale di Coyote vs. ACME particolarmente significativo. Il film stesso ha rischiato di essere cancellato dopo essere stato accantonato da Warner Bros. come operazione fiscale. La reazione dei fan e la determinazione dei suoi autori hanno però contribuito a impedirne la scomparsa definitiva, fino alla sua acquisizione da parte di un altro studio e alla successiva distribuzione cinematografica. In questo senso, la storia di Coyote vs. ACME finisce per rispecchiare sorprendentemente quella raccontata nel film.

Wile E. Coyote è il simbolo del piccolo individuo che si trova davanti a una macchina molto più grande di lui. Non riesce a ottenere subito ciò che vuole, ma non smette di combattere. La sua ostinazione permette agli altri di riconoscere un problema che prima nessuno voleva vedere e crea le condizioni per una reazione collettiva. E anche la rivelazione sull’amicizia con Road Runner va nella stessa direzione: le differenze tra i piccoli contano molto meno di ciò che possono costruire insieme.

Per questo il finale di Coyote vs. ACME è, in definitiva, meno una storia sulla vittoria di Wile E. Coyote che sulla sua capacità di non arrendersi. Il Coyote non ottiene il denaro che voleva, non cattura Road Runner e non sconfigge ACME da solo. Ma riesce comunque a cambiare le regole del gioco.

Per una volta, Wile E. Coyote non è il personaggio destinato a perdere. È quello che continua a correre abbastanza a lungo da costringere il mondo a guardare ciò che gli sta accadendo.

Scissione 3, un video dal set anticipa il destino di Gemma dopo il finale della seconda stagione

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Le riprese di Scissione 3 sono finalmente iniziate e un nuovo video dal set offre già un primo indizio importante sul destino di Gemma Scout dopo il drammatico cliffhanger della seconda stagione. Dichen Lachman è stata infatti avvistata mentre girava nuove scene nella location utilizzata per la sede della Lumon Industries, confermando che il personaggio continuerà ad avere un ruolo nella prossima stagione.

Il filmato, pubblicato su TikTok dall’account @umsoyoudontknowme e ripreso da ScreenRant, mostra Dichen Lachman nei panni di Gemma durante le riprese a Bell Works, a Holmdel, nel New Jersey, edificio già utilizzato dalla produzione per rappresentare la Lumon. L’attrice indossa jeans e una maglia scura a maniche lunghe, ma il breve video non permette di stabilire con certezza quale sia il contesto della scena.

La presenza di Gemma sul set è comunque significativa dopo quanto accaduto nel finale della seconda stagione. Mark era riuscito finalmente a raggiungere e liberare sua moglie, ma il loro ricongiungimento si era trasformato nell’ennesima frattura: l’innie di Mark aveva scelto di tornare da Helly invece di attraversare l’uscita insieme a Gemma, lasciandola dall’altra parte della porta e aprendo uno dei conflitti più importanti della terza stagione.

Il ritorno di Gemma alla Lumon potrebbe complicare ancora di più Scissione 3

Scissione stagione-2

Il fatto che Lachman stia girando proprio a Bell Works non significa necessariamente che Gemma sia tornata volontariamente nelle mani della Lumon. La location può essere utilizzata per numerosi ambienti della società e, senza conoscere la scena completa, sarebbe prematuro stabilire cosa le sia realmente accaduto dopo il finale.

La sua presenza suggerisce però che la terza stagione non intenda mettere da parte la vicenda di Gemma dopo averla trasformata in uno dei più grandi misteri dell’intera serie. La seconda stagione ha infatti rivelato molto di più sugli esperimenti condotti dalla Lumon e sulle differenti identità create all’interno della mente della donna, facendo della sua liberazione uno degli obiettivi principali di Mark.

Il finale ha però cambiato completamente il problema. Se per l’outie di Mark salvare Gemma rappresentava una priorità assoluta, il suo innie ha sviluppato desideri, relazioni e una vita emotiva indipendente, culminata nella scelta di restare con Helly. È proprio questa contraddizione a rappresentare uno degli aspetti più radicali di Scissione: se le due versioni di una persona possiedono esperienze e volontà differenti, quale delle due ha davvero il diritto di decidere della propria esistenza?

Scissione – stagione 2, episodio 4

Gemma rischia quindi di trovarsi al centro di un conflitto ancora più doloroso. È stata prigioniera della Lumon, è finalmente riuscita a ritrovare suo marito, ma ha contemporaneamente scoperto che una versione di Mark può scegliere qualcun altro al posto suo. La terza stagione dovrà inevitabilmente affrontare le conseguenze di quella decisione, insieme alla reazione della Lumon dopo la ribellione esplosa nei suoi corridoi.

Le riprese sono partite nell’estate 2026, circa un anno e mezzo dopo la conclusione della seconda stagione. Oltre a Dichen Lachman e Adam Scott, torneranno Zach Cherry, Britt Lower, Tramell Tillman, Jen Tullock, Michael Chernus, John Turturro, Christopher Walken e Patricia Arquette.

Ben Stiller resterà coinvolto come produttore esecutivo, ma non dovrebbe dirigere episodi della terza stagione, essendo impegnato con altri progetti. Al momento Apple TV non ha ancora annunciato una data ufficiale per il ritorno della serie, che secondo le attuali previsioni potrebbe arrivare soltanto verso la fine del 2027.

Il video dal set non risolve quindi il cliffhanger di Scissione 2, ma conferma qualcosa di altrettanto importante: la storia di Gemma è tutt’altro che conclusa, e le conseguenze della scelta di Mark sembrano destinate a diventare uno dei nodi centrali dei nuovi episodi.

Outlander: Blood of My Blood 2, il trailer anticipa una stagione ancora più brutale e dolorosa

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Il nuovo trailer di Outlander: Blood of My Blood 2 alza decisamente la posta, intrecciando guerra, separazioni e viaggi nel tempo in una stagione che promette di mettere a dura prova entrambe le coppie al centro del prequel. Le nuove immagini mostrano infatti l’impatto della rivolta giacobita del 1715 sulla storia di Brian ed Ellen, mentre il destino di Henry e Julia resta diviso tra due epoche.

Il trailer pubblicato da Starz riparte direttamente dalle conseguenze del finale della prima stagione. Henry Beauchamp e Julia Morison erano riusciti a raggiungere Craigh na Dun con il piccolo William, ma la loro fuga si era spezzata proprio all’ultimo momento: Julia aveva spinto Henry ad attraversare le pietre e tornare nel XX secolo, convinta che lei e il figlio sarebbero stati relativamente al sicuro grazie al matrimonio forzato con Simon Fraser.

La seconda stagione sembra quindi voler spingere ancora di più sul parallelismo che ha definito Blood of My Blood: due storie d’amore separate da secoli diversi, ma entrambe schiacciate da eventi storici e familiari più grandi dei protagonisti. E il trailer suggerisce che questa volta il tono sarà ancora più tragico.

La rivolta giacobita cambierà il destino di Brian ed Ellen in Blood of My Blood 2

Sul fronte settecentesco, Julia e William restano intrappolati in Scozia, circa duecento anni lontani dalla loro epoca, senza riuscire a trovare un modo per tornare indietro. Henry, invece, sembra affrontare conseguenze devastanti una volta rientrato negli anni Venti del Novecento: le immagini lo mostrano apparentemente rinchiuso in una struttura psichiatrica e sottoposto a elettroshock, probabilmente perché nessuno crede al suo racconto sul viaggio nel tempo.

Questo elemento aggiunge una dimensione particolarmente cupa alla storia di Claire. I fan di Outlander sanno infatti che la giovane Claire crescerà affidata a zio Lamb, e la nuova stagione sembra avvicinarsi proprio agli eventi che porteranno definitivamente a quella situazione.

Parallelamente, la relazione tra Ellen MacKenzie e Brian Fraser verrà travolta dalla rivolta giacobita del 1715. Il conflitto storico vide James Francis Edward Stuart tentare di riconquistare il trono britannico per la Casa Stuart e, pur destinato alla sconfitta, diventa nella serie un ostacolo diretto alla possibilità dei due protagonisti di costruire una vita insieme.

Brian ed Ellen non potranno infatti sposarsi fino alla conclusione della ribellione. La posizione della famiglia Fraser rende inoltre la situazione ancora più complessa: in questa fase Simon Fraser e Brian combattono contro i giacobiti, anche se la storia reale porterà successivamente Simon ad avvicinarsi alla loro causa durante la rivolta del 1745.

murtagh fitzgibbons e brian fraser in Outlander: blood of my blood

È proprio questo rapporto tra storia conosciuta e destino dei personaggi a rendere Blood of My Blood particolarmente interessante. Gli spettatori sanno già dove porteranno alcune linee genealogiche e politiche, ma non conoscono ancora il prezzo personale che Brian, Ellen, Henry e Julia dovranno pagare per arrivarci.

La serie prequel è stata rinnovata per una seconda stagione ancora prima del debutto della prima e ha ricevuto una buona accoglienza critica, con l’87% su Rotten Tomatoes. Il cast comprende Harriet Slater, Jamie Roy, Jeremy Irvine, Hermione Corfield, Séamus McLean Ross, Sam Retford, Rory Alexander, Conor MacNeill, Brian McCardie e Sara Vickers.

Outlander: Blood of My Blood 2 debutterà il 18 settembre su Starz. Resta inoltre aperta la possibilità che l’universo di Outlander continui ad ampliarsi, dal momento che lo showrunner Matthew B. Roberts ha già confermato che sono state discusse altre potenziali serie spin-off.

Marvel Studios cambia volto a due storici personaggi del MCU: VisionQuest conferma il recasting

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Il Marvel Cinematic Universe si prepara a cambiare volto a due personaggi presenti da anni nel franchise. Una nuova immagine ufficiale di VisionQuest ha infatti confermato che F.R.I.D.A.Y. ed E.D.I.T.H. avranno nuove interpreti nella serie con Paul Bettany, dove le intelligenze artificiali legate alla storia di Tony Stark assumeranno per la prima volta una vera forma umana.

La conferma arriva attraverso Empire Magazine, che ha pubblicato una nuova immagine di VisionQuest. Orla Brady interpreterà F.R.I.D.A.Y., prendendo il posto di Kerry Condon, mentre Emily Hampshire sarà E.D.I.T.H., precedentemente doppiata da Dawn Michelle King. Il cambiamento sembra quindi strettamente collegato alla particolare natura della nuova serie: non si tratterà più soltanto di ascoltare le voci delle due intelligenze artificiali, ma di vederle materializzate all’interno della mente di Visione.

Più che due tradizionali recasting, quindi, quelli di VisionQuest sembrano rappresentare una reinterpretazione visiva di personaggi che nel MCU non avevano mai posseduto un corpo umano. La serie utilizzerà questa soluzione per riportare in scena diverse IA legate soprattutto all’eredità tecnologica di Tony Stark, trasformando la mente di Visione in uno spazio nel quale passato e identità del personaggio potranno letteralmente prendere forma.

