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The Social Reckoning, Jeremy Strong ha scritto a Mark Zuckerberg per prepararsi al ruolo

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Jeremy Strong ha contattato direttamente Mark Zuckerberg mentre si prepara a interpretarlo in The Social Reckoning, il sequel di The Social Network scritto e diretto da Aaron Sorkin. L’attore, candidato all’Oscar, ha spiegato di aver voluto comunicare personalmente al fondatore di Facebook quanto consideri delicata la responsabilità di portare sullo schermo una figura tanto controversa, in un film che tornerà a interrogarsi sul potere delle piattaforme social.

In un’intervista a GQ, Strong ha raccontato di aver scritto un’e-mail a Zuckerberg: “Gli ho scritto — probabilmente farò venire un aneurisma alla Sony — gli ho mandato un’e-mail. Solo per dirgli che prendo questa responsabilità molto seriamente, così come prendo seriamente la veridicità della rappresentazione, e che la sto affrontando con rispetto”. Zuckerberg ha risposto, ma l’attore ha scelto di non rivelare il contenuto del messaggio. Strong ha inoltre chiarito di considerare particolarmente complesso il compito, proprio perché Zuckerberg è una figura fortemente divisiva.

La scelta dell’attore è significativa perché definisce già l’approccio di The Social Reckoning. Strong non sembra intenzionato a costruire un ritratto giudicante di Zuckerberg, nemmeno davanti a una storia che riguarda alcune delle conseguenze più controverse dell’espansione di Facebook. La sua posizione è quella di un interprete che deve comprendere il personaggio dall’interno, anche quando le sue azioni risultano difficili da difendere. È un principio coerente con il metodo di Strong e potrebbe rendere il nuovo film molto più interessante di una semplice condanna del magnate della tecnologia.

Jeremy Strong vuole comprendere Mark Zuckerberg prima di giudicarlo in The Social Reckoning

Parlando del ruolo, Strong ha ammesso: “Ascoltate, so che è una persona detestata e che non è una figura popolare nella nostra cultura, ma non credo che si debba affidare il ruolo a un attore che voglia partire con l’intenzione di condannarlo”. Per l’attore, il compito consiste quindi nel trovare le motivazioni e la prospettiva di Zuckerberg, senza trasformare la performance in un commento morale sull’uomo.

Il film nasce come seguito ideale di The Social Network, che nel 2010 raccontò la nascita di Facebook e le controversie legate alla sua fondazione. Questa volta Aaron Sorkin sposta l’attenzione al 2021 e al caso delle rivelazioni di Frances Haugen, ex dipendente di Facebook che rese pubblici documenti interni riguardanti i danni provocati dalla piattaforma. Nella storia, Mikey Madison interpreta Haugen, mentre Jeremy Allen White veste i panni del giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz.

Strong ha inoltre sottolineato il peso personale del progetto: “Sembra incredibilmente delicato parlare del film, parlare di Mark e del fatto che sono la persona che interpreta Mark e che, in un certo senso, lo rappresenta davanti al mondo e alla posterità; sento un enorme peso e una grande responsabilità”. È proprio questa tensione a rendere la sua interpretazione uno degli elementi più attesi del film. L’attore dovrà rappresentare un uomo la cui influenza sul mondo contemporaneo è enorme, senza ridurlo alla caricatura del cattivo.

Il principio espresso da Strong è netto: “Il mio lavoro è comprendere e difendere il suo punto di vista e combattere la sua battaglia”. In The Social Reckoning, dunque, la questione potrebbe essere meno quella di stabilire se Zuckerberg sia colpevole o innocente e più quella di comprendere il sistema di idee che ha permesso a Facebook di diventare ciò che è. Con l’uscita fissata al 9 ottobre, il confronto tra l’interpretazione di Strong e la figura reale di Zuckerberg sarà uno dei punti centrali del film.

They Follow, il sequel di It Follows è finalmente in produzione

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They Follow, il sequel di It Follows è finalmente in produzione

Dopo anni di attesa, They Follow, il sequel di It Follows, è finalmente entrato in produzione. A confermarlo è stato David Robert Mitchell, sceneggiatore e regista del film originale, che tornerà dietro la macchina da presa insieme a Maika Monroe. Il progetto, annunciato ufficialmente nel 2023 e rimasto a lungo bloccato dai rispettivi impegni dei protagonisti, ha dunque superato il principale ostacolo che ne aveva rallentato la realizzazione.

Intervistato da ScreenRant da Tatiana Hullender, Mitchell ha mantenuto il massimo riserbo sulla storia, spiegando di poter “dire molto poco” sul sequel. Ha però confermato che le riprese sono già in corso: “Abbiamo appena concluso la quarta settimana di riprese e sono molto emozionato di poter condividere il film quando sarà pronto”. Le prime previsioni indicavano l’inizio della produzione all’inizio del 2025, ma gli impegni del regista e di Monroe con The End of Oak Street, Reminders of Him e Victorian Psycho avevano imposto diversi rinvii.

L’avvio delle riprese cambia finalmente lo status di They Follow: da progetto atteso per anni diventa un film concretamente in lavorazione. La domanda ora riguarda soprattutto la direzione scelta da Mitchell. Il primo It Follows, uscito nel 2014, costruiva il terrore attraverso una premessa semplice e un’entità quasi impossibile da comprendere. Dieci anni dopo, ampliare quella mitologia senza perdere l’ambiguità originaria sarà la vera sfida.

They Follow potrebbe ampliare la mitologia di It Follows senza perdere il suo terrore minimalista

Il sequel era stato a lungo anticipato dallo stesso Mitchell, interessato a esplorare ulteriormente la misteriosa entità che perseguitava i protagonisti del primo film. Il ritorno di Maika Monroe suggerisce che il nuovo capitolo manterrà un legame diretto con quella storia, mentre l’ingresso di Naomi Ackie aggiunge un nuovo elemento ancora completamente avvolto nel mistero. L’attrice continuerà così il suo percorso nell’horror dopo Clayface.

Un dettaglio rende particolarmente interessante l’aggiornamento. It Follows avrebbe completato le riprese principali in appena quattro o cinque settimane, un tempo compatibile con il cinema essenziale e controllato di Mitchell. Il fatto che They Follow sia già arrivato alla quarta settimana potrebbe quindi indicare che la produzione è vicina alla conclusione. D’altra parte, il lungo intervallo narrativo tra i due film potrebbe aver spinto il regista verso una costruzione più ambiziosa.

Per ora non esiste una data di uscita ufficiale, ma il completamento delle prime quattro settimane di lavorazione rende il 2027 un’ipotesi sempre più concreta. E il contesto potrebbe essere ideale: nello stesso anno sono attesi nuovi capitoli e reboot di importanti franchise horror. Per They Follow, però, l’obiettivo sarà più difficile del semplice ritorno di un titolo amato: David Robert Mitchell dovrà dimostrare che l’idea alla base di  ha ancora qualcosa da raccontare dopo più di un decennio.

Deep Impact è scientificamente accurato? Ecco quanto è realistico il film sulla cometa che minaccia la Terra

Deep Impact, diretto da Mimi Leder e uscito nel 1998, appartiene a quella particolare stagione del cinema catastrofico in cui Hollywood ha trasformato il pericolo proveniente dallo spazio in una delle paure più immediate per il pubblico. Al centro del film c’è una cometa scoperta quasi per caso dall’adolescente Leo Biederman, interpretato da Elijah Wood, che viene identificata dall’astronomo Marcus Wolf (Charles Martin Smith) come un corpo celeste diretto verso la Terra. Quando la notizia diventa di dominio pubblico, il presidente Tom Beck, interpretato da Morgan Freeman, deve organizzare una risposta globale mentre il conto alla rovescia verso l’impatto procede.

La domanda che accompagna ancora oggi Deep Impact riguarda però il rapporto tra spettacolo e realtà: quanto sarebbe davvero plausibile uno scenario simile? La risposta è sorprendentemente favorevole al film. Rispetto a molti disaster movie, Deep Impact presta grande attenzione alle dimensioni della cometa, ai tempi necessari per intervenire, alla fisica del volo spaziale e soprattutto alle conseguenze di un impatto oceanico. Alcuni passaggi restano inevitabilmente costruiti per esigenze narrative, ma diversi scienziati che hanno studiato il film hanno riconosciuto alla produzione un livello di accuratezza insolitamente elevato.

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La scoperta della cometa e il rischio di un impatto sulla Terra: quanto è plausibile la premessa di Deep Impact?

La storia di Deep Impact prende avvio quando Leo Biederman osserva il cielo durante una festa astronomica e individua un oggetto che inizialmente sembra essere una semplice nuova cometa. La sua scoperta viene comunicata a Marcus Wolf, che comprende rapidamente la vera natura della minaccia: l’oggetto, denominato Wolf-Biederman, si trova su una traiettoria di collisione con la Terra. La premessa scientifica fondamentale è dunque corretta: comete e asteroidi possono effettivamente seguire orbite che li portano a intersecare quella terrestre e, nel caso di un corpo sufficientemente grande, un impatto potrebbe produrre conseguenze globali.

La prima libertà narrativa arriva però proprio nel momento della scoperta. È poco plausibile che una cometa tanto grande e luminosa da essere individuata da un adolescente con un telescopio amatoriale non sia stata intercettata prima dagli osservatori professionali. Clark R. Chapman, planetary scientist della B612 Foundation, ha indicato proprio questo elemento tra le principali improbabilità del film. Una cometa delle dimensioni di Wolf-Biederman, se sufficientemente luminosa da risultare visibile in quel modo, avrebbe con ogni probabilità attirato l’attenzione di altri astronomi molto prima.

Il film compie però una scelta decisamente più realistica quando stabilisce che tra la scoperta e il possibile impatto trascorrano diversi anni. È un dettaglio importante, perché un oggetto di grandi dimensioni non dovrebbe comparire improvvisamente dal nulla poche settimane prima della collisione. Gli astronomi osservano costantemente gli oggetti vicini alla Terra e, per quelli sufficientemente grandi, è possibile calcolarne le orbite e prevederne il comportamento su scale temporali molto estese. Avere tempo per preparare una risposta rappresenta quindi uno degli elementi più credibili della premessa.

Anche la dimensione della cometa è stata costruita con una certa attenzione. Wolf-Biederman misura circa 11 chilometri, una grandezza compatibile con un evento potenzialmente catastrofico su scala planetaria. Il riferimento storico più impressionante è l’asteroide di Chicxulub, associato all’estinzione di massa avvenuta alla fine del Cretaceo e alla scomparsa dei dinosauri non aviani circa 66 milioni di anni fa. Deep Impact parte dunque da un fenomeno astronomico reale e da conseguenze fisiche che, almeno in linea generale, appartengono al campo della scienza e non della pura fantasia.

Elijah Wood in Deep Impact

 

Dalla missione spaziale al progetto dell’arca sotterranea: cosa c’è di scientificamente corretto nel tentativo di salvare la Terra?

Una volta compresa la portata della minaccia, Deep Impact propone due strategie. La prima consiste nell’inviare nello spazio una missione capace di raggiungere la cometa e utilizzare ordigni nucleari per modificarne la traiettoria. La seconda, concepita come piano di emergenza, prevede la costruzione di enormi strutture sotterranee destinate a preservare una parte della popolazione e delle risorse necessarie alla ricostruzione della civiltà. È proprio questa combinazione a rendere il film particolarmente interessante dal punto di vista scientifico: non presume che esista una soluzione semplice e immediata, ma considera anche la possibilità che il primo tentativo fallisca.

Gli scienziati che hanno analizzato Deep Impact hanno attribuito particolare valore alla rappresentazione della fisica nello spazio. Gli astronauti non si muovono come se fossero sulla Terra e la gravità estremamente ridotta della cometa viene tenuta presente nella costruzione delle sequenze. La navicella deve inoltre interagire con un corpo dalla gravità molto debole, al punto che alcune operazioni vengono effettuate mantenendo un collegamento fisico con la superficie. Sono dettagli apparentemente piccoli, ma contribuiscono a distinguere il film da molte produzioni fantascientifiche nelle quali la fisica viene modificata senza alcuna conseguenza.

Anche l’idea di utilizzare un’esplosione nucleare per modificare la traiettoria di un corpo celeste aveva, nel 1998, una base scientifica più seria di quanto oggi possa sembrare. La questione fondamentale non è infatti soltanto distruggere una cometa, ma riuscire a cambiare abbastanza presto la sua velocità e quindi la sua orbita. Una variazione relativamente piccola, se ottenuta con sufficiente anticipo, può trasformarsi in una distanza enorme nel punto in cui il corpo incrocerebbe l’orbita terrestre. È questo il principio generale della deflessione di un oggetto vicino alla Terra.

Il film, tuttavia, si prende una libertà importante quando decide di utilizzare un’esplosione nucleare per distruggere il corpo in prossimità dell’impatto. Se la frammentazione avviene troppo tardi, il problema non viene realmente eliminato: si rischia semplicemente di trasformare un unico grande proiettile cosmico in diversi frammenti che continuano a raggiungere la Terra. Sidney Perkowitz, professore di fisica alla Emory University, ha sottolineato proprio questo limite, pur riconoscendo al film il merito di mostrare che la frammentazione può produrre conseguenze devastanti anziché una semplice cancellazione della minaccia.

L’idea dell’arca sotterranea, invece, appartiene alla logica delle strategie di mitigazione del rischio. Se la deflessione non fosse possibile, proteggere una parte della popolazione dalle conseguenze immediate dell’impatto potrebbe rappresentare una misura estrema di sopravvivenza. Il problema sarebbe naturalmente enorme: servirebbero risorse, infrastrutture, energia, cibo, sistemi di ventilazione e soprattutto tempi molto lunghi per costruire strutture realmente autosufficienti. Joshua Colwell, planetary scientist che lavorò come consulente scientifico del film, ha considerato plausibili entrambe le strategie nella loro impostazione generale, sottolineando però quanto sarebbero impegnative nella realtà.

Deep Impact cast

Tsunami, distruzione globale e ultimi tentativi di deflessione: dove Deep Impact si avvicina alla scienza e dove invece forza la realtà?

Il momento più spettacolare del film è anche quello in cui la sua accuratezza viene sottoposta alla prova più difficile: l’impatto del frammento della cometa nell’Oceano Atlantico e la conseguente formazione di un gigantesco tsunami. La scena è stata considerata particolarmente riuscita da diversi esperti perché Deep Impact cerca di rappresentare l’impatto come un evento fisico capace di produrre conseguenze su vasta scala, anziché limitarsi a mostrare una generica esplosione. L’energia trasferita all’oceano sarebbe infatti enorme e le coste sarebbero tra le aree maggiormente esposte.

Il film introduce inoltre una distinzione importante tra il frammento più piccolo, che raggiunge l’Atlantico, e quello maggiore, contro il quale viene tentato un ultimo intervento. Questa scelta è più ragionevole rispetto all’idea secondo cui un’esplosione nucleare potrebbe semplicemente far scomparire un oggetto cosmico di quelle dimensioni. Una deflessione riuscita dovrebbe essere ottenuta molto prima dell’impatto, quando anche una piccola variazione della traiettoria potrebbe essere sufficiente a evitare la collisione.

È invece poco credibile l’idea che, a pochi giorni dall’impatto, sia ancora possibile risolvere il problema con un intervento improvvisato. Chapman ha osservato che un tentativo di frammentazione effettuato così tardi potrebbe lasciare sulla Terra detriti con conseguenze quasi altrettanto catastrofiche. La fisica orbitale non concede infatti il tipo di ultimo secondo risolutivo che il cinema ama utilizzare: per cambiare realmente il destino di un corpo celeste servono tempo, precisione e una quantità enorme di energia applicata nel modo corretto.

Anche l’ipotesi che la cometa sia stata “spinta” nella sua traiettoria verso la Terra da un’altra collisione celeste è poco convincente. Un impatto nello spazio tende a produrre frammentazione, mentre cambiamenti significativi nell’orbita possono essere provocati soprattutto dall’interazione gravitazionale con altri corpi, in particolare pianeti. Si tratta di una delle imprecisioni più specifiche individuate dagli esperti, insieme alla rappresentazione iniziale delle stelle Mizar e Alcor e alla già citata improbabile scoperta amatoriale della cometa.

C’è però un aspetto in cui il film raggiunge un grado di realismo ancora più interessante: la rappresentazione della risposta umana. Deep Impact immagina il coinvolgimento di astronomi, NASA, governo, forze armate, media e popolazione civile, mostrando come una minaccia di questo genere diventerebbe rapidamente un problema politico e sociale. La costruzione dell’arca, le procedure di selezione dei sopravvissuti e le conseguenze sulle città riflettono la necessità di pensare all’impatto come a un evento globale. La scienza, in questo caso, non viene separata dalla società che dovrebbe applicarla.

È probabilmente questo il motivo per cui Deep Impact continua a essere considerato uno dei disaster movie più accurati dedicati agli impatti cosmici. David Stevenson, planetary scientist del California Institute of Technology, ha riconosciuto al film un livello elevato rispetto al genere, pur ricordando che la probabilità che un evento di questo tipo si verifichi durante la vita di una persona è estremamente bassa. L’accuratezza del film, quindi, non significa che lo scenario sia probabile: significa che, una volta accettata la premessa, molte delle sue conseguenze vengono trattate con una logica scientificamente ragionevole.

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Deep Impact contro Armageddon: quale dei due film è davvero più accurato dal punto di vista scientifico?

Il confronto con Armageddon, uscito nello stesso 1998 e diretto da Michael Bay, rende ancora più evidente la particolare attenzione di Deep Impact alla plausibilità scientifica. I due film partono da una premessa simile: un enorme corpo celeste minaccia la Terra e gli esseri umani devono trovare un modo per impedirne l’impatto. Da quel momento, però, prendono due direzioni radicalmente diverse. Deep Impact costruisce una risposta fondata su astronomia, politica, preparazione e strategie alternative; Armageddon trasforma invece il problema in un’avventura spaziale costruita intorno a una squadra di trivellatori petroliferi.

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Il punto più problematico di Armageddon riguarda proprio il suo oggetto cosmico. Il film parla di un asteroide delle dimensioni del Texas, mentre l’asteroide associato all’estinzione dei dinosauri viene generalmente stimato nell’ordine di alcuni chilometri di diametro. Un corpo di quelle proporzioni avrebbe conseguenze talmente devastanti da rendere quasi irrilevante l’efficacia del piano escogitato dai protagonisti. Ancora più difficile da accettare è il tempo a disposizione: gli scienziati scoprono la minaccia quando mancano appena 18 giorni all’impatto.

In realtà, un oggetto abbastanza grande da produrre una catastrofe planetaria sarebbe estremamente difficile da nascondere fino a poche settimane dalla collisione. Le osservazioni astronomiche permettono di individuare e seguire molti oggetti potenzialmente pericolosi per periodi molto più lunghi. Inoltre, l’idea di addestrare rapidamente un gruppo di trivellatori affinché possa operare nello spazio presenta problemi enormi. Lo stesso Ben Affleck, nel commento all’edizione home video del film, raccontò di aver chiesto a Michael Bay perché non fosse più semplice insegnare a trivellare agli astronauti invece di trasformare dei trivellatori in astronauti. La risposta del regista, diventata celebre, riassume perfettamente l’approccio del film: la logica spettacolare viene prima di quella scientifica.

Anche il piano di perforare un gigantesco asteroide e inserire al suo interno una bomba nucleare per dividerlo in due è estremamente problematico. Se le due metà non venissero allontanate abbastanza dalla traiettoria terrestre, entrambe potrebbero continuare a dirigersi verso il pianeta. Alcuni studi successivi hanno mostrato proprio quanto sarebbe difficile ottenere con un’esplosione la separazione necessaria per trasformare una minaccia globale in due oggetti innocui. In questo senso, Armageddon prende un principio scientifico reale e lo spinge molto oltre i limiti della fisica.

Deep Impact, al contrario, non è perfetto. Anche il suo finale concede qualcosa alle esigenze del racconto e la probabilità complessiva di uno scenario simile durante la nostra vita resta estremamente bassa. Tuttavia, quando si confrontano i due film sul terreno della plausibilità scientifica, la conclusione è piuttosto netta: Deep Impact è decisamente più accurato. È stato concepito proprio cercando di mantenere credibili la scala dell’evento, i tempi della minaccia, la fisica della missione e le conseguenze dell’impatto, mentre Armageddon utilizza la scienza soprattutto come punto di partenza per un’avventura spettacolare.

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A rendere Deep Impact ancora più interessante è infine il modo in cui la sua accuratezza scientifica si lega alla dimensione umana. Il film non immagina semplicemente un modo per “far esplodere” la cometa: prova a chiedersi cosa succederebbe alle istituzioni, alle famiglie, alle città e alla popolazione davanti alla prospettiva concreta della fine del mondo. È una differenza fondamentale rispetto al cinema catastrofico più convenzionale e spiega perché, a distanza di anni, diversi scienziati continuino a considerarlo uno dei migliori esempi di fantascienza capace di rispettare la realtà senza rinunciare alla spettacolarità.

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Il cigno nero è un horror? Ecco perché il film di Darren Aronofsky fa ancora così paura

Il thriller psicologico Il cigno nero (leggi qui la recensione), diretto da Darren Aronofsky nel 2010, non è stato presentato come un vero e proprio film horror, eppure contiene tutti gli elementi inquietanti del genere. Acclamato dalla critica fin dalla sua uscita, Il cigno nero vede Natalie Portman interpretare una ballerina sempre più ossessionata dal ruolo da protagonista nel Lago dei cigni. Lo spettatore segue così il progressivo deteriorarsi della sua vita. Il film è stato accolto calorosamente dalla critica e ha permesso a Natalie Portman di conquistare l’Oscar come Migliore Attrice, oltre a incassare più di 300 milioni di dollari in tutto il mondo.

Il successo di Il cigno nero non dipende soltanto dalle straordinarie interpretazioni di Natalie Portman e della co-protagonista Mila Kunis, ma anche da una sceneggiatura capace di muoversi tra generi diversi e di sorprendere continuamente lo spettatore. Il film racconta una classica storia di rivalità professionale all’interno del mondo dell’arte, ma introduce anche numerosi momenti inquietanti che mantengono il pubblico in una condizione di costante instabilità. Il finale di Il cigno nero è coerentemente sconvolgente alla luce di tutto ciò che lo precede, mentre gli elementi horror non compromettono mai la forza del dramma.

Il cigno nero diventa sempre più inquietante mentre peggiora lo stato mentale di Nina

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Natalie Portman in Il cigno nero

Il cigno nero costruisce efficacemente la tensione lungo tutto il film, mentre gli eventi raggiungono progressivamente un punto di rottura attraverso il lento deterioramento dello stato mentale di Nina. Fin dall’inizio è evidente che la ragazza non si trova in una condizione psicologica stabile, come dimostrano i numerosi graffi sulla schiena e il rapporto problematico con la madre. Il vero orrore, però, emerge quando Nina comincia ad allontanarsi sempre più dalla realtà. Nel corso del film compaiono diversi momenti di autentico terrore, scene che potrebbero tranquillamente appartenere a un classico horror.

La sequenza in cui Nina scambia una passante per se stessa rappresenta soltanto l’inizio della sua progressiva discesa. Verso la fine del film, la protagonista è ormai completamente separata dal mondo che la circonda. Proprio come un attore o una ballerina possono immergersi completamente nel personaggio che stanno interpretando, l’ossessione di Nina per il suo ruolo nel balletto la porta a costruire una realtà che, fino a quel momento, non esisteva. Man mano che Il cigno nero procede, l’orrore diventa sempre più presente e le scene inquietanti riflettono la completa dissociazione di Nina dalla realtà.

Il cigno nero utilizza anche gli elementi tipici del body horror

Natalie Portman nel film Il cigno nero
Natalie Portman in Il cigno nero

Il cigno nero è un film particolare perché combina il thriller psicologico con l’horror e, allo stesso tempo, esplora anche il raccapricciante sottogenere del body horror. Pur senza raggiungere gli eccessi delle opere di David Cronenberg, celebre proprio per il suo rapporto con l’orrore corporeo, Darren Aronofsky utilizza la trasformazione e la distruzione del corpo per rendere concreto il significato della storia. I graffi sulla schiena di Nina e i danni progressivi ai suoi piedi rappresentano già la dolorosa realtà fisica della danza classica, ma il film aumenta gradualmente la componente body horror.

La sequenza dell’unghia incarnita è sufficiente a mettere a disagio lo spettatore, ma nella seconda metà del film la situazione assume una dimensione ancora più surreale, quando il corpo di Nina comincia lentamente ad assumere caratteristiche simili a quelle di un uccello. La distruzione del corpo costituisce uno dei fondamenti dell’horror, ma in Il cigno nero il body horror svolge una funzione ulteriore: oltre a inquietare il pubblico, diventa una rappresentazione simbolica del progressivo crollo mentale di Nina. Anche se meno esplicito rispetto a quello di molti altri film horror, l’orrore di Il cigno nero non è per questo meno terrificante.

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The Forgiven: la spiegazione del finale del film con Ralph Fiennes

The Forgiven è un dramma morale ambientato nel Marocco dell’Alto Atlante, diretto da John Michael McDonagh e tratto dal romanzo omonimo di Lawrence Osborne. Al centro della storia ci sono David (Ralph Fiennes) e Jo Henninger (Jessica Chastain), una coppia occidentale benestante che raggiunge una villa isolata nel deserto per partecipare a un fine settimana di feste, alcol e privilegi. Il viaggio cambia direzione quando David, ubriaco alla guida, investe e uccide Driss, un ragazzo marocchino che stava cercando di vendere un fossile. L’incidente diventa allora il punto di partenza di una storia sulla colpa, sulla distanza sociale e sulla possibilità di essere davvero perdonati.

Il finale di The Forgiven sembra inizialmente condurre David verso una forma di redenzione. Dopo aver trascorso del tempo con Abdellah, il padre di Driss, l’uomo sembra finalmente comprendere la distanza che separa la propria esistenza privilegiata da quella della famiglia che ha distrutto. Eppure John Michael McDonagh rifiuta una conclusione consolatoria: David viene ucciso mentre sta tornando a casa, proprio quando sembrava aver iniziato a cambiare. La morte, quindi, non rappresenta una semplice punizione narrativa. È il modo con cui il film mette in discussione l’idea stessa che la consapevolezza possa cancellare le conseguenze delle proprie azioni.

Il deserto di The Forgiven trasforma la commedia nera di John Michael McDonagh in un racconto sulla colpa occidentale

The Forgiven film 2022
Gentile concessione di Universal Pictures Italia

Il contesto è fondamentale per comprendere il finale. John Michael McDonagh aveva già costruito il proprio cinema attorno a personaggi moralmente ambigui, dialoghi corrosivi e situazioni in cui il comico convive con la violenza. Dopo Un poliziotto da happy hour, Calvario e Crazy Dirty Cops, il regista porta questa sensibilità dentro l’adattamento del romanzo di Lawrence Osborne, trasformando il Marocco in uno spazio dove le sicurezze dei protagonisti occidentali iniziano progressivamente a sgretolarsi.

La villa di Richard (Matt Smith) è il centro perfetto di questo universo. I suoi ospiti occidentali possono attraversare il Marocco come fosse un luogo costruito per il loro divertimento, mentre gli abitanti del territorio rimangono sullo sfondo, utili come venditori, domestici, autisti o presenze esotiche. L’incidente di Driss rompe questa bolla. Il corpo del ragazzo entra fisicamente nello spazio della festa e costringe tutti a confrontarsi con una realtà che fino a quel momento potevano permettersi di ignorare.

È qui che il film costruisce la propria ironia più amara. David non considera immediatamente la morte di Driss come una tragedia umana: la considera un problema da risolvere. Il suo primo istinto è proteggere se stesso, arrivando persino a nascondere i documenti del ragazzo. Il contrasto tra il valore che David attribuisce alla propria vita e quello che attribuisce a quella di Driss costituisce la frattura morale da cui nasce tutto il resto. Le recensioni hanno infatti letto il film come una critica alle forme di privilegio occidentale, al turismo elitario e alle persistenti dinamiche coloniali.

Il finale di The Forgiven: perché Abdellah lascia andare David e un altro uomo finisce per ucciderlo

Matt Smith in The Forgiven

La parte decisiva del finale arriva dopo il viaggio di David con Abdellah. Il padre di Driss avrebbe una ragione immediata per vendicarsi: David ha ucciso suo figlio e ha persino tentato di sottrarre alla famiglia la possibilità di essere identificata. Abdellah, però, quando finalmente ha davanti a sé l’uomo responsabile della morte del figlio, sceglie di non ucciderlo. È una scelta essenziale perché introduce nel film una forma di perdono che David non si aspettava e che probabilmente non comprende ancora del tutto.

Durante quel viaggio, però, qualcosa cambia. David vede la miseria nella quale vivono Abdellah e la sua famiglia, comprende il significato economico dei fossili che Driss cercava di vendere e si confronta con una realtà completamente diversa dalla propria. Quando torna alla villa, lascia ad Anouar i mille euro che porta con sé. Per la prima volta il denaro diventa un gesto rivolto a qualcun altro e non uno strumento per proteggere il proprio comfort.

Questo passaggio potrebbe sembrare l’inizio della redenzione. Ralph Fiennes, però, interpreta David evitando di trasformarlo improvvisamente in un uomo buono. La sua evoluzione resta incompleta, fragile, quasi accidentale. Il film non dice che David abbia riparato il danno: suggerisce che abbia finalmente cominciato a comprenderlo.

Ed è proprio allora che arriva la morte. Durante il viaggio di ritorno, David viene fermato dal ragazzo che aveva assistito all’incidente. Gli ricorda che un uomo deve affrontare le conseguenze delle proprie azioni e gli spara. Jo assiste alla scena, mentre il sangue di David le finisce sul volto. La scelta è significativa: Abdellah, il padre direttamente colpito dalla tragedia, aveva trovato la forza di lasciarlo andare; il testimone più giovane, invece, non riesce a concedergli quella possibilità.

Colpa, privilegio e perdono: perché The Forgiven rifiuta una redenzione semplice per David

Jessica Chastain in The Forgiven

Il cuore tematico del film sta nella differenza tra perdono e assoluzione. David può essere perdonato da Abdellah, può persino sviluppare una nuova consapevolezza, ma nessuno di questi elementi cancella ciò che è accaduto. Il film separa quindi due concetti che spesso il cinema tende a sovrapporre: cambiare come persona e smettere di essere responsabili delle proprie azioni. David può iniziare il primo percorso senza ottenere automaticamente il secondo.

La morte finale rende questa distinzione ancora più netta. Se David fosse tornato a Londra con Jo dopo aver donato il denaro ad Anouar, il racconto avrebbe potuto assumere la forma di una redenzione borghese: un uomo privilegiato scopre la sofferenza altrui, cambia atteggiamento e torna alla propria vita con una nuova consapevolezza. The Forgiven sceglie invece una strada più crudele. Il cambiamento interiore arriva quando il tempo per beneficiarne è ormai quasi esaurito.

Anche Jo diventa importante in questa prospettiva. Mentre David affronta fisicamente le conseguenze dell’incidente, lei rimane nella villa e continua a cercare una forma di evasione, arrivando a coinvolgersi con Tom. Le due traiettorie mostrano così due modi diversi di reagire al privilegio: David viene costretto a guardare la realtà, Jo riesce ancora a distogliere lo sguardo. Il film rende questa distanza volutamente scomoda, perché il problema non appartiene soltanto all’uomo che ha premuto il piede sull’acceleratore.

Il deserto assume allora una funzione quasi morale. Lontano dalle istituzioni, dalle comodità e dalle regole del mondo occidentale, David non può più nascondersi dietro il denaro o le relazioni sociali. La sua trasformazione avviene attraverso l’incontro con persone che fino a quel momento aveva considerato estranee. È significativo che siano proprio la povertà, il lutto e la dignità di Abdellah a produrre in lui una consapevolezza che nessuna predica avrebbe potuto generare.

Cosa significa davvero il finale di The Forgiven: David viene punito oppure il film mette in discussione l’idea stessa di giustizia?

Jessica Chastain e Ralph Fiennes in The Forgiven

Il punto più interessante del finale è che The Forgiven non offre una risposta rassicurante alla domanda sulla giustizia. David muore, quindi una parte dello spettatore potrebbe interpretare la sua morte come una punizione proporzionata. Tuttavia, il film ha appena mostrato Abdellah mentre rinuncia alla vendetta. La morte di David, dunque, non coincide con la giustizia di chi ha perso un figlio: arriva da un altro testimone, quasi come una conseguenza incontrollabile di una colpa che ha ormai generato una catena autonoma.

Questo rende il titolo The Forgiven profondamente ironico. Chi sono davvero i perdonati? David riceve il perdono di Abdellah, ma non quello della storia. La sua morte dimostra che il perdono di una persona non può necessariamente cancellare ciò che un’intera comunità ha subito. Allo stesso tempo, Abdellah dimostra che la vendetta non è l’unica risposta possibile al dolore.

La conclusione è quindi più amara di una semplice storia di espiazione. David aveva appena iniziato a vedere ciò che prima ignorava: la vita di Driss, la condizione della sua famiglia, il peso del proprio privilegio. Il film gli concede questa consapevolezza e subito dopo gliela sottrae attraverso la morte. È una scelta che impedisce allo spettatore di trasformare la presa di coscienza in una ricompensa.

Il vero significato del finale sta proprio qui: The Forgiven suggerisce che comprendere il proprio errore è necessario, ma non sufficiente. Il privilegio permette spesso di immaginare che ogni crisi possa essere risolta, negoziata o superata. La morte di David interrompe questa logica. Non c’è un ritorno alla normalità, perché alcune azioni lasciano conseguenze che continuano a vivere oltre chi le ha commesse.

Per questo il finale non racconta davvero la morte di un uomo che è stato perdonato. Racconta quanto sia difficile stabilire chi abbia il diritto di perdonare, chi abbia il diritto di punire e, soprattutto, se chi vive in una posizione di privilegio possa comprendere fino in fondo il prezzo delle proprie azioni. David cambia, ma cambia troppo tardi. Ed è proprio questa contraddizione a rendere la conclusione di The Forgiven così inquietante: la redenzione può essere autentica e, allo stesso tempo, non essere abbastanza.

Ben Affleck nel teaser trailer di Animals

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Ben Affleck nel teaser trailer di Animals

Svelato oggi il teaser trailer di Animals, il nuovo thriller diretto e interpretato da Ben Affleck, con Kerry Washington, Gillian Anderson e Steven Yeun. Il film, di cui sono stati rilasciati anche il poster e le prime immagini, sarà disponibile solo su Netflix dal 9 ottobre.

Animals

REGISTA: Ben Affleck

SCENEGGIATORI: Connor O. McIntyre e Billy Ray e Ben Affleck

PRODUTTORI: Brad Weston, Collin Creighton, Ben Affleck, Matt Damon, Dani Bernfeld, Luciana Damon

PRODUTTORI ESECUTIVI: Michael Beugg; Kevin Halloran e Michael Joe per Artists Equity; Graham Taylor, Chris Rice, Christopher Slager, e Dan Guando per Fifth Season

CAST: Ben Affleck, Kerry Washington, Gillian Anderson, Adriana Paz, Ray Fisher, Christopher Woodley, Matt Gerald, Jacob Estrada, con Luis Gerardo Méndez, e Steven Yeun

LOGLINE: Quando il loro figlio viene rapito, un candidato alla carica di sindaco di Los Angeles e sua moglie si ritrovano coinvolti in una rete di inganni. Mentre si affannano per mettere insieme il riscatto, sono costretti a compiere scelte che potrebbero distruggere la loro vita.

Spider-Man 5: tutto ciò che sappiamo su Sony e Marvel

Spider-Man 5: tutto ciò che sappiamo su Sony e Marvel

Spider-Man: Brand New Day è ormai passato, e l’attenzione si sposta sul possibile prossimo film di Tom Holland nel Marvel Cinematic Universe, Spider-Man 5. Prima di Holland, il massimo che un attore avesse mai ottenuto nei panni di Spider-Man in un film live-action era una trilogia completa. Tobey Maguire ha interpretato tre film da solista, i primi due dei quali considerati tra i migliori film di Spider-Man di sempre.

Poi è arrivato il franchise di The Amazing Spider-Man con Andrew Garfield, che si è concluso dopo due film, poiché la Sony ha cambiato i suoi piani per il franchise, cancellando il terzo film previsto e stringendo una partnership con i Marvel Studios. I film di Spider-Man del MCU con Holland hanno sempre riscosso un grande successo al botteghino, con Spider-Man: Brand New Day che si appresta a incassare oltre 2 miliardi di dollari, diventando il film di Spider-Man con il maggior incasso fino ad ora.

In ogni film di Spider-Man del MCU, Peter Parker è affiancato da altri personaggi del più ampio universo condiviso dei Marvel Studios. Iron Man, Captain America, Doctor Strange, Nick Fury, Hulk, il Punitore e molti altri eroi dell’MCU sono apparsi nei quattro film di Spider-Man coprodotti da Marvel e Sony. In Spider-Man: No Way Home del 2021, sono stati introdotti anche gli Spider-Man di Maguire e Garfield.

Spider-Man: Brand New Day del 2026 ha aperto un nuovo capitolo per il franchise, con la storia di Peter che prende una piega più matura, ora che ha finito il liceo ed è diventato un giovane adulto. Diretto da Destin Daniel Cretton, e non da Jon Watts, il film di Spider-Man è diventato fondamentale per il futuro dell’MCU in diversi modi, incluso il modo in cui prepara il terreno per Spider-Man 5.

Spider-Man 5 non è ancora stato confermato

tom holland come peter-parker-in-spider-man: brand new day

Al momento della stesura di questo articolo, Spider-Man 5 non è ancora stato annunciato ufficialmente da Sony, Marvel o Holland. Tuttavia, è praticamente certo che il film si farà. Dopotutto, Spider-Man: Brand New Day si preannuncia come uno dei tre film con i maggiori incassi di tutti i tempi, superando di gran lunga le aspettative al botteghino che Marvel e Sony avevano riposto nel film, aspettative che erano già molto alte. Parlando con Serieously dopo che Spider-Man: Brand New Day ha infranto i record del weekend di apertura, Holland ha accennato a Spider-Man 5, dicendo: “È in programma”, anche se in seguito ha aggiunto che al momento non c’era nulla di certo.

Holland non è stato l’unico a parlare della possibilità di un Spider-Man 5 dopo l’impressionante successo al botteghino di Spider-Man: Brand New Day . In un’intervista con Variety, il capo di Sony Pictures, Tom Rothman, ha ribadito che non c’era nulla di confermato, ma che è intenzione dello studio che Holland torni per un altro film di Spider-Man. Infine, Cretton si è spinto oltre, parlando di come il finale di Spider-Man: Brand New Day potrebbe collegarsi a Spider-Man 5. Intervistato da Deadline, il regista, che ha fatto il suo ingresso nell’MCU con Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, ha parlato di aver esaminato diverse teorie, “sapendo che ci sarà un altro film”.

Cast di Spider-Man 5: chi potrebbe tornare e chi potrebbe debuttare?

MG e Peter in Spider-Man: Brand New Day

Spider-Man: Brand New Day ha chiarito che, a prescindere da ciò che accadrà in questo franchise MCU, tre attori dovrebbero sempre essere presenti. Primo fra tutti, Tom Holland. Spider-Man è sempre stato popolare nelle versioni live-action, ma il motivo per cui i film di Spider-Man dell’MCU continuano a registrare incassi da capogiro è che il pubblico adora la versione di Peter Parker interpretata da Holland. È probabile che i Marvel Studios debbano aspettare ancora qualche anno prima di introdurre Miles Morales, la cui presenza è confermata dopo l’uscita di Spider-Man: Beyond the Spider-Verse nelle sale nel 2027.

Pertanto, il Peter Parker di Holland sarà il protagonista di Spider-Man 5, e un nuovo attore nei panni di Miles potrebbe al massimo fare un cameo. MJ, interpretata da Zendaya, e Ned Leeds, interpretato da Jacob Batalon, che hanno entrambi affrontato in modi diversi la scoperta che Peter è Spider-Man dopo che l’incantesimo del Dottor Strange ha fatto loro dimenticare la sua identità, torneranno probabilmente se avranno un ruolo importante in Spider-Man: Brand New Day. Tra i possibili ritorni figurano anche Zia May, attraverso dei flashback, e personaggi come il Punitore (Jon Bernthal), Jean Grey (Sadie Sink), Scorpion (Michael Mando), Tombstone (Marvin Jones III) e Jean DeWolff (Liza Colón-Zayas).

Per quanto riguarda i nuovi personaggi che potrebbero fare il loro debutto nell’MCU in Spider-Man 5, ci sono alcune opzioni interessanti. I fan della Marvel continuano a chiedere che Peter incontri nuove figure romantiche dei fumetti, con Black Cat e Gwen Stacy che rimangono tra le più gettonate, soprattutto perché MJ (Zendaya) ha detto a Peter di non amarlo in Spider-Man: Brand New Day, nonostante fosse a conoscenza della loro relazione, dato che non ricorda il tempo trascorso insieme. Considerando che una parte del simbionte Venom è ancora presente nell’MCU dopo Spider-Man: No Way Home, Spider-Man 5 potrebbe anche presentare la sua versione di Eddie Brock/Venom.

Data di uscita di Spider-Man 5: quando potrebbe uscire il film dell’MCU?

Tom Holland come Peter Parker lavora al suo costume in spider-man-brand-new-day

Al momento, i Marvel Studios hanno programmato due film per il 2028, con solo Avengers: Secret Wars in programma per il 2027. Si tratta di Black Panther 3, che uscirà nelle sale il 15 dicembre 2028, e del film di Ryan Gosling su Ghost Rider, diretto da Shawn Levy (regista di Deadpool & Wolverine), la cui uscita è stata appena fissata per il 2028. Probabilmente, come terzo film dell’MCU del 2028, ci sarà il reboot degli X-Men, diretto da Jake Schreier (regista di Thunderbolts). Dopo il debutto di Jean Grey (interpretata da Sink) in Spider-Man: Brand New Day, Samara Weaving interpreterà Emma Frost, mentre Kit Connor sarà Ciclope.

Questo lascia la data di uscita di Spider-Man 5 al 2029, nella migliore delle ipotesi. Questo intervallo sarebbe più lungo dei due anni intercorsi tra i film della prima trilogia di Spider-Man con Holland, ma più breve dei cinque anni tra No Way Home e Brand New Day. Secondo The Hollywood Reporter, le riprese del film live-action di Naruto con Cretton inizieranno nella prima metà del 2027, quindi l’uscita è prevista per il 2028. Pertanto, lo scenario più probabile per la data di uscita di Spider-Man 5 è tra il 2029 e il 2030, con lo Spider-Man di Holland che apparirà in uno o entrambi i film degli Avengers da qui ad allora.

Come il finale di Spider-Man: Brand New Day prepara il terreno per Spider-Man 5

sadie-sink come jean-grey in-spider-man-brand-new-day

Spider-Man: Brand New Day si è concluso con Jean Grey che non annulla l’incantesimo del Dottor Strange e se ne va per la sua strada. Di conseguenza, Peter e MJ sono ancora separati, il che potrebbe portare a un nuovo tentativo di riconciliazione in Spider-Man 5 o al debutto di un nuovo interesse amoroso, con candidate come Gwen Stacy e Black Cat. Detto questo, Ned si è ricordato della sua stretta di mano segreta con Peter proprio alla fine del film. Spider-Man 5 dovrebbe esplorare se si trattasse solo di memoria muscolare o se il legame tra i due fosse abbastanza forte da far sì che il migliore amico di Peter si ricordasse di lui non appena avesse finalmente allungato la mano.

Per quanto riguarda la scena post-credits di Spider-Man: Brand New Day, che anticipava la comparsa nello spazio di Peter Parker (interpretato da Holland), o di una versione di Spider-Man, come mostrato dal localizzatore di Ned, quel mistero dovrebbe essere risolto prima di Spider-Man 5. Il fatto che il franchise di Spider-Man dell’MCU sia ambientato sulla Terra e che l’anticipazione fosse collegata allo spazio, mentre sono in arrivo due film degli Avengers sul multiverso con il Dottor Destino di Robert Downey Jr. come antagonista principale, suggerisce che Spider-Man 5 non fornirà la risposta alla domanda posta dalla scena post-credits, poiché un film degli Avengers dovrebbe rispondervi prima.

L’MCU sta già definendo ciò che distingue i mutanti degli X-Men dagli altri eroi

Per decenni, una delle maggiori sfide degli X-Men è stata spiegare perché i mutanti siano particolarmente temuti più degli altri in un mondo pieno di supereroi e esseri con superpoteri. Nonostante la presenza degli Avengers, di Spider-Man, dei Fantastici Quattro e di molti altri eroi, i mutanti come gli X-Men sono costantemente discriminati nei fumetti per il semplice fatto di essere nati diversi. Tuttavia, si potrebbe sostenere che questa distinzione potrebbe essere ancora più difficile da trasporre nell’MCU.

Come l’Universo Marvel dei fumetti, l’MCU ha già alieni, maghi, androidi, eroi con poteri gamma, super soldati, arrampicamuri e altri individui potenziati con abilità straordinarie. Pertanto, sembrerebbe piuttosto bizzarro se i mutanti facessero la loro comparsa e venissero odiati solo per avere poteri e/o un aspetto diverso. Detto questo, sembra che Spider-Man: Brand New Day stia già gettando le basi per alcune sfumature chiave che si vedranno spesso nelle pagine dei fumetti, in vista del prossimo reboot degli X-Men diretto da Jake Schreier.

Invece di rendere i mutanti universalmente odiati solo per il fatto di essere tali, mentre altri che hanno acquisito poteri in età adulta per cause non genetiche sono considerati eroi, l’MCU sembra stia costruendo qualcosa di molto più avvincente dopo Spider-Man: Brand New Day e l’entusiasmante debutto di Sadie Sink nei panni di Jean Grey.

Come Spider-Man: Brand New Day definisce la distinzione nell’MCU tra mutanti temuti e altri supereroi

Quando si parla di mutanti, l’MCU si trova probabilmente ad affrontare una sfida ancora più grande: spiegare perché il pubblico dell’universo narrativo arrivi a temere e opprimere l'”homo superior”. Dopotutto, si tratta di una popolazione mondiale che convive da decenni con esseri dall’aspetto diverso dotati di poteri straordinari. Tenendo presente questo, Spider-Man: Brand New Day potrebbe offrire una risposta con il direttore Bill Metzger e il Dipartimento di Controllo Danni.

Metzger non teme Jean Grey, interpretata da Sadie Sinks, solo perché è una mutante. La sua preoccupazione risiede nell’enorme potenziale del suo potere e in quella che lui percepisce come una mancanza di controllo nelle mani di un’adolescente. Volendo sfruttare e replicare quel potere per poi utilizzarlo in mani più capaci (le sue), Metzger è disposto a spingere Jean fino al limite della morte per ottenere ciò che desidera, avendo già dimostrato la sua determinazione uccidendo la sorella di Jean, Sara (anch’essa telepate), durante i suoi precedenti esperimenti su di lei.

Pertanto, questa diffidenza e paura nei confronti di Jean, che detiene un potere così grande senza supervisione, potrebbero rivelarsi cruciali nel futuro dell’MCU. Il pubblico dell’MCU potrebbe essere influenzato in modo simile e arrivare a credere collettivamente che i mutanti debbano essere temuti e odiati proprio per il rischio che rappresentano con i loro poteri.

È vero che Jean dimostra di correre questo rischio dopo il trauma subito a causa degli esperimenti di Metzger, che fa evolvere i suoi poteri, conferendole una telecinesi fedele ai fumetti ed estendendo il raggio della sua telepatia da poco più di 9 metri a un chilometro intero. Se il gene X iniziasse ad attivarsi rapidamente nell’arco di un’intera generazione nell’MCU, la paura e la preoccupazione per la comparsa improvvisa di poteri in adolescenti indisciplinati sarebbero quantomeno più comprensibili e senza precedenti nell’MCU, anche se la discriminazione e il pregiudizio che probabilmente ne deriverebbero sarebbero ingiustificati.

Dopo importanti trame dell’MCU come gli Accordi di Sokovia in Civil War e la richiesta globale di un maggiore controllo su eroi come gli Avengers, il fatto che il controllo sia un punto focale più importante di ogni altra cosa quando si parla di mutanti ha perfettamente senso. Anche prima di Spider-Man: Brand New Day, i precedenti scontri del DODC con personaggi come Ms. Marvel (una mutante già presente nell’MCU) e Wonder Man (probabilmente un mutante dell’MCU) indicavano un’attenzione particolare a ciò che viene percepito come un potere incontrollato.

L’MCU sta già giustificando il suo cast più giovane di X-Men

Con Sadie Sink nei panni di Jean Grey e Kit Connor, che secondo alcune indiscrezioni interpreterà Ciclope (Scott Summers), i Marvel Studios sembrano voler spiegare perché il cast dei prossimi X-Men sarà composto da giovani eroi adolescenti. Allo stato attuale, i Marvel Studios sembrano ben preparati a posizionare gli X-Men all’avanguardia di una nuova generazione di mutanti emergenti, molti dei quali probabilmente inesperti nell’uso dei loro poteri e non appartenenti ad alcuna squadra o istituzione, proprio come nei fumetti (il che spiegherebbe l’esistenza della Scuola per Giovani Dotati di Xavier… e/o il legame tra umani e mutanti di Magneto).

In generale, gli X-Men e la maggior parte degli altri mutanti nell’MCU probabilmente scopriranno il loro nuovo posto nel mondo e impareranno a usare i loro poteri, mentre i governi e l’opinione pubblica cercheranno di capire cosa significhi la loro esistenza e come dovrebbero reagire. Stiamo parlando degli albori delle storie degli X-Men nei fumetti, nonostante la maggior parte degli altri grandi team di eroi dell’MCU siano già affermati da tempo. Comunque andrà a finire, sarà affascinante vedere cosa ha in serbo l’MCU per gli X-Men e per i mutanti in generale.

I fan dell’MCU hanno scoperto una “maledizione” che affligge un personaggio, e ora non riescono più a non pensarci

L’Universo Cinematografico Marvel ha propinato trame devastanti fin dai suoi esordi, ma non può essere (almeno non da solo) ritenuto l’unico responsabile della sofferenza del pubblico, dato che anche gran parte del materiale originale dei fumetti Marvel è straziante. Ciononostante, alcuni personaggi hanno sicuramente sofferto molto più di altri. In cima a questa lista c’è senza dubbio Thor, che forse non viene citato così spesso come personaggi come Wanda Maximoff o Peter Parker quando si parla di tragedie, ma che ha subito un trattamento assolutamente brutale.

A partire dalla morte di sua madre in Thor: The Dark World, Thor ha perso tutti i membri della sua famiglia e diversi amici intimi, tra cui suo padre, Odino, in Thor: Ragnarok; il suo migliore amico, Heimdall, e suo fratello, Loki, per mano di Thanos; e persino la sua fidanzata, Jane Foster, in Thor: Love and Thunder. (Circolano anche teorie secondo cui la sua figlia adottiva, Love, morirà in Avengers: Doomsday, ma sembra incredibilmente improbabile, soprattutto perché sarebbe davvero troppo crudele per un personaggio che ha già sofferto così tanto.)

Come accennato, Wanda è un altro personaggio noto per l’incredibile numero di perdite subite, tra cui entrambi i genitori da bambina; il fratello gemello, Pietro, in Avengers: Age of Ultron; e Visione (due volte) in Avengers: Infinity War. E, naturalmente, c’è stato Westview, dove Wanda ha accidentalmente creato e poi dovuto distruggere un’altra versione di Visione e i suoi figli gemelli, Tommy e Billy. In effetti, parte di questa storia rende Wanda uno dei diversi personaggi dell’MCU apparentemente colpiti dalla stessa maledizione, una maledizione che, dopo Spider-Man: Brand New Day, è impossibile ignorare.

Fratelli biondi e rossi sembrano maledetti nell’MCU

In “Brand New Day“, Sadie Sink ha interpretato Jean Grey, ma non è stata l’unica new entry del film. Insieme a Jean è arrivata anche sua sorella maggiore Sara, che Jean ha cercato disperatamente per tutta la durata della pellicola. Tragicamente, Jean ha scoperto che Sara era morta a causa di esperimenti, e la notizia l’ha comprensibilmente sconvolta. Oltre alle discussioni sulla tragicità di questa trama, gli spettatori hanno notato un aspetto fondamentale: Jean e Sara rappresentano l’ennesima coppia di fratelli, uno rosso e l’altro biondo, colpiti dalla tragedia.

Prima di Jean (nota per i suoi capelli rossi) e Sara (bionda), c’erano le coppie di fratelli Natasha (rossa, in diversi momenti) e Yelena (bionda), così come Wanda (rossa) e Pietro (biondo), le cui storie si sono rivelate altrettanto tragiche, con la morte di Natasha e Pietro, e ora anche di Wanda. Naturalmente, ci sono molti altri fratelli e sorelle nell’MCU che hanno vissuto momenti difficili. In effetti, come già accennato, Thor e Loki sono in quella lista, così come personaggi come T’Challa e Shuri. Tuttavia, i fan hanno specificamente evidenziato questo schema con fratelli e sorelle dai capelli rossi e biondi, e stranamente, sembra proprio che sia vero.

Un duo dell’MCU sarebbe perfetto in futuro, basandosi su questa “maledizione”

Hawkeye Thunderbolts

Per quanto insolito possa sembrare questo schema – e la spiegazione di gran lunga più probabile è che si tratti solo di una strana coincidenza – questa “maledizione” sottolinea in realtà quanto importante potrebbe essere un possibile duo dell’MCU in futuro. Nello specifico, a causa dei loro traumi condivisi, sorprendentemente simili per molti aspetti, Jean e Yelena dovrebbero assolutamente stringere un legame più profondo e collaborare. Brand New Day ha già gettato le basi per questo, con Spider-Man che si affida in parte all’aiuto di Yelena mentre cerca Jean.

È stato anche durante questo processo che ha capito che Jean stava cercando sua sorella, che le era stata crudelmente portata via, il che predispone automaticamente Yelena a comprendere e provare compassione per Jean in futuro. Forse l’ostacolo maggiore all’avvicinamento tra Yelena e Jean è la dedizione di Yelena ai “Nuovi Vendicatori”, ma data la portata dei poteri di Jean, è quasi certo che d’ora in poi verrà considerata una figura di spicco dai Nuovi Vendicatori.

Purtroppo, questo legame non potrà mai riportare in vita nessuna delle due sorelle, quindi qualsiasi rapporto fraterno che dovesse nascere tra Yelena e Jean in futuro non guarirà completamente le ferite di questi personaggi. Ciononostante, sarebbe davvero bello vedere Jean e Yelena entrare in sintonia in questo modo, e sicuramente l’MCU deve al pubblico qualche storia più dolce e felice tra fratelli (o pseudo-fratelli) a questo punto.

The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine: aperte le prevendite del nuovo film di Ridley Scott

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Sono ufficialmente aperte le prevendite di The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, il nuovo film diretto da Ridley Scott, che arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 26 agosto. Tratto dal bestseller di Peter Heller, il thriller post-apocalittico vede Jacob Elordi e Josh Brolin alla guida di un cast che comprende anche Margaret Qualley, Allison Janney, Benedict Wong e Guy Pearce.

In occasione dell’apertura delle prevendite sono state rese disponibili anche una nuova clip ufficiale e un contenuto video dedicato al film. I biglietti possono essere acquistati attraverso il sito ufficiale di The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, dove l’elenco delle sale e delle proiezioni continuerà a essere aggiornato in vista dell’uscita.

Con The Dog Stars, Scott torna così a confrontarsi con un futuro segnato dal collasso della civiltà, ma questa volta attraverso una storia che sembra privilegiare la dimensione umana della sopravvivenza. Al centro non c’è soltanto la necessità di resistere in un ambiente ostile, ma il conflitto tra sicurezza e speranza: restare protetti significa sopravvivere, mentre cercare qualcosa oltre il proprio rifugio significa rischiare tutto per scoprire se esista ancora un futuro possibile.

The Dog Stars porta Jacob Elordi nel mondo post-apocalittico di Peter Heller

Protagonista della storia è Hig, interpretato da Jacob Elordi, un giovane pilota sopravvissuto alla catastrofe che ha trasformato il mondo. Insieme a Bangley, militare esperto di sopravvivenza interpretato da Josh Brolin, Hig è riuscito a costruire una dimora efficiente e relativamente sicura, ma profondamente isolata da ciò che resta della civiltà.

L’equilibrio cambia quando Hig intercetta una misteriosa trasmissione radio. La possibilità che oltre i confini del loro rifugio esista ancora qualcuno spinge il protagonista ad abbandonare la sicurezza conquistata e avventurarsi nell’ignoto, inseguendo qualcosa che Bangley sembra aver smesso di cercare: non semplicemente altri sopravvissuti, ma una ragione per continuare a credere nell’umanità.

Il film è scritto da Mark L. Smith a partire dal romanzo di Peter Heller ed è prodotto da Ridley Scott, Michael Pruss, Mark L. Smith e Cliff Roberts. Lily Brooks-Dalton, Brandon Scott Smith, Peter Heller e Aidan Elliott figurano invece come executive producer.

Il cast riunisce inoltre Margaret Qualley, Allison Janney, Benedict Wong e Guy Pearce, affiancando Elordi e Brolin in quella che si presenta come una delle produzioni post-apocalittiche più importanti della stagione cinematografica.

Il romanzo originale arriverà inoltre nuovamente nelle librerie italiane. Le stelle del cane, titolo italiano del bestseller di Peter Heller, sarà pubblicato da Bompiani il 29 luglio nella collana Narratori stranieri. Heller è giornalista e saggista specializzato in natura ed esplorazioni e ha collaborato con National Geographic Adventure.

Ocean’s, iniziate le riprese del prequel diretto da Bradley Cooper

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Il nuovo film della saga Ocean’s, diretto e interpretato da Bradley Cooper, è ufficialmente entrato in produzione. A confermare l’avvio delle riprese è stato Wagner Moura, che nel film vestirà i panni dell’antagonista. Il progetto, ambientato nel 1962 e concepito come prequel della trilogia di Steven Soderbergh, riunisce un cast internazionale guidato da Cooper e Margot Robbie, con l’ambizione di riportare sul grande schermo lo spirito della serie attraverso una nuova generazione di protagonisti.

Secondo The Hollywood Reporter, al cast si sono aggiunti Vicky Krieps, George MacKay, Omar Sy e Lauren Ridloff, che raggiungono Wagner Moura, Monica Barbaro e Josh Gad. Le riprese sono partite in Europa e interesseranno principalmente Parigi e il sud della Francia. La storia, ambientata nel 1962 e collegata al Gran Premio di Monaco, dovrebbe portare la produzione anche lungo la Costa Azzurra. L’uscita è fissata al 25 giugno 2027.

Il dato più interessante riguarda però il rapporto con la saga originale. Bradley Cooper e Margot Robbie interpreteranno i genitori di Danny Ocean, il personaggio reso celebre da George Clooney nei film di Soderbergh. La scelta trasforma quindi Oceans in un prequel generazionale vero e proprio, chiamato a costruire le origini di una famiglia destinata a diventare centrale nell’universo narrativo della serie. Il progetto arriva inoltre con un budget stimato intorno ai 100 milioni di dollari, una cifra che segnala quanto Warner Bros. punti sul ritorno di questo marchio.

Ocean’s costruisce le origini della famiglia Ocean tra Parigi e la Costa Azzurra

La collocazione nel 1962 offre a Cooper l’opportunità di allontanarsi dall’estetica contemporanea dei precedenti capitoli e costruire un mondo da caper movie d’epoca. Parigi, la Costa Azzurra e il Gran Premio di Monaco costituiscono un ambiente particolarmente adatto a una storia fatta di lusso, criminalità e grandi colpi, con un immaginario europeo che potrebbe distinguere il film dalla trilogia di Soderbergh.

La sceneggiatura nasce da un primo copione di Carrie Solomon, successivamente riscritto da Cooper insieme al nuovo arrivato Charles Randolo. La produzione ha inoltre recentemente cambiato direttore della fotografia: Ben Davis, collaboratore abituale di Martin McDonagh, ha sostituito Linus Sandgren, già autore della fotografia di La La Land. È un cambio significativo per un film che punta molto sulla costruzione visiva e sul fascino rétro dell’ambientazione.

Per Cooper si tratta del quarto lungometraggio da regista dopo A Star Is Born, Maestro e È l’ultima battuta?, consolidando una carriera dietro la macchina da presa sempre più ambiziosa. Oceans rappresenta però una sfida diversa: lavorare all’interno di un universo già riconoscibile, mantenendone il DNA senza limitarsi a replicare quanto fatto da George Clooney e Steven Soderbergh. Con le riprese finalmente avviate e una data di uscita fissata al 2027, il progetto entra ora nella fase in cui dovrà dimostrare se questo nuovo colpo della famiglia Ocean merita davvero un posto nella saga.

Verity: nuovo trailer del thriller psicologico con Anne Hathaway e Dakota Johnson

Verity, il thriller psicologico tratto dal romanzo di Colleen Hoover, si mostra nel nuovo trailer ufficiale in vista dell’arrivo al cinema il 2 ottobre. Diretto da Michael Showalter, il film mette al centro Dakota Johnson, Anne Hathaway e Josh Hartnett, portando sul grande schermo una delle opere più cupe della scrittrice, lontana dalle dinamiche sentimentali che hanno caratterizzato alcune delle sue precedenti trasposizioni.

La storia segue Lowen Ashleigh (Dakota Johnson), una ghostwriter incaricata di completare la serie di romanzi di successo della celebre Verity Crawford (Anne Hathaway), rimasta incapace di lavorare dopo un grave incidente. Entrata nella casa della scrittrice, Lowen trova però una serie di appunti inquietanti che sembrano contenere confessioni sulla vita della famiglia e sul rapporto tra Verity e il marito Jeremy (Josh Hartnett). Da quel momento diventa sempre più difficile distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che appartiene alla finzione.

Colleen Hoover ha raccontato di aver avuto un coinvolgimento più diretto nella realizzazione del film rispetto ad alcune precedenti trasposizioni: “Sono stata davvero fortunata, perché tutti e quattro i film sono stati realizzati da studi e società di produzione differenti, ma ho avuto un’esperienza fantastica lavorando a Reminders of Him e ho potuto essere coinvolta in Verity e stare sul set per gran parte delle riprese. Mi piace molto essere più attiva”. Il coinvolgimento dell’autrice diventa particolarmente interessante per un adattamento che deve trasferire sullo schermo l’ambiguità strutturale del romanzo.

Il film Verity punta sull’ambiguità tra realtà e finzione

Il trailer suggerisce infatti un approccio più vicino al thriller psicologico che al dramma romantico. Lowen entra progressivamente nella mente di Verity, mentre i messaggi nascosti e le rivelazioni contenute nei suoi scritti iniziano a modificare la percezione degli eventi. La presenza della scrittrice stessa assume così una dimensione quasi spettrale, con Anne Hathaway che sembra incarnare una figura capace di manipolare la realtà anche quando non controlla direttamente ciò che accade.

Il film rappresenta anche un passaggio particolare nella storia delle trasposizioni di Colleen Hoover. Dopo It Ends with Us, Reminders of Him e Regretting You, Verity porta al cinema un materiale costruito intorno al dubbio, alla manipolazione e alla possibilità che una confessione sia contemporaneamente vera e falsa. È proprio questa incertezza a rendere il romanzo particolarmente adatto a una trasposizione cinematografica: lo spettatore viene costretto a condividere lo stesso disorientamento della protagonista.

Nel cast comparirà inoltre Alex Cooper, conduttrice del podcast Call Her Daddy, nel ruolo di se stessa durante un’intervista a Verity. È un dettaglio che sembra ampliare il gioco tra realtà e spettacolo già centrale nella storia. Con Michael Showalter alla regia e tre interpreti come Johnson, Hathaway e Hartnett, Verity punta quindi a distinguersi dalle precedenti opere tratte dai romanzi di Hoover. Il 2 ottobre arriverà al cinema una storia in cui la domanda principale non sarà chi si innamorerà di chi, ma a quale versione della verità si può credere.

Robin Hood – Il Prezzo del Sangue, recensione: Hugh Jackman in versione Gli Spietati

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A prescindere dal fatto che il nuovo lungometraggio diretto da Michael Sarnoski andrà o meno incontro al favore di critica e pubblico – ci aspettiamo infatti che divida, e con dovuta ragione, l’opinione degli spettatori e della stampa – appare comunque evidente che si tratti di un progetto coraggioso e realizzato secondo un’idea di cinema, se non personale, di sicuro non allineata alle direttive mainstream contemporanee. Robin Hood – Il Prezzo del Sangue si discosta infatti dalla stragrande maggioranza della produzione americana contemporanea poiché possiede una costruzione narrativa particolare, coraggiosa, che non ci sentiamo di svelare troppo per non rovinare la sorpresa agli spettatori. Scriviamo soltanto che se vi aspettate un film d’avventura e scene d’azione nello stile di Braveheart di Mel Gibson o del Robin Hood di Ridley Scott, rimarrete quantomeno stupiti dalle scelte fatte da Sarnoski.

E anche gli estimatori (come chi scrive) del malinconico e autunnale Robin e Marian con Sean Connery e Audrey Hepburn non troveranno soddisfazione per i propri gusti romantici. Il personaggio interpretato con aderenza fisica e psicologica da Hugh Jackman si avvicina infatti molto più al William Munny de Gli spietati di Clint Eastwood che a qualsiasi rappresentazione di Robin Hood fornita in precedenza. In questo film ci troviamo di fronte a un criminale un tempo sanguinario e vendicativo, il quale in tarda età sente il peso delle proprie azioni sanguinose, anche quando si vede quasi costretto a tornare a combattere nel momento in cui l’amico e antico compagno di scorribande Little John (Bill Skarsgård) gli chiede aiuto.

La prima parte di Robin Hood – Il Prezzo del Sangue è potente, visionaria, con momenti di cinema tanto preziosi a livello estetico quando crudi, violentissimi. Sarnoski non risparmia allo spettatore tutta la crudeltà e l’orrore dell’atto violento, dello scontro corpo a corpo in cui in palio c’è la sopravvivenza. Uno Hugh Jackman invecchiato a dovere e sempre capace di una sua presenza scenica particolare impersona Robin Hood in maniera sentita e con la necessaria tempra sanguigna.

Robin Hood - Il Prezzo del Sangue
Robin Hood – Il Prezzo del Sangue – Cortesia I Wonder Pictures

Una versione inedita del mito di Robin Hood

Accanto a lui Bill Skarsgård funziona anche meglio, tagliente e dotato di un’ironia macabra. Una volta superato il primo quarto di film, la storia e l’ambientazione prendono una piega inaspettata e interessante, trasformando il lungometraggio stesso in una dissertazione non priva di fascino sul senso di colpa e il desiderio di redenzione. Anzi, forse sarebbe meglio scrivere di espiazione. Ed è in questo momento che Robin Hood – Il Prezzo del Sangue comincia a dimostrare di volersi distaccare con coraggio dal cinema mainstream contemporaneo ma di non sapere con precisione come farlo. Poiché se è vero che la sceneggiatura propone uno sguardo non scontato alla storia e al personaggio, allo stesso tempo un’ora e mezzo di film senza più un momento di azione è una durata oggettivamente eccessiva.

Uno dei problemi è che tale scelta costringe Jackman a reiterare costantemente la rappresentazione del disagio interiore del protagonista, dimostrando che si tratta di un artista che possiede senza dubbio discrete qualità attoriali ma non di tal livello da reggere uno sforzo drammatico costantemente retto sui suoi primi piani. A supporto Jodie Comer, Noah Jupe e un irriconoscibile Murray Bartlett sono efficaci, in qualche momento addirittura preziosi, ma non bastano a colmare l’assenza totale di “dramma” inteso come azione/reazione.

Dopo il successo di critica del piccolo e indipendente Pig con Nicolas Cage e quello di pubblico del mainstream A Quiet Place: Day One, Michael Sarnoski con Robin Hood – Il Prezzo del Sangue ha realizzato un “ibrido” che, pur possedendo evidenti difetti nel ritmo del racconto e nella tenuta emotiva dell’esposizione, merita certamente attenzione. Prima di tutto si tratta di un film confezionato con innegabile cura, e in seconda battuta tenta di proporre al pubblico un tipo di cinema che stimola alla riflessione, che presenta figure in chiaroscuro tutt’altro che retoriche. Il risultato non è equilibrato, ma il tentativo merita di essere abbracciato.

Possession, il remake con Margaret Qualley ha una data di uscita

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Possession, il remake con Margaret Qualley ha una data di uscita

Il remake di Possession diretto da Parker Finn ha finalmente una data di uscita ufficiale. Il nuovo adattamento del controverso cult horror di Andrzej Żuławski arriverà nei cinema statunitensi l’11 giugno 2027, con Callum Turner e Margaret Qualley nei ruoli principali. Per un progetto annunciato nel 2024 e passato attraverso un acceso corteggiamento tra diversi studi, si tratta del primo passo concreto verso l’arrivo sul grande schermo.

A riferirlo è Deadline, secondo cui Paramount Pictures ha fissato l’11 giugno 2027 come data per il debutto del film. Il remake vedrà nel cast anche Paul Dano, Diego Calva, Madeline Brewer, Emory Cohen e Nicholas Alexander Chavez. Parker Finn, autore e regista di Smile, ha scritto la nuova sceneggiatura e dirigerà il progetto, producendo insieme a Jonathan Fass, Roy Lee, Andrew Childs e Robert Pattinson. La data colloca inoltre il film contro Dragon Trainer 2, offrendo a Paramount l’opportunità di sfruttare l’horror come controprogrammazione.

La scelta della data è significativa soprattutto per il peso del film originale. Possession, uscito nel 1981, è diventato negli anni un punto di riferimento del cinema horror d’autore grazie alla sua capacità di fondere orrore psicologico, dramma di coppia e immagini disturbanti. Rifarlo significa quindi confrontarsi con un’opera che ha acquisito una reputazione quasi intoccabile. Per Finn, la sfida sarà trovare una propria identità senza trasformare il remake in una semplice riproposizione del film di Żuławski.

GUARDA ANCHE: Margaret Qualley in fuga nelle prime foto dal set del remake horror di Possession

Il remake di Possession dovrà confrontarsi con l’eredità del cult di Andrzej Żuławski

Il film originale seguiva una coppia nella Berlino Ovest della Guerra Fredda: un agente segreto interpretato da Sam Neill tornava a casa e scopriva che la moglie, interpretata da Isabelle Adjani, stava attraversando una trasformazione sempre più inquietante dopo avergli chiesto il divorzio. Adjani vinse il premio come miglior attrice a Cannes, mentre il film fu accolto dalla critica come un’opera capace di infrangere le convenzioni dell’horror e affrontare temi complessi attraverso una messinscena estrema.

Il remake parte dunque da un materiale particolarmente difficile da reinterpretare. La nuova versione conserva l’idea centrale della coppia e del rapporto sentimentale che precipita verso l’incubo, affidandola però a Callum Turner e Margaret Qualley. La presenza di Paul Dano e Diego Calva amplia inoltre un cast costruito attorno a interpreti capaci di muoversi in territori psicologicamente ambigui, elemento essenziale per un film che dovrà sostenere una forte tensione emotiva.

La data dell’11 giugno 2027 apre infine una fase decisiva per Parker Finn. Dopo il successo di Smile e Smile 2, il regista ha ormai dimostrato di saper lavorare all’interno dell’horror contemporaneo; con Possession dovrà però misurarsi con un’opera molto più radicale e legata alla storia del cinema d’autore. Paramount ha scelto di collocarlo accanto a un grande titolo familiare come Dragon Trainer 2, ma la vera sfida sarà altrove: capire se Finn riuscirà a trasformare un classico intoccabile in qualcosa che abbia davvero una ragione per esistere.

House of the Dragon – Stagione 3 riscrive la storia del ‘Principe che fu promesso’ e spiega un mistero di Game of Thrones

Il finale di House of the Dragon – Stagione 3 rappresenta un altro momento cruciale per la profezia del Principe Promesso. In Game of Thrones, l’idea fu inizialmente sollevata da Melisandre, che credeva che Stannis Baratheon fosse l’eroe della profezia (la serie solitamente la confondeva con le profezie riguardanti Azor Ahai). Naturalmente, questa idea si rivelò errata e la serie non ha mai svelato chi fosse davvero il Principe Promesso. Sebbene si pensasse comunemente che si trattasse di Jon Snow o Daenerys Targaryen, la serie non si soffermò a lungo sulla questione, concludendo il suo ciclo nella maniera affrettata che tutti conosciamo.

Al contrario, House of the Dragon dedica molto spazio fin dall’inizio alla storia. Inizialmente, tutto ebbe inizio con la rivelazione del sogno di Aegon il Conquistatore, noto come le sue Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. La profezia preannunciava un’oscurità proveniente dal lontano nord che avrebbe travolto il mondo (ovvero, gli Estranei), e solo un Targaryen avrebbe potuto unire il regno per sconfiggerla. In seguito, la profezia incorporò direttamente il Principe Promesso nel testo attraverso un’iscrizione sul pugnale in acciaio di Valyria (lo stesso usato da Arya Stark per uccidere il Re della Notte).

La storia viene citata più volte nel corso della serie, fino alla fine della terza stagione. Qui assistiamo a una delle scene più importanti finora riguardanti la profezia, che potrebbe avere ripercussioni su ciò che accadrà tra la Danza dei Draghi e le vicende raccontate ne Il Trono di Spade.

Rhaenyra Targaryen rende pubblica la profezia di Aegon sulle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco

Nell’ottavo episodio di House of the Dragon – Stagione 3, Rhaenyra appare sempre più disperata. A causa di una serie di eventi concomitanti, sente che sta perdendo la guerra civile e che le mura della Fortezza Rossa si stanno stringendo intorno a lei. È presa dal panico e dalla paranoia, una situazione aggravata dalla rivelazione che Sunfyre è ancora vivo e si è riunito con Aegon, notizia che si sta diffondendo in tutto il regno nonostante avesse precedentemente dichiarato la morte del suo fratellastro ed ex re.

L’Alto Septon interpreta la notizia di Aegon e Sunfyre come un segno degli Dei, ma Rhaenyra serve quella che crede essere una forza superiore. Pertanto, fa uccidere il Septon e poi si rivolge direttamente agli abitanti di Approdo del Re riguardo alla profezia di Aegon il Conquistatore. Parla loro del Disastro di Valyria e della separazione dei Targaryen, del sogno di Aegon il Conquistatore e dell’oscurità incombente. Si autodefinisce “Rhaenyra la Prescelta” e poi, in Alto Valyriano, afferma di essere il Principe Che Fu Promesso, quando in precedenza non vi era alcun indizio che queste affermazioni fossero mai state rese pubbliche.

Potrebbe essere questo il modo in cui la profezia del Principe Promesso arriva fino ai fatti raccontati in Game of Thrones?

House of the Dragon - Stagione 3In Game of Thrones, la profezia del Principe Promesso non è molto diffusa, ma è nota ad alcuni personaggi. Ovviamente, Melisandre è la più informata, ma ci sono anche eventi recenti che vi si collegano. Rhaegar Targaryen conosceva la profezia e, sebbene le sue parole non siano state incluse nella serie, nei libri Daenerys ha una visione in cui lui parla di suo figlio come “il Principe Promesso, e a lui sarà dedicato il Canto del Ghiaccio e del Fuoco“. Anche Maestro Aemon conosce la profezia, così come un altro personaggio dei libri, l’Arcimaestro Marwyn.

Parte di questa conoscenza può essere spiegata con l’origine da altre leggende, ad esempio quella di Azor Ahai, che viene poi combinata con quella del Principe Promesso. Ma alcune espressioni del suo discorso sono specifiche, e il discorso di Rhaenyra potrebbe essere il modo in cui continua a esistere e a essere tramandato, soprattutto se non sopravvive alla Danza del Re. Sebbene la folla sia composta principalmente da gente comune, e la frase “Il Principe Promesso” sia in Alto Valyriano, è plausibile che esistano delle trascrizioni di ciò che dice, ritrovate in seguito da personaggi come Rhaegar o i Maestri della Cittadella.

Gli abitanti di Approdo del Re saranno senza dubbio confusi dalle parole di Rhaenyra, e potrebbero anche non darci troppa importanza: sono poveri e affamati e considerano la loro condizione una diretta conseguenza del suo regno e della guerra civile, non una vaga minaccia proveniente da oltre la Barriera. Quindi sarebbe comprensibile se la maggior parte delle persone non le prestasse troppa attenzione, ma allo stesso tempo, si tratta della sovrana regnante che pronuncia un discorso importante e incisivo sulle profezie, sulle minacce provenienti dal nord e sulla capacità dei soli draghi di contrastarle, e sarebbe plausibile che qualcosa di simile esistesse davvero. Naturalmente, i sogni di Aegon e il Principe Promesso non sono presenti in “Fuoco e Sangue” di George R.R. Martin, il libro da cui è tratto House of the Dragon. Questo è coerente con la scarsa diffusione di queste informazioni, ma potrebbe comunque trattarsi di qualcosa che l’autore ha pianificato. Dopotutto, il sogno di Aegon proviene direttamente da Martin, che ne parla già dal 2018 (anno di pubblicazione di “Fuoco e Sangue”). Quindi credo sia possibile che “The Winds of Winter” includa qualcosa che colleghi in qualche modo la profezia al “Cronaca del Ghiaccio e del Fuoco” di Aegon, e potrebbe trattarsi semplicemente delle parole di Rhaenyra.

House of the Dragon utilizza il Principe Promesso meglio di Game of Thrones

Che questo lo spieghi o meno, è chiaro che House of the Dragon ha utilizzato la profezia del Principe Promesso meglio di Game of Thrones. Non si tratta solo del fatto che quest’ultimo non fornisca una risposta concreta: è del tutto possibile che Martin non ne fornirà una nemmeno nei libri. Il punto delle profezie a Westeros è solitamente molto più legato a come le persone le interpretano e a come queste influenzano le loro azioni, piuttosto che al loro significato letterale, e questo è un aspetto che il prequel comprende molto bene.

Il Trono di Spade ha solo accennato alla profezia, e sebbene l’arco narrativo di Daenerys nell’ottava stagione fosse guidato dalla fede nel proprio destino e nella propria eredità, non aveva ancora pienamente plasmato il Principe Promesso come parte di esso. Al contrario, House of the Dragon ha intrecciato il sogno di Aegon nel tessuto stesso della Danza dei Draghi. È un malinteso a riguardo che contribuisce a scatenare la guerra civile, che guida gran parte dell’arco narrativo di Rhaenyra ed è persino intrecciato a quello di Daemon.

Non si tratta del fatto che Rhaenyra sia il Principe Che Fu Promesso – sappiamo tutti che non lo è – ma di come la sua convinzione in questo le dia un senso di superiorità, come la cambi come persona e come determini le sue azioni e al tempo stesso le difenda. Sebbene non abbia apprezzato tutta la storia di Rhaenyra nel finale di House of the Dragon, e abbia trovato alcuni passaggi troppo bruschi, l’uso delle profezie e dei sogni è davvero ben fatto, e molto più vicino al modo in cui Martin li utilizza rispetto a quanto non sia riuscito a fare Game of Thrones.

Extinction – Sopravvissuti, spiegazione del finale: cosa sono le creature e perché Patrick si sacrifica

Il finale di Extinction – Sopravvissuti, film post-apocalittico su Netflix del 2015 diretto da Miguel Ángel Vivas, risolve contemporaneamente i due misteri sui quali è costruita la storia. Il primo riguarda le creature che improvvisamente ricompaiono a Harmony nove anni dopo l’epidemia; il secondo, molto più importante, riguarda il rapporto tra Patrick, Jack e Lu. I due uomini non sono semplicemente sopravvissuti che hanno imparato a odiarsi: condividono una tragedia familiare che nessuno dei due è riuscito davvero a superare.

Quando gli infetti tornano, Patrick e Jack scoprono che il tempo trascorso non li ha eliminati. Li ha trasformati. Le creature si sono adattate alle condizioni estreme, hanno perso la vista e sviluppato un udito eccezionalmente sensibile. Contemporaneamente emerge un’altra verità: Patrick, Jack e Lu sono stati esposti all’infezione senza trasformarsi, suggerendo che abbiano sviluppato un’immunità. La presunta sicurezza di Harmony era quindi un’illusione: né l’epidemia né ciò che era accaduto nove anni prima erano realmente scomparsi.

È questa simmetria a dare senso al finale. Gli infetti sono cambiati per sopravvivere, mentre Patrick e Jack sono rimasti emotivamente immobili per nove anni. L’assalto conclusivo costringe finalmente entrambi a interrompere quella paralisi. Patrick lo fa nel modo più radicale, sacrificandosi per permettere a Lu, Jack e alla donna incinta incontrata poco prima di lasciare Harmony. La sua morte non serve soltanto a sconfiggere temporaneamente le creature: completa un percorso di colpa iniziato la notte in cui Emma morì.

Patrick è il vero padre di Lu e il passato con Emma spiega l’odio di Jack

La rivelazione fondamentale riguarda Lu. La bambina è cresciuta con Jack e lo considera suo padre, ma il suo vero padre biologico è Patrick. I due uomini vivevano già insieme a Emma e alla piccola quando, nove anni prima, l’infezione aveva distrutto la società. Dopo la morte di Emma, però, la loro famiglia si era spezzata.

Patrick era precipitato nell’alcolismo e Jack aveva preso Lu con sé, separandola dal padre biologico. Da quel momento i due avevano continuato paradossalmente a vivere uno accanto all’altro a Harmony, divisi da una recinzione e da un rancore che il film rende quasi fisico. Jack impedisce persino a Lu di avere un vero rapporto con Patrick.

Al centro della frattura c’è Emma. Durante la fuga iniziale, la donna viene attaccata e morsa da uno degli infetti. Patrick non riesce a salvarla e il trauma contribuisce alla sua successiva autodistruzione. Jack attribuisce a Patrick la responsabilità di quanto accaduto e, vedendolo incapace di occuparsi della bambina, assume il ruolo paterno. È da questa ferita che nasce la strana famiglia che incontriamo nove anni dopo.

Il film costruisce quindi Harmony come una specie di prigione emotiva. Patrick potrebbe andarsene, Jack potrebbe cercare una nuova comunità e Lu potrebbe finalmente conoscere la verità, ma nessuno lo fa. Sono sopravvissuti alla fine del mondo senza riuscire a superare la fine della propria famiglia.

Il ritorno degli infetti rompe questo equilibrio. Quando Lu esce di nascosto per portare dei fiori sulla tomba del cane di Patrick e viene attaccata, Jack interviene e rimane gravemente ferito. È Patrick a salvare entrambi. Per la prima volta dopo anni, i due uomini sono nuovamente costretti ad agire come una famiglia invece che come due sopravvissuti separati dal rancore.

Le creature di Extinction sono infetti evoluti e il sacrificio di Patrick completa la sua redenzione

Matthew Fox in Extinction - Sopravvissuti

Uno degli aspetti che può creare maggiore confusione nel finale riguarda la natura delle creature. Non sono alieni e non rappresentano una nuova minaccia arrivata a Harmony. Sono gli esseri umani trasformati dall’infezione che aveva provocato il collasso della civiltà nove anni prima. Il clima non li ha sterminati come Patrick e Jack avevano creduto: li ha costretti ad adattarsi.

La trasformazione più evidente riguarda i loro sensi. Gli infetti sono diventati ciechi, ma possiedono un udito estremamente sviluppato. Patrick lo comprende durante uno dei primi incontri, quando nota che una creatura non riesce a individuarlo visivamente ma reagisce immediatamente ai rumori. La loro evoluzione diventa fondamentale durante l’assedio finale.

La donna incinta incontrata da Patrick, Jack e Lu aggiunge un altro dettaglio decisivo: gli ululati degli infetti servono a richiamarne altri. Quando la creatura che il gruppo aveva catturato viene uccisa, diventa ormai chiaro che altri stanno arrivando. La casa viene quindi fortificata in preparazione dell’attacco.

Durante l’assedio, il gruppo scopre anche come sfruttare la loro debolezza. La musica ad alto volume sovraccarica il loro udito e permette momentaneamente ai sopravvissuti di tenerli sotto controllo. Il piano funziona soltanto finché il generatore dispone di carburante. Quando la musica comincia ad abbassarsi, la difesa diventa insostenibile.

A quel punto Patrick decide di rimanere indietro.

Accende un flare, produce deliberatamente rumore e attira verso di sé gli infetti sfruttando proprio il loro udito. Mentre le creature lo seguono, Jack riesce a fuggire insieme a Lu e alla donna incinta. Patrick provoca infine un’esplosione che uccide lui e gli infetti che lo hanno circondato.

Il sacrificio completa il percorso del personaggio perché riproduce, ribaltandola, la situazione che lo perseguita da nove anni. Patrick non era riuscito a salvare Emma; questa volta riesce a salvare sua figlia. Non può recuperare gli anni trascorsi lontano da Lu né cancellare ciò che è successo, ma può finalmente assumersi fino in fondo quella responsabilità paterna che il trauma e l’alcolismo gli avevano impedito di esercitare.

C’è anche un dettaglio simbolico importante nell’identità dell’altra sopravvissuta: è incinta. Alla fine del film, quindi, Jack e Lu lasciano Harmony insieme a una donna che porta con sé una nuova vita. Dopo un’intera storia costruita intorno a morte, sterilità del paesaggio e isolamento, il film introduce letteralmente la possibilità che esista un futuro.

L’ultima immagine rafforza questa lettura. Jack, Lu e la donna abbandonano Harmony mentre sorge il sole. Non sappiamo esattamente cosa troveranno fuori dalla città né quanto dell’umanità sia realmente sopravvissuto. Il film non promette che il mondo sia improvvisamente diventato sicuro. Mostra invece qualcosa di più piccolo: per la prima volta dopo nove anni, i protagonisti decidono di andare avanti anziché continuare a nascondersi.

Ed è proprio qui che il titolo Extinction assume un significato più interessante. L’estinzione minacciata dal film non riguarda soltanto la specie umana. Patrick e Jack hanno trascorso nove anni lasciando che dolore, colpa e rancore cancellassero ciò che restava della loro famiglia. Gli infetti, paradossalmente, hanno continuato a evolversi mentre loro sono rimasti fermi. Il sacrificio di Patrick spezza finalmente quella condizione: lui muore, ma permette a Lu di uscire dal mondo congelato nel quale gli adulti l’avevano costretta a crescere. Il sole che chiude il film non annuncia quindi la fine dell’apocalisse, ma la possibilità che, dopo anni trascorsi semplicemente a sopravvivere, qualcuno possa finalmente ricominciare a vivere.

Il prossimo grande antagonista di The Walking Dead: Dead City si nasconde in bella vista

The Walking Dead ha quasi sempre costruito i suoi grandi antagonisti seguendo una formula riconoscibile. Il Governatore, Negan, Alpha e molti dei nemici incontrati nel corso del franchise guidavano comunità o gruppi rivali capaci di minacciare direttamente i protagonisti. Anche The Walking Dead: Dead City ha seguito questa strada nelle prime due stagioni attraverso i Burazi, New Babylon e personaggi come la Dama e il Croato. La terza stagione, però, potrebbe preparare qualcosa di diverso.

I primi episodi hanno progressivamente eliminato o ridimensionato molte delle minacce precedenti, lasciando la stagione senza un antagonista centrale chiaramente identificabile. Contemporaneamente, la serie ha introdotto Dillard, il misterioso proprietario del bar incontrato da Negan. Inizialmente presentato come un sopravvissuto eccentrico che sostiene di aver trascorso lì l’intera apocalisse, il personaggio ha mostrato qualcosa di molto più inquietante: considera alcuni vaganti suoi amici, sostiene di poter comunicare con i morti e tiene una walker legata nel proprio appartamento.

Non basta ancora per definirlo un villain. Ma è proprio questo il punto. Dead City 3 potrebbe utilizzare Dillard per costruire un antagonista dall’interno anziché introdurre l’ennesima fazione nemica, trasformando gradualmente la sua particolare relazione con i vaganti in un conflitto con Negan e gli altri sopravvissuti. Se accadesse, sarebbe una direzione coerente con una delle idee ricorrenti di The Walking Dead: il modo in cui una persona interpreta i morti racconta spesso quanto sia ancora legata al mondo dei vivi.

Dead City 3 ha eliminato quasi tutti i suoi villain mentre Dillard diventa sempre più importante

Jeffrey Dean Morgan maggie e renata Dillard in The Walking Dead: Dead City 3

La terza stagione si trova in una posizione insolita perché, almeno nei primi episodi, non possiede un vero antagonista principale. Il terzo episodio costruisce un conflitto tra due gruppi rivali costretti a convivere mentre ricevono cure dai medici della comunità di Maggie e Renata, ma lo scontro non riguarda direttamente i protagonisti e viene sostanzialmente risolto quando i rispettivi leader si uccidono.

Nel frattempo, molti dei personaggi che avrebbero potuto occupare quel ruolo sono usciti di scena. Il Croato rimane ferito durante un’esplosione e muore il giorno successivo, non prima di aver ottenuto una parziale redenzione che rende la sua fine particolarmente significativa per Negan. Il senso di colpa per la sua morte arriva persino a far piangere l’ex leader dei Salvatori.

Anche la Dama viene definitivamente eliminata. Dopo essere stata catturata, le viene offerta la possibilità di provare a cambiare oppure togliersi la vita, ma Negan finisce per decidere al posto suo: la uccide fuori campo facendo apparire la morte come un suicidio. Persino New Babylon, che alla fine della seconda stagione sembrava destinata a diventare la nuova grande forza antagonista dopo aver conquistato New York, viene quasi completamente spazzata via dall’esplosione provocata dal Croato.

Questo vuoto rende Dillard molto più interessante. Dead City non deve necessariamente sostituire immediatamente una fazione con un’altra. Può lasciare che la minaccia emerga progressivamente da un personaggio che Negan considera inizialmente un possibile alleato. In questo modo il conflitto non nascerebbe dalla conquista di un territorio, ma da due modi incompatibili di interpretare il mondo dopo l’apocalisse.

Il rapporto di Dillard con i vaganti richiama alcuni dei villain più inquietanti di The Walking Dead

Dillard in The Walking Dead: Dead City

Dillard non è pericoloso semplicemente perché tiene dei vaganti vicino a sé. È abbastanza consapevole della loro natura da rimuoverne denti e unghie, riducendo la possibilità che possano ferirlo. Il problema è il significato che attribuisce loro. Non considera i morti soltanto creature da neutralizzare: stabilisce con loro un rapporto emotivo e sembra convinto di poter comunicare realmente con alcuni di essi.

Il franchise ha già utilizzato questa idea in forme differenti. Il Governatore teneva la figlia Penny dopo la sua trasformazione perché non riusciva ad accettarne completamente la morte. Alpha e i Sussurratori avevano invece costruito un’intera filosofia intorno ai vaganti, arrivando a cancellare progressivamente la distinzione simbolica tra esseri umani e morti.

Dillard è ancora molto lontano da entrambi, ed è proprio per questo che la sua evoluzione potrebbe funzionare. Il suo comportamento appare per ora più eccentrico che apertamente violento. Eppure esiste già un problema concreto: se considera i walker degli amici, cosa accadrà quando dovrà scegliere tra loro e una persona viva?

Negan ha già rimproverato Dillard per la sua imprudenza. Se dovesse scoprire la walker nascosta nell’appartamento e iniziare a mettere apertamente in discussione le convinzioni dell’uomo, la loro relazione potrebbe cambiare rapidamente. Dillard potrebbe interpretare l’uccisione dei vaganti non più come una necessità per sopravvivere, ma come un’aggressione verso qualcosa a cui attribuisce ancora una forma di identità.

Non serve che diventi un nuovo Alpha o che costruisca una comunità di seguaci. Anzi, sarebbe probabilmente meno interessante. Dopo anni di leader carismatici, eserciti e fazioni contrapposte, Dead City potrebbe trovare una minaccia più imprevedibile proprio in un singolo uomo apparentemente innocuo la cui idea dell’apocalisse è diventata incompatibile con quella degli altri sopravvissuti.

La terza stagione non ha ancora confermato che questa sarà la direzione di Dillard, e la sua particolare relazione con i morti potrebbe rimanere semplicemente una conseguenza psicologica degli anni trascorsi nell’apocalisse. Gli indizi, però, assumono un peso diverso proprio perché Dead City ha progressivamente liberato il campo dai suoi antagonisti precedenti. Se Dillard dovesse davvero diventare il prossimo problema di Negan e Maggie, la serie avrebbe l’occasione di evitare l’ennesima guerra tra comunità e tornare a una delle domande più interessanti di The Walking Dead: quanto può cambiare il significato dell’essere umano quando si trascorrono abbastanza anni circondati dai morti?

La serie fantascientifica in due parti con Kurt Russell, che vanta un ottimo punteggio del pubblico su Rotten Tomatoes, è perfetta per una maratona nel weekend

Kurt Russell ha attraversato praticamente ogni declinazione possibile del cinema di genere. È stato protagonista dell’action, del western e soprattutto della fantascienza, passando da La cosa e Stargate fino al ruolo di Ego in Guardiani della Galassia Vol. 2. Eppure, una delle utilizzazioni più interessanti della sua esperienza con il genere è arrivata recentemente sul piccolo schermo con Monarch: Legacy of Monsters