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Power Rangers, Disney+ rinuncia alla serie live-action

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Power Rangers, Disney+ rinuncia alla serie live-action

Disney+ ha deciso di non proseguire con la serie live-action di Power Rangers, fermando il progetto ancora prima dell’eventuale produzione. La serie era stata affidata a Jonathan E. Steinberg e Dan Shotz, già showrunner e produttori esecutivi di Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo, con 20th Television coinvolta come studio. La decisione è significativa perché arriva mentre il franchise cerca da anni una nuova identità televisiva e conferma quanto sia difficile sostenere i costi di una produzione di questo tipo quando la proprietà intellettuale appartiene a un’altra società.

Secondo le informazioni riportate da Deadline, le ragioni della rinuncia sarebbero soprattutto economiche e legate al budget, più che a problemi creativi. Una serie live-action di alto livello costruita attorno a supereroi e combattimenti richiede infatti un investimento consistente, tra effetti visivi, costumi, scenografie e sequenze d’azione. Nel caso di Power Rangers, Disney+ non possiede però l’IP: il marchio appartiene a Hasbro, che da tempo cerca una nuova versione live-action del franchise. Anche Netflix aveva tentato di sviluppare una propria serie negli anni passati.

La decisione evidenzia un problema preciso nella strategia dello streaming: investire cifre elevate per costruire un franchise di cui non si possiedono i diritti offre meno garanzie economiche rispetto alla valorizzazione di proprietà interne. Il caso di Power Rangers arriva inoltre in una fase in cui Disney+ sta progressivamente ampliando il proprio interesse verso IP esterne, rendendo ancora più interessante il contrasto tra le nuove aperture della piattaforma e la scelta di rinunciare proprio a un progetto già avviato.

Perché Disney+ ha rinunciato a Power Rangers e cosa cambia per il franchise

Il progetto era stato annunciato circa un anno e mezzo fa e avrebbe rappresentato un nuovo tentativo di rilanciare Power Rangers attraverso una produzione televisiva di maggiore ambizione. Il marchio Hasbro continua infatti ad avere un enorme riconoscimento internazionale, ma trasformarlo in una serie contemporanea richiede un approccio produttivo molto diverso rispetto alle precedenti incarnazioni televisive, spesso caratterizzate da budget più contenuti.

Il problema sembra quindi essere soprattutto il rapporto tra investimento e controllo dell’IP. Una produzione live-action capace di competere con le grandi serie action contemporanee avrebbe richiesto risorse importanti, mentre Disney non avrebbe avuto la stessa possibilità di sfruttare direttamente il valore a lungo termine del franchise. In questo senso, il passaggio da Power Rangers a progetti basati su proprietà Disney resta economicamente più semplice, anche quando la piattaforma decide di aprirsi a marchi esterni.

La contraddizione è evidente perché Disney+ sta effettivamente cercando nuove opportunità al di fuori del proprio catalogo: negli ultimi mesi sono stati avviati sviluppi per serie basate su Ella Enchanted e Casper. La rinuncia a Power Rangers suggerisce quindi che l’apertura alle IP esterne non sarà indiscriminata. Per Hasbro, invece, la ricerca di una nuova casa per il progetto continua: dopo Netflix e Disney+, resta da capire quale piattaforma sarà disposta a sostenere l’investimento necessario per riportare i Ranger sul piccolo schermo con ambizioni adeguate al mercato attuale.

American Psycho, Drew Starkey rompe il silenzio sul film di Luca Guadagnino

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Drew Starkey potrebbe essere tra gli attori considerati per interpretare Patrick Bateman nel nuovo American Psycho diretto da Luca Guadagnino, ma per ora il protagonista di Queer evita accuratamente di confermare il suo coinvolgimento. L’attore ha però ammesso di aver letto la sceneggiatura del film, alimentando ulteriormente le indiscrezioni sul casting del progetto Lionsgate, che punta a una nuova interpretazione del romanzo di Bret Easton Ellis.

Intervistato da GQ, Starkey ha risposto con un “nessun commento” alle domande sul suo possibile coinvolgimento, salvo poi aggiungere: “La sceneggiatura è fantastica, però”. Accortosi di aver forse rivelato troppo, ha poi precisato: “Merda! Ho letto la sceneggiatura, ma Luca è un mio amico. Credo di aver letto tutte le sue sceneggiature”. Le dichiarazioni non confermano quindi che Starkey sarà il nuovo Patrick Bateman, ma suggeriscono che abbia avuto accesso al copione.

La questione del protagonista è diventata uno dei nodi principali del progetto. Bret Easton Ellis aveva già raccontato che diversi attori di alto profilo avevano rifiutato il ruolo, mentre lo sceneggiatore Scott Z. Burns aveva lavorato a una nuova versione della sceneggiatura. Se Starkey fosse davvero tra i candidati, la scelta avrebbe una logica precisa: il sodalizio con Guadagnino nato da Queer potrebbe proseguire su un personaggio molto diverso, portando Bateman verso una lettura distante dall’iconica interpretazione di Christian Bale.

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American Psycho sarà davvero molto diverso dal film con Christian Bale?

Il nuovo adattamento nasce infatti con l’intenzione dichiarata di prendere una strada autonoma rispetto al film del 2000 diretto da Mary Harron. Ellis ha definito il progetto “completamente diverso” dalla precedente versione, lasciando intendere che Guadagnino e Burns abbiano scelto di tornare al romanzo del 1991 per estrarne aspetti rimasti ai margini della prima trasposizione.

Questa prospettiva rende particolarmente interessante l’eventuale coinvolgimento di Starkey. In Queer, Guadagnino gli ha affidato un personaggio costruito intorno all’ambiguità, al desiderio e alla distanza emotiva, mentre Bateman rappresenta una forma estrema e grottesca della mascolinità contemporanea. Il romanzo di Ellis utilizzava infatti il protagonista come figura satirica, trasformando la sua violenza in una manifestazione dell’ossessione per status, consumo e potere.

Il film sarà prodotto da Frenesy Films e vedrà coinvolto anche Sam Pressman, figlio di Edward R. Pressman, produttore dell’adattamento del 2000, attraverso Pressman Film. Per ora, dunque, Starkey resta soltanto un possibile candidato: il suo “nessun commento”, unito alla conferma di aver letto la sceneggiatura, lascia però aperta una pista significativa. E se Luca Guadagnino scegliesse davvero il suo interprete di Queer per trasformarlo in Patrick Bateman, il nuovo American Psycho avrebbe già trovato un modo efficace per distinguersi dal precedente.

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30 giorni di buio: la spiegazione del finale del film horror

30 giorni di buio: la spiegazione del finale del film horror

30 giorni di buio, diretto da David Slade nel 2007 e tratto dall’omonima graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, costruisce il proprio orrore attorno a un’idea tanto semplice quanto efficace: cosa accadrebbe se una comunità rimanesse completamente isolata proprio quando arrivano i predatori più pericolosi? A Barrow, in Alaska, la notte polare dura un mese intero e i vampiri sanno esattamente come sfruttarla. Per Eben Oleson (Josh Hartnett), sceriffo della cittadina, la sopravvivenza diventa così una progressiva rinuncia a tutto ciò che aveva dato un senso alla propria vita.

Il finale porta questa logica al punto estremo. Eben scopre di poter affrontare Marlow soltanto accettando di trasformarsi nella creatura che ha combattuto per tutta la storia. Il gesto sembra una contraddizione, invece rappresenta la conclusione naturale del suo percorso: Eben rinuncia alla propria umanità fisica per proteggere quella degli altri e, soprattutto, per permettere a Stella di vivere. Quando il sole torna e il suo corpo brucia tra le sue braccia, 30 giorni di buio trasforma la vittoria sui vampiri in una tragedia d’amore, sacrificio e identità.

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Come David Slade trasforma la notte polare di 30 giorni di buio in una metafora dell’isolamento e della perdita

Il punto di partenza di 30 giorni di buio è particolarmente adatto alla sensibilità di David Slade, regista interessato a un cinema nel quale l’atmosfera ha un peso decisivo sulla psicologia dei personaggi. L’Alaska rappresentata nel film non è un semplice scenario: la notte permanente elimina progressivamente ogni riferimento esterno, trasformando Barrow in una prigione naturale.

La situazione permette ai vampiri di agire con una libertà quasi assoluta. Prima distruggono le comunicazioni, poi i mezzi di trasporto e infine qualsiasi possibilità di chiedere aiuto. Il loro piano consiste precisamente nel trasformare la città in uno spazio senza testimoni. La paura nasce quindi dall’impossibilità di vedere, comunicare e fuggire.

Eben affronta questa situazione partendo da una posizione molto precisa: è lo sceriffo, quindi l’uomo incaricato di proteggere gli altri. La progressione del film mette però continuamente in crisi questo ruolo. Uno dopo l’altro, i cittadini muoiono; Beau, Billy, Carter, Jake e molti altri vengono sacrificati dalla guerra contro i vampiri. Eben rimane progressivamente solo.

Anche il rapporto con Stella assume così un valore centrale. I due sono separati all’inizio del film e la crisi li costringe a ritrovarsi. In un film nel quale quasi ogni legame viene spezzato dalla violenza, la loro relazione diventa uno degli ultimi elementi capaci di conservare una dimensione umana.

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Perché Eben diventa un vampiro, uccide Marlow e sceglie di morire con Stella quando arriva l’alba

Quando la fine della notte polare si avvicina, Marlow e gli altri vampiri progettano di distruggere Barrow incendiando il petrolio che attraversa la città. Vogliono cancellare ogni traccia del massacro prima del ritorno del sole. Eben capisce quindi che il tempo rimasto è pochissimo e che non può affrontare l’intero branco nelle sue condizioni.

La situazione di Stella e della giovane Gail, rimaste intrappolate lungo la strada, rende il problema ancora più urgente. Eben ha bisogno di una forza che da umano non possiede. A quel punto prende una decisione estrema: utilizza il sangue di Billy, che era stato morso, e si trasforma deliberatamente in un vampiro.

È una scelta fondamentale perché Eben accetta consapevolmente di perdere ciò che sta cercando di difendere. La trasformazione gli permette di affrontare Marlow sul suo stesso terreno e, dopo uno scontro violentissimo, riesce a ucciderlo. La morte del capo spezza l’organizzazione dei vampiri: senza la sua guida, quelli rimasti fuggono prima dell’arrivo del sole.

La vittoria, però, ha un prezzo già stabilito. Eben sa che il sole lo distruggerà. Per questo, una volta terminata la minaccia, raggiunge Stella e trascorre con lei gli ultimi momenti prima dell’alba. Quando la luce finalmente appare, il corpo di Eben prende fuoco e si trasforma in cenere tra le braccia della donna che ama. Il film evita quindi qualsiasi soluzione consolatoria. Eben salva Stella, ma non può rimanere con lei. La sua vittoria coincide con la propria cancellazione.

30 giorni di buio cast

La trasformazione di Eben chiarisce il tema centrale: per salvare la propria umanità deve rinunciare al proprio corpo umano

La forza del finale sta soprattutto nel paradosso costruito attorno alla trasformazione. Durante tutto il film i vampiri rappresentano la perdita dell’umanità: uccidono senza rimorso, considerano gli esseri umani prede e trasformano la vita in una semplice questione di nutrimento. Eben combatte proprio contro questa logica.

Quando decide di diventare uno di loro, sembra quindi oltrepassare la linea che separa il protagonista dal suo nemico. In realtà il film introduce una distinzione decisiva tra essere un vampiro e comportarsi come un vampiro. Eben conserva la propria coscienza e utilizza la nuova condizione come uno strumento temporaneo per proteggere qualcun altro.

Il sacrificio diventa così l’opposto della violenza esercitata dai vampiri. Marlow uccide perché considera gli esseri umani inferiori e perché la distruzione fa parte della sua natura. Eben accetta la trasformazione per impedire che altre persone vengano uccise. La stessa condizione fisica produce quindi due comportamenti radicalmente diversi.

Anche la relazione con Stella completa questo significato. All’inizio del film il loro rapporto è segnato dalla distanza, dalla separazione e dalle occasioni perdute. La notte li costringe invece a ritrovare una forma di intimità. Eben sa che quella riconciliazione sarà breve, e proprio per questo decide di darle un ultimo momento di pace.

L’alba assume allora una funzione opposta rispetto a quella che normalmente possiede nell’horror. Il ritorno della luce dovrebbe rappresentare la liberazione, la fine dell’incubo e la sconfitta del male. Per Eben, invece, è la morte. La luce che salva gli esseri umani distrugge l’uomo che ha sacrificato la propria umanità per salvarli.

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Cosa significa davvero il finale di 30 giorni di buio: Eben perde la vita, ma impedisce alla notte di cancellare ciò che resta dell’umanità

La conclusione di 30 giorni di buio acquista il suo significato più forte proprio attraverso questa contraddizione. Eben non può tornare alla vita precedente, perché ciò che è accaduto a Barrow ha distrutto quella possibilità. La sua scelta finale consiste nell’accettare questa perdita e trasformarla in un atto di protezione.

Per questo la morte di Eben non equivale a una sconfitta. Il protagonista ha perso il proprio corpo, la propria città e quasi tutte le persone che conosceva, ma riesce a impedire che Marlow completi il massacro. La sua azione restituisce agli altri la possibilità di vedere l’alba.

C’è poi un dettaglio particolarmente importante: Eben non muore immediatamente dopo aver ucciso Marlow. Ha ancora qualche minuto da vivere e sceglie di trascorrerli con Stella. Il film potrebbe chiudersi con l’azione eroica dello scontro finale; preferisce invece fermarsi sull’intimità di due persone che si tengono strette mentre il sole ritorna.

È qui che l’orrore lascia spazio alla tragedia. 30 giorni di buio racconta una battaglia contro i vampiri, però il suo finale parla soprattutto del prezzo della sopravvivenza. Vivere significa, per Stella e per gli altri superstiti, portare con sé il ricordo di chi è morto. Eben diventa parte di quella memoria.

La sua trasformazione contiene infine una delle idee più interessanti del film: l’umanità non dipende esclusivamente dalla natura del corpo. Eben diventa una creatura soprannaturale, eppure conserva fino all’ultimo ciò che i vampiri hanno perso: la capacità di scegliere, amare e sacrificarsi per qualcun altro.

Quando il sole illumina Barrow, la notte dei vampiri è finalmente finita. Eben invece scompare. Eppure il suo sacrificio rende possibile quella luce. Il vero significato del finale di 30 giorni di buio sta quindi nell’idea che la salvezza possa richiedere una rinuncia definitiva: Eben diventa ciò che ha sempre combattuto per distruggerlo dall’interno, uccide Marlow, salva Stella e accetta di morire con lei accanto. La sua umanità, paradossalmente, sopravvive proprio nel momento in cui il suo corpo umano viene cancellato.

All Is Lost – Tutto è perduto: la spiegazione del finale del film

All Is Lost – Tutto è perduto (leggi qui la recensione) è uno dei film di sopravvivenza più essenziali e radicali degli ultimi anni: J.C. Chandor elimina quasi ogni elemento narrativo convenzionale e affida a Robert Redford il compito di sostenere da solo un’intera storia. Un uomo senza nome, disperso nell’Oceano Indiano, si ritrova progressivamente privato di ogni certezza: prima la barca, poi le comunicazioni, quindi il cibo, l’acqua e infine la possibilità stessa di controllare il proprio destino.

Il finale porta questa logica fino all’estremo. Quando l’uomo sembra ormai condannato, una luce compare sopra di lui e una mano si tende verso la sua. All Is Lost – Tutto è perduto evita però di stabilire con certezza se quella salvezza sia reale oppure soltanto l’ultima visione di un uomo che sta morendo. È proprio questa ambiguità a dare senso all’intero film: la domanda decisiva non è sapere se l’uomo sopravvive, bensì capire cosa rimane di un essere umano quando ogni possibilità di controllo sembra essere svanita.

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Il minimalismo di J.C. Chandor trasforma un film di sopravvivenza in una riflessione sul rapporto tra uomo, natura e controllo

Diretto da J.C. Chandor nel 2013, All Is Lost – Tutto è perduto appartiene apparentemente al filone del survival movie, ma ne riduce progressivamente gli strumenti abituali. Non ci sono compagni di viaggio, antagonisti, dialoghi esplicativi o flashback capaci di raccontare chi sia realmente il protagonista. Robert Redford interpreta semplicemente “Our Man”, un uomo la cui identità resta fuori campo perché, in questa storia, il passato conta meno della sua capacità di affrontare ciò che sta accadendo nel presente.

La scelta di affidarsi quasi interamente alla fisicità di Redford è fondamentale. L’attore, già associato a personaggi segnati dall’indipendenza, dall’autocontrollo e dalla capacità di cavarsela da soli, viene privato progressivamente di queste caratteristiche. La sua esperienza non basta quando un container alla deriva squarcia lo scafo della barca. Le riparazioni funzionano solo temporaneamente, la radio smette di essere una possibilità concreta di salvezza e ogni tentativo di comunicare con il mondo esterno fallisce.

La regia di Chandor rende questo processo quasi matematico. Ogni soluzione genera un nuovo problema e ogni conquista viene immediatamente ridimensionata. L’uomo riesce a riparare la falla, recupera parte delle sue provviste, prova a orientarsi e cerca navi all’orizzonte: sono tutti gesti estremamente razionali. Il film, però, porta il protagonista verso un punto in cui la razionalità non è più sufficiente.

È qui che il genere cambia significato. All Is Lost – Tutto è perduto non costruisce la tensione attorno alla domanda “come farà a salvarsi?”, bensì attorno a una domanda più inquietante: quanto può durare la volontà di sopravvivere quando l’ambiente ha ormai eliminato quasi ogni possibilità concreta? L’oceano diventa così una forza impersonale, priva di intenzioni e proprio per questo impossibile da negoziare.

All Is Lost cast

Nel finale di All Is Lost l’uomo perde anche l’ultima illusione di poter controllare il proprio destino

Dopo aver abbandonato la barca ormai inutilizzabile, Our Man raggiunge una zattera di salvataggio. È una delle ultime trasformazioni del film: da comandante di una barca relativamente attrezzata diventa un individuo completamente esposto all’oceano. Le risorse diminuiscono, la sete aumenta e persino la capacità di orientarsi diventa sempre più fragile.

Quando intravede una possibile nave in lontananza, l’uomo tenta ancora una volta di attirare l’attenzione. Utilizza il materiale disponibile per accendere un fuoco sulla zattera, cercando di trasformare quella piccola fiamma in un segnale visibile nel buio. L’operazione, però, sfugge al suo controllo: il fuoco diventa pericoloso e l’uomo è costretto a gettarsi in acqua.

La nave sembra passare senza accorgersi di lui. È il momento in cui il titolo All Is Lost acquista il suo significato più letterale: sembra che ogni possibilità sia esaurita. L’uomo è stremato, scivola sotto la superficie e smette di lottare. Poi, dal suo punto di vista, compare qualcosa che cambia nuovamente la scena: una luce, una barca e una mano che si tende verso di lui.

Our Man trova allora un’ultima riserva di energia e nuota verso la superficie. Allunga il braccio verso quella mano mentre l’immagine progressivamente sfuma nel bianco. Il film si interrompe prima di mostrarci cosa accade.

Questa scelta impedisce di stabilire definitivamente se l’uomo sia stato salvato. La barca potrebbe essere reale e la mano potrebbe appartenere ai soccorritori. Oppure potrebbe trattarsi della percezione di un uomo che sta morendo, con il bianco finale assimilabile a una sorta di passaggio dalla vita alla morte. Chandor ha volutamente lasciato aperte entrambe le possibilità, facendo della risposta dello spettatore una componente essenziale del finale.

La vera lotta di All Is Lost è contro l’idea che la volontà individuale possa sempre bastare

Il significato più profondo del finale nasce dal percorso precedente. Per quasi tutto il film Our Man reagisce agli eventi con metodo. Ripara, calcola, osserva, recupera, pianifica. Ogni sua azione nasce dalla convinzione che un problema possa essere affrontato attraverso una soluzione concreta. È una mentalità profondamente umana e, in una certa misura, occidentale: davanti a una crisi, si cerca immediatamente qualcosa da fare.

L’oceano distrugge progressivamente questa sicurezza. Non perché il protagonista sia incapace, ma perché esistono circostanze che superano la capacità individuale di controllo. La natura non premia necessariamente l’intelligenza e non risponde alla perseveranza secondo una logica morale. L’uomo può fare tutto correttamente e comunque fallire.

Questo rende particolarmente importante il fatto che il protagonista sia senza nome. Chandor sottrae quasi completamente l’identità personale per trasformarlo in una figura universale. Potrebbe essere chiunque: un individuo abituato a organizzare la propria esistenza, improvvisamente costretto a confrontarsi con qualcosa che non può amministrare.

Anche il silenzio di Robert Redford contribuisce a questa lettura. L’assenza di dialoghi impedisce allo spettatore di entrare nella mente del protagonista attraverso spiegazioni dirette. Restano il volto, il respiro, i gesti, la paura. Nel finale, quando quella mano appare, tutto ciò che conta è la sua reazione: Our Man sceglie ancora una volta di tentare.

Robert Redford in All Is Lost - Tutto è perduto

La mano finale e la sfumatura al bianco trasformano il finale in una scelta tra speranza e accettazione della morte

Il punto più interessante è che le due interpretazioni del finale non si escludono necessariamente sul piano tematico. Se Our Man viene salvato, la conclusione rappresenta la sopravvivenza come un evento che arriva oltre il limite della volontà individuale. Dopo aver fatto tutto ciò che poteva, l’uomo riceve finalmente un aiuto esterno. La salvezza diventa quindi qualcosa che non può essere conquistato interamente attraverso il controllo.

Se invece quella mano è un’illusione e il protagonista muore, il finale assume un carattere più tragico. Il suo ultimo gesto resta comunque un atto di volontà: anche quando il corpo sta cedendo, cerca la superficie e tende la mano verso qualcosa. La morte arriverebbe dopo un’ultima resistenza, non come semplice resa.

Ed è proprio qui che il finale supera la semplice domanda “Our Man è vivo o morto?”. All Is Lost – Tutto è perduto costruisce per tutto il film una battaglia tra controllo e impotenza e, nell’ultima inquadratura, decide di non decretare un vincitore. La mano può essere una salvezza concreta oppure l’immagine mentale di ciò che l’uomo desidera disperatamente trovare.

Il bianco conclusivo rende questa ambiguità ancora più potente. Può essere letto come una dissolvenza verso la morte, oppure come l’apertura verso una nuova possibilità. In entrambi i casi, ciò che conta è il movimento verso quella luce.

Per questo il finale di All Is Lost – Tutto è perduto non offre una risposta definitiva sulla sorte di Robert Redford. Offre qualcosa di più coerente con il percorso del film: la consapevolezza che sopravvivere non significa necessariamente vincere contro la natura. Significa continuare a cercare una possibilità anche quando ogni certezza è venuta meno. E forse è proprio questa la ragione per cui, dopo un film costruito sull’idea che tutto possa essere perduto, Chandor sceglie di chiudere con una mano che si tende verso un’altra mano: perché fino all’ultimo istante resta aperta la possibilità di essere salvati.

L’amore fatale: la spiegazione del finale del film con Daniel Craig

L’amore fatale è il thriller psicologico diretto da Roger Michell e tratto dal romanzo Enduring Love di Ian McEwan. La storia comincia con un incidente apparentemente casuale: Joe (Daniel Craig) assiste, insieme alla compagna Claire (Samantha Morton) e ad altre persone, al tentativo di salvare un bambino rimasto intrappolato in un pallone aerostatico. Nel caos che segue, uno degli uomini accorsi in aiuto muore. Tra i soccorritori c’è Jed (Rhys Ifans), un giovane che da quel momento sviluppa nei confronti di Joe un’ossessione sempre più inquietante. Quello che sembra inizialmente un trauma condiviso si trasforma così in una persecuzione capace di distruggere la vita privata del protagonista.

Il finale di L’amore fatale porta questa dinamica fino alle sue conseguenze più estreme, lasciando però aperta una domanda decisiva: quanto di ciò che accade appartiene realmente alla follia di Jed e quanto, invece, nasce dal senso di colpa e dall’incapacità di Joe di elaborare l’incidente? La risposta è costruita attraverso una serie di ambiguità deliberate. Joe riesce a fermare Jed e a salvare Claire, ma l’ultima scena in ospedale dimostra che il pericolo non è realmente scomparso. Il sorriso rivolto alla macchina da presa trasforma così la conclusione in qualcosa di più inquietante di una semplice vittoria sul persecutore: L’amore fatale racconta la fragilità della ragione quando un evento traumatico diventa impossibile da dimenticare.

Dal trauma dell’incidente all’ossessione di Jed: come Roger Michell trasforma il romanzo di Ian McEwan in un thriller psicologico sulla percezione

Il film nasce dalla scrittura di Ian McEwan, autore particolarmente interessato alle conseguenze imprevedibili di eventi apparentemente ordinari. In Enduring Love, come nell’adattamento cinematografico, il punto di partenza non è un delitto pianificato, bensì un incidente che mette in comunicazione persone che fino a quel momento non avevano alcun legame. La scelta è importante perché elimina fin dall’inizio una separazione netta tra vittima e carnefice: Joe e Jed sono entrambi testimoni dello stesso evento, ma lo interpretano in modi radicalmente diversi.

Roger Michell, regista di film come Notting Hill e Ipotesi di reato, utilizza questa situazione per spostare progressivamente il racconto dal dramma alla paranoia. La campagna inglese, inizialmente associata alla tranquillità e alla vita di coppia di Joe e Claire, diventa il luogo da cui nasce una minaccia che penetra nella quotidianità. Jed comincia a presentarsi davanti alla casa, al lavoro e persino in libreria, trasformando ogni spazio ordinario in un potenziale luogo di confronto.

Il dettaglio più significativo riguarda però la mente di Joe. Dopo la morte dell’uomo, continua a ricostruire mentalmente l’incidente, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare per salvarlo. Il senso di responsabilità diventa progressivamente una forma di prigionia. Jed intercetta proprio questa vulnerabilità e la trasforma nella base della propria ossessione, convincendosi che tra loro esista un rapporto speciale che Joe rifiuta di riconoscere.

Daniel Craig, Samantha Morton e Rhys Ifans in L'amore fatale

Il finale di L’amore fatale: Joe uccide Jed per salvare Claire, ma la verità sull’incidente arriva troppo tardi

La parte decisiva arriva quando la vita di Joe è ormai completamente compromessa. La sua ossessione per l’incidente ha distrutto il rapporto con Claire, mentre il comportamento di Jed diventa sempre più invasivo. Quando Joe scopre che Jed si trova nel suo appartamento insieme a Claire, crede di essere arrivato al punto di rottura definitivo. Jed lo accusa falsamente di averlo aggredito e riesce persino a convincere Claire della propria versione.

La situazione precipita quando Jed accoltella Claire. Joe comprende immediatamente che non può più cercare di ragionare con lui e sceglie una strategia estrema: finge di accettare la sua ossessione, lo bacia e, approfittando di quel momento, afferra il coltello e lo colpisce. Jed cade a terra e Joe corre da Claire, ancora viva, per chiamare i soccorsi. Sul piano narrativo sembra essere arrivato il momento della liberazione.

Eppure il film evita di chiudere la storia con una semplice vittoria. Joe torna infatti nel luogo dell’incidente insieme alla vedova e alla figlia dell’uomo morto. Qui emerge la verità sul picnic e sulla sciarpa ritrovati nell’auto: l’uomo non stava tradendo la moglie. Stava semplicemente accompagnando una coppia, che aveva scelto di non farsi coinvolgere perché aveva una relazione clandestina.

Questa rivelazione completa un altro percorso di liberazione. Joe aveva cercato di ricostruire ossessivamente le circostanze della morte perché aveva bisogno di dare un significato a ciò che era accaduto. Alla fine scopre che persino la sua interpretazione dei dettagli era stata condizionata da informazioni incomplete. Di fronte alla figlia dell’uomo, Joe sceglie allora una frase semplice: suo padre è stato coraggioso. È il primo momento in cui riesce a trasformare il ricordo dell’incidente in qualcosa di diverso dal senso di colpa.

Daniel Craig e Samantha Morton in L'amore fatale

L’ossessione di Jed e il senso di colpa di Joe mostrano due modi opposti di deformare la realtà dopo un trauma

Il rapporto tra Joe e Jed costituisce il vero centro tematico di L’amore fatale. I due reagiscono allo stesso evento in maniera opposta, ma entrambi finiscono per attribuirgli un significato sproporzionato. Joe cerca continuamente una spiegazione razionale all’accaduto; Jed costruisce invece una spiegazione delirante, nella quale il loro incontro diventa una sorta di legame predestinato.

La differenza tra i due personaggi impedisce però di ridurre il film alla semplice contrapposizione tra uomo sano e uomo malato. Joe è certamente più vicino alla realtà, ma il suo comportamento diventa progressivamente irrazionale. Trascura Claire, formula teorie sempre più ossessive e finisce per isolarsi proprio mentre cerca di controllare ogni dettaglio dell’accaduto.

Jed rappresenta invece la forma patologica dell’interpretazione. Il suo desiderio di essere riconosciuto da Joe è così forte da trasformare ogni gesto in un messaggio. Persino il modo in cui Joe apre e chiude le tende diventa, nella mente di Jed, una comunicazione segreta. È questa deformazione della realtà a rendere il personaggio tanto inquietante: non vive semplicemente dentro una bugia, ma costruisce un sistema coerente a partire da una percezione completamente distorta.

La vera paura del film nasce dunque dall’impossibilità di controllare il significato degli eventi. Un incidente può diventare una colpa, un incontro può diventare un’ossessione, un gesto casuale può essere trasformato in una dichiarazione d’amore. L’amore fatale mostra quanto sia fragile il confine tra ciò che accade realmente e ciò che gli individui hanno bisogno di credere sia accaduto.

Daniel Craig in L'amore fatale

Cosa significa davvero il finale di L’amore fatale: Joe è salvo, ma il trauma e Jed continuano a esistere

La scena nei titoli di coda è fondamentale per comprendere il significato complessivo della conclusione. In un ospedale psichiatrico, Jed è ancora vivo e seduto a una scrivania mentre scrive. Poi si volta verso la macchina da presa e sorride. La sequenza ribalta la sensazione di sicurezza costruita dalla scena precedente: Joe ha fermato fisicamente Jed, ma non può cancellare ciò che quell’uomo ha rappresentato nella sua vita.

Il sorriso finale è inquietante proprio perché non fornisce una spiegazione definitiva. Jed è ancora immerso nel proprio mondo mentale e la sua sopravvivenza lascia aperta la possibilità che l’ossessione non sia davvero conclusa. Allo stesso tempo, la scena può essere letta come una conferma del carattere circolare del racconto: la storia che Jed sta scrivendo potrebbe essere un altro modo per costruire una realtà nella quale Joe continua a occupare un posto centrale.

Anche il ritorno di Joe nel campo assume così un significato diverso. All’inizio quel luogo rappresentava l’origine del trauma; alla fine diventa lo spazio nel quale Joe riesce finalmente a guardare l’accaduto senza cercare di modificarlo. La presenza di Claire completa questo passaggio. La coppia può ricominciare perché Joe ha smesso di tentare di risolvere mentalmente qualcosa che non può essere cambiato.

Il finale di L’amore fatale resta quindi volutamente inquieto. Joe sopravvive, Claire sopravvive e Jed è stato fermato, eppure nessuna di queste condizioni equivale a una cancellazione del trauma. Il film suggerisce che uscire da un’ossessione non significa eliminare il passato, bensì imparare a collocarlo nella propria memoria senza permettergli di governare il presente.

La vera conclusione arriva proprio quando Joe dice alla figlia dell’uomo morto che suo padre è stato coraggioso. In quella frase c’è finalmente una forma di accettazione: l’incidente non ha bisogno di diventare una colpa infinita, né di essere trasformato in una storia d’amore malata. Può restare ciò che è stato, con tutta la sua tragedia e la sua casualità. Il sorriso di Jed nei titoli di coda ricorda però che questa conquista è fragile. La realtà può essere riconquistata, ma la mente umana conserva sempre la capacità di deformarla.

Lasciamo perdere Yellowstone: la terza stagione di Landman dovrebbe assomigliare di più a Breaking Bad

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Per evitare che l’ultima serie di successo di Taylor Sheridan sembri una copia di Yellowstone, Landman dovrebbe invece prendere spunto da Breaking Bad. Che il pubblico lo ami o lo odi, è innegabile che il prolifico sceneggiatore e regista Taylor Sheridan sia una delle voci più importanti della televisione nel 2026. Per quanto incredibile possa sembrare, Sheridan ha più di 11 stagioni di serie TV in arrivo, e potrebbero essercene altre a seconda dei rinnovi.

Tra la terza stagione di Landman, la quarta e la quinta di Tulsa King, la terza di Lioness, la seconda di Dutton Ranch, la seconda e la terza di Marshals, la seconda e la terza di The Madison, la prima di Frisco King e la quinta di Mayor of Kingstown, Sheridan è una forza quasi inarrestabile. Sebbene il prequel di Yellowstone ambientato nel 1944 e il suo presunto spin-off 6666 siano entrambi bloccati in fase di sviluppo, il fatto che Sheridan abbia ben dodici stagioni televisive in produzione compensa ampiamente questi ritardi.

Tuttavia, non tutto va per il meglio nel mondo delle serie di Sheridan. Mentre uno dei sequel di Yellowstone, Dutton Ranch, è stato elogiato per aver replicato in gran parte l’atmosfera da soap opera della serie originale, l’altro, Marshals della CBS, è stato criticato per aver trasformato la storia di Kayce Dutton in un poliziesco standard e banale. Allo stesso modo, la seconda stagione di Landman è stata così deludente che alcuni fan si sono chiesti se Sheridan avesse perso completamente il suo tocco.

La terza stagione di Landman dovrebbe abbracciare il genere crime drama come Breaking Bad

Landman 2 episodio 10

Liberamente ispirata alla serie podcast Boomtown, Landman si concentra sui miliardari proprietari dei giacimenti petroliferi del Texas e, più specificamente, sull’antieroe Tommy Norris, interpretato da Billy Bob Thornton, e sulla sua famiglia disfunzionale. Rispetto a Lioness di Sheridan, che si discosta dal suo stile neo-western per raccontare una storia di spionaggio, Landman si attiene molto più fedelmente alla sceneggiatura di Yellowstone.

La serie si concentra su un patriarca burbero e amorale di una famiglia incredibilmente ricca, che si dedica a ogni sorta di discutibile pratica commerciale per assicurarsi che nessuno gli soffi le sue terre. Certo, Yellowstone è stato un enorme successo che ha generato i prequel 1883 e 1923, oltre ai due sequel, quindi la scelta di Landman di riprendere la sua struttura di base potrebbe sembrare ragionevole.

Tuttavia, la seconda stagione di Landman ha dimostrato che questo approccio non avrebbe funzionato in questo caso. Le vicende della famiglia Norris erano di una noia mortale, con moltissimi commentatori online che affermavano di aver saltato intere scene con la figlia e l’ex moglie di Tommy.

Per fortuna, proprio come Yellowstone, trasformatosi in una sorta di “Padrino” con i cavalli anziché in un western contemporaneo convenzionale, ha salvato la serie, la terza stagione di Landman può ora cambiare rotta e risollevare le sorti dello show. Invece di concentrarsi sul dramma familiare tipico di Yellowstone, Landman trarrebbe vantaggio dall’essere più simile a Breaking Bad, abbracciando gli aspetti più polizieschi della trama, dalla collaborazione con i cartelli della droga e la corrotta DEA ai pericoli intrinseci del settore petrolifero.

Landman ha già gettato le basi per un grande cattivo nella terza stagione

Landman - Stagione 2 Finale

Il film che ha lanciato la carriera di Sheridan, Wind River, ha già offerto agli spettatori una visione cruda e inquietante del lato peggiore dell’industria petrolifera. Pertanto, è chiaro che lo sceneggiatore/regista può allontanarsi dal melodramma sdolcinato di Yellowstone, ispirato a Dallas e Dynasty, per addentrarsi in territori più duri, quelli del crime drama.

Tuttavia, il vero segnale che questo cambiamento è necessario arriva dalla seconda stagione di Landman stessa. Il personaggio di Demi Moore, Cami Miller, una figura emergente nella guerra del petrolio in Texas, è una chiara candidata al ruolo di antagonista principale della terza stagione.

Quando Cami si è schierata dalla parte del socio del cartello del suo defunto marito invece che da quella di Tommy, ha dimostrato di non temere il denaro sporco una volta che le fosse stata garantita la parte del leone. Questo l’ha resa la perfetta antagonista arrogante sulla falsariga di Gus Fring di Breaking Bad, e dimostra che Landman dovrebbe puntare su questo genere invece che sul dramma familiare ormai fin troppo familiare di Yellowstone.

MobLand – Stagione 2, il trailer scatena la guerra degli Harrigan: la famiglia di Tom Hardy è sotto assedio

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MobLand sta per tornare e per gli Harrigan la situazione sembra destinata a precipitare. Paramount+ ha pubblicato il trailer ufficiale della seconda stagione, che anticipa un nuovo capitolo ancora più violento del crime drama con Tom Hardy, Pierce Brosnan e Helen Mirren, atteso in streaming il 18 settembre 2026.

Le immagini mostrano Harry Da Souza, interpretato ancora una volta da Hardy, alle prese con una crisi che sembra svilupparsi contemporaneamente su più fronti. L’impero criminale degli Harrigan è sotto pressione, le minacce esterne aumentano e all’interno della famiglia emergono nuove tensioni. A complicare ulteriormente le cose c’è la scomparsa di una partita di droga, destinata a mettere in discussione affari, alleanze e soprattutto lealtà.

Il trailer sembra quindi suggerire un’evoluzione importante rispetto alla prima stagione. MobLand non vuole semplicemente aumentare il numero di sparatorie e regolamenti di conti: la vera minaccia potrebbe essere la progressiva perdita di controllo degli Harrigan sul sistema che hanno costruito. Ed è proprio qui che Harry diventa ancora più centrale, perché il fixer chiamato normalmente a risolvere i problemi della famiglia potrebbe ritrovarsi davanti a una crisi troppo grande per essere gestita con i metodi abituali.

MobLand – Stagione 2 mette Harry Da Souza al centro di un impero criminale sempre più instabile

Tom Hardy tornerà nei panni di Harry Da Souza, mentre Pierce Brosnan e Helen Mirren riprenderanno rispettivamente i ruoli di Conrad e Maeve Harrigan. Il nuovo trailer insiste proprio sulle conseguenze delle lotte per il controllo dell’organizzazione, alternando confronti familiari a sparatorie, aggressioni e sequenze d’azione che anticipano un’escalation molto rapida.

Torneranno anche Paddy Considine nei panni di Kevin Harrigan, Joanne Froggatt come Jan Da Souza, Lara Pulver come Isabella “Bella” Harrigan, Anson Boon come Eddie Harrigan, Mandeep Dhillon come Seraphina Harrigan e Jasmine Jobson nel ruolo di Zosia. Completano il cast di ritorno Teddie Allen, Emmett J. Scanlan, Janet McTeer e Toby Jones.

Creata da Ronan Bennett, MobLand ha debuttato nel marzo 2025 raccontando la guerra criminale che coinvolge la potente famiglia londinese degli Harrigan. Il successo della prima stagione ha portato Paramount+ a rinnovare rapidamente la serie nel giugno dello stesso anno, mentre una terza stagione risulta già in fase di sviluppo.

La seconda stagione sembra però destinata a cambiare la scala dello scontro. Se inizialmente gli Harrigan potevano identificare chiaramente i propri nemici, il nuovo capitolo sembra voler trasformare la loro stessa organizzazione in un terreno instabile. Per Harry, abituato a intervenire quando gli altri perdono il controllo, potrebbe essere il problema più difficile da risolvere: salvare una famiglia che rischia di distruggersi mentre cerca di difendere il proprio impero.

MobLand – Stagione 2 debutterà il 18 settembre 2026 su Paramount+.

Coyote vs. Acme, recensione dell’ultimo film con Will Forte, John Cena e Lana Condor

Prima ancora di arrivare nelle sale, Coyote vs. Acme era già diventato uno dei casi più discussi dell’industria cinematografica americana. Completato nel 2023, il film sembrava destinato a non vedere mai la luce: Warner Bros. aveva infatti deciso di non procedere con la distribuzione, scegliendo di contabilizzare il progetto come perdita fiscale. La decisione suscitò un’ondata di proteste da parte di registi, attori, giornalisti e appassionati, soprattutto perché le prime proiezioni di prova avevano ottenuto giudizi molto positivi. Dopo il dietrofront dello studio e la possibilità di proporre il film ad altri distributori, Ketchup ha acquisito i diritti nel 2025 e il progetto ha finalmente trovato una nuova strada verso il pubblico, trasformando una vicenda industriale complessa in una delle storie di “salvataggio” cinematografico più insolite degli ultimi anni.

Diretto da Dave Green e basato sull’omonimo articolo satirico di Ian Frazier pubblicato sul New Yorker nel 1990, il film mescola live action e animazione con un’energia contagiosa, costruendo una commedia capace di parlare sia agli adulti cresciuti con questi personaggi sia alle nuove generazioni.

Al centro della vicenda c’è naturalmente Willy il Coyote, eterno inseguitore di Beep Beep e vittima designata dei prodotti difettosi della Acme Corporation. Dopo l’ennesimo fallimento e una lunga serie di incidenti causati dagli improbabili gadget acquistati nel corso degli anni, il Coyote decide di fare ciò che nessuno avrebbe mai immaginato: portare Acme in tribunale.

La causa più folle della storia dei Looney Tunes

L’idea di trasformare una delle gag più iconiche della storia dell’animazione in una battaglia legale potrebbe sembrare un azzardo, eppure Coyote vs. Acme riesce a svilupparla con sorprendente intelligenza e sensibilità. Willy trova un alleato in Kevin Avery, avvocato interpretato da un convincente Will Forte, un professionista la cui carriera non sta attraversando il momento migliore. Inizialmente sopraffatto dalla portata della causa intentata contro il colosso Acme, Avery finisce per intravedere nel caso del Coyote non solo l’occasione per rilanciarsi professionalmente, ma anche l’opportunità di dimostrare il proprio valore in una sfida che appare fin da subito più grande di lui.

Accanto a lui c’è Paige, la praticante interpretata da Lana Condor, che aggiunge freschezza e sensibilità a una storia già ricca di cuore. Sul fronte opposto troviamo invece Buddy Crane, il temibile rappresentante legale di Acme, interpretato da John Cena, perfettamente a suo agio nel ruolo dell’antagonista carismatico e sopra le righe.

La battaglia processuale diventa così il motore di una narrazione che alterna comicità slapstick, momenti di pura assurdità e riflessioni più profonde sul fallimento, sulla perseveranza e sulla ricerca del proprio valore.

Photo by Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment – © Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment

Un equilibrio riuscito tra animazione e live action

Uno degli aspetti più sorprendenti di Coyote vs. Acme è la naturalezza con cui fonde personaggi animati e attori reali. Il risultato richiama inevitabilmente classici del genere, ma trova una propria identità grazie a una messa in scena dinamica e a un utilizzo intelligente dei Looney Tunes.

Willy il Coyote, pur rimanendo fedele alla sua natura di personaggio quasi muto, riesce a trasmettere emozioni autentiche e a trovare un proprio modo per comunicare. Le sue sconfitte, che per decenni hanno fatto ridere milioni di spettatori, diventano qui il punto di partenza per una storia sorprendentemente tenera. Dietro ogni esplosione, ogni precipizio e ogni marchingegno difettoso emerge infatti un personaggio che non ha mai smesso di provare a inseguire il proprio obiettivo.

Un viaggio nella nostalgia senza dimenticare i più piccoli

Il film è disseminato di riferimenti e apparizioni che faranno sorridere chi è cresciuto con i cartoni Warner Bros. L’incontro con altri celebri personaggi dell’universo Looney Tunes contribuisce a creare un autentico effetto nostalgia, senza però trasformare il racconto in un semplice esercizio di memoria per adulti.

La sceneggiatura mantiene infatti un ritmo accessibile e coinvolgente anche per il pubblico più giovane, che può vivere la storia come una grande avventura comica, ricca di inseguimenti, situazioni assurde e personaggi irresistibili. Ma Coyote vs. Acme non si limita a essere una brillante commedia per famiglie: sotto la superficie delle gag e dell’umorismo tipico dei Looney Tunes si nasconde un livello di lettura più profondo, che emerge progressivamente nel corso del racconto. Senza mai tradire il tono leggero dell’opera, il film introduce infatti una componente emotiva inaspettata e delicata, capace di conferire ulteriore spessore ai personaggi e di regalare alcuni momenti autenticamente commoventi.

Photo by Courtesy of Ketchup Entertainment – © Ketchup Entertainment

Un inno ai perdenti che non si arrendono mai

Sotto la superficie della commedia, Coyote vs. Acme racconta qualcosa di universale. Willy il Coyote è da sempre uno dei più grandi perdenti della storia dell’animazione, eppure continua a rialzarsi dopo ogni caduta. Il film trasforma questa caratteristica in un messaggio positivo sulla resilienza, rendendo il personaggio ancora più vicino al pubblico.

Tra risate, trovate visive riuscite e momenti di autentica dolcezza, Coyote vs. Acme si rivela una delle sorprese più piacevoli della stagione. Un film capace di far ridere, emozionare e riportare sullo schermo uno dei personaggi più amati dell’animazione in una veste nuova ma rispettosa della sua tradizione.

Coyote vs. Acme: il verdetto 

Divertente, intelligente e sorprendentemente tenero, Coyote vs. Acme è una celebrazione dello spirito dei Looney Tunes e, allo stesso tempo, un racconto moderno sul valore della perseveranza. Un’immersione nei ricordi per gli adulti e una splendida avventura per i bambini, che dimostra quanta bellezza possa nascere dall’incontro tra creatività, immaginazione e amore per i grandi personaggi dell’animazione.

Reacher – stagione 4, episodio 3, spiegazione del finale: Perché il capo di gabinetto di Sampson fa QUELLO

La quarta stagione di Reacher si è conclusa con il terzo episodio, caratterizzato da una scena terrificante che aggiunge un ulteriore livello di mistero a una trama già complessa, confermandosi ancora una volta come la migliore serie d’azione di Prime Video. Il punteggio di Reacher su Rotten Tomatoes sta battendo ogni record e, considerando che siamo solo al terzo episodio, è lecito supporre che, basandoci sulle tre stagioni precedenti, l’azione diventerà ancora più esplosiva. Detto questo, la serie offre molto di più della semplice azione, ed è scritta così bene che ci ha riservato lo stesso shock due volte, senza che ce lo aspettassimo comunque.

Tra tutti i nuovi personaggi della quarta stagione di Reacher, il fantasma di Anna Merrick sta già perseguitando molti di loro. La straziante prima scena della quarta stagione mostra una Anna sconvolta in lacrime nella metropolitana prima di suicidarsi sparandosi davanti a Reacher, lasciandolo come il testimone più prossimo di una cospirazione in atto. Detto questo, sebbene Reacher fosse probabilmente il più vicino ad Anna, un altro testimone era altrettanto importante, e quando Reacher riconosce il testimone come Nolan Cahill, capo dello staff del deputato John Sampson, Cahill si toglie la vita gettandosi da una piattaforma piuttosto che essere interrogato.

Il fatto che Reacher sia riuscito a scioccarci con il suicidio inaspettato di un personaggio per ben due volte è una testimonianza dell’abilità degli sceneggiatori. Il momento finale dell’episodio 4 collega immediatamente Cahill e Anna a quello che sembra essere un segreto per cui le persone sono disposte a morire. Tuttavia, ogni episodio di Reacher aggiunge nuovi elementi alla storia che si sta sviluppando, e ciò che crediamo di sapere potrebbe non essere vero.

Possiamo presumere che Nolan Cahill fosse coinvolto nella cospirazione

I thriller politici come House of Cards illustrano perfettamente i danni che lo staff di un membro del Congresso può causare e i crimini che può commettere, tra cui la protezione di figure chiave da complotti. In qualità di capo dello staff del deputato Sampson, Nolan Cahill sarebbe stato uno dei membri più fidati della sua cerchia ristretta, con il compito principale di proteggere la concentrazione di Sampson e garantire che il suo team funzionasse senza intoppi. Questo potrebbe includere affrontare i problemi prima che causino guai, e se uno di questi problemi fosse Anna Merrick, Cahill potrebbe essersi preparato ad affrontare la situazione.

È improbabile che Cahill si trovasse nello stesso vagone della metropolitana di Anna per caso, e Reacher probabilmente ha interrotto il suo tentativo di approccio con lei. Questo lascia per ora aperta l’interpretazione del loro legame, anche se sicuramente si svelerà nel corso della stagione. Quando Reacher, Elsbeth e Sampson lo avvicinano mentre è seduto ubriaco al bar, lui fa riferimento ad alcuni dei principali scandali politici degli ultimi decenni, come il Watergate e l’Iran-Contra, il che potrebbe suggerire la natura del complotto.

Le sue affermazioni secondo cui “le cose non restano mai nascoste” e “qualunque cosa la gente cerchi di nascondere, alla fine viene sempre a galla” rivelano che, anche se è più un osservatore che un protagonista degli eventi che hanno portato alla morte di Anna, viene comunque tenuto informato e quindi consapevole di un insabbiamento. Tuttavia, le sue ultime parole prima di gettarsi nel vuoto sono ancora più significative. Cahill dice a John: “Saresti stato un buon Presidente”, sottintendendo che qualunque sia il mistero, porrà fine alla sua carriera.

Il finale del terzo episodio della quarta stagione di Reacher suggerisce che il deputato Sampson sia innocente o una mente criminale

Uno dei temi principali che attraversano la serie di libri e la serie TV di Reacher è la sua avversione per l’autorità, e praticamente ogni libro e stagione gli ha dato ragione. I più grandi cattivi di Reacher sono personaggi corrotti in posizioni di potere, come Shane Langston nella seconda stagione, l’ex poliziotto a capo di un impero delle armi. Con un simile curriculum, è molto probabile che il gentile e autoironico deputato John Sampson sia profondamente coinvolto nella cospirazione di Merrick. Considerando che i cattivi della quarta stagione di Reacher fanno sembrare insignificante persino Paulie, e con ancora cinque episodi da vedere, la portata della minaccia potrebbe essere enorme.

Quando è stato accusato di essere il padre di un bambino, Sampson si è mostrato ben disposto a fornire prove che lo avrebbero scagionato. Questo potrebbe indicare che è un uomo onesto, oppure che Reacher sta cercando nel posto sbagliato. Sampson gode di una protezione a più livelli ed è plausibile che abbia orchestrato l’incriminazione di Cahill per crimini da lui commessi. Con il caso Merrick che si stava trasformando da scandalo a crimine di guerra, la morte di Cahill sembrava essere un modo per evitare conseguenze. Tuttavia, resta da vedere se la punizione sarebbe arrivata dalla legge o da Sampson.

Il comportamento di Sampson in occasione della morte di Cahill è intrigante. Quando Cahill si è alzato, ha salutato Sampson con un chiaro “addio” e ha iniziato a camminare verso il cornicione, c’erano diverse occasioni per fermarlo, soprattutto considerando che sembrava avere con sé una notevole quantità di alcol. Dato il modo in cui le persone possono reagire in un momento di shock, non è da escludere che Sampson ed Elsbeth fossero paralizzati e increduli. Tuttavia, è altrettanto plausibile che i due abbiano permesso a Cahill di buttarsi. Elsbeth aveva già protetto Sampson da Reacher in passato, e questo potrebbe essere dovuto a semplice diffidenza o a qualcosa di più sinistro.

Cosa sappiamo finora sul caso Merrick nella quarta stagione di Reacher

Merrick nella quarta stagione di Reacher

La quarta stagione di Reacher è basata sul libro “Gone Tomorrow”, amatissimo dai fan e con una delle trame più ricche di suspense dell’intera serie. Dopo che la storia di Lila, che cercava di ritrovare suo padre, si è rivelata una copertura per il suo lavoro di giornalista che indagava sui crimini di guerra di John, la posta in gioco si è alzata. Lila potrebbe essere vicina alla verità, spingendo letteralmente Cahill al limite, ma la natura della cospirazione dei Merrick rimane in parte celata, con altri oscuri segreti che attendono di essere svelati da Reacher, Lila o qualcun altro.

Jacob potrebbe aver accettato il fatto che Anna si sia tolta la vita, ma suo nipote Ben è ancora scomparso. Il deputato Sampson avrà bisogno di un nuovo capo di gabinetto. Lila e Amisha sono presumibilmente al sicuro per ora, ma trattandosi di una stagione di Reacher, è certo che si troveranno di nuovo in una situazione pericolosa. Con un elemento chiave morto e un membro del Congresso che potrebbe essere corrotto o meno, Reacher dovrà indagare a fondo se vuole scoprire la terribile verità sul caso Merrick.

Il nuovo thriller fantascientifico di successo di Netflix domina la classifica con 27,5 milioni di visualizzazioni in soli 3 giorni

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The Last House è il nuovo fenomeno cinematografico di Netflix. Il thriller fantascientifico diretto da Louis Leterrier, con Greta Lee e Wagner Moura, ha conquistato il primo posto nella classifica globale della piattaforma totalizzando 27,5 milioni di visualizzazioni nei suoi primi tre giorni. Un debutto enorme, soprattutto considerando l’accoglienza riservata al film dalla critica.

Secondo i dati della Global Top 10 di Netflix relativi alla settimana dal 3 al 9 agosto, The Last House, disponibile dal 7 agosto, ha generato anche 51,4 milioni di ore visualizzate. Il film ha così superato titoli come 72 Hours, Spider-Man: Far From Home, Spider-Man: Homecoming, A Toxic Love Story, KPop Demon Hunters, In the Land of Saints and Sinners, Minions e Fast Charlie.

Il risultato diventa ancora più interessante osservando le recensioni. Nonostante il successo presso il pubblico della piattaforma, The Last House ha debuttato su Rotten Tomatoes con appena il 27% di recensioni positive della critica, mentre il punteggio del pubblico si è fermato al 28%. Numeri che creano una forte distanza tra la capacità del film di attirare spettatori e quella di convincerli.

Il successo di The Last House dimostra ancora una volta la forza dei thriller Netflix

La premessa ha probabilmente giocato un ruolo importante nel debutto. The Last House racconta di una famiglia di quattro persone che si ritrova improvvisamente intrappolata nella propria abitazione senza alcuna apparente possibilità di fuga. Mentre le scorte iniziano a diminuire, i protagonisti devono capire quale misteriosa forza li stia tenendo prigionieri e trovare un modo per sopravvivere.

A rafforzare il progetto c’è soprattutto il cast. Greta Lee, candidata al Golden Globe per Past Lives, e Wagner Moura, candidato all’Oscar per The Secret Agent, guidano un ensemble che comprende Riley Chung, Emma Ho, Arden Cho, Noah Alexander Sosnowski, Gabriel Chung, Audrey Anderson, Ali Asghar Shah, Sid Edwards ed Eveline Reynolds-Boison. La regia è affidata a Louis Leterrier, mentre la sceneggiatura porta la firma di Matthew Robinson.

La combinazione tra fantascienza, thriller e mistero rende inoltre il film particolarmente compatibile con il consumo in streaming. Netflix ha costruito negli anni un pubblico importante attorno al genere grazie a titoli come I Am Mother, Oxygen, What Happened to Monday, Dark e 3 Body Problem. Una storia costruita attorno a un mistero immediatamente comprensibile può quindi trasformarsi rapidamente in un titolo capace di generare curiosità e passaparola.

Il problema sarà capire cosa succederà nelle prossime settimane. 27,5 milioni di visualizzazioni in tre giorni dimostrano che Netflix è riuscita a vendere molto bene il concept di The Last House, ma i punteggi estremamente bassi di critica e pubblico potrebbero limitarne la tenuta. Il vero test non è quindi il debutto, già indiscutibilmente riuscito, ma la capacità del film di trasformare la curiosità iniziale in un successo duraturo.

Disney prepara un nuovo fantasy live-action: sarà tratto da una trilogia bestseller da oltre 2 milioni di copie

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Disney ha trovato una nuova saga letteraria da portare sul grande schermo. La divisione Disney Live Action svilupperà un adattamento cinematografico di The Dallergut Dream Department Store, romanzo fantasy della scrittrice sudcoreana Miye Lee e primo capitolo di una trilogia diventata un fenomeno editoriale internazionale.

A occuparsi della sceneggiatura sarà Patrick Ness, autore e sceneggiatore noto per A Monster Calls, di cui aveva adattato per il cinema il proprio romanzo nel film del 2016 diretto da J.A. Bayona. Secondo quanto riportato da ScreenRant, il progetto sarà supervisionato per Disney da Jessica Virtue, EVP of Production. Al momento non sono stati annunciati regista, cast o data di uscita.

La scelta è interessante soprattutto perché porta Disney Live Action al di fuori della strategia più riconoscibile degli ultimi anni. The Dallergut Dream Department Store non nasce infatti dalla library animata dello studio, ma da una proprietà intellettuale relativamente nuova e già forte di un pubblico internazionale. Con oltre 2 milioni di copie vendute in più di 20 territori, la saga offre a Disney la possibilità di costruire un nuovo universo fantasy senza dipendere da un classico del proprio catalogo.

The Dallergut Dream Department Store potrebbe diventare una nuova saga fantasy per Disney

Il primo romanzo segue Penny, una giovane che trova lavoro nel misterioso Dallergut Dream Department Store, un grande magazzino nel quale i clienti possono acquistare sogni. Dietro l’atmosfera fantastica del luogo si nasconde però qualcosa di più inquietante: quando una serie di incidenti comincia a coinvolgere i clienti, Penny decide di indagare prima che ciò che sta accadendo possa trasformarsi in una minaccia ancora più grande.

È una premessa particolarmente adatta al linguaggio Disney perché combina un mondo fantastico immediatamente riconoscibile con una protagonista chiamata progressivamente a scoprirne le regole e i segreti. Il concept del negozio dei sogni offre inoltre un immaginario visivo potenzialmente molto ricco, mentre il mistero permette alla storia di andare oltre la dimensione più tradizionale del fantasy per famiglie.

La presenza di Patrick Ness alla sceneggiatura suggerisce proprio la volontà di non ridurre questo universo alla sua componente più fiabesca. A Monster Calls aveva dimostrato la capacità dello scrittore di utilizzare il fantastico per affrontare emozioni e paure molto concrete, mantenendo insieme spettacolo, oscurità e sensibilità. Sono caratteristiche che potrebbero adattarsi bene anche alla storia di Penny.

C’è poi un vantaggio industriale evidente: Disney non sta acquistando semplicemente un romanzo, ma il potenziale punto di partenza di un franchise già articolato in tre libri. Naturalmente è troppo presto per parlare di sequel cinematografici, ma il successo editoriale internazionale rende The Dallergut Dream Department Store una proprietà con caratteristiche molto diverse dall’ennesima rivisitazione di un classico animato.

Negli ultimi anni Disney Live Action ha costruito una parte importante della propria produzione attorno a remake, prequel e reinterpretazioni di titoli già conosciuti, da Alice in Wonderland e Maleficent fino alle numerose nuove versioni dei classici dello studio. Questo progetto potrebbe invece indicare una strada complementare: utilizzare la forza produttiva Disney per trasformare nuove saghe letterarie globali in potenziali franchise cinematografici.

Per sapere se The Dallergut Dream Department Store sarà davvero l’inizio di qualcosa di più grande bisognerà aspettare. Il film è ancora nelle prime fasi di sviluppo e non possiede una data di uscita ufficiale. Ma tra una trilogia già disponibile, milioni di lettori e un universo costruito intorno al potere dei sogni, Disney ha scelto una proprietà che sembra pensata per poter crescere ben oltre un singolo film.

The Wrong Girls, il nuovo film con Kristen Stewart divide la critica: il punteggio su Rotten Tomatoes sorprende

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The Wrong Girls, la nuova commedia stoner con Kristen Stewart e Alia Shawkat, sta iniziando il suo percorso con la critica internazionale a pochi giorni dall’arrivo nelle sale. Il film ha debuttato su Rotten Tomatoes con il 63% di recensioni positive, un risultato sufficiente per ottenere per ora lo status “Fresh”, ma che evidenzia una ricezione tutt’altro che unanime.

Il film arriverà nei cinema statunitensi il 14 agosto 2026 e segna il ritorno davanti alla macchina da presa di Stewart dopo la parentesi dedicata alla regia di The Chronology of Water. Le prime recensioni individuano soprattutto nella chimica tra Stewart e Shawkat il punto di forza dell’operazione, mentre sono proprio umorismo e ritmo a dividere maggiormente i critici.

Il 63% racconta quindi piuttosto bene la natura apparentemente polarizzante di The Wrong Girls. Alcuni recensori intravedono persino il potenziale per trasformarlo in futuro in un piccolo cult della commedia stoner, mentre altri considerano il suo umorismo datato e poco efficace. Una distanza di giudizio che potrebbe diventare particolarmente interessante quando al responso della critica si aggiungerà quello del pubblico.

The Wrong Girls punta tutto sulla coppia Kristen Stewart-Alia Shawkat

Al centro della storia ci sono Frankie (Kristen Stewart) e Molly (Alia Shawkat), due migliori amiche perennemente a corto di soldi ma intenzionate a non rinunciare al proprio stile di vita. La situazione precipita quando assumono una misteriosa sostanza e finiscono coinvolte, loro malgrado, in un esperimento scientifico.

Da qui prende forma un’avventura costruita intorno all’assurdo e alla chimica delle due protagoniste. Proprio il rapporto tra Stewart e Shawkat è stato indicato dalle recensioni più favorevoli come uno degli elementi capaci di sostenere il film anche nei suoi momenti più volutamente demenziali. Alcuni paragoni si sono spinti fino a evocare Cheech & Chong, coppia simbolo della stoner comedy americana.

A rendere ancora più particolare il progetto è un cast secondario decisamente ricco: LaKeith Stanfield, Zack Fox, Tony Hale, Seth Rogen, Kumail Nanjiani, Geena Davis, Kate McKinnon e Cate Blanchett affiancano infatti le due protagoniste.

Dietro la macchina da presa troviamo Dylan Meyer, che ha scritto anche la sceneggiatura e ha fondato insieme a Stewart e Maggie McLean la società di produzione Nevermind Pictures. Per Kristen Stewart si tratta inoltre soltanto del secondo film da produttrice dopo The Chronology of Water, suo debutto alla regia di un lungometraggio.

Il dato di Rotten Tomatoes resta naturalmente provvisorio e potrà cambiare con l’arrivo di nuove recensioni. Ma la spaccatura iniziale potrebbe persino essere coerente con il tipo di film che The Wrong Girls vuole essere: una commedia volutamente eccentrica che sembra avere maggiori possibilità di conquistare un pubblico specifico piuttosto che cercare un consenso generalizzato.

Brandon Sanderson rivaluta Speed Racer: per l’autore il flop delle Wachowski è praticamente perfetto

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Uno dei più discussi flop cinematografici delle sorelle Wachowski ha trovato un estimatore d’eccezione in Brandon Sanderson. Il celebre autore fantasy ha infatti assegnato a Speed Racer un 10/10, definendo sostanzialmente perfetto il film del 2008 diretto dalle creatrici di Matrix. Un giudizio particolarmente interessante considerando quanto l’opera sia stata criticata e commercialmente penalizzata al momento della sua uscita.

Sanderson ha parlato del film durante una puntata del podcast Intentionally Blank, inserendolo tra i migliori lavori di Lana e Lilly Wachowski. Lo scrittore ha elogiato proprio alcune delle caratteristiche che contribuirono alla controversa accoglienza originale: l’estetica estremamente colorata, il tono volutamente sopra le righe e la componente sentimentale della storia. Elementi che, secondo Sanderson, non rappresentano difetti ma costituiscono il cuore dell’identità del film.

Il giudizio dello scrittore arriva quasi vent’anni dopo un’accoglienza completamente diversa. Speed Racer incassò circa 93 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget riportato di 120 milioni, trasformandosi in un insuccesso commerciale. Con il passare degli anni, però, la reputazione del film è cambiata radicalmente: quello che nel 2008 appariva a molti come un eccesso visivo è diventato precisamente il motivo per cui l’opera delle Wachowski continua a essere riscoperta.

Speed Racer è diventato un cult proprio grazie agli elementi che inizialmente divisero il pubblico

Tratto dal celebre manga e anime giapponese, Speed Racer segue il diciottenne Speed, interpretato da Emile Hirsch, giovane pilota profondamente legato alla propria famiglia e alla Racer Motors. Quando rifiuta la proposta della potente Royalton Industries, il ragazzo entra in conflitto con un sistema dominato da interessi economici e competizioni manipolate.

La storia porta Speed a partecipare al pericoloso rally Crucible, trasformando quella che apparentemente potrebbe sembrare una semplice avventura automobilistica in uno scontro tra una famiglia indipendente e le grandi corporation che controllano il mondo delle corse. Nel cast figurano anche Christina Ricci, John Goodman, Susan Sarandon e Matthew Fox.

All’epoca dell’uscita, però, le aspettative erano inevitabilmente condizionate dal nome delle Wachowski. Dopo l’impatto culturale di Matrix, pubblico e critica si aspettavano un altro tipo di fantascienza. Speed Racer scelse invece una direzione quasi opposta: colori saturi, montaggio frenetico, scenografie artificiali e una rappresentazione della realtà che cercava deliberatamente di riprodurre sullo schermo il linguaggio dell’animazione.

È proprio questa radicalità ad aver favorito la successiva rivalutazione. Il film non tenta realmente di trasformare un anime in un’opera live-action convenzionale, ma cerca di trasferirne grammatica, velocità ed esagerazione direttamente nel cinema. Una scelta che nel 2008 poteva risultare straniante e che oggi appare molto più vicina alla sperimentazione visiva diventata comune nel cinema contemporaneo.

Il 10/10 di Sanderson è naturalmente un giudizio personale, ma fotografa bene la particolare seconda vita del film. Speed Racer non è diventato un cult nonostante le caratteristiche che contribuirono al suo fallimento: è diventato un cult proprio perché quelle caratteristiche, con il tempo, hanno trovato un pubblico disposto ad apprezzarle. E quasi vent’anni dopo, il più grande successo del film potrebbe essere proprio quello di essere sopravvissuto al proprio flop.

Snake Island, Sean Penn e Adrien Brody protagonisti del nuovo thriller di Doug Liman

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Sean Penn e Adrien Brody, entrambi recenti vincitori dell’Oscar, saranno i protagonisti di Snake Island, il nuovo thriller diretto da Doug Liman. Il film è già in produzione in Croazia e affronta uno degli episodi più controversi e irrisolti della guerra tra Russia e Ucraina: il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream avvenuto nel settembre 2022. Per Liman si tratta di un progetto dalle ambizioni internazionali, costruito intorno a un evento reale ancora carico di interrogativi.

Secondo le informazioni disponibili, Snake Island seguirà una squadra clandestina di sommozzatori ucraini impegnata in una missione subacquea ad alto rischio nei mesi precedenti all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina. Il film prende dunque spunto da una vicenda sulla quale le responsabilità sono ancora oggetto di controversie. La produzione, attualmente senza uno studio statunitense alle spalle, dovrebbe proseguire in Croazia fino alla fine di settembre. Nel progetto sono coinvolti anche il direttore della fotografia Henry Braham, collaboratore di Liman negli ultimi tre film, e Sean Penn, che torna a lavorare con il regista dopo Fair Game.

La scelta di raccontare il sabotaggio Nord Stream in questo momento rende Snake Island particolarmente delicato. Il film non arriva su un episodio storico definitivamente ricostruito, bensì su una vicenda ancora al centro di indagini e versioni contrapposte. Recentemente, la magistratura tedesca ha formalizzato accuse nei confronti di un ex ufficiale dell’esercito ucraino in relazione al sabotaggio. Il progetto di Liman sembra però interessarsi soprattutto alla dimensione operativa dell’azione, trasformando una vicenda geopolitica complessa in un thriller di squadra.

Snake Island riunisce Doug Liman e Sean Penn per un thriller politico sul Nord Stream

L’accoppiata tra Liman e Penn richiama direttamente Fair Game, il thriller politico del 2010 presentato in concorso al Festival di Cannes e basato su fatti reali. Anche Snake Island sembra muoversi nella stessa zona narrativa, dove l’azione cinematografica diventa uno strumento per affrontare eventi politici contemporanei. Per Liman è inoltre un territorio coerente con una filmografia che comprende The Bourne Identity, Edge of Tomorrow e Barry Seal – Una storia americana, opere nelle quali il realismo delle situazioni convive con una forte componente spettacolare.

Il coinvolgimento di Adrien Brody aggiunge ulteriore peso al progetto. L’attore, reduce dall’Oscar per The Brutalist, si affianca a Sean Penn, premiato per Mystic River, Milk e quest’anno per Una battaglia dopo l’altra, in un film che potrebbe puntare molto sulla dimensione fisica della missione e sulle tensioni interne alla squadra. Le riprese subacquee e l’ambientazione legata al Mar Baltico offrono inoltre a Henry Braham un terreno visivo particolarmente interessante.

Resta da capire quale posizione assumerà il film rispetto ai fatti reali. Proprio perché il sabotaggio del Nord Stream rimane una questione politicamente sensibile e ancora discussa, Snake Island dovrà trovare un equilibrio tra ricostruzione, interpretazione e spettacolo. La produzione in corso e il peso dei nomi coinvolti suggeriscono un progetto destinato a suscitare attenzione già prima di avere una data di uscita. Se Doug Liman riuscirà a mantenere l’approccio realistico che ha caratterizzato alcuni dei suoi migliori thriller, potrebbe trovarsi davanti a uno dei soggetti più complessi della sua carriera.

X-Men ’97 – Stagione 3: tutto ciò che sappiamo sulla terza stagione

La seconda stagione di X-Men ’97 si è conclusa con un mix di vittoria e dolore, mentre amici, familiari ed ex compagni di squadra si scontravano per cercare di fermare Apocalisse e salvare Gambit. Dopo una stagione movimentata tra viaggi nel tempo, alieni e intelligenze artificiali ribelli, il finale ha dato alla squadra un motivo per guardare al futuro con speranza, anticipando al contempo nuove minacce. Se vi state chiedendo cosa succederà agli X-Men e quando potrete vedere altre loro avventure, ecco tutto ciò che sappiamo sulla terza stagione di X-Men ’97, inclusa la possibile data di uscita e i dettagli della trama.

È confermata la terza stagione di X-Men ’97?

Sì! Durante un panel al San Diego Comic-Con, il capo di Marvel Television, Brad Winderbaum, ha confermato che la produzione della terza stagione è terminata e che la quarta è già in fase di produzione.

Di cosa parla la terza stagione di X-Men ’97?

Lo stesso panel ha anche mostrato un primo sguardo alla terza stagione, con i robot cacciatori di mutanti Sentinelle dipinti con la bandiera americana, impegnati in una battaglia contro i membri della Confraternita dei Mutanti Malvagi, tra cui Pyro, Avalanche, Blob e Toad. Ai classici villain si unisce Surge, membro degli X-Men introdotto negli anni 2000. Sono state inoltre gettate le basi per altre trame.

La seconda stagione ha introdotto i Purificatori, un gruppo paramilitare guidato dal Reverendo William Stryker, convinto di essere impegnato in una guerra santa contro i mutanti. Nei fumetti, Stryker riceve aiuto da Nimrod, una Sentinella che viaggia nel tempo, e attacca l’Istituto Xavier, uccidendo decine di studenti. Surge ha avuto un ruolo importante nella lotta contro Nimrod e i Purificatori, ed è probabilmente per questo che si unisce alla serie. Quell’arco narrativo includeva anche la resurrezione di Bastion, il principale antagonista della prima stagione di X-Men ’97.

I Purificatori non sono gli unici fanatici anti-mutanti che gli X-Men dovranno affrontare. La seconda stagione si conclude con l’elezione di Graydon Creed a Presidente degli Stati Uniti. Pur essendo figlio di Sabretooth e Mystica, Creed non possiede poteri mutanti. Da bambino, Mystica lo abbandonò e Sabretooth lo maltrattò, per questo Creed sviluppò un profondo odio per tutti i mutanti. Le Sentinelle dipinte con i colori patriottici sono probabilmente opera sua. La scena post-credits della seconda stagione segna anche il debutto di Mystica in X-Men ’97, dove si spaccia per Valerie Cooper, leader di X-Factor, per leggere il proprio fascicolo.

È probabile che Mystica sia a capo della Confraternita dei Mutanti Malvagi, dato che Apocalisse ha ucciso Magneto nella seconda stagione. Il suo coinvolgimento getta le basi per un’altra iconica saga degli X-Men, Giorni di un Futuro Passato. Nel fumetto del 1981 di Chris Claremont e John Byrne, Mystica e la Confraternita dei Mutanti Malvagi assassinano il senatore Robert Kelly e Charles Xavier. Questo suscita un sentimento anti-mutante così forte da portare alla creazione delle Sentinelle e a un futuro distopico in cui tutti i mutanti sono rinchiusi in campi di internamento. La trama era già stata adattata nel film del 2014 di Bryan Singer e, prima ancora, in X-Men: The Animated Series. Dato che X-Men ’97 è un sequel di X-Men: The Animated Series, la nuova stagione potrebbe offrire l’opportunità di riprendere quella trama e combinarla con i fumetti più recenti.

Quando uscirà la terza stagione di X-Men ’97?

Sebbene ci siano stati due anni di pausa tra le prime due stagioni di X-Men ’97, i fan non dovranno aspettare così a lungo per la terza. Winderbaum ha confermato al Comic-Con di San Diego che la serie tornerà nel 2027. L’estate del 2027 sembra la data più probabile, ma dovremo aspettare una data di uscita ufficiale.

Quali altre serie TV Marvel sono in lavorazione?

I fan Marvel avranno molto da guardare su Disney Plus nell’attesa di nuove puntate di X-Men ’97. VisionQuest, il sequel di WandaVision, debutterà il 14 ottobre. Anche la seconda stagione della serie animata Your Friendly Neighborhood Spider-Man dovrebbe uscire nel 2026. La terza stagione di Daredevil: Born Again inizierà a marzo 2027. Tuttavia, la cancellazione della seconda stagione di Wonder Man, precedentemente annunciata, dimostra che tutti questi piani sono soggetti a modifiche.

Svelato il punteggio di Coyote Vs. Acme su Rotten Tomatoes dopo la famigerata cancellazione da parte della Warner Bros.

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A tre anni dalla decisione di Warner Bros. di accantonarlo nonostante fosse praticamente completato, Coyote vs. Acme sta finalmente arrivando nelle sale e le prime recensioni sembrano rendere quella scelta ancora più difficile da comprendere. Il film ibrido tra live-action e animazione dedicato a Wile E. Coyote ha infatti debuttato su Rotten Tomatoes con il 100% di recensioni positive, sulla base di 22 giudizi della critica al momento della rilevazione.

Le prime recensioni premiano soprattutto la capacità del film di combinare la tradizionale comicità dei Looney Tunes con una storia sorprendentemente emotiva e una componente da commedia giudiziaria. Coyote vs. Acme segue Wile E. Coyote mentre decide di fare causa alla Acme Corporation per i prodotti difettosi utilizzati durante i suoi interminabili tentativi di catturare Road Runner. Ad aiutarlo è l’avvocato Kevin Avery, interpretato da Will Forte, che dovrà affrontare in tribunale il rappresentante dell’azienda e suo ex capo Buddy Crane, interpretato da John Cena.

Il 100% non rappresenta naturalmente un verdetto definitivo: il punteggio potrà cambiare con l’arrivo di altre recensioni. È però difficile ignorare il significato assunto da questa accoglienza dopo la travagliata storia produttiva del film. Coyote vs. Acme non era stato cancellato perché incompleto o perché impossibile da distribuire: Warner Bros. aveva deciso di non pubblicare un film già terminato, preferendo utilizzarlo come svalutazione fiscale. Le recensioni positive riaprono quindi inevitabilmente la discussione sulla decisione dello studio.

Il successo critico di Coyote vs. Acme rende ancora più controversa la decisione di Warner Bros.

Coyote vs. Acme
Photo by Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment – © Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment

Girato nel 2022, Coyote vs. Acme avrebbe dovuto debuttare inizialmente nel 2023. Warner Bros. decise invece di accantonarlo nell’ambito della strategia di riduzione dei costi che aveva già coinvolto altri progetti completati o quasi completati, tra cui Batgirl e Scoob! Holiday Haunt. Nel caso del film dedicato a Wile E. Coyote, la società puntava a una svalutazione fiscale indicata intorno ai 30 milioni di dollari.

La decisione provocò una forte reazione all’interno dell’industria proprio perché il film aveva già completato la post-produzione. Warner Bros. iniziò successivamente a valutare possibili acquirenti, con società come Netflix e Amazon MGM Studios interessate al progetto, senza però raggiungere inizialmente un accordo sul prezzo.

La situazione cambiò nel marzo 2025, quando Ketchup Entertainment acquistò i diritti di distribuzione. La società aveva già lavorato con i Looney Tunes attraverso The Day the Earth Blew Up e ha scelto di riportare Coyote vs. Acme alla sua destinazione originaria: il cinema. Negli Stati Uniti l’uscita è fissata per il 28 agosto 2026.

Il film rappresenta inoltre il quarto grande progetto del franchise a mescolare animazione e live-action dopo Space Jam, Looney Tunes: Back in Action e Space Jam: New Legends. La differenza sembra risiedere nell’approccio: pur conservando l’anarchia visiva tipica dei Looney Tunes, la storia utilizza il processo contro Acme per costruire un racconto maggiormente legato ai suoi personaggi.

Resta però un ultimo esame molto più complicato di Rotten Tomatoes: il box office. Il budget del film è stimato intorno ai 70 milioni di dollari, mentre Ketchup Entertainment avrebbe investito circa 50 milioni per acquisirne i diritti, senza considerare i successivi costi promozionali e distributivi.

Il debutto critico non garantisce quindi che Coyote vs. Acme possa trasformarsi automaticamente in un successo commerciale. Dimostra però qualcosa di altrettanto significativo: il film che rischiava di non essere mai visto sembra avere effettivamente qualcosa da offrire al pubblico. Se anche gli spettatori risponderanno positivamente, la sua storia potrebbe trasformarsi in uno dei casi più emblematici delle controverse cancellazioni hollywoodiane degli ultimi anni.

X-Men ’97 – stagione 3 riporta in scena una storica villain dopo 31 anni: Marvel anticipa cosa aspettarsi

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Il finale di X-Men ’97 stagione 2 ha riportato in scena Mystica, preparando un ritorno che potrebbe avere conseguenze importanti nella terza stagione. La mutante è riapparsa nell’episodio conclusivo e Marvel ha scelto di recuperare anche una parte importante dell’eredità di X-Men: The Animated Series: Randall Carpenter è tornata a doppiare il personaggio per la prima volta dopo oltre trent’anni.

Parlando in esclusiva con ScreenRant, il supervising producer Jake Castorena ha spiegato che Carpenter ha accettato immediatamente la possibilità di tornare nel ruolo. Secondo il produttore, molti interpreti della serie originale hanno mostrato grande entusiasmo quando sono stati contattati per X-Men ’97, e per Carpenter riprendere Mystica è stato particolarmente naturale. Castorena non ha però voluto rivelare quanto sarà esteso il suo ruolo nei prossimi episodi, limitandosi a promettere che i fan di Mystica non resteranno delusi.

Il ritorno non sembra quindi pensato esclusivamente come omaggio alla serie animata originale. Far riapparire Mystica proprio alla fine della seconda stagione significa rimettere in gioco uno dei personaggi più imprevedibili dell’universo degli X-Men nel momento in cui gli equilibri tra i mutanti sono nuovamente cambiati. La vera domanda non riguarda soltanto quanto spazio avrà nella stagione 3, ma da quale parte deciderà di stare.

Il ritorno di Mystica può cambiare gli equilibri di X-Men ’97 – stagione 3

X-Men 97 nightcrawler in azione

Mystica è sempre stata difficile da collocare all’interno di una semplice divisione tra eroi e villain. Le sue alleanze cambiano in funzione dei propri obiettivi e dei rapporti personali, rendendola particolarmente utile in una serie come X-Men ’97, che ha progressivamente complicato il confine tra le diverse fazioni mutanti.

Castorena ha evitato deliberatamente di confermare se il personaggio diventerà una presenza centrale nella terza stagione. La sua risposta lascia però intendere che il ritorno non verrà ignorato: dopo averla recuperata nel finale, Marvel sembra intenzionata almeno a esplorare nuovamente il suo ruolo all’interno di questo universo.

E Mystica potrebbe non essere l’unico grande ritorno in preparazione. Dopo la resurrezione di Gambit nella seconda stagione, al produttore è stato chiesto anche della possibilità di riportare in vita Magneto e arrivare finalmente alla storyline di Onslaught. Castorena non ha confermato nulla, spiegando che l’obiettivo degli sceneggiatori è sorprendere il pubblico senza però evitare necessariamente le storie che i fan si aspettano.

La terza stagione diventa così particolarmente difficile da prevedere. X-Men ’97 continua a utilizzare personaggi e archi narrativi conosciuti dai lettori Marvel, ma senza considerarli una roadmap obbligatoria. È proprio questa libertà che rende il ritorno di Mystica interessante: conoscere la sua storia nei fumetti o nella vecchia serie animata non significa necessariamente sapere quale funzione avrà questa volta.

Il lavoro sui prossimi capitoli è già avanzato. X-Men ’97 – stagione 3 arriverà nel 2027, mentre Marvel sta già sviluppando una quarta stagione, nonostante Disney+ non ne abbia ancora annunciato formalmente il rinnovo.

Parallelamente, gli X-Men stanno preparando il loro futuro nel MCU con il film live-action diretto da Jake Schreier. Marvel, però, non considera le due incarnazioni incompatibili: Brad Winderbaum ha già spiegato che X-Men ’97 può continuare anche accanto ai nuovi mutanti cinematografici. Il ritorno di Mystica dopo 31 anni rafforza proprio ciò che rende diversa la serie animata: la possibilità di continuare una storia iniziata negli anni Novanta, recuperandone personaggi e interpreti senza rinunciare a portarli in direzioni nuove.

X-Men ’97 sconvolge i fan con una morte importante, ma Marvel lascia aperta una possibilità

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X-Men ’97 ha appena perso uno dei suoi mutanti più amati, ma Marvel Studios ha già lasciato intendere che la storia potrebbe essere più complicata di quanto sembri. Nell’episodio 9 della seconda stagione, Nightcrawler muore, aggiungendo Kurt Wagner alla lista delle vittime di una stagione che ha alzato considerevolmente la posta in gioco. Il supervising producer Jake Castorena ha confermato che, almeno per il momento, il personaggio deve essere considerato realmente morto.

Intervistato in esclusiva da ScreenRant, Castorena ha però scelto attentamente le parole parlando del destino del mutante. Dopo aver ricordato quanto la morte nei fumetti Marvel sia raramente definitiva, il produttore ha ribadito che Nightcrawler è morto, aggiungendo però che bisognerà aspettare X-Men ’97 stagione 3 per capire come si svilupperà la situazione. Un’indicazione particolarmente significativa considerando ciò che accade a Kurt e il sorprendente personaggio cosmico con cui entra in contatto.

La scena introduce infatti Eson, uno dei Celestiali già conosciuti anche dal pubblico del MCU attraverso Eternals. Non si tratta però della conferma che X-Men ’97 condivida la continuità con l’universo cinematografico Marvel. Al contrario, Castorena ha chiarito che la serie animata continuerà a costruire un proprio universo, libero di utilizzare personaggi e concetti presenti anche nel MCU senza essere vincolato alle scelte narrative del live-action.

Nightcrawler ed Eson aprono X-Men ’97 a una dimensione cosmica molto più grande

X-Men 97 nightcrawler in azione

L’apparizione di Eson dopo la morte di Kurt Wagner è importante proprio perché amplia improvvisamente la scala narrativa della serie. X-Men ’97 nasce come prosecuzione diretta di X-Men: The Animated Series, ma il Marvel Universe nel quale si muovono i mutanti non è mai stato realmente isolato. Già la serie originale aveva mostrato quanto il mondo degli X-Men potesse incrociare personaggi, razze e forze appartenenti agli angoli più vasti dell’universo Marvel.

Castorena ha sottolineato proprio questa libertà. Secondo il produttore, X-Men ’97 può utilizzare Celestiali, semidei e altri personaggi cosmici senza necessariamente dover rispettare ciò che Marvel Studios sta facendo parallelamente nel MCU. Le due continuità possono quindi condividere gli stessi “giocattoli”, proponendone però interpretazioni e storie differenti.

Questo rende ancora più ambiguo il destino di Nightcrawler. Marvel non sta negando la sua morte e Castorena è stato esplicito nel confermarla, ma l’incontro con Eson sposta immediatamente la questione oltre il semplice ritorno dalla morte tipico dei fumetti. La terza stagione potrebbe utilizzare Kurt per esplorare una dimensione metafisica o cosmica della propria mitologia, senza necessariamente cancellare il peso della sua morte.

E sappiamo già che quella storia è in fase avanzata. Castorena ha rivelato che il finale della terza stagione è stato inviato agli studi di animazione, mentre i primi episodi stanno già tornando completati nelle prime fasi del processo. Contemporaneamente, il team sta lavorando agli storyboard e agli animatic della quarta stagione, sebbene Disney+ non abbia ancora annunciato formalmente il rinnovo.

La terza stagione di X-Men ’97, prevista nel 2027, dovrà quindi rispondere alla domanda lasciata dalla morte di Nightcrawler, ma la vera conseguenza dell’episodio potrebbe essere ancora più grande. Con l’ingresso dei Celestiali, la serie sta dimostrando di poter espandere il proprio universo ben oltre le battaglie tra umani e mutanti, costruendo una mitologia Marvel autonoma che può utilizzare gli stessi personaggi del MCU senza dover necessariamente seguirne le regole.

Sylvester Stallone e Amazon insieme per una nuova serie: Bourbon & Lies porterà in TV la saga bestseller

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Sylvester Stallone continua ad ampliare la sua presenza televisiva, questa volta dietro le quinte di un progetto molto diverso da Tulsa King. La sua Balboa Productions collaborerà con Amazon MGM Studios per sviluppare Bourbon & Lies, adattamento televisivo della saga romance suspense The Bourbon Boys di Victoria Wilder. Al progetto parteciperà anche Sophia Stallone attraverso la sua Callisto Media.

Secondo quanto riportato da Deadline, la serie sarà sviluppata a partire dai tre romanzi di Wilder e avrà al centro Grant Foxx, un ex agente di polizia che vive nella cittadina immaginaria di Fiasco, in Kentucky. Il suo tentativo di condurre un’esistenza tranquilla viene sconvolto dall’arrivo di Laney Young, che comincia a lavorare nella distilleria della famiglia Foxx. Tra i due nasce progressivamente un rapporto, ma il passato della donna nasconde segreti destinati a trasformare quella relazione in qualcosa di molto più pericoloso.

L’aspetto interessante dell’operazione è proprio il genere scelto. Stallone non sta sviluppando un altro crime costruito intorno alla propria immagine, ma partecipa alla produzione di una storia pensata per mescolare romance, mistero e thriller familiare. Bourbon & Lies rientra così in una strategia sempre più evidente nel mercato dello streaming: trasformare saghe letterarie con un pubblico già consolidato in potenziali franchise televisivi.

Bourbon & Lies punta a trasformare il successo dei romanzi in un nuovo franchise televisivo

Il primo romanzo di The Bourbon Boys, Bourbon & Lies, è diventato un bestseller numero uno su Amazon nel 2024. La saga costruisce la propria storia non soltanto sul rapporto tra Grant e Laney, ma anche sui segreti che circondano Fiasco e la famiglia Foxx, facendo emergere progressivamente una rete di verità nascoste che mette alla prova i protagonisti.

A guidare creativamente l’adattamento saranno Meredith Lavender e Marcie Ulin, già showrunner di The Flight Attendant, che fungeranno da creatrici ed executive producer. D. Matt Geller supervisionerà invece il progetto per Balboa Productions. Anche Sophia Stallone e l’autrice Victoria Wilder saranno coinvolte nella produzione.

Sophia Stallone ha spiegato che ciò che l’ha convinta del materiale è proprio la combinazione di elementi differenti: romance, pericolo, humor, famiglia e mistero, con al centro una protagonista il cui passato continua a riemergere. È una descrizione che lascia intuire l’intenzione di costruire una serie capace di utilizzare la relazione sentimentale come motore di una storia più ampia, anziché limitarsi alla componente romantica.

Il potenziale per andare oltre una singola serie, del resto, esiste già sulla pagina. Wilder ha ampliato l’universo di The Bourbon Boys con lo spinoff The Whiskey Women, inaugurato nel 2026 dal romanzo Rumors & Whiskey. Se l’adattamento dovesse funzionare, Amazon MGM Studios avrebbe quindi già a disposizione materiale per estendere ulteriormente il franchise.

Per Sylvester Stallone, Bourbon & Lies rappresenta invece un altro tassello della crescente attività come produttore televisivo. L’attore è già protagonista e produttore di Tulsa King ed è coinvolto nello spinoff Frisco King, nel quale tornerà nei panni di Dwight Manfredi.

Il progetto è ancora nelle fasi iniziali e non sono stati annunciati né il cast né una possibile finestra di uscita. Ma l’unione tra una proprietà letteraria già popolare, Amazon MGM Studios e la famiglia Stallone suggerisce che Bourbon & Lies sia pensato fin dall’inizio con ambizioni più ampie: non soltanto adattare tre romanzi, ma verificare se il mondo creato da Victoria Wilder possa diventare un nuovo franchise televisivo.

A Tale of Two Cities: il trailer svela Kit Harington nel nuovo adattamento del classico di Charles Dickens

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Kit Harington torna nella Londra del XVIII secolo per uno dei progetti più ambiziosi della sua carriera dopo Game of Thrones. MGM+ ha pubblicato il primo trailer di A Tale of Two Cities, nuovo adattamento televisivo del celebre romanzo di Charles Dickens, confermando anche il debutto della miniserie per il 6 settembre 2026. Harington interpreterà Sydney Carton, brillante quanto imprevedibile avvocato destinato a diventare uno dei protagonisti di una storia sospesa tra rivoluzione, sacrificio e sentimenti.

Il trailer introduce l’adattamento attraverso una delle frasi più celebri della letteratura dickensiana, prima di mostrare un tono inizialmente più leggero grazie proprio al Sydney Carton di Harington. Progressivamente, però, emergono gli elementi più drammatici della storia e soprattutto il rapporto tra Carton, Lucie Manette, interpretata da Mirren Mack, e Charles Darnay, a cui presta il volto François Civil. La serie sarà composta da appena quattro episodi e arriverà su MGM+ con pubblicazione settimanale anche in Italia, oltre che negli Stati Uniti e in diversi altri mercati internazionali.

La scelta più interessante sembra riguardare proprio il triangolo tra i tre protagonisti. Nel romanzo pubblicato da Dickens nel 1859, il sentimento di Lucie non presenta realmente la stessa ambiguità suggerita dalla presentazione della nuova serie. Il trailer e la sinossi sembrano invece voler rendere più centrale il conflitto sentimentale tra Carton e Darnay, trasformandolo in uno degli strumenti attraverso cui rileggere per il pubblico contemporaneo una storia vecchia di oltre un secolo e mezzo.

Kit Harington sarà Sydney Carton in una storia tra amore e rivoluzione

La nuova versione di A Tale of Two Cities prende il via nella Londra del 1782, in un momento di crescente tensione tra Gran Bretagna e Francia. Lucie Manette riceve improvvisamente un messaggio proveniente da Parigi che mette in discussione tutto ciò che credeva di sapere sulla propria famiglia: suo padre, considerato morto da quasi vent’anni, potrebbe essere ancora vivo.

A consegnarle la notizia è Charles Darnay, idealista francese costretto all’esilio che viene però arrestato e accusato di tradimento. Per salvarlo, Lucie si rivolge a Sydney Carton. Il personaggio interpretato da Harington viene presentato come un avvocato estremamente intelligente ma irregolare, apparentemente poco adatto alla responsabilità che gli viene affidata.

È da questo incontro che la serie costruirà il rapporto tra i suoi tre protagonisti. Lucie si troverà al centro del confronto tra Charles e Sydney, mentre i due uomini passeranno dalla rivalità a un legame molto più complesso. Sullo sfondo, la crescente instabilità politica tra Londra e Parigi porterà progressivamente la storia verso gli eventi che precedono la Rivoluzione francese.

Per Harington si tratta anche di un ruolo particolarmente interessante dopo il lungo percorso come Jon Snow in Game of Thrones e le due stagioni trascorse in Industry nei panni di Henry Muck. Sydney Carton gli permette di muoversi ancora una volta all’interno di una grande produzione in costume, ma attraverso un personaggio molto diverso: brillante, disilluso e profondamente contraddittorio.

La miniserie è creata e scritta da Daniel West, mentre la produzione nasce dalla collaborazione tra Federation Stories, Federation Studio France e Thriker Films per MGM+ e BBC. Harington figura anche tra gli executive producer insieme a West, Polly Williams, Léo Becker, Sarah Best e Hong Khaou.

Con soli quattro episodi a disposizione, A Tale of Two Cities dovrà necessariamente condensare e reinterpretare una delle opere più importanti di Dickens. Il trailer suggerisce che il rapporto tra Lucie, Charles e Sydney sarà uno dei principali strumenti utilizzati per farlo: una scelta che potrebbe rendere questa versione sensibilmente diversa dalle precedenti trasposizioni del romanzo.

Marshals: A Yellowstone Story 2 cambia il cast: CBS prepara due novità che allargheranno il mondo dello spinoff di Yellowstone

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Il mondo di Marshals: A Yellowstone Story è destinato a cambiare nella seconda stagione, con CBS che ha ufficializzato due importanti novità nel cast dello spinoff di Yellowstone. La serie guidata da Luke Grimes nei panni di Kayce Dutton accoglierà infatti un nuovo personaggio, mentre una figura introdotta durante la prima stagione avrà uno spazio maggiore nei prossimi episodi. Una scelta che sembra confermare la volontà di rendere Marshals: A Yellowstone Story sempre più indipendente dalla serie che gli ha dato origine.

Secondo quanto riportato da Deadline, Marque Richardson entrerà nel cast ricorrente interpretando Patrick Burns, Assistant U.S. Attorney, mentre Morgan Lindholm tornerà con un ruolo ampliato nei panni di Maddie. Quest’ultima era stata inizialmente presentata semplicemente come barista del Bullet ’N Barrel, prima che la serie rivelasse il suo legame decisamente più importante con uno dei protagonisti: Maddie è infatti la figlia da tempo lontana di Cal.

Le due aggiunte sembrano muoversi in direzioni narrative differenti ma complementari. Burns può permettere alla serie di approfondire la componente investigativa e istituzionale legata al lavoro degli U.S. Marshals; Maddie, invece, offre l’occasione di sviluppare maggiormente la dimensione personale di Cal. È un equilibrio importante per uno show che, dopo aver utilizzato Kayce e l’eredità di Yellowstone come punto d’ingresso, deve ora costruire personaggi e conflitti capaci di reggersi autonomamente.

Marshals: A Yellowstone Story 2 vuole costruire un’identità che vada oltre Kayce Dutton e Yellowstone

Luke Grimes in Marshals: A Yellowstone Storyl
© Paramount

La prima stagione ha inevitabilmente utilizzato Kayce Dutton come principale collegamento con Yellowstone. Dopo la morte di Monica, il personaggio ha intrapreso un percorso completamente nuovo entrando negli U.S. Marshals e lavorando insieme a Cal, Belle, Andrea e Miles. Tate, Thomas Rainwater e Mo hanno mantenuto un collegamento con la serie originale, ma il nuovo ensemble ha progressivamente spostato il centro della storia lontano dal vecchio ranch dei Dutton.

L’arrivo di Patrick Burns potrebbe rafforzare proprio questa trasformazione. Il suo ruolo da procuratore federale suggerisce una maggiore attenzione alle conseguenze giudiziarie e istituzionali delle operazioni condotte dalla squadra. Al momento CBS non ha fornito dettagli sulla sua storyline, quindi resta da capire quale rapporto svilupperà con Kayce e gli altri Marshals.

Più definita appare invece la funzione di Maddie. La rivelazione del suo rapporto con Cal ha aperto una storia familiare ancora largamente inesplorata, resa più delicata dalla diagnosi di cancro del personaggio. Ampliare il ruolo di Morgan Lindholm significa quindi avere la possibilità di raccontare Cal oltre il lavoro e di approfondire un rapporto padre-figlia segnato da distanza e questioni irrisolte.

È probabilmente questa la direzione più significativa intrapresa da CBS. Marshals rimarrà inevitabilmente legato all’universo creato da Taylor Sheridan, ma il successo della prima stagione — risultata tra i grandi titoli della televisione broadcast statunitense nel ciclo 2025-2026 — offre alla serie l’opportunità di smettere gradualmente di essere percepita soltanto come “lo spinoff con Kayce”.

La seconda stagione arriverà nel palinsesto autunnale 2026 di CBS, anticipando quindi il ritorno rispetto al debutto midseason del primo ciclo. I cambiamenti al cast indicano che la nuova fase non servirà soltanto a risolvere i cliffhanger lasciati dal finale: Marshals sta iniziando a costruire un universo narrativo proprio, e sarà proprio questa evoluzione a determinare quanto lo show potrà vivere indipendentemente dall’ombra di Yellowstone.

The Lincoln Lawyer avrà il suo primo spinoff

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The Lincoln Lawyer avrà il suo primo spinoff

The Lincoln Lawyer si prepara a concludere la sua storia principale, ma Netflix non sembra intenzionata ad abbandonarne l’universo. La piattaforma sta sviluppando il primo spinoff della serie, che avrà come protagonista Artemisia “Emi” Finch, la sorellastra di Mickey Haller interpretata da Cobie Smulders. Il progetto arriva mentre la serie madre si avvicina alla quinta e ultima stagione.

Secondo quanto riportato da Deadline, lo spinoff è stato proposto a Netflix dagli executive producer Ted Humphrey, Dailyn Rodriguez e Matthew J. Lieberman, che lavoreranno anche alla sceneggiatura. La presentazione avrebbe convinto particolarmente i dirigenti della piattaforma, tanto da accelerarne lo sviluppo. È importante precisare che Netflix non ha ancora ordinato ufficialmente la serie, anche se il progetto sembra procedere rapidamente. L’obiettivo sarebbe inoltre quello di realizzare le riprese a Los Angeles, subordinatamente all’ottenimento degli incentivi fiscali della California.

La scelta di costruire il futuro del franchise intorno a Emi è particolarmente interessante perché permette a Netflix di espandere The Lincoln Lawyer senza limitarsi a replicare Mickey Haller. Il personaggio di Smulders, infatti, non esiste nei romanzi di Michael Connelly ed è stato creato specificamente per l’adattamento televisivo. Netflix potrebbe quindi utilizzare lo spinoff per costruire una storia molto più libera rispetto alla serie principale, aggirando contemporaneamente un problema importante legato ai diritti dei personaggi dell’universo letterario di Connelly.

Emi Finch può permettere a Netflix di espandere The Lincoln Lawyer oltre i romanzi di Michael Connelly

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The Lincoln Lawyer. Manuel Garcia-Rulfo nel ruolo di Mickey Haller nell’episodio 409 di The Lincoln Lawyer | Cr. Per gentile concessione di Netflix © 2025

Cobie Smulders ha debuttato come Emi Finch nel finale della quarta stagione di The Lincoln Lawyer, attraverso una rivelazione destinata a modificare profondamente la vita di Mickey. Dopo essere stati coinvolti in un’imboscata collegata ad Alex Gazarian, Emi rivela infatti all’avvocato di essere la sorellastra di cui lui ignorava completamente l’esistenza.

Il personaggio tornerà nella quinta stagione con un ruolo regolare. Il capitolo conclusivo dovrebbe adattare Resurrection Walk di Michael Connelly e vedrà Emi chiedere l’aiuto di Mickey per rappresentare una donna condannata ingiustamente. Netflix avrà quindi un’intera stagione per sviluppare il personaggio e il rapporto con il protagonista prima di affidarle eventualmente una serie autonoma.

La creazione di Emi risponde anche a una particolare situazione legata all’universo di Connelly. Nei romanzi, Mickey Haller ha già un celebre fratellastro: Harry Bosch. Il personaggio non può però essere utilizzato liberamente in The Lincoln Lawyer, perché i suoi diritti televisivi sono legati alle produzioni Prime Video che hanno dato vita a Bosch, Bosch: Legacy e Ballard.

Creando Emi Finch direttamente per la serie Netflix, gli sceneggiatori hanno trovato una strada alternativa. Il personaggio può creare una connessione familiare con Mickey simile, almeno strutturalmente, a quella rappresentata da Bosch nei libri, ma senza dipendere dalla continuità o dai diritti di un altro adattamento.

La scelta di Cobie Smulders offre inoltre a Netflix un’interprete già abituata a sostenere produzioni televisive importanti. Oltre a How I Met Your Mother e Stumptown, l’attrice è conosciuta dal pubblico Marvel per aver interpretato Maria Hill nel MCU, da The Avengers fino a Secret Invasion.

Le riprese della quinta e ultima stagione di The Lincoln Lawyer sono già terminate, anche se Netflix non ne ha ancora annunciato la data d’uscita. Manuel Garcia-Rulfo tornerà come Mickey Haller insieme a Neve Campbell, Becki Newton, Jazz Raycole e Angus Sampson.

Se lo spinoff riceverà il via libera definitivo, il finale di The Lincoln Lawyer potrebbe quindi non rappresentare realmente la conclusione del franchise. L’introduzione di Emi nella quarta stagione appare ora come il primo passo di una successione pianificata, capace di lasciare Mickey Haller al centro dell’ultima storia della serie originale mentre Netflix prepara già il personaggio destinato a raccoglierne l’eredità.

Le 6 storie più importanti che X-Men ’97 potrebbe adattare per la terza e la quarta stagione

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Dopo due stagioni, è innegabile che X-Men ’97 sia un successo clamoroso; non solo è riuscita a proseguire la storia del cartone animato classico in modo impeccabile, rimanendo accessibile anche ai nuovi spettatori, ma combina alla perfezione estetica 2D e 3D per un’animazione e una grafica che si prestano costantemente a scene d’azione spettacolari, il tutto ulteriormente valorizzato da una sceneggiatura che cattura alla perfezione la drammaticità dei fumetti originali.

Il successo di X-Men ’97 è tutt’altro che soggettivo: Marvel Studios Animation l’ha già rinnovata per una terza e una quarta stagione, ed è stata addirittura dichiarata una delle priorità principali della compagnia. Allo stato attuale, X-Men ’97 potrebbe durare anche più a lungo del cartone animato originale, il che solleva la questione di cosa potrebbero adattare per la terza stagione e la quarta stagione. Fortunatamente, ci sono ancora molte fantastiche storie degli X-Men da adattare e, visto il successo riscosso finora, ognuna di esse sarebbe assolutamente incredibile da vedere trasformata in animazione.

Planet X

Planet X

La leggendaria saga di Grant Morrison sui Nuovi X-Men culminò nella storia “Planet X”, dove venne rivelato che il misterioso nuovo X-Man Xorn era in realtà Magneto, che si era infiltrato tra gli X-Men per attuare un piano diabolico volto a invertire i poli magnetici della Terra e a ridurre in schiavitù la razza umana. Fu una svolta incredibilmente drammatica che portò alla morte di Jean Grey, un evento che non venne annullato per quasi 20 anni, e considerando tutto ciò che X-Men ’97 ha fatto con Magneto, sarebbe fantastico vederlo anche nella serie TV.

Certo, dopo che Grant Morrison lasciò la serie, la storia fu soggetta a una serie di retcon confuse in cui si scoprì che Xorn era una persona reale che si spacciava per Magneto, ma se X-Men ’97 dovesse adattarla, potrebbe ignorare il retcon o renderlo coerente integrandolo con la morte di Magneto per mano di Apocalisse. In ogni caso, “Planet X” sarebbe un’ottima storia per Magneto da inserire nella serie, e speriamo che qualcosa del genere venga effettivamente realizzato.

House Of M

Gli X-Men e gli Avengers si riuniscono nella House of M

Non esiste una storia degli X-Men più epica di “House of M“, ed è facile capirne il perché. L’intera premessa di Scarlet Witch che crea un mondo in cui i mutanti sono la specie dominante è un’idea incredibile che ha dato vita a interpretazioni divertenti e creative dell’Universo Marvel, e il colpo di scena finale, con la perdita dei poteri da parte della maggior parte dei mutanti, è stato a dir poco leggendario. Gli eventi di “House of M” hanno cambiato lo status quo degli X-Men per anni, e a oltre 20 anni di distanza, le ripercussioni si fanno ancora sentire.

Considerato che “House of M” ha influenzato l’intero Universo Marvel, e non solo gli X-Men, sarebbe un modo semplice per X-Men ’97 di introdurre altri personaggi Marvel provenienti da altre serie degli anni ’90 e non solo, e l’idea di sentire l’iconica frase di Scarlet Witch “Basta mutanti” è già di per sé un incentivo sufficiente per valere la pena di vederlo. Scarlet Witch era già stata anticipata alla fine della prima stagione di X-Men ’97, e se dovesse fare un’apparizione ufficiale, “House of M” potrebbe essere il modo perfetto per concludere la sua storia.

Gli X-Men e gli Avengers si riuniscono nella House of M

X-Men-Second-Coming

Se X-Men ’97 dovesse adattare “House of M“, allora avrebbe senso adattare anche “X-Men: Messiah Complex“, “Messiah War” e “Second Coming”. La serie ruota attorno agli X-Men, ai loro alleati e nemici che lottano per il controllo di Hope, la prima bambina nata con il gene X dopo “House of M”, che potrebbe innescare la rinascita della razza mutante. Oltre all’importante contributo di Hope al franchise, il modo in cui la storia spinge molti personaggi all’estremo, fino al punto che alcuni eroi si rivoltino al lato oscuro, sarebbe fantastico da vedere in versione animata.

Un adattamento di “House of M” cambierebbe completamente la narrazione e il tono di X-Men ’97, quindi, proprio come nei fumetti, la trilogia che inizia con “X-Men: Messiah Complex” sarebbe un perfetto intermezzo per riportare un senso di speranza nel franchise, fino ad avere una protagonista che si chiama letteralmente Hope. Tutto ciò rappresenterebbe un modo divertente per seguire un’ipotetica storia di “House of M” e, in generale, sarebbe fantastico vederla realizzata.

Avengers Vs. X-Men

Avengers Vs. X-Men

Quando si parla di storie di supereroi contro supereroi, poche sono più famigerate di Avengers vs. X-Men del 2012. La storia ha consolidato il cliché degli Avengers in conflitto con gli X-Men e, sebbene questo potrebbe risultare frustrante da vedere in X-Men ’97, il dramma che ne deriverebbe sarebbe comunque fantastico, soprattutto perché rappresenterebbe un ottimo modo per introdurre gli Avengers nell’universo della serie. Non solo, ma Avengers vs. X-Men ha anche dato origine alla famosa retorica “Ciclope aveva ragione”, e vedere come si è arrivati ​​a questa conclusione sarebbe fantastico per i fan vecchi e nuovi.

Ma soprattutto, Avengers vs. X-Men rappresenta la vera conclusione della narrazione iniziata in “House of M”. La storia si conclude con Hope e Scarlet Witch che finalmente riportano in vita i mutanti in massa, quindi se X-Men ’97 dovesse realizzare una storia di “House of M”, Avengers vs. X-Men potrebbe chiuderla perfettamente con un’ottima dose di azione e dramma. Potrebbe essere il modo perfetto per concludere una serie di grandi storie e, si spera, ci sarà la possibilità di vederlo realizzarsi.

Honorable Mentions

Honorable Mentions

Onslaught: Vedere l’apparizione del potentissimo e malvagio sosia di Xavier sarebbe incredibile in un episodio animato, e Onslaught stesso sarebbe un ottimo antagonista finale in una stagione. L’unica ragione per cui merita una menzione d’onore è che è fortemente implicito che X-Men ’97 stia già preparando il terreno per l’arrivo di Onslaught.

AXIS: Il crossover classico è tecnicamente un evento tra Vendicatori e X-Men, e proprio come nei fumetti, sarebbe molto divertente vedere la moralità degli eroi e dei cattivi degli X-Men invertita per un po’.

Age of X-Man: La storia potrebbe essere un divertente mini-arco narrativo che prepara molti eventi futuri in una sola stagione, non diversamente da come ha avuto lo scopo nei fumetti, e anche se Nate Grey non esiste nella continuity della serie, non sarebbe impossibile trovare un modo per inserire Cable nel ruolo.

The Krakoan Age

The Krakoan Age

Nessuna era degli X-Men nell’ultimo decennio è stata più grande e influente dell’Era di Krakoa, e per ottime ragioni. Innanzitutto, il fatto che gli X-Men siano finalmente riusciti a costruire un mondo solo per i mutanti è stato incredibilmente catartico e ha rappresentato il veicolo perfetto per sviluppare ulteriormente i loro poteri e la loro mitologia. Non solo, ma anche la complessità morale è stata avvincente da seguire; gli X-Men che si alleavano con i loro più grandi nemici e ricorrevano ad azioni sempre più discutibili hanno reso l’intera situazione una polveriera pronta a esplodere, e quando alla fine è scoppiata, le conseguenze sono state devastanti, nel senso migliore del termine.

L’Era di Krakoa ha reso gli X-Men e i mutanti più rilevanti di quanto non lo fossero stati da tempo, e sebbene la sua realizzazione abbia lasciato a desiderare, l’idea generale e il modo in cui ha radicalmente cambiato il loro ruolo nel mondo sono stati geniali nella loro essenza. Non c’è mai stata una storia come l’Era di Krakoa, e dato che X-Men ’97 non si concluderà presto, sarebbe una storia perfetta da adattare per la terza o quarta stagione e oltre.

Star Wars, Ewan McGregor vuole interpretare ancora Obi-Wan Kenobi: “Forza, Disney!”

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Ewan McGregor vuole tornare a interpretare Obi-Wan Kenobi e ha lanciato un messaggio piuttosto diretto a Disney. L’attore ha spiegato che il futuro del personaggio dipende ormai dallo studio, mentre lui sarebbe pronto a riprendere il ruolo che ha interpretato per la prima volta nel 1999. L’ipotesi di un nuovo film o di una seconda stagione di Obi-Wan Kenobi torna così al centro dell’attenzione, anche se al momento non esiste alcun progetto ufficialmente annunciato.

Intervistato da E! News durante la promozione di La fine di Oak Street, McGregor ha raccontato di essere ancora interessato a esplorare gli anni mancanti tra la serie Disney+ e l’Obi-Wan Kenobi interpretato da Alec Guinness nella trilogia originale. “Sono pronto quando lo saranno loro. Sembra che loro non siano ancora pronti, ma io ci sono. Alla fine della serie Obi-Wan, me ne vado nel deserto e decido di lasciare tutto. Ho capito che non posso continuare a fare pressione su Luke. Ho capito che deve avere la sua infanzia, quindi lo lascio allo zio Owen e alla zia Beru. E io me ne vado… e Qui-Gon è tornato. E ce ne andiamo… ma dove?”

Il punto interessante è proprio quello spazio narrativo. Obi-Wan Kenobi ha già raccontato una parte fondamentale dell’esilio del Jedi, ma esiste ancora un periodo di circa un decennio prima degli eventi di Star Wars: Una nuova speranza. McGregor sembra voler trasformare quello spazio in una nuova fase della storia del personaggio, prima che l’età lo renda definitivamente distante dalla versione di Guinness.

Ewan McGregor vuole raccontare gli anni mancanti tra Obi-Wan e Alec Guinness

McGregor ha infatti aggiunto: “La prossima volta che vediamo Obi-Wan Kenobi, è Alec Guinness sulle montagne. Cosa succede tra quei due momenti è ciò che voglio fare e passare il resto della mia carriera a raccontare queste storie. Storie, sapete, serie o film. Abbiamo ancora molto tempo; ho dieci anni prima di arrivare all’età di Alec Guinness. Quindi forza, Disney!”

La possibilità avrebbe anche una precisa continuità con la serie del 2022. Obi-Wan Kenobi si concludeva con il protagonista nuovamente diretto verso il deserto di Tatooine, dopo aver compreso che proteggere Luke significava anche lasciarlo crescere lontano dalla propria influenza. La presenza di Qui-Gon Jinn, interpretato da Liam Neeson, apriva inoltre una nuova dimensione spirituale per il personaggio, collegandolo alla tradizione Jedi e alla trilogia originale.

McGregor non ha mai nascosto il desiderio di tornare. Già nel 2022, parlando con British GQ, aveva dichiarato: “Spero davvero che ne faremo un’altra. Se potessi farne una ogni tanto, sarei semplicemente felice”. La prima Obi-Wan Kenobi fu inoltre un successo rilevante per Disney+, diventando nel 2022 la seconda serie più vista della piattaforma negli Stati Uniti secondo Luminate. Per ora, però, la decisione resta nelle mani di Disney: McGregor ha dato la propria disponibilità e, soprattutto, ha già individuato il periodo della storia che vorrebbe esplorare.

X-Men ’97 – Stagione 2, spiegazione del finale: L’Era dell’Apocalisse volge al termine mentre un importante cattivo della Marvel sale al potere

La seconda stagione di X-Men ’97 è giunta al termine e, con essa, la Marvel ha scioccato i fan più volte, sia con il debutto di personaggi entusiasmanti, sia con il ritorno di personaggi amati, sia con la morte di eroi importanti. La seconda stagione di X-Men ’97 è iniziata riprendendo da dove si era conclusa la prima stagione della serie animata degli X-Men. I mutanti erano dispersi nel tempo.

Questo ha permesso alla serie di introdurre Kang il Conquistatore, con la sua identità di Rama-Tut, mentre la seconda stagione di X-Men ’97 si concentrava su Apocalisse, il perfetto antagonista degli X-Men quando si tratta di storie sui viaggi nel tempo. Apocalisse era stato allievo di Magneto quando era ancora En Sabah Nur, poi lo uccise dopo essersi trasformato, riportò in vita Gambit e fu poi apparentemente ucciso da lui.

La seconda stagione di X-Men ’97 ha sicuramente avuto la sua buona dose di colpi di scena. Tra gli elementi chiave c’era la sopravvivenza di Apocalisse, con il villain degli X-Men nascosto dentro Remy LeBeau, intento a controllare Gambit dopo il potenziamento ottenuto come Cavaliere della Morte. Detto questo, il regno del terrore del villain doveva finire, e il finale della seconda stagione di X-Men ’97 ha segnato la fine definitiva della storia di Apocalisse, almeno per ora.

Con Apocalisse fuori combattimento, la seconda stagione di X-Men ’97 ha gettato le basi per il futuro della serie. Il team Marvel ha già rivelato di essere al lavoro per la quinta stagione, con idee che stanno prendendo forma. Prima di allora, la terza stagione di X-Men ’97 sarà la prossima della serie animata Marvel su Disney+, e il finale della seconda stagione ha preparato il ritorno di una mutante che apparentemente sarà il prossimo grande nemico degli X-Men.

Mystica sarà la principale antagonista della terza stagione di X-Men ’97?

mystique X-Men '97

Val Cooper è stata una delle principali cause di problemi per gli X-Men nella seconda stagione, essendo a capo di X-Factor, il team di mutanti che imprigionava altri mutanti mentre lavorava per il governo degli Stati Uniti e che si è scontrato direttamente con la X-Force di Cable, prima di chiedere il loro aiuto per distruggere la X-Corp. Pertanto, il fatto che Mystica sia tornata nella scena post-credits della seconda stagione di X-Men ’97 per apparentemente uccidere Val Cooper e impersonarla potrebbe avere conseguenze disastrose per il mondo. Dopotutto, sappiamo già che Graydon Creed, che adotta una posizione anti-mutante, è il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Quando irrompe nell’ufficio di Val, Mystica trova un fascicolo su di sé, in cui si afferma: “Mystica determinata ad attaccare gli Stati Uniti”, un’affermazione che la villain conferma subito essere vera. Ora, impersonando Val, Mystica avrà il supporto necessario per avere un impatto davvero devastante. Può entrare in qualsiasi stanza e scoprire tutto ciò che accade nel governo degli Stati Uniti, mentre Creed inizia a muovere le sue mosse contro i mutanti. Potremmo trovarci di fronte a un nuovo adattamento dell’iconico evento di Giorni di un futuro passato, in cui Mystica prese di mira un alto funzionario statunitense. Dopotutto, la Confraternita dei Mutanti è confermata per la terza stagione.

Spiegazione del sacrificio di Nightcrawler

X-Men 97 nightcrawler in azione

La seconda stagione di X-Men del ’97 ha visto la morte di diversi personaggi amati dai fan, tra cui Magneto e Magik nei primi episodi e Nightcrawler nel finale. Inizialmente, la vittima designata era Rogue, che aveva ricevuto un enorme potenziamento da un Celestiale per poter sconfiggere Apocalisse, separarlo da Remy e riportare in vita il Gambit che tutti conosciamo e amiamo. Tuttavia, essendo suo fratello, Kurt Wagner non poteva rimanere a guardare mentre Rogue sacrificava la propria vita, per quanto nobile fosse la causa.

Quando Rogue si recò da Eson per ottenere il potere necessario a salvare Gambit, il Celestiale le spiegò chiaramente che l’accordo prevedeva uno scambio di vite. Grazie a questo potere, Rogue riuscì a spezzare il controllo mentale di Apocalisse sugli X-Men, a intrappolarlo in un cristallo e a salvare il redivivo Gambit. Invece di sfidare il Celestiale per cambiare il destino di Rogue, Nightcrawler gli dice di togliersi la vita, adempiendo così al suo patto con Eson.

Considerato quanto il background religioso di Kurt sia fondamentale per il personaggio, egli compie un atto di fede, credendo che le vite degli X-Men prospereranno grazie al suo sacrificio, un gesto incredibilmente toccante e il finale più appropriato per il percorso di Nightcrawler in X-Men ’97.

Rogue e Gambit finalmente hanno il loro lieto fine

Gambit e Rogue in X-Men 97 stagione 2 episodio 8

La storia d’amore tra Rogue e Gambit ha giocato un ruolo importante in entrambe le stagioni della serie animata degli X-Men. Nella prima stagione, il fatto che Magneto, con cui Rogue aveva avuto una relazione in passato, potesse toccarla grazie ai suoi poteri, mentre Gambit no, ha creato molta tensione tra i due innamorati. Poi, Gambit si sacrificò per salvare gli X-Men rimasti a Genosha, il che apparentemente pose fine in modo tragico alla loro relazione, salvo poi essere resuscitato da Apocalisse come una sua versione oscura. Il patto tra Rogue e Nightcrawler con il Celestiale cambiò tutto.

Dopo la morte di Kurt, Rogue poté finalmente riunirsi a Gambit e trascorrere il resto della sua vita con lui. Mentre la voce fuori campo di Nightcrawler spiega al Celestiale come il suo sacrificio, e la morte dei cari di altri mutanti, ispireranno gli eroi rimasti a vivere appieno la propria vita, si può notare una foto di Rogue e suo fratello nella Bibbia che lei tiene in mano, mentre Anna Marie è seduta con Gambit. È chiaro che il sacrificio di Nightcrawler verrà onorato, e la seconda stagione di X-Men del ’97 sembra segnare la fine delle turbolenze nella relazione tra Rogue e Gambit.

Cosa significa quel debutto celeste per X-Men ’97

Il ruolo di Eson nella seconda stagione di X-Men ’97 è piuttosto interessante, poiché collega le origini di Apocalisse ai Celestiali. Queste potenti entità non erano mai apparse prima nella serie animata originale di X-Men, il che permette alla serie Marvel di Disney+ di esplorare nuovi orizzonti. Questo potrebbe essere l’inizio di una più ampia trama cosmica destinata a svilupparsi nelle future stagioni di X-Men ’97, dato che Apocalisse si è rivelato una pedina nel gioco dei Celestiali. Ci sono alcuni importanti eventi dei fumetti Marvel che potrebbero essere adattati di conseguenza.

Uno degli eventi perfetti per la serie Marvel sarebbe A.X.E.: Judgment Day, che ha riunito gli X-Men, i Vendicatori e gli Eterni, questi ultimi direttamente collegati ai Celestiali. Con il debutto di Eson, la Marvel potrebbe gettare le basi per la comparsa degli Eterni nella terza stagione di X-Men ’97, ampliando così la portata di questo universo animato, dato che gli Avengers sono già apparsi regolarmente in entrambe le stagioni di X-Men ’97.

Possession debutta con un punteggio rarissimo su Rotten Tomatoes: il nuovo thriller soprannaturale parte fortissimo

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Un nuovo thriller soprannaturale sta attirando l’attenzione della critica con un debutto praticamente perfetto. Possession, miniserie in cinque episodi con Gugu Mbatha-Raw, ha esordito con il 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, entrando subito tra le produzioni horror e mystery più interessanti del 2026. Il risultato è ancora provvisorio, ma conferma l’ottimo momento attraversato dal genere televisivo.

Il punteggio è attualmente basato su cinque recensioni e potrebbe quindi cambiare con l’arrivo di nuove valutazioni. La media numerica delle recensioni disponibili è invece di 6,5/10. Possession è disponibile su Sky nel Regno Unito e in Irlanda, mentre NBCUniversal Global TV Distribution si occupa della distribuzione internazionale. Al momento non è stata ancora annunciata una distribuzione italiana.

Il dato di Rotten Tomatoes va quindi interpretato con cautela, ma il consenso iniziale suggerisce qualcosa di più interessante del semplice successo critico. Possession utilizza infatti il soprannaturale per affrontare una storia legata a eredità, potere e memoria coloniale, inserendosi in una tendenza sempre più evidente della serialità recente: utilizzare l’orrore non soltanto per spaventare, ma per rendere visibili traumi storici e conflitti che continuano a condizionare il presente.

Possession trasforma una disputa sull’eredità in un mistero legato al passato della Giamaica

Al centro della miniserie c’è Claudia, interpretata da Gugu Mbatha-Raw, un’ambiziosa giovane avvocata che raggiunge la Giamaica per occuparsi di una controversia ereditaria. Cudjoe East, interpretato da Sheldon Shepherd, rivendica infatti una proprietà appartenente al ricco aristocratico Oliver Connaught, a cui presta il volto Jonny Lee Miller.

Quello che inizialmente appare come un caso legale assume rapidamente contorni molto più inquietanti. La proprietà al centro della disputa è Hope Hill, l’ex piantagione della famiglia Connaught. Claudia scopre che quel luogo coincide con quello che da tempo tormenta i suoi incubi, creando un legame apparentemente inspiegabile tra la protagonista, la tenuta e qualcosa sepolto nel suo passato.

È proprio questa sovrapposizione tra mistero personale e memoria storica a distinguere Possession dal più tradizionale racconto di possessione soprannaturale. Hope Hill non è semplicemente una casa infestata: il fatto che sia un’antica piantagione rende inevitabile il confronto con ciò che quel luogo rappresenta e con un’eredità che sembra continuare a manifestarsi nel presente.

Creata da Karla Crome e diretta da Storm Saulter, la serie comprende nel cast anche Bel Powley, Nadean Rawlins, Sean Gilder, Olunike Adeliyi, Richard Dillane, Diveen Henry, Jack Bandeira, Shantol Jackson, Jeff Crossley e Safina Simpson. Tra le prime recensioni positive c’è quella di Radio Times, che sottolinea proprio la capacità della miniserie di affrontare temi complessi senza rinunciare alla componente più disturbante del racconto.

Con appena cinque episodi, Possession ha inoltre una struttura particolarmente compatta per sviluppare il proprio mistero. Il 100% su Rotten Tomatoes è ancora troppo preliminare per decretarne il successo definitivo, ma il dato iniziale indica che la serie potrebbe essere una delle nuove sorprese soprannaturali dell’anno. Ora resta soprattutto da capire quando e attraverso quale piattaforma arriverà anche in Italia.

Green Lantern di Nathan Fillion ha già trovato la sua prossima serie DC dopo Lanterns

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Guy Gardner sta diventando uno dei personaggi ricorrenti più importanti del nuovo DC Universe. Dopo il debutto cinematografico in Superman e il ritorno previsto nella serie HBO Lanterns, Nathan Fillion interpreterà nuovamente Green Lantern in Mister Miracle, la serie animata del DCU sviluppata da Tom King. La conferma rafforza ulteriormente la presenza del personaggio nel Capitolo Uno costruito da James Gunn e Peter Safran.

A confermare il coinvolgimento dell’attore è stato lo stesso Tom King in un’intervista a Entertainment Weekly. Lo showrunner ha spiegato di aver portato Fillion nel cast di Mister Miracle, sottolineando come l’energia sopra le righe di Guy Gardner permetta al personaggio di funzionare anche passando dalle atmosfere investigative di Lanterns all’animazione. Secondo King, è proprio questa personalità esagerata a rendere naturale il passaggio tra progetti dal tono molto diverso.

La scelta è interessante soprattutto perché dimostra concretamente come DC Studios stia sfruttando la continuità tra cinema, televisione e animazione. Fillion non presta semplicemente la voce a una nuova versione di Gardner: interpreterà lo stesso personaggio già apparso nel DCU live-action. Ma la sua presenza in Mister Miracle potrebbe nascondere qualcosa di ancora più significativo, perché Gardner e Scott Free condividono nei fumetti un legame con una particolare incarnazione della Justice League.

Mister Miracle potrebbe avvicinare il DCU alla Justice League International

Nathan Fillion nella serie Lanters

Nathan Fillion ha debuttato come Guy Gardner in Superman, dove il personaggio faceva parte della Justice Gang insieme a Mister Terrific e Hawkgirl. È poi apparso nella seconda stagione di Peacemaker e tornerà nell’universo delle Lanterne con Lanterns, la serie HBO interpretata principalmente da Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart.

Mister Miracle aggiunge quindi un altro tassello alla presenza di Gardner nel DCU. La scelta ha anche una certa coerenza con la carriera di Fillion: prima di diventare Guy Gardner in live-action, l’attore aveva già prestato la voce a Hal Jordan in numerosi film animati DC, tra cui Justice League: The Flashpoint Paradox e The Death of Superman.

Ma è soprattutto il rapporto tra Guy Gardner e Mister Miracle nei fumetti ad aprire uno scenario interessante. Entrambi sono stati membri della Justice League International, una delle incarnazioni più particolari della squadra DC, caratterizzata da dinamiche molto differenti rispetto alla classica formazione composta dai principali eroi dell’universo.

Gli indizi nel DCU iniziano inoltre ad accumularsi. Maxwell Lord, interpretato da Sean Gunn, è stato presentato come la figura dietro la Justice Gang, mentre nei fumetti è proprio Lord uno dei personaggi fondamentali nella nascita della Justice League International. Altri eroi legati storicamente alla squadra stanno contemporaneamente entrando nell’universo costruito da Gunn.

Questo non significa che Mister Miracle stia ufficialmente preparando la Justice League International: DC Studios non ha annunciato un progetto dedicato alla squadra. La presenza sempre più trasversale di Guy Gardner, però, suggerisce che il personaggio abbia una funzione più ampia rispetto a quella di semplice comprimario.

Dopo Superman, Peacemaker, Lanterns e ora Mister Miracle, Nathan Fillion sta diventando uno dei principali elementi di collegamento tra i diversi angoli del DCU. E se la Justice Gang dovesse davvero evolversi verso qualcosa di più grande, Guy Gardner potrebbe essere uno dei personaggi attraverso cui quella trasformazione prenderà forma.

The Lowdown 2 ha finalmente una data d’uscita, e il nuovo caso cambierà la vita di Lee Raybon

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The Lowdown tornerà molto presto con la seconda stagione. La crime dramedy con Ethan Hawke debutterà con i nuovi episodi il 14 ottobre su FX, mentre a livello internazionale sarà disponibile su Disney+. La stagione sarà composta da otto episodi, distribuiti con cadenza settimanale, e introdurrà due importanti nuovi protagonisti interpretati da Tommy Lee Jones e Betty Gilpin.

A rivelare la data d’uscita è Deadline, che ha diffuso anche le prime immagini e nuovi dettagli sulla trama. La seconda stagione ripartirà dalle conseguenze dell’indagine sulla vita e sulla morte di Dale Washberg: il lavoro porta Lee Raybon a ricevere un premio come giornalista cittadino, ma il protagonista riesce rapidamente a trasformare persino quel momento di riconoscimento in un nuovo problema. Durante la cerimonia attira però l’attenzione di Ginger, un’avvocata d’ufficio interpretata da Betty Gilpin, che finirà per coinvolgerlo in un caso apparentemente impossibile.

Il nuovo mistero sembra perfettamente costruito per ampliare ciò che aveva funzionato nella prima stagione. Un detenuto è infatti scomparso mentre si trovava all’interno di una prigione, conducendo Lee verso una nuova rete di potere, corruzione e interessi dell’élite locale. Ma The Lowdown 2 sembra intenzionata soprattutto a rendere l’indagine ancora più personale: mentre Lee cerca la verità, dovrà confrontarsi con una figlia che vorrebbe trascorrere più tempo con lui e con il ritorno improvviso di un padre che aveva preferito dichiarare morto.

Tommy Lee Jones porta The Lowdown 2 direttamente nel passato di Lee Raybon

Creata, scritta e diretta da Sterlin Harjo, già autore di Reservation Dogs, The Lowdown vede Ethan Hawke interpretare Lee Raybon, proprietario di una libreria di Tulsa che lavora parallelamente come giornalista investigativo. Lee ama definirsi un “truthstorian” e la sua ossessione per la verità lo porta continuamente a scavare nelle connessioni tra potere, denaro e corruzione locale, spesso trascinando nei problemi anche le persone che gli stanno accanto.

La seconda stagione introdurrà Betty Gilpin nei panni di Ginger, avvocata determinata quanto Lee a scoprire la verità ma apparentemente molto meno impressionata dal fascino e dai metodi poco ortodossi del protagonista. Sarà proprio lei a coinvolgerlo nella scomparsa del detenuto, trasformando il caso nella nuova grande indagine per The Heartland Press, ora guidato da Marty, interpretato da Keith David.

Ancora più significativa potrebbe essere però l’entrata in scena di Tommy Lee Jones come Lee Raybon Senior, il padre del protagonista. Il loro rapporto è talmente compromesso che Lee ha raccontato alla figlia Francis che suo nonno fosse morto. La sua improvvisa comparsa a Tulsa costringerà quindi il personaggio di Hawke ad affrontare una parte del proprio passato che aveva letteralmente cancellato dalla sua vita familiare.

Il ritorno del padre potrebbe anche spiegare qualcosa dell’uomo che Lee è diventato. La sua tendenza all’autodistruzione, l’incapacità di gestire i momenti in cui le cose sembrano finalmente funzionare e l’ossessione per smascherare le bugie degli altri assumono inevitabilmente un significato diverso quando la serie introduce qualcuno legato direttamente alla sua formazione.

Accanto a Hawke, Gilpin e Jones torneranno Keith David, Rafael Casal, Kaniehtiio Horn e Ryan Kiera Armstrong, mentre tra le altre new entry figurano Martha Plimpton, Clifton Collins Jr. e Austin Amelio.

Dopo l’accoglienza della prima stagione, arrivata al 98% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, The Lowdown non sembra quindi intenzionata a modificare la propria identità. Il nuovo caso continuerà a mettere Lee contro la corruzione di Tulsa, ma la vera novità potrebbe essere costringerlo a fare ciò che gli riesce molto meno bene: indagare sulle bugie e sui fallimenti della propria famiglia invece che su quelli degli altri.

DC Studios ferma Waller e Paradise Lost: le due serie non sono più in sviluppo

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DC Studios ha messo in pausa due serie televisive annunciate negli anni scorsi: Waller, con Viola Davis, e Paradise Lost, prequel di Wonder Woman ambientato su Themyscira prima della nascita di Diana. Secondo quanto confermato da Variety, entrambi i progetti hanno smesso di essere una priorità per lo studio e non sono più attivamente in sviluppo. Nessuno dei due, va ricordato, aveva mai ricevuto un vero ordine per la produzione della serie.

Waller era stata annunciata nel 2022, prima ancora che James Gunn e Peter Safran assumessero la guida di DC Studios. Il progetto avrebbe riportato Viola Davis nel ruolo di Amanda Waller, già interpretata in Suicide Squad di David Ayer e The Suicide Squad di Gunn. Paradise Lost, invece, era entrata nella prima lista ufficiale del nuovo DC Universe presentata da Gunn e Safran nel gennaio 2023. Anche Booster Gold, annunciata nello stesso periodo, non sembra più destinata a proseguire: lo ha confermato lo sceneggiatore David Jenkins.

La decisione racconta soprattutto un cambiamento nella strategia di DC Studios. Gunn e Safran stanno progressivamente riducendo il numero di progetti annunciati in fase preliminare per concentrare risorse e attenzione sulle produzioni che hanno effettivamente trovato una direzione. È un passaggio importante perché la nuova gestione aveva presentato un piano molto ampio, ma il DC Universe sembra ora procedere attraverso una selezione più rigorosa dei titoli capaci di sostenere una visione narrativa coerente.

Perché DC Studios sta abbandonando alcune delle serie annunciate da James Gunn e Peter Safran

La cancellazione di Paradise Lost è particolarmente significativa. La serie avrebbe esplorato la società delle Amazzoni prima dell’arrivo di Wonder Woman, offrendo un approfondimento mitologico dell’universo DC senza la presenza diretta di Diana. L’idea aveva attirato attenzione proprio perché avrebbe potuto ampliare una delle componenti più affascinanti del nuovo franchise, ma il progetto non era mai arrivato alla fase di produzione.

Waller aveva invece un legame più diretto con la continuità già costruita nei film di Suicide Squad. Il ritorno di Viola Davis avrebbe potuto mantenere un collegamento con il precedente universo cinematografico, ma il personaggio continua a essere presente attraverso altre incarnazioni del DC Universe. La nuova serie avrebbe quindi dovuto trovare una ragione narrativa abbastanza forte per giustificare un intero progetto dedicato ad Amanda Waller.

Nel frattempo, DC Studios sta concentrando il proprio lavoro su titoli più concreti. Lanterns, con Kyle Chandler e Aaron Pierre, è in sviluppo per HBO, mentre Creature Commandos tornerà con una seconda stagione. È inoltre in preparazione una serie mockumentary true crime incentrata su Jimmy Olsen, interpretato da Skyler Gisondo in Superman, con una prima stagione dedicata a Gorilla Grodd. Il ridimensionamento di Waller, Paradise Lost e Booster Gold suggerisce quindi una fase di selezione: per il nuovo DC Universe, essere annunciati non significa più necessariamente arrivare sullo schermo.

For All Mankind 6 ha concluso le riprese, ma per la serie Apple TV è la fine di un’era

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For All Mankind si prepara a chiudere uno dei percorsi più longevi nella storia di Apple TV. Le riprese della sesta stagione sono ufficialmente terminate e, soprattutto, il nuovo capitolo rappresenterà la conclusione della serie sci-fi iniziata nel 2019. La conferma della fine della produzione è arrivata da Coral Peña, interprete di Aleida Rosales, che ha salutato definitivamente il set dopo sette anni.

Peña ha condiviso su Instagram una foto della propria sedia sul set accompagnandola con un messaggio inequivocabile: “Seven years later… series wrap on For All Mankind”. L’attrice interpreta Aleida dalla seconda stagione, quando ha raccolto il ruolo precedentemente affidato a Olivia Trujillo. For All Mankind 6 debutterà nel corso del 2027, mentre ulteriori dettagli sulla trama e sul cast dovrebbero emergere nei prossimi mesi.

La conclusione assume un peso particolare per Apple TV. Creata da Ronald D. Moore, Matt Wolpert e Ben Nedivi, For All Mankind era disponibile fin dal lancio della piattaforma, avvenuto il 1° novembre 2019, e ha contribuito a costruirne l’identità nel campo della fantascienza. La serie principale terminerà, ma l’universo che ha creato è già sopravvissuto attraverso Star City: più che una cancellazione, quindi, la sesta stagione appare come il passaggio definitivo da una singola serie a un franchise potenzialmente più ampio.

For All Mankind può finire proprio perché il suo universo è ormai diventato più grande della serie

Fin dal debutto, For All Mankind ha utilizzato una premessa tanto semplice quanto ambiziosa: immaginare cosa sarebbe successo se l’Unione Sovietica avesse battuto gli Stati Uniti nella corsa alla Luna. Da quel momento la serie ha costruito una linea temporale alternativa nella quale la competizione spaziale non si arresta, ma accelera lo sviluppo tecnologico e modifica progressivamente politica, società e rapporti internazionali.

I continui salti temporali hanno permesso alla produzione di rinnovare più volte il proprio cast senza perdere completamente il legame con le origini. Joel Kinnaman, Wrenn Schmidt, Krys Marshall e Coral Peña sono stati alcuni dei volti attraverso cui la serie ha attraversato decenni di storia alternativa, mentre nuovi interpreti e personaggi hanno progressivamente assunto maggiore importanza.

Proprio questa struttura rende la conclusione con la sesta stagione meno traumatica rispetto a quella di molte altre serie longeve. For All Mankind è sempre stata costruita intorno all’evoluzione di un mondo più che intorno a un singolo protagonista. Ogni salto temporale ha spostato il centro della storia verso una nuova generazione, esplorando non soltanto l’espansione nello spazio, ma anche le conseguenze economiche e sociali prodotte da quella trasformazione.

A raccoglierne direttamente l’eredità c’è ora Star City, lo spinoff che ribalta la prospettiva della serie originale concentrandosi sul programma spaziale sovietico. La sua esistenza dimostra che Apple non sembra intenzionata ad abbandonare l’universo narrativo creato da Moore, Wolpert e Nedivi insieme alla conclusione della serie madre.

La sesta stagione avrà quindi un compito particolarmente delicato: chiudere una storia iniziata contemporaneamente alla nascita di Apple TV senza necessariamente chiudere il mondo di For All Mankind. Dopo sette anni, la fine delle riprese segna certamente l’ultimo viaggio della serie originale, ma potrebbe rappresentare soprattutto il momento in cui il franchise diventa abbastanza grande da continuare senza di essa.