VisionQuest riunirà F.R.I.D.A.Y., E.D.I.T.H., J.A.R.V.I.S. e Ultron nella mente di Visione

La storia riprenderà il percorso del Visione Bianco introdotto nel finale di WandaVision, mentre l’androide cerca di ricostruire la propria identità e comprendere cosa sia diventato. Gran parte della narrazione dovrebbe svilupparsi proprio all’interno della sua mente, permettendo alle diverse intelligenze artificiali del MCU di apparire attraverso sembianze umane.

Tra queste ci sarà anche J.A.R.V.I.S., che avrà il volto di James D’Arcy. La scelta crea un interessante collegamento con il passato del franchise: D’Arcy aveva già interpretato Edwin Jarvis in Agent Carter, il maggiordomo umano della famiglia Stark dal quale Tony avrebbe successivamente preso il nome per la propria intelligenza artificiale.

Avengers Age of Ultron - Ultron

Ma il ritorno più importante sarà quello di Ultron. James Spader riprenderà il personaggio dopo Avengers: Age of Ultron, uscito nel 2015, e le prime anticipazioni suggeriscono una versione molto diversa del villain. L’attore ha raccontato che Ultron sarebbe rimasto metaforicamente imprigionato per anni, trascorrendo il tempo assorbendo informazioni attraverso internet, televisione e storia e arrivando persino a dedicarsi alla pittura.

Spader ha inoltre anticipato un rapporto particolarmente ambiguo con Visione, che Ultron contemporaneamente «ama e odia». È un elemento che potrebbe diventare centrale nella serie: Visione nacque infatti proprio dal progetto di Ultron, ma acquisì un’identità indipendente grazie alla combinazione tra tecnologia Stark, J.A.R.V.I.S. e Gemma della Mente. Riunire nello stesso spazio mentale Visione, Ultron e le IA costruite intorno all’eredità di Tony Stark significa quindi tornare direttamente alle origini del personaggio.

Creata da Terry Matalas, già showrunner di Star Trek: Picard, VisionQuest sarà composta da otto episodi e fungerà da terzo capitolo della storia iniziata con WandaVision e proseguita con Agatha All Along. La serie arriverà su Disney+ il 14 ottobre 2026.

Resta inoltre aperta la possibilità che il percorso di Visione continui nei prossimi film degli Avengers. Paul Bettany aveva dichiarato di avere alcuni «impegni con gli Avengers» nel 2026, alimentando le ipotesi su un suo coinvolgimento in Avengers: Doomsday o Avengers: Secret Wars. In questo senso, VisionQuest potrebbe fare molto più che concludere la trilogia televisiva nata da WandaVision: potrebbe ricollocare definitivamente Visione all’interno del MCU prima della conclusione della Saga del Multiverso.

Ted Lasso 4 stabilisce un nuovo record su Rotten Tomatoes dopo appena quattro episodi

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Il ritorno di Ted Lasso sta ottenendo una risposta molto diversa da quella che aveva accompagnato le precedenti stagioni della serie Apple TV. Dopo la pubblicazione dei primi quattro episodi, la quarta stagione ha infatti stabilito un nuovo record su Rotten Tomatoes, ma non nella direzione sperata: il punteggio assegnato dal pubblico è attualmente il più basso mai registrato dalla serie.

Secondo i dati riportati da Rotten Tomatoes, Ted Lasso 4 ha raggiunto un Audience Score del 75% sulla base di oltre 250 valutazioni. Il risultato è sceso rispetto al 78% registrato inizialmente e porta la nuova stagione sotto la terza, che fino a questo momento rappresentava il punto più basso della serie nella valutazione degli spettatori. Un dato comunque positivo in termini assoluti, ma significativo considerando l’enorme consenso costruito dalla comedy con Jason Sudeikis nelle sue prime stagioni.

Il dato diventa ancora più interessante se confrontato con quello della critica. La quarta stagione mantiene infatti un 89% su Rotten Tomatoes sulla base di 114 recensioni, ottenendo la certificazione Certified Fresh. La distanza tra le due valutazioni suggerisce quindi che il problema non sia necessariamente la qualità complessiva del ritorno, quanto piuttosto il rapporto del pubblico con una serie che aveva già costruito nel 2023 quello che sembrava essere il proprio finale.

Perché Ted Lasso 4 sta dividendo il pubblico più delle precedenti stagioni

La terza stagione si concludeva con Ted che lasciava l’Inghilterra per tornare negli Stati Uniti, scegliendo di essere più vicino al figlio dopo gli anni trascorsi lontano da casa. Pur lasciando alcune storie aperte, il finale aveva la struttura emotiva di una vera conclusione e proprio questo rende inevitabilmente più complicato giustificare una quarta stagione.

Il nuovo ciclo ha scelto di cambiare il contesto senza abbandonare il cuore della serie. Ted torna a Richmond per diventare allenatore della squadra femminile, inaugurando una nuova fase della propria carriera e permettendo allo show di ricostruire parte delle dinamiche che avevano caratterizzato il suo arrivo nel calcio inglese.

È proprio qui che sembrano concentrarsi alcune delle perplessità. Diverse recensioni del pubblico riportate dalla fonte criticano una scrittura che, pur mantenendo dialoghi, personaggi e ottimismo tipici di Ted Lasso, rischierebbe di riproporre meccanismi già esplorati nelle stagioni precedenti. Anche parte della critica ha evidenziato questa sensazione di familiarità, pur giudicando positivamente il risultato complessivo.

Ted Lasso - Stagione 4
Cortesia di Apple

Il problema potrebbe quindi essere soprattutto narrativo: Ted Lasso non deve semplicemente dimostrare di essere ancora una buona serie, ma dimostrare che esisteva una storia sufficientemente importante da raccontare dopo il finale della terza stagione. Il ritorno dei personaggi amati e la formula che aveva decretato il successo dello show potrebbero non bastare, da soli, a giustificarne la prosecuzione agli occhi degli spettatori.

Il 75%, tuttavia, fotografa soltanto una fase iniziale della stagione. Sono stati pubblicati appena quattro episodi e ne restano ancora sei, mentre la critica ha avuto accesso a una porzione più ampia della storia rispetto al pubblico. Il punteggio potrebbe quindi cambiare sensibilmente con l’avanzare degli episodi.

La vera prova per la quarta stagione sarà proprio questa: trasformare quella che per alcuni spettatori appare ancora come un’appendice di una storia già conclusa in un nuovo capitolo capace di conquistarsi una ragione narrativa autonoma. Se riuscirà a farlo, il record negativo registrato dopo quattro episodi potrebbe raccontare soltanto la difficile partenza del ritorno di Ted Lasso.

Stephen King torna su Prime Video: un suo racconto horror di 46 anni fa diventa una serie

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Prime Video continua a investire nell’universo di Stephen King e ha ufficialmente messo in sviluppo una nuova serie tratta da uno dei suoi racconti horror più inquietanti. Si tratta di Crouch End, storia pubblicata per la prima volta nel 1980, che verrà adattata come miniserie in sei episodi e rappresenterà anche la prima trasposizione televisiva di King prodotta nel Regno Unito.

A riportarlo è Variety, secondo cui il progetto è già in fase di sviluppo avanzato con Paul Tomalin, già al lavoro su Bodies, incaricato dell’adattamento, mentre Tom Shankland, regista di Berlin Noir, sarà dietro la macchina da presa. La serie sarà prodotta da Mammoth Screen e si inserisce in una fase particolarmente intensa della collaborazione tra Prime Video e l’opera di King.

La scelta di Crouch End è interessante perché permette di lavorare su un materiale molto diverso dai titoli più noti dell’autore. Il racconto è infatti considerato uno degli omaggi più espliciti di King a H.P. Lovecraft, con un orrore che nasce dal quotidiano per trasformarsi progressivamente in qualcosa di cosmico e incomprensibile. L’adattamento televisivo sembra voler spingere proprio su questa combinazione tra thriller investigativo e mistero soprannaturale.

Crouch End porterà su Prime Video il lato più lovecraftiano di Stephen King

La storia ruota attorno a Doris Freeman, una star del cinema che si presenta in una stazione di polizia londinese sostenendo che strani fenomeni siano legati alla scomparsa del marito. A indagare sul caso sarà l’ispettore Ted Vetter, chiamato a capire se la donna stia dicendo la verità, se possa essere coinvolta direttamente nella sparizione o se dietro tutto si nasconda qualcosa di molto più inquietante.

La sinossi ufficiale descrive Londra come una città che «non dorme mai profondamente» e i cui sogni sono tutt’altro che tranquilli, anticipando una serie che dovrebbe costruire il proprio orrore attraverso la progressiva perdita di punti di riferimento. Il quartiere di Crouch End, reale zona del nord di Londra, diventa così il luogo in cui la dimensione quotidiana può aprirsi a qualcosa di inspiegabile.

Il racconto originale venne pubblicato inizialmente nell’antologia New Tales of the Cthulhu Mythos e successivamente incluso nella raccolta Incubi & deliri (Nightmares & Dreamscapes). I riferimenti a Lovecraft e al suo immaginario sono parte integrante del testo e rendono questo adattamento particolarmente diverso dalle storie di King costruite attorno a mostri o minacce più immediatamente riconoscibili.

Nicole Clemens, vicepresidente degli International Originals di Prime Video e Amazon MGM Studios, ha anticipato che la serie unirà un «crime thriller viscerale» a un mistero soprannaturale, sottolineando come la visione di Tomalin e Shankland punti a trasformare il racconto in un progetto fortemente cinematografico.

Per Prime Video, Crouch End si aggiunge a una crescente presenza di Stephen King sulla piattaforma. È già in arrivo anche la nuova serie di Carrie sviluppata da Mike Flanagan, mentre l’universo televisivo dello scrittore continua ad ampliarsi parallelamente attraverso produzioni come It: Welcome to Derry e The Institute.

La sfida più interessante sarà capire come un racconto relativamente breve possa sostenere sei episodi senza perdere la densità e l’ambiguità dell’originale. Proprio l’impostazione investigativa suggerita dalla sinossi potrebbe però offrire lo spazio necessario per ampliare personaggi, atmosfera e mitologia senza trasformare Crouch End in qualcosa di irriconoscibile.

Matt Smith in trattative per ricongiungersi con i compagni di Doctor Who in un nuovo progetto spin-off

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A dodici anni dalla sua ultima apparizione in Doctor Who, Matt Smith potrebbe finalmente tornare a condividere un progetto con Karen Gillan e Arthur Darvill, gli interpreti di Amy Pond e Rory Williams. Non si tratta però di un ritorno dell’Undicesimo Dottore nella serie BBC: i due attori stanno cercando di coinvolgere Smith in The Pondcast, il loro nuovo podcast dedicato al rewatch delle stagioni di Doctor Who che li hanno visti protagonisti.

A raccontarlo sono stati Karen Gillan e Arthur Darvill in un’intervista a Doctor Who Magazine, ripresa da Radio Times. I due hanno spiegato di avere già parlato direttamente con Smith e che l’attore avrebbe manifestato la volontà di partecipare. «Dobbiamo avere Matt Smith!», ha dichiarato Gillan, mentre Darvill ha confermato: «Avremo Matt, e ne abbiamo parlato con lui». Secondo Gillan, Smith continua a dire che parteciperà e resta soltanto da riuscire a organizzare concretamente l’incontro.

Per i fan è una reunion decisamente più piccola rispetto a un ritorno televisivo, ma non per questo priva di significato. Smith non è mai realmente tornato nell’universo di Doctor Who dopo la conclusione della sua era, diversamente da altri interpreti del Dottore, e rivederlo insieme a Gillan e Darvill permetterebbe ai tre attori di ripercorrere direttamente uno dei periodi più amati della serie moderna. Soprattutto, The Pondcast potrebbe diventare uno spazio privilegiato per ricostruire dall’interno il rapporto tra l’Undicesimo Dottore e i Pond.

The Pondcast potrebbe riunire alcuni dei protagonisti dell’era di Matt Smith in Doctor Who

Foto di Luigi de Pompeis © Cinefilos.it

Matt Smith debuttò come Undicesimo Dottore nel 2010, raccogliendo l’eredità di David Tennant e inaugurando contemporaneamente l’era di Steven Moffat come showrunner. Proprio Amy Pond, interpretata da Karen Gillan, fu la prima companion della sua incarnazione del Dottore, presto affiancata da Rory Williams di Arthur Darvill.

Il rapporto tra i tre diventò uno degli elementi centrali delle stagioni guidate da Smith. Amy e Rory non furono semplicemente compagni di viaggio del Dottore: la loro storia finì per intrecciarsi profondamente con la mitologia della serie attraverso River Song, interpretata da Alex Kingston e successivamente rivelata come loro figlia.

Daemon Targaryen (Matt Smith) house of the dragon stagione 2

Non sorprende quindi che Gillan e Darvill stiano cercando di coinvolgere anche Kingston. Darvill ha confermato di averle già parlato della possibilità di partecipare a The Pondcast, anche se al momento non risulta ancora fissata una sua apparizione. È invece già prevista la partecipazione di Steven Moffat, showrunner di Doctor Who dal 2010 al 2017 e principale artefice narrativo dell’intera era dell’Undicesimo Dottore.

Se tutti gli inviti dovessero concretizzarsi, il podcast potrebbe quindi trasformarsi in una sorta di reunion informale dell’era Smith, permettendo ai protagonisti di tornare su episodi, retroscena e scelte narrative a oltre un decennio dalla loro realizzazione. Gillan e Darvill hanno persino immaginato l’eventuale puntata con Smith come un incontro in presenza, registrato a casa dello stesso Darvill.

Per il momento, però, è importante distinguere questa possibilità dalle numerose speranze dei fan su un vero ritorno dell’attore nella serie. Non ci sono indicazioni che Matt Smith sia in trattative per interpretare nuovamente il Dottore. La reunion riguarda esclusivamente The Pondcast, ma rappresenterebbe comunque il primo significativo ricongiungimento pubblico del trio che ha definito una delle fasi più riconoscibili del Doctor Who moderno.

How to Kill Your Family: la serie Netflix con Anya Taylor-Joy completa il cast con una star candidata all’Oscar

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Netflix ha completato il cast principale di How to Kill Your Family, l’attesa serie thriller con Anya Taylor-Joy tratta dal bestseller di Bella Mackie. Al progetto si è infatti unito Clive Owen, candidato all’Oscar per Closer, insieme a Orlando Norman e David Shields. L’ingresso dell’attore aggiunge un altro nome di peso a un adattamento che riporterà Taylor-Joy sulla piattaforma dopo il successo mondiale de La regina degli scacchi.

La conferma arriva direttamente da Tudum, il portale ufficiale di Netflix, che ha annunciato gli ultimi tre componenti dell’ensemble senza però rivelare quali personaggi interpreteranno. Owen porta con sé una carriera che comprende titoli come I figli degli uomini, Inside Man, The Knick e Monsieur Spade. Taylor-Joy, oltre a interpretare la protagonista Grace Bernard, parteciperà alla serie anche in veste di produttrice esecutiva.

L’arrivo di Owen è soprattutto un ulteriore segnale delle ambizioni di Netflix per How to Kill Your Family. Il romanzo ha venduto oltre un milione di copie e offre alla piattaforma una combinazione particolarmente adatta alla serialità contemporanea: vendetta, thriller, satira sociale e una protagonista moralmente problematica. Dopo La regina degli scacchi, inoltre, Taylor-Joy torna a guidare una serie costruita attorno a una donna estremamente complessa, questa volta però spingendosi verso territori molto più oscuri.

How to Kill Your Family trasforma Anya Taylor-Joy in una protagonista guidata dalla vendetta

Clive Owen 2025
Clive Owen arriva alla AMC Networks per presentare l’evento Emmy FYC “AMC Presents: Storytelling Uncompromised” – Foto di Image Press Agency via Depositphotos.com

La serie sarà composta da otto episodi e adatterà il romanzo pubblicato da Bella Mackie nel 2021. Grace Bernard è nata da una relazione extraconiugale e cresciuta lontano dalla ricchissima famiglia paterna. Dopo la morte della madre e l’ennesimo rifiuto da parte delle persone che avrebbero dovuto accoglierla, decide di trasformare la propria rabbia in un piano decisamente più radicale: eliminare, uno dopo l’altro e attraverso metodi creativi, i componenti della famiglia che l’ha respinta.

È proprio il contrasto tra la brutalità delle azioni di Grace e il tono ironico del racconto ad aver contribuito al successo del romanzo. How to Kill Your Family non utilizza infatti la vendetta soltanto come meccanismo da thriller, ma come strumento per affrontare privilegio, ricchezza, appartenenza sociale e disuguaglianza, costruendo intorno alla protagonista un’ambiguità morale che dovrebbe diventare uno degli elementi fondamentali dell’adattamento.

Anya Taylor-Joy
Anya Taylor-Joy al photocall al Festival di Cannes – Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

A occuparsi della sceneggiatura sarà Emma Moran, creatrice della serie Extraordinary. Un’altra scelta coerente con la natura del materiale originale, considerando la capacità dell’autrice di combinare commedia e personaggi emotivamente complessi. Dietro il progetto c’è inoltre Sid Gentle Films, casa di produzione di Killing Eve, serie che ha già dimostrato quanto thriller, humor nero e protagoniste fuori dagli schemi possano convivere efficacemente.

Per Anya Taylor-Joy si tratta anche di un ritorno particolarmente significativo alla serialità televisiva. Dopo essere diventata una star internazionale grazie a La regina degli scacchi, l’attrice ha consolidato la propria carriera cinematografica con The Menu e Furiosa: A Mad Max Saga. How to Kill Your Family sembra recuperare alcuni degli elementi che hanno caratterizzato i suoi ruoli migliori: una protagonista magnetica, difficile da decifrare e capace di mettere lo spettatore nella scomoda posizione di seguirne il percorso anche quando le sue scelte diventano moralmente indifendibili.

Netflix non ha ancora annunciato la data di uscita di How to Kill Your Family. Con il cast principale ormai completato, però, l’adattamento del bestseller di Bella Mackie compie un altro importante passo verso il debutto sulla piattaforma.

Netflix prepara una nuova serie tratta da Roald Dahl con le star di Bridgerton e Harry Potter

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Netflix torna nell’universo di Roald Dahl con un progetto molto diverso dagli adattamenti più celebri dello scrittore britannico. La piattaforma sta infatti preparando una nuova serie in sei episodi basata sui racconti per adulti dell’autore, con un cast che comprende Nicola Coughlan, protagonista di Bridgerton, e Imelda Staunton, indimenticabile Dolores Umbridge nella saga di Harry Potter. Le riprese sono già in corso a Manchester.

A rivelare il progetto in esclusiva è Deadline, secondo cui la serie è stata affidata a Danny Brocklehurst, già produttore esecutivo di Un inganno di troppo (Fool Me Once). Il titolo non è stato ancora annunciato, ma la storia intreccerà diversi racconti di Dahl seguendo una giovane coppia bloccata in una decadente località di mare, dove dovrà confrontarsi con truffatori, adulteri, madri assassine e incantatori di serpenti nel tentativo di fuggire prima che il proprio destino sia segnato.

La scelta è particolarmente interessante perché permette a Netflix di esplorare il lato più oscuro, grottesco e adulto di Roald Dahl, spesso oscurato dalla popolarità delle sue opere per ragazzi. Più che realizzare l’ennesima versione di Matilda o La fabbrica di cioccolato, la serie sembra voler trasformare l’umorismo nero e il gusto per il macabro dello scrittore in una narrazione contemporanea e potenzialmente seriale. Una direzione che potrebbe avvicinare il progetto più a una dark comedy o a un thriller grottesco che al fantasy familiare normalmente associato al nome di Dahl.

La serie Netflix esplorerà il lato più macabro dei racconti di Roald Dahl

Netflix logo

Brocklehurst ha spiegato che l’adattamento porterà in un’ambientazione contemporanea alcuni dei personaggi creati dallo scrittore, citando esplicitamente The Landlady, Mister Boggis e il misterioso Fingersmith. Lo sceneggiatore ha definito i racconti di Dahl «avvincenti, macabri e sempre imprevedibili», sottolineando come la possibilità di riportare in vita questi personaggi rappresenti per lui la realizzazione di un sogno.

Il cast suggerisce inoltre che Netflix stia puntando su una produzione di primo piano. Oltre a Nicola Coughlan e Imelda Staunton, sono stati annunciati Dominic West, noto per The Wire e The Crown, e Naomi Scott, recentemente protagonista di Smile 2. Completano il gruppo Clarke Peters, Toby Jones, Josh Finan, Carmen Ejogo, Christine Tremarco e Michael Socha. I rispettivi ruoli non sono stati ancora rivelati.

Imelda-Staunton-The-Crown

Dietro le quinte troviamo Orchid Pictures, mentre tra i produttori esecutivi figurano Brocklehurst, Suzanne Mackie, già legata a The Crown, e Gabriel Silver, che ha lavorato a Chernobyl. Una squadra che conferma l’ambizione del progetto e soprattutto la volontà di non trattare il materiale di Dahl come un semplice adattamento antologico.

La sinossi suggerisce infatti che i diversi racconti potrebbero essere incorporati all’interno di un’unica storia, con la giovane coppia protagonista utilizzata come filo conduttore attraverso personaggi e situazioni provenienti dall’opera dello scrittore. Sarebbe una soluzione particolarmente interessante: invece di limitarsi a trasporre sei racconti indipendenti, la serie potrebbe costruire un universo narrativo nel quale le creazioni più inquietanti di Dahl finiscono per convergere.

Per Netflix rappresenta inoltre un nuovo passo nello sfruttamento dell’opera dello scrittore dopo l’acquisizione della Roald Dahl Story Company. Il progetto non ha ancora una data di uscita, ma con le riprese già iniziate a Manchester potrebbe diventare uno dei prossimi adattamenti letterari di punta della piattaforma.

Gal Gadot rompe il silenzio sul futuro di Wonder Woman nel DCU dopo tre anni di incertezze

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Il futuro di Gal Gadot come Wonder Woman nel nuovo DC Universe sembra ormai aver preso una direzione definitiva. A tre anni dalle sue ultime apparizioni nei panni di Diana Prince, l’attrice ha rivelato di non aver avuto conversazioni specifiche con James Gunn o DC Studios per tornare nel ruolo, né per interpretare un altro personaggio all’interno del franchise. Le sue parole sembrano quindi chiudere, almeno per il momento, una delle questioni rimaste aperte dopo la fine del DCEU.

Intervistata in esclusiva da ScreenRant in occasione della promozione del nuovo thriller The Runner, Gadot ha spiegato che gli ultimi colloqui importanti sul personaggio risalgono al periodo in cui si discuteva concretamente della realizzazione di Wonder Woman 3. Da allora, ha ammesso l’attrice, non ha ricevuto ulteriori aggiornamenti. Ancora più significativo è stato il messaggio rivolto alla futura interprete dell’Amazzone: Gadot ha augurato a chi erediterà il personaggio di godersi un’esperienza che per lei è stata straordinaria, dichiarandosi grata di aver avuto la possibilità di indossarne gli stivali e rappresentarne i valori.

Le dichiarazioni non costituiscono un annuncio formale di DC Studios sul casting, ma il loro significato appare piuttosto netto. Gadot parla infatti di Wonder Woman come di un’esperienza ormai appartenente al proprio passato, arrivando implicitamente a riconoscere l’arrivo di una nuova interprete. È un passaggio importante perché Diana Prince è rimasta uno degli ultimi grandi personaggi dell’era precedente senza una definizione precisa nel DCU, mentre altri volti del DCEU sono stati mantenuti, modificati o ricollocati nel nuovo universo.

Il nuovo film di Wonder Woman prepara una Diana Prince diversa da quella di Gal Gadot

Wonder Woman film

Gal Gadot ha interpretato per la prima volta Wonder Woman in Batman v Superman: Dawn of Justice nel 2016, per poi diventare protagonista di Wonder Woman e Wonder Woman 1984 e apparire in Justice League. Le sue ultime apparizioni sono arrivate nel 2023 attraverso i cameo di Shazam! Furia degli dei e The Flash, proprio mentre il vecchio universo condiviso DC si avviava alla conclusione.

Per qualche tempo la natura particolare del reboot guidato da James Gunn e Peter Safran aveva comunque lasciato aperto uno spiraglio. Il nuovo DCU non ha infatti sostituito automaticamente ogni interprete del precedente franchise: alcuni personaggi e attori sono sopravvissuti alla transizione, mentre Jason Momoa è passato da Aquaman a Lobo, alimentando persino l’ipotesi che Gadot potesse rientrare con un personaggio completamente differente. Le sue nuove dichiarazioni rendono anche questa possibilità, almeno allo stato attuale, decisamente meno concreta.

Wonder Woman 1984

Nel frattempo, Wonder Woman è destinata a tornare sul grande schermo. DC Studios sta sviluppando un nuovo film dedicato all’eroina, con Ana Nogueira impegnata alla sceneggiatura dopo il suo lavoro su Supergirl. Non è stata ancora annunciata ufficialmente l’attrice che interpreterà Diana Prince, ma il progetto rappresenta uno dei tasselli attraverso cui il DCU potrà ridefinire uno dei tre personaggi fondamentali della mitologia DC dopo aver già introdotto le nuove incarnazioni di Superman e Batman nel proprio universo.

Le parole di Gadot sembrano dunque segnare soprattutto la fine simbolica della Wonder Woman del DCEU. L’attrice non sta semplicemente dicendo di non avere un nuovo progetto in programma: consegnando idealmente il personaggio alla prossima interprete, riconosce che la storia iniziata dieci anni fa con Batman v Superman potrebbe essersi definitivamente conclusa. Adesso la domanda non sembra più essere se Gal Gadot tornerà, ma chi sarà la Wonder Woman scelta per rappresentare la nuova era dei DC Studios.

Passenger 57 – Terrore ad alta quota: la spiegazione del finale del film

Passenger 57 – Terrore ad alta quota è uno dei più rappresentativi action thriller degli anni Novanta costruiti attorno alla presenza scenica di Wesley Snipes. Diretto da Kevin Hooks, il film mette un ex agente dei servizi segreti, John Cutter, dentro lo scenario perfetto per il cinema d’azione: un aereo di linea trasformato in una trappola, un terrorista estremamente pericoloso e un protagonista costretto a combattere in uno spazio dove ogni movimento può mettere a rischio decine di vite.

Il finale porta questa impostazione alla sua conseguenza più spettacolare, trasformando il duello tra Cutter e Charles Rane in una lotta per il controllo dell’aereo e, soprattutto, per la possibilità di ristabilire un ordine che è stato completamente sovvertito. La morte di Rane risolve concretamente la minaccia, ma il senso della conclusione è più interessante: Cutter riesce a vincere perché rifiuta la logica del terrore e sfrutta contro il suo avversario proprio l’ambiente che Rane aveva trasformato nel proprio strumento di potere.

Perché Passenger 57 – Terrore ad alta quota rappresenta alla perfezione l’action thriller americano degli anni Novanta e il ruolo di Wesley Snipes

Passenger 57 – Terrore ad alta quota appartiene a quella stagione dell’action hollywoodiano in cui il protagonista viene definito attraverso una competenza fisica immediatamente riconoscibile. Wesley Snipes, reduce da una serie di ruoli che avevano contribuito a costruirne l’immagine di interprete atletico e carismatico, trova in John Cutter un personaggio apparentemente ordinario solo fino al momento in cui la situazione richiede le sue capacità.

Cutter non è un semplice passeggero coinvolto casualmente nella crisi. È un ex agente dei servizi segreti, un uomo che ha trasformato la propria esperienza nel campo della sicurezza in un lavoro dedicato all’addestramento degli assistenti di volo. Questa caratteristica diventa essenziale perché permette al film di giustificare la sua superiorità rispetto agli uomini di Rane senza dover trasformare il protagonista in un supereroe.

Dall’altra parte c’è Charles Rane, interpretato da Bruce Payne, figura costruita secondo il modello del villain glaciale e quasi teatrale tipico del genere. Rane controlla l’aereo attraverso la paura, dimostrando continuamente di considerare le persone come strumenti sacrificabili. La sua forza deriva dalla capacità di imporre una gerarchia fondata sul terrore.

Il film costruisce quindi un’opposizione molto semplice, ma efficace: Rane trasforma lo spazio chiuso dell’aereo in un territorio sotto il proprio dominio, mentre Cutter cerca progressivamente di restituirlo ai passeggeri. Il finale funziona proprio perché porta questa contrapposizione fino alle estreme conseguenze.

Passenger 57 - Terrore ad alta quota Wesley Snipes

Come finisce Passenger 57 – Terrore ad alta quota: Cutter affronta Rane sull’aereo e lo spinge fuori dal portellone

Dopo essere stato catturato e aver attraversato diverse fasi della crisi, Cutter riesce a tornare sull’aereo grazie all’aiuto dello sceriffo Leonard Biggs. L’operazione è estremamente rischiosa: l’aereo sta per decollare e Cutter deve riuscire a salire a bordo mentre il velivolo è già in movimento. Da quel momento, la storia torna definitivamente dentro lo spazio claustrofobico in cui Rane crede di avere il controllo assoluto.

Cutter elimina progressivamente gli uomini rimasti al servizio del terrorista e arriva allo scontro diretto con lui. La dinamica è significativa perché Rane ha passato gran parte del film a esercitare il proprio potere attraverso la minaccia, mentre Cutter combatte utilizzando soprattutto esperienza, rapidità e capacità di adattamento. La sua forza deriva dalla conoscenza dell’ambiente e dalla capacità di trasformare ogni elemento a disposizione in un’arma.

Durante il combattimento, un proiettile colpisce uno dei finestrini dell’aereo provocando una decompressione esplosiva. Una porta viene espulsa e l’interno del velivolo diventa improvvisamente un ambiente ancora più pericoloso. È proprio questa situazione che permette a Cutter di ribaltare definitivamente i rapporti di forza.

Rane viene trascinato verso l’apertura e Cutter riesce a portarlo abbastanza vicino al portellone da poterlo spingere fuori dall’aereo. Il terrorista precipita e muore, mentre il pericolo per i passeggeri viene finalmente eliminato. L’aereo torna quindi all’aeroporto, dove gli ostaggi vengono liberati e Sabrina Ritchie, l’ultima collaboratrice di Rane rimasta, viene arrestata.

La conclusione restituisce anche a Cutter una dimensione più personale. Dopo essere stato costretto per tutto il film a combattere, può finalmente abbandonare il ruolo dell’uomo chiamato a risolvere la crisi. Marti e Cutter si allontanano insieme, mano nella mano, mentre Biggs offre loro un passaggio. È una chiusura volutamente leggera dopo una lunga sequenza di violenza.

Wesley Snipes nel film Passenger 57 - Terrore ad alta quota

Il vero significato del duello tra Cutter e Rane: controllo, paura e responsabilità

Il confronto finale assume un significato particolare perché Cutter e Rane rappresentano due modi opposti di esercitare il potere. Rane domina attraverso la paura: minaccia di uccidere i passeggeri, manipola le autorità e tratta persino i propri uomini come pedine sacrificabili. La sua autorità dipende dalla convinzione che nessuno possa opporsi a lui.

Cutter, invece, non cerca di sostituirsi a Rane. Il suo obiettivo è interrompere il sistema di controllo costruito dal terrorista. Anche quando ricorre alla violenza, lo fa in funzione della liberazione dei passeggeri. È questa differenza a impedire che il protagonista diventi semplicemente la versione positiva dello stesso personaggio.

L’aereo diventa così una sorta di spazio politico in miniatura. Chi controlla il velivolo controlla la vita di tutti quelli che vi si trovano dentro. Rane lo comprende immediatamente e trasforma i passeggeri in una massa completamente dipendente dalle sue decisioni. Cutter deve quindi riconquistare progressivamente quello spazio, sottraendolo al dominio del terrorista.

La morte di Rane è coerente con questa logica. Il villain viene sconfitto proprio quando perde il controllo dell’ambiente che considerava una propria fortezza. L’aereo, che per gran parte del film era stato il simbolo del suo potere, diventa lo strumento della sua caduta.

Wesley Snipes in Passenger 57 - Terrore ad alta quota

Perché il finale di Passenger 57 – Terrore ad alta quota è anche una risposta al trauma personale di John Cutter

Dietro la struttura dell’action movie esiste inoltre una componente personale che rende Cutter qualcosa di più di un semplice eroe invincibile. L’uomo è segnato dalla morte della moglie, uccisa durante una rapina, e ha costruito la propria attività professionale anche come risposta a quella perdita. Insegnare agli assistenti di volo a difendersi significa, in qualche modo, cercare di impedire che altre persone siano costrette a vivere una tragedia simile.

Per questo la crisi sull’aereo assume per Cutter un valore particolare. Si ritrova nuovamente davanti a una situazione in cui persone innocenti possono essere uccise senza motivo da uomini che considerano la vita altrui irrilevante. La differenza è che questa volta possiede gli strumenti per intervenire.

La sua vittoria, quindi, non coincide semplicemente con l’eliminazione di Rane. Cutter dimostra a se stesso di poter affrontare la violenza senza rimanerne paralizzato. Il passato continua a esistere, ma non determina più completamente il suo presente.

Anche il rapporto con Marti Slayton acquista allora un significato preciso. Lei è una delle persone che Cutter ha contribuito a formare e diventa, durante la crisi, una compagna nella sopravvivenza. Il fatto che i due finiscano insieme suggerisce che Cutter può finalmente tornare a guardare avanti.

Il finale di Passenger 57 – Terrore ad alta quota è dunque costruito secondo le regole più classiche del cinema d’azione: il terrorista viene sconfitto, gli ostaggi vengono liberati e l’eroe sopravvive. La sua efficacia deriva però dalla coerenza simbolica dello scontro. Rane aveva trasformato l’aereo in uno spazio dominato dalla paura; Cutter lo riconquista restituendolo ai suoi passeggeri.

La morte del terrorista chiude così il conflitto esterno, mentre la fuga finale di Cutter e Marti suggerisce la conclusione di quello interiore. L’uomo che era salito sull’aereo come passeggero porta con sé un passato doloroso, ma ne scende avendo dimostrato di poter intervenire ancora. È precisamente questo che rende il finale soddisfacente: il viaggio non cambia soltanto la situazione sull’aereo, cambia la posizione di Cutter rispetto alla propria storia.

La terrazza sul lago è una storia vera? La vicenda reale che ha ispirato il film con Samuel L. Jackson

La terrazza sul lago è un thriller del 2008 diretto da Neil LaBute, con Samuel L. Jackson, Patrick Wilson e Kerry Washington protagonisti di una storia costruita attorno a una convivenza di quartiere che precipita rapidamente nell’incubo. Al centro del film ci sono Chris e Lisa Mattson, una giovane coppia interrazziale che si trasferisce in una nuova casa della California e si ritrova presa di mira dal vicino Abel Turner, un agente di polizia di Los Angeles interpretato da Jackson. Quello che comincia come un rapporto di vicinato difficile si trasforma progressivamente in una forma di intimidazione sempre più aggressiva, alimentata dai pregiudizi razziali di Turner e dal suo abuso della posizione di potere.

Ma quanto c’è di vero in La terrazza sul lago? La risposta è sì, anche se con una precisazione importante: il film non ricostruisce fedelmente un caso di cronaca e non presenta i suoi personaggi come trasposizioni letterali delle persone coinvolte. La sceneggiatura di David Loughery e Howard Korder prende infatti spunto da una vicenda realmente accaduta ad Altadena, in California, trasformando anni di conflitti tra vicini in un thriller molto più estremo. Dietro Chris e Lisa ci sono John e Mellanie Hamilton, mentre alcune caratteristiche di Abel Turner derivano dalla storia dell’ex agente della LAPD Irsie Henry. Ed è proprio la storia reale a rendere ancora più interessante il confine tra cronaca e invenzione su cui si muove il film.

La storia vera di Irsie Henry e dei vicini John e Mellanie Hamilton che ha ispirato La terrazza sul lago

La vicenda reale ebbe inizio nel 2001, quando Irsie Henry, all’epoca agente del Los Angeles Police Department, si trasferì in un quartiere residenziale di Altadena. Il primo motivo di attrito con il vicino John Hamilton sembrerebbe essere stato molto più ordinario rispetto al conflitto raccontato nel film: una questione riguardante una recinzione che, secondo Henry, oltrepassava il confine della sua proprietà. Hamilton non accettò di rimuoverla e la disputa iniziò così a trasformarsi in una lunga guerra tra vicini.

Con il passare del tempo, tuttavia, il rapporto degenerò. Henry avrebbe iniziato a soffiare foglie secche nel giardino degli Hamilton, arrivando a raccoglierle manualmente quando la famiglia aveva installato una barriera per impedirgli di farlo. Comparvero poi altri comportamenti molesti, tra cui il lancio di mozziconi di sigaretta e uova verso la proprietà della famiglia. La situazione assunse una dimensione ancora più grave quando gli Hamilton denunciarono insulti di carattere razziale e altri atteggiamenti intimidatori da parte del vicino.

Il parallelismo con La terrazza sul lago diventa qui evidente, anche se la realtà presenta contorni meno cinematografici e più difficili da ricostruire. Gli Hamilton erano effettivamente una coppia interrazziale e la loro esperienza fu accompagnata da accuse secondo cui il comportamento di Henry avrebbe avuto anche una componente razziale. La famiglia arrivò a installare sistemi di videosorveglianza e, insieme a Henry, fece ricorso a ordinanze restrittive nel tentativo di contenere una situazione ormai fuori controllo.

La vicenda attirò progressivamente l’attenzione delle autorità. Nel 2006 partirono indagini legate anche alle lamentele di altri abitanti del quartiere. Henry venne accusato di aver molestato diversi vicini e di aver utilizzato impropriamente i computer del dipartimento di polizia. Alla fine perse il lavoro nella LAPD. La sua posizione di agente, che nel film diventa uno degli strumenti attraverso cui Abel Turner può esercitare pressione sui Mattson, nella realtà rappresentò dunque un elemento concreto e particolarmente delicato del conflitto.

Patrick Wilson e Samuel L. Jackson nel film La terrazza sul lago

Dalle molestie di quartiere agli scontri in tribunale: come la disputa reale continuò per anni

La perdita del lavoro non chiuse la vicenda. Al contrario, secondo le ricostruzioni dell’epoca, Irsie Henry attribuì ai suoi vicini una parte della responsabilità per la situazione nella quale si era venuto a trovare. Nel 2007 arrivò una nuova escalation: Henry violò un’ordinanza restrittiva e venne accusato di atti vandalici nei confronti della proprietà degli Hamilton. Il procedimento giudiziario portò a due accuse di oltraggio alla corte e a una condanna a una pena sospesa di dieci giorni.

Anche altri episodi contribuirono a rendere il caso particolarmente complesso. Tra questi vi fu un’accusa relativa a un gesto ritenuto osceno nei confronti della figlia più giovane degli Hamilton. La famiglia lo interpretò come un comportamento inappropriato, mentre il tribunale stabilì che il gesto fosse finalizzato a infastidirli, senza attribuirgli il significato più grave ipotizzato dai vicini. È un dettaglio significativo perché mostra quanto la storia reale fosse fatta di accuse contrapposte, testimonianze e interpretazioni, mentre il cinema può inevitabilmente trasformare questa ambiguità in una dinamica narrativa più netta.

Nel 2008 si arrivò a un ulteriore procedimento, questa volta relativo a un’alterazione avvenuta nel 2006 tra Henry e John Hamilton. Henry era accusato di aver utilizzato dello spray al peperoncino contro il vicino. Presentò una versione diversa dei fatti, sostenendo di aver impiegato una bomboletta di deodorante, e venne assolto dall’accusa di aggressione. Poco dopo la conclusione del processo vendette la propria abitazione e si allontanò dalla scena pubblica.

Il caso aveva dunque attraversato diversi livelli: una disputa sulla proprietà, comportamenti molesti, accuse di matrice razziale, interventi della polizia, ordinanze restrittive e procedimenti giudiziari. La terrazza sul lago prende questo materiale e lo ricompone secondo le regole del thriller. Gli elementi riconoscibili restano, compresa la coppia interrazziale, il vicino agente di polizia, la tensione per il controllo degli spazi domestici e l’utilizzo del ruolo professionale come forma di intimidazione. La direzione narrativa cambia però radicalmente.

Kerry Washington e Patrick Wilson in La terrazza sul lago

Perché La terrazza sul lago trasforma la vicenda di Irsie Henry in un thriller molto più drammatico

Il passaggio dalla cronaca al cinema diventa particolarmente evidente nel personaggio di Abel Turner. Interpretato da Samuel L. Jackson, Turner non è una semplice riproduzione di Irsie Henry. Il film costruisce attorno a lui una storia personale precisa: è un padre vedovo con due figli e porta con sé il trauma della morte della moglie, rimasta coinvolta in un incidente automobilistico mentre era in compagnia del suo datore di lavoro, un uomo bianco. Il sospetto di un tradimento diventa così una possibile origine del suo rancore verso gli uomini bianchi e, più in generale, della sua ossessione nei confronti della relazione tra Chris e Lisa.

Questa parte appartiene alla costruzione drammaturgica di La terrazza sul lago. La vicenda reale non offre una spiegazione psicologica altrettanto ordinata e cinematografica delle motivazioni di Henry. È una differenza fondamentale, perché il film cerca una causa individuale per un comportamento che nella realtà rimane più ambiguo e stratificato. La scelta permette a Neil LaBute di trasformare un conflitto di vicinato in un racconto sulla paura, sul razzismo e sull’esercizio distorto dell’autorità.

Anche il finale segna una separazione netta dalla cronaca. La storia degli Hamilton e di Henry non culminò in una sparatoria né in un incendio devastante come quello rappresentato nel film. Nessuno dei protagonisti reali morì e la vicenda venne progressivamente affrontata attraverso denunce, ordinanze restrittive e procedimenti giudiziari. Il climax di La terrazza sul lago, quindi, è una precisa scelta narrativa: porta alle estreme conseguenze una tensione che nella realtà si era sviluppata molto più lentamente.

Persino Chris e Lisa presentano alcune differenze rispetto ai loro corrispettivi reali. Nel film la coppia non ha ancora figli, mentre John e Mellanie Hamilton avevano una famiglia. Alcuni episodi reali, inoltre, vengono modificati, condensati o completamente eliminati. Il risultato è una storia che conserva la struttura del caso di cronaca, attraverso la quale il cinema può però aumentare la pressione, concentrare gli eventi e attribuire ai personaggi motivazioni più facilmente leggibili.

Patrick Wilson e Samuel L. Jackson in La terrazza sul lago

La vera storia dietro La terrazza sul lago dimostra quanto il film sia ispirato alla cronaca senza essere una sua ricostruzione fedele

La conclusione più corretta, quindi, è che La terrazza sul lago è liberamente ispirato a una storia vera. Il rapporto tra Irsie Henry e John e Mellanie Hamilton costituisce la base reale da cui gli sceneggiatori hanno ricavato la situazione centrale del film, ma gran parte degli sviluppi appartiene alla finzione cinematografica. Non siamo davanti a un biopic o a una ricostruzione giudiziaria: il film utilizza un caso realmente accaduto come punto di partenza per costruire un thriller sul razzismo e sull’abuso di potere.

È proprio questa distanza a rendere interessante il confronto. Nella realtà, la disputa si sviluppò attraverso piccoli atti di provocazione che, accumulandosi nel corso degli anni, produssero conseguenze sempre più serie. Sullo schermo quella progressione viene accelerata fino a diventare una minaccia fisica immediata. La recinzione, le foglie, i mozziconi di sigaretta, le intimidazioni e la presenza di un agente di polizia diventano così tasselli di una storia più grande, nella quale il controllo dello spazio domestico assume un significato anche sociale.

Il film accentua inoltre una questione che era già presente nel caso reale: cosa accade quando la persona percepita come minaccia possiede anche l’autorità necessaria per intervenire contro chi la accusa? È questo uno degli aspetti più inquietanti della vicenda, perché rende il conflitto profondamente asimmetrico. La terrazza sul lago porta questa dinamica all’estremo, trasformando una guerra tra vicini in una riflessione sul potere e sui pregiudizi.

Per questo la definizione di “storia vera” va utilizzata con attenzione. La storia degli Hamilton e di Henry è reale, mentre Chris Mattson, Lisa Mattson e soprattutto Abel Turner sono personaggi cinematografici costruiti a partire da quella esperienza. Il film prende dunque la verità della situazione, la rielabora e la porta verso un finale che la cronaca non ha mai conosciuto. Ed è proprio in questo passaggio dalla realtà alla finzione che La terrazza sul lago trova la propria identità: non racconta esattamente ciò che accadde, ma trasforma un conflitto realmente accaduto in una storia capace di interrogare lo spettatore sul razzismo, sulla paura e sul potere esercitato anche nei luoghi apparentemente più ordinari.

Hellboy II: The Golden Army, tutti i personaggi e gli attori che li interpretano

Hellboy II: The Golden Army è il secondo capitolo della saga diretta da Guillermo del Toro e il film in cui il regista porta più apertamente l’universo di Hellboy verso il territorio della fiaba, del folklore e della fantasia oscura. Uscito nel 2008, riprende Ron Perlman, Selma Blair e Doug Jones e amplia il mondo del B.P.R.D. con troll, elfi, goblin e creature nate da un immaginario che guarda tanto alla mitologia quanto al cinema fantastico di del Toro. La storia ruota attorno al principe Nuada e al tentativo di risvegliare la Golden Army, un esercito meccanico apparentemente inarrestabile.

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Il rapporto con il film del 2004 è però particolare: Hellboy II è un sequel diretto, ma non adatta una specifica storia dei fumetti di Mike Mignola. Del Toro e Mignola concepirono insieme una trama originale, dopo aver constatato che il primo film si era già allontanato molto dalle fonti. Il risultato accentua quella componente fiabesca che nel precedente capitolo era rimasta più sullo sfondo e che del Toro aveva sviluppato anche in Il labirinto del fauno. È proprio qui che nasce la grande varietà di creature dall’aspetto insolito che popola il film: di seguito scopriamo chi sono questi personaggi, cosa accade loro e gli interpreti che hanno dato loro corpo, voce e movimento.

Hellboy film

Hellboy, il demone che continua a scegliere di essere umano

Hellboy resta il cuore del B.P.R.D.: il demone cresciuto come figlio di Bruttenholm cerca di vivere come un uomo, mentre la sua natura e la crescente esposizione pubblica lo mettono in crisi. Il rapporto con Liz è teso, ma la sua ostinazione lo porta a sfidare Nuada e a salvare l’umanità. Ron Perlman torna nel ruolo che aveva contribuito a rendere iconico nel 2004, offrendo al personaggio una dimensione ancora più ironica e malinconica. Il sequel approfondisce infatti il conflitto tra l’identità di Hellboy e il destino che sembra attenderlo, fino alla scelta finale di abbandonare il B.P.R.D. insieme agli altri.

Liz Sherman, la pirocinetica che cambia il destino di Hellboy

Liz è la pirocinetica del B.P.R.D. e la compagna di Hellboy. Scopre di essere incinta e, quando il demone viene ferito mortalmente, affronta l’Angelo della Morte per salvarlo. Alla fine usa il proprio potere per fondere la corona e spegnere la Golden Army, prima di lasciare il Bureau insieme agli altri. Selma Blair riprende il ruolo del primo film, ma qui Liz diventa una figura decisiva anche sul piano narrativo: è la sua scelta di salvare Hellboy a cambiare il corso della storia. La rivelazione della gravidanza e, nel finale, della presenza di due bambini, lega inoltre il destino della coppia a una nuova idea di famiglia.

Abe Sapien, la creatura acquatica innamorata di una principessa

Abe è l’empatico anfibio del gruppo e nel sequel assume una dimensione più sentimentale: si innamora della principessa Nuala, percependone la fragilità e il legame soprannaturale con Nuada. Dopo averle confessato i propri sentimenti, la vede morire. Doug Jones interpreta Abe e anche altre creature del film, confermando la sua straordinaria capacità mimetica sotto il trucco. Il lavoro dell’attore è particolarmente significativo perché gran parte dell’espressività di Abe passa attraverso postura, movimento e gestualità, elementi che Jones aveva già sviluppato nel primo Hellboy. L’attore è noto per aver lavorato con il regista anche in Il Labirinto del Fauno La forma dell’acqua.

Hellboy

Johann Krauss, lo spirito dentro una tuta meccanica

Johann è uno spirito ectoplasmatico contenuto in una tuta meccanica e inviato al B.P.R.D. per controllare Hellboy. Dietro l’autorità apparentemente rigida emergono dolore e vulnerabilità, soprattutto quando racconta la morte della moglie. Il personaggio è interpretato fisicamente da John Alexander e James Dodd, mentre Seth MacFarlane ne presta la voce. Curiosamente, la voce era stata inizialmente affidata a Thomas Kretschmann, ma del Toro preferì poi MacFarlane perché la sua interpretazione funzionava meglio con la componente meccanica del costume.

Tom Manning, il direttore che deve contenere Hellboy

Manning dirige il B.P.R.D. e rappresenta la dimensione burocratica dell’organizzazione: teme che l’esistenza di Hellboy venga resa pubblica e ne paga le conseguenze quando il demone si mostra alla folla. Nel finale rimprovera la squadra, salvo scoprire che Hellboy, Liz, Abe e Johann hanno deciso di dimettersi. Jeffrey Tambor riprende il ruolo del primo film e accentua soprattutto il lato comico di Manning. La sua presenza crea un contrasto interessante con le creature fantastiche: è l’uomo dell’ordine amministrativo costretto continuamente a gestire un mondo che, per sua stessa natura, sfugge a ogni procedura.

Professor Trevor Bruttenholm, il padre che continua a guidare Hellboy

Il professor Trevor Bruttenholm, detto Broom, è il padre adottivo di Hellboy e la figura che gli ha insegnato a scegliere il bene contro la propria origine demoniaca. Nel sequel appare soprattutto nei flashback, raccontando al giovane Hellboy la storia della Golden Army e fornendogli la chiave per affrontare Nuada. John Hurt torna così in un ruolo breve ma fondamentale per la mitologia del personaggio. La sua presenza permette al film di collegare il presente alla formazione di Hellboy e di trasformare una storia raccontata molti anni prima in uno strumento narrativo decisivo per il conflitto finale.

Principe Nuada, il principe che vuole riportare la magia al potere

Nuada è il principe elfico che rifiuta la tregua tra uomini e creature magiche e vuole risvegliare la Golden Army per riconquistare il mondo. Uccide il padre Balor, rapisce Nuala e affronta Hellboy, che infine lo sconfigge. Luke Goss aveva già lavorato con del Toro in Blade II e il regista lo volle nuovamente con sé. L’attore si preparò per sei-sette mesi alle scene d’azione, studiando l’uso di spada e lancia. Goss vedeva inoltre Nuada non come un semplice villain, ma come un personaggio convinto di combattere per la sopravvivenza del proprio popolo.

Hellboy: The Golden Army cast

Principessa Nuala, la gemella legata per sempre a Nuada

Nuala è la gemella di Nuada, più compassionevole e contraria alla guerra contro gli esseri umani. Il suo legame psichico con il fratello fa sì che condividano ferite e destino; per questo, quando Nuada tenta di uccidere Hellboy dopo la sconfitta, Nuala si sacrifica, provocandone la morte. Anna Walton interpreta la principessa e costruisce una figura apparentemente fragile ma decisiva per l’equilibrio della storia. L’attrice lavorò insieme a Goss anche sulla pronuncia delle lingue antiche utilizzate dai personaggi elfici, contribuendo alla particolare dimensione fiabesca del loro rapporto.

King Balor, il re che sceglie la pace

Balor è il re degli elfi e padre di Nuada e Nuala. È favorevole alla pace con gli uomini e cerca di fermare il figlio, ma Nuada lo uccide per ottenere il frammento della corona. Il suo fallimento rappresenta la fine della vecchia tregua tra il mondo umano e quello magico. Roy Dotrice gli conferisce autorevolezza e malinconia in poche scene. C’è inoltre una curiosità legata proprio a Ron Perlman: Dotrice aveva già interpretato il padre del personaggio di Perlman nella serie Beauty and the Beast, creando una singolare continuità tra i due interpreti.

Mr. Wink, il troll dalla forza devastante

Mr. Wink è il gigantesco troll al servizio di Nuada, una creatura brutale armata di un enorme pugno di pietra e di una catena. Affronta Hellboy nel Troll Market e viene ucciso dal demone durante lo scontro. Brian Steele interpreta Wink e, come spesso accade nel film, dà corpo anche ad altre creature. Il suo lavoro mostra quanto la costruzione dell’universo di del Toro dipenda dalla performance fisica degli interpreti dentro costumi e protesi, trasformando attori quasi irriconoscibili in figure dotate di una precisa personalità.

Angelo della Morte in Hellboy The Golden Army
L’Angelo della Morte in Hellboy The Golden Army

Angelo della Morte, la creatura che decide se Hellboy deve vivere

L’Angelo della Morte è una delle apparizioni più inquietanti del film: un’entità antica, con grandi ali ricoperte di occhi, capace di decidere sulla vita di Hellboy. Avverte Liz che salvarlo potrebbe condannare l’umanità, ma accetta di rimuovere la scheggia della lancia dal suo petto. Doug Jones lo interpreta interamente attraverso una complessa performance prostetica. Le ali erano dotate di meccanismi per piegarsi, aprirsi e muoversi, mentre la maschera limitava drasticamente la visuale dell’attore: Jones poteva vedere soltanto attraverso piccole aperture nascoste nel design.

LEGGI ANCHE: Hellboy: The Golden Army, tutte le curiosità sul film

Rupert Grint torna Ron Weasley in Harry Potter e la maledizione dell’erede

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Rupert Grint tornerà a interpretare Ron Weasley in Harry Potter e la maledizione dell’erede, lo spettacolo teatrale di Broadway che prosegue la storia del mondo magico di J.K. Rowling. L’attore, oggi 38enne, vestirà nuovamente i panni del personaggio che ha interpretato dall’età di 11 anni per 17 settimane a partire da febbraio 2027. Dopo Tom Felton, tornato sul palco nei panni di Draco Malfoy, anche uno dei protagonisti originali della saga cinematografica rientra così nell’universo di Harry Potter, proprio mentre la nuova serie televisiva HBO si prepara a riportare la storia di Harry a Hogwarts con un cast completamente rinnovato.

«Ron Weasley è stato parte di me da quando avevo 11 anni e non vedo l’ora di incontrarlo di nuovo in questa fase della mia vita», ha dichiarato Grint. Particolarmente significativo è il riferimento al fatto che oggi lui e Ron siano entrambi padri: un elemento che rende il ritorno qualcosa di più di una semplice operazione nostalgia. I produttori Sonia Friedman e Colin Callender hanno sottolineato come la sua presenza crei un ponte tra la storia originale e quella di The Cursed Child, incentrata su famiglia, eredità e passaggio del tempo. Lo spettacolo, debuttato a Londra nel 2016, ha venduto oltre 14 milioni di biglietti nel mondo, mentre la produzione newyorkese ha superato i 532 milioni di dollari, secondo il Guardian.

La vera importanza dell’annuncio sta proprio nel modo in cui Grint e Ron si ritrovano nella stessa fase della vita. The Cursed Child racconta infatti Harry, Ron e Hermione da adulti, alle prese con i figli e con le conseguenze delle proprie scelte. Il ritorno dell’attore permette quindi di trasformare questa idea in qualcosa di quasi concreto: l’interprete che è cresciuto insieme a Ron torna a raccontare un personaggio che, nella finzione, è cresciuto con lui.

Il ritorno di Rupert Grint collega la saga originale alla nuova generazione

rupert grintLa scelta arriva in un momento cruciale per il franchise. Mentre HBO prepara la nuova serie di Harry Potter, il teatro diventa lo spazio nel quale gli interpreti originali possono mantenere vivo il legame con la saga. Dopo Felton, anche Grint dimostra che The Cursed Child può funzionare come un vero punto di contatto tra il passato cinematografico e il futuro televisivo del franchise.

Il ritorno rappresenta inoltre una nuova fase nella carriera dell’attore, che negli anni ha cercato ruoli molto diversi da Ron. Tornare al personaggio che lo ha reso famoso non significa necessariamente rinunciare a quella distanza, ma riappropriarsi consapevolmente di una parte fondamentale della propria identità artistica. E proprio perché la nuova serie HBO si prepara a ricominciare da capo, la presenza di Grint sul palco assume quasi il valore di un passaggio di testimone: una generazione lascia il posto alla successiva, ma senza essere cancellata.

Mimmo Calopresti gira in Calabria Giuseppe. Il padre terreno: il nuovo corto nelle grotte di Zungri

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Per quattro giorni Zungri si è trasformata nell’antica Nazareth. Dal 24 al 27 agosto, il suggestivo insediamento rupestre delle Grotte di Zungri, in provincia di Vibo Valentia, ha ospitato le riprese di Giuseppe. Il padre terreno, il nuovo cortometraggio diretto da Mimmo Calopresti e prodotto da Mediano Film con il sostegno della Calabria Film Commission.

Una produzione che ha scelto la Calabria non semplicemente come sfondo, ma come elemento centrale nella costruzione dell’universo del film. Dopo diversi sopralluoghi, il produttore Emanuele Bertucci ha infatti individuato nelle Grotte di Zungri il luogo ideale per ricreare la comunità di Nazareth e restituire un ambiente essenziale, antico e apparentemente sospeso nel tempo.

L’insediamento rupestre si è trasformato così in un vero e proprio set naturale, offrendo alla macchina da presa spazi e scorci difficilmente riproducibili attraverso una tradizionale ricostruzione scenografica.

Marcello Fonte è Giuseppe nel nuovo corto di Mimmo Calopresti

Mimmo Calopresti sul set di Giuseppe

Al centro di Giuseppe. Il padre terreno c’è una rilettura intima della figura di Giuseppe, osservato non soltanto come personaggio della tradizione cristiana, ma soprattutto come uomo e come padre.

A interpretarlo è Marcello Fonte, vincitore del premio come miglior attore al Festival di Cannes per la sua interpretazione in Dogman di Matteo Garrone. Accanto a lui Annalisa Giannotta interpreta Maria, mentre Giuseppe Russo veste i panni di Gesù. Nel cast figura inoltre Francesco Colella, nel ruolo di Giovanni Battista.

È attorno a queste figure che Calopresti costruisce il nucleo più intimo del cortometraggio. Il racconto guarda alla famiglia attraverso affetti, paure, dubbi e silenzi, concentrandosi soprattutto sul difficile rapporto di Giuseppe con un figlio del quale conosce il destino.

Il film prova quindi a spostare il punto di vista rispetto alla rappresentazione più tradizionale del racconto evangelico, cercando l’uomo dietro la figura religiosa. Giuseppe è un padre chiamato a confrontarsi con il trascorrere del tempo, con il dubbio e soprattutto con il timore di non essere stato abbastanza per quel figlio straordinario che gli è stato affidato.

Al centro ci sono anche il rapporto con Maria e il peso di una paternità vissuta nella consapevolezza di avere accanto un figlio destinato a qualcosa che supera la propria capacità di comprenderlo e, soprattutto, di proteggerlo.

Le Grotte di Zungri diventano la Nazareth di “Giuseppe. Il padre terreno”

Calopresti grotte Zungri

La scelta di ambientare il cortometraggio a Zungri assume quindi un valore che va oltre la semplice necessità scenografica. Le abitazioni scavate nella roccia, i percorsi e la materia stessa dell’insediamento hanno consentito alla produzione di costruire una Nazareth credibile senza trasformare radicalmente il luogo.

A contribuire in maniera decisiva alla costruzione visiva è il direttore della fotografia Davide Manca, che ha lavorato sulla luce, sui colori e sulle caratteristiche materiche delle Grotte di Zungri per ricreare l’atmosfera di una Nazareth antica ed essenziale. La conformazione dell’insediamento e la sua luce naturale entrano così direttamente nell’immagine, accompagnando la dimensione intima scelta da Calopresti per il racconto.

Per il territorio, le riprese rappresentano anche una nuova occasione di promozione della Calabria attraverso il cinema. Le immagini realizzate porteranno sullo schermo uno dei siti archeologici più caratteristici della regione, mostrandolo non soltanto come luogo storico da visitare, ma come spazio capace di trasformarsi e diventare parte di un racconto cinematografico.

Mimmo Calopresti torna a raccontare l’uomo attraverso il cinema

Giuseppe. Il padre terreno si inserisce inoltre nel percorso cinematografico di Mimmo Calopresti, regista calabrese che nel corso della sua carriera ha spesso posto al centro delle proprie opere l’individuo, le relazioni e il rapporto tra le persone e il contesto sociale nel quale vivono.

Con il nuovo cortometraggio questa ricerca si sposta all’interno di una storia antica e universalmente conosciuta, affrontandola però attraverso una prospettiva privata: cosa significa essere il padre terreno di Gesù? E come può un uomo confrontarsi con un figlio il cui destino sembra impossibile da comprendere fino in fondo?

Terminate le riprese dopo quattro giorni di lavorazione, per Giuseppe. Il padre terreno si apre adesso la fase di post-produzione, che porterà il nuovo lavoro di Mimmo Calopresti dal set naturale delle Grotte di Zungri allo schermo.

Unabomber: Russell Crowe nel nuovo thriller Netflix ispirato alla vera storia di Ted Kaczynski

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Netflix ha svelato il primo trailer di Unabomber, nuovo thriller crime ispirato alla vera storia di Ted Kaczynski, il terrorista statunitense responsabile di una lunga campagna di attentati esplosivi che provocò tre morti e 23 feriti. Il film debutterà su Netflix negli Stati Uniti il 25 settembre 2026, mentre al momento non è stata ancora annunciata una data di uscita per l’Italia.

Diretto da Janus Metz e scritto da Sam Chalsen e Nelson Greaves, Unabomber sceglie però una prospettiva particolare. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla caccia all’uomo che portò all’arresto di Kaczynski, il film torna alle sue esperienze giovanili ad Harvard e ai controversi esperimenti psicologici ai quali partecipò.

Jacob Tremblay interpreta il giovane Ted Kaczynski, mentre Russell Crowe veste i panni del professore di Harvard Henry Murray. Shailene Woodley interpreta invece l’agente dell’FBI Joanne Miller. Completano il cast Annabelle Wallis nel ruolo della psicoanalista Christiana Morgan, Alexander Ludwig, Steven Ogg e Marc Menchaca.

Il trailer di Unabomber racconta gli esperimenti di Harvard

Il trailer alterna due differenti periodi della vita di Kaczynski. Da una parte ci sono gli anni trascorsi ad Harvard alla fine degli anni Cinquanta, dall’altra l’indagine condotta dall’FBI diversi decenni più tardi. Il punto di collegamento è rappresentato proprio dagli esperimenti diretti da Henry Murray.

Kaczynski entrò ad Harvard quando aveva appena 16 anni e partecipò a uno studio progettato per analizzare la resistenza delle convinzioni personali in condizioni di forte stress psicologico. I partecipanti dovevano esporre idee e valori profondamente radicati, che venivano successivamente messi sotto pressione attraverso confronti particolarmente aggressivi.

Il futuro Unabomber fu sottoposto complessivamente a circa 200 ore di queste sessioni. Il trailer insiste proprio sull’umiliazione, sulla pressione psicologica e sul progressivo isolamento del giovane protagonista, suggerendo che questa esperienza possa avere contribuito alla sua successiva trasformazione.

Si tratta però di un collegamento che il film sembra utilizzare soprattutto sul piano drammaturgico. Lo stesso Kaczynski non indicò infatti gli esperimenti di Murray come una causa determinante delle proprie azioni successive. Unabomber sembra quindi voler utilizzare quella fase della sua vita per interrogarsi sul rapporto tra predisposizione individuale, ambiente e trauma, senza limitarsi alla ricostruzione della cronaca.

Russell Crowe è Henry Murray nel nuovo film Netflix

Jacob Tremblay in Unabomber (2026)
Foto di Philippe Bosse/Philippe Bosse/Netflix ©2026 – © 2026 – Netflix

È proprio il personaggio interpretato da Russell Crowe a occupare una posizione centrale nella ricostruzione degli anni di Harvard. Henry Murray sottopone il giovane Kaczynski a un processo psicologico nel quale le sue convinzioni vengono sistematicamente contestate e demolite.

Parallelamente, il film segue il Kaczynski adulto attraverso le conseguenze della campagna terroristica condotta negli Stati Uniti e l’indagine che porterà alla sua identificazione. La parte investigativa presenta però anche elementi di finzione: Joanne Miller, l’agente dell’FBI interpretata da Shailene Woodley, non corrisponde infatti a una figura reale dell’indagine.

Questa doppia linea temporale dovrebbe permettere al film di costruire un thriller psicologico più che un tradizionale biopic. Kaczynski non viene raccontato soltanto attraverso i suoi crimini, ma attraverso il percorso intellettuale e personale che precedette la sua trasformazione in uno dei terroristi domestici più famigerati della storia americana.

Matematico di eccezionale talento, Kaczynski proseguì infatti la propria carriera accademica dopo Harvard prima di abbandonare progressivamente la società e sviluppare quell’ideologia radicalmente anti-industriale che sarebbe diventata centrale anche nel suo manifesto.

Unabomber arriva su Netflix a settembre 2026

Shailene Woodley in Unabomber (2026)
Foto di Philippe Bosse/Philippe Bosse/Netflix ©2026 – © 2026 – Netflix

La storia di Ted Kaczynski è già stata raccontata numerose volte sullo schermo, dalla serie Manhunt: Unabomber al film Ted K del 2022. La produzione Netflix sembra però differenziarsi proprio attraverso il peso attribuito agli esperimenti psicologici di Harvard.

Il trailer suggerisce così un film costruito attorno a una domanda particolarmente complessa: quanto di ciò che Kaczynski sarebbe diventato era già presente nella sua personalità e quanto, invece, potrebbe essere stato alimentato dalle esperienze vissute durante la sua formazione?

Una prospettiva inevitabilmente delicata, perché spiegare la formazione psicologica di un terrorista non significa giustificarne i crimini. Sarà proprio l’equilibrio tra ricostruzione storica e interpretazione drammatica uno degli aspetti più interessanti di Unabomber. Il film arriverà su Netflix negli Stati Uniti il 25 settembre 2026, mentre per l’Italia non è stata ancora comunicata una data di uscita.

Paramount+ a settembre 2026: da MobLand 2 a Golden Axe, tutte le novità del mese

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Settembre 2026 sarà un mese particolarmente ricco per Paramount+, che prepara un calendario diviso tra grandi ritorni, nuove serie, animazione, comedy e franchise già consolidati. Il titolo di punta è senza dubbio MobLand, che tornerà con la seconda stagione e con Tom Hardy, Pierce Brosnan e Helen Mirren, ma il servizio streaming ha in programma anche il debutto di Golden Axe, il nuovo film dei Thunderman e diversi arrivi dal catalogo BET+.

Il mese segnerà inoltre la conclusione di due produzioni importanti della piattaforma: il 20 settembre arriverà il finale della terza stagione di Lioness, mentre il 24 settembre sarà la volta del finale di Star Trek: Strange New Worlds 4. A completare il programma ci saranno nuovi episodi, produzioni unscripted e alcune anticipazioni sui prossimi progetti originali Paramount+.

MobLand 2 guida le uscite Paramount+ di settembre

L’appuntamento principale è fissato per il 18 settembre, quando inizierà la seconda stagione di MobLand. Il crime drama riporterà al centro della storia gli Harrigan, con Tom Hardy nuovamente nei panni del fixer Harry Da Souza e Pierce Brosnan e Helen Mirren in quelli di Conrad e Maeve Harrigan.

La seconda stagione sarà composta da dieci episodi, distribuiti settimanalmente ogni venerdì fino al finale previsto per il 20 novembre. I nuovi episodi vedranno la famiglia Harrigan cercare di mantenere un’apparenza di unità mentre nuovi avversari minacciano ciò che resta del loro impero criminale. Harry dovrà invece gestire tensioni sempre più profonde all’interno della famiglia, mentre violenza e lotta per il potere iniziano a invadere ogni aspetto delle loro vite.

Nel cast torneranno anche Paddy Considine, Joanne Froggatt, Lara Pulver, Anson Boon, Mandeep Dhillon, Jasmine Jobson, Teddie Allen ed Emmett J. Scanlan, ai quali si aggiungono Johnny Flynn, Ophelia Lovibond, Janet McTeer e Toby Jones. La serie è prodotta in associazione con Paramount Television Studios e 101 Studios.

Il 3 settembre arriverà invece Scontro tra Thunderman, nuovo film ambientato nell’universo della superhero comedy Nickelodeon. La storia ruoterà attorno a Chloe, che sviluppa un nuovo e imprevedibile superpotere. La Hero League vorrebbe mandarla in una scuola per supereroi, ma la decisione finirà per dividere profondamente la famiglia.

Torneranno Kira Kosarin, Jack Griffo, Maya Le Clark, Diego Velazquez, Addison Riecke, Chris Tallman e Rosa Blasi, mentre tra le novità del cast figura Ariel Winter, nota per Modern Family.

Da Golden Axe a Sacrifice: le nuove serie e i titoli in arrivo

Il 4 settembre debutterà Invasione domestica: romanzo senza titolo, black comedy thriller che segna il debutto alla regia di Jason Biggs, anche interprete del film. La storia segue Kevin, un uomo che organizza un falso furto per riconquistare la moglie Suzie e apparire come un eroe. Il piano precipita quando viene ritrovato un cadavere e Kevin diventa il principale sospettato di un omicidio. Nel cast figurano Meaghan Rath, Anna Konkle, Justin H. Min e Arturo Castro.

Il 16 settembre sarà invece disponibile Golden Axe, nuova serie animata basata sul celebre videogioco SEGA del 1989. I guerrieri Ax Battler, Tyris Flare e Gilius Thunderhead dovranno riunirsi per affrontare nuovamente Death Adder, ma alla squadra si aggiungerà Hampton Squib, aspirante eroe molto più entusiasta che preparato. La serie promette di reinterpretare l’immaginario sword-and-sorcery del videogioco attraverso action, nostalgia e humour irriverente.

Il 30 settembre arriverà Sacrifice, con la prima stagione completa e i primi due episodi della seconda. Paula Patton interpreta Daniella Hernandez, potente avvocata dell’entertainment di Los Angeles che opera anche come fixer per celebrità, imprenditori e personaggi pubblici coinvolti in scandali e vicende criminali. Nel cast anche Erica Ash e V. Bozeman.

Paramount+ amplierà inoltre il proprio catalogo con le prime cinque stagioni di All the Queen’s Men, disponibili dal 9 settembre, e con le prime sei stagioni di Tyler Perry’s Ruthless, in arrivo il 29 settembre. La prima segue Marilyn “Madam” DeVille, interpretata da Eva Marcille, proprietaria del Club Eden, mentre la seconda racconta la storia di Ruth Truesdale, giovane madre intrappolata all’interno di una pericolosa setta.

Dal 1° settembre sarà disponibile anche The Varnell Hill Show, nuova workplace comedy con Tommy Davidson, che riprende il personaggio apparso originariamente nella sitcom Martin. La serie racconterà il dietro le quinte di un longevo late-night show alle prese con dirigenti intenzionati a modernizzarlo, una writers’ room ingestibile e le complicate dinamiche personali del suo conduttore.

I finali di Lioness 3 e Star Trek: Strange New Worlds 4

Star Trek: Strange New Worlds - stagione 4, episodio 2

Settembre porterà anche alla conclusione due delle serie più importanti del catalogo Paramount+. Il 20 settembre arriverà il finale della terza stagione di Lioness, il thriller di spionaggio creato da Taylor Sheridan.

La stagione vede Zoe Saldaña tornare nel ruolo di Joe, impegnata in una missione sempre più personale e pericolosa. Al suo fianco ci sono nuovamente Nicole Kidman, Michael Kelly e Morgan Freeman, insieme a Laysla De Oliveira, Dave Annable, Jill Wagner, LaMonica Garrett, James Jordan e Genesis Rodriguez.

Il 24 settembre sarà invece disponibile il finale della quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds. La serie continua a seguire l’equipaggio della U.S.S. Enterprise guidato dal Capitano Christopher Pike, interpretato da Anson Mount, insieme a Rebecca Romijn, Ethan Peck, Jess Bush, Christina Chong, Celia Rose Gooding, Melissa Navia e Babs Olusanmokun.

L’appuntamento sarà preceduto dallo Star Trek Day dell’8 settembre, che nel 2026 celebrerà il sessantesimo anniversario dello storico franchise nato nel 1966.

Reality, comedy e animazione completano il calendario

Dal 17 settembre tornerà Stand Up Comedy Italia con la tredicesima stagione e un nuovo episodio ogni giovedì. Il programma continuerà a combinare nomi già affermati e nuove voci della stand-up italiana.

Il 24 settembre debutterà invece Team Moms: Baseball, nuova serie unscripted prodotta da ITV America, Kim Kardashian Productions e Skydance Sports. Il programma seguirà le famiglie degli studenti della Legendary Prep Academy di Scottsdale, scuola dedicata alla formazione delle future promesse del baseball, raccontando rivalità, ambizioni sportive e dinamiche familiari.

Dal 1° settembre sarà disponibile anche Teen Mom UK 14, mentre il 4 settembre arriveranno nuovi episodi di Tim Rex nello spazio, serie animata per bambini ambientata nel colorato mondo di Rumbleton.

A chiudere il mese sarà dunque un’offerta molto eterogenea, nella quale Paramount+ sembra voler affiancare ai propri franchise più riconoscibili una serie di titoli pensati per pubblici differenti, mantenendo però MobLand come principale evento seriale di settembre.

Intanto la piattaforma guarda già al futuro. È entrata infatti in produzione Ascent, nuovo thriller originale interpretato e prodotto da Viola Davis. L’attrice sarà Catriona Vail, fixer specializzata nella gestione delle crisi aziendali che dovrà utilizzare le proprie capacità quando la figlia da cui si è allontanata finirà in pericolo. La produzione inizierà a Los Angeles nell’ottobre 2026, mentre la data di uscita verrà annunciata successivamente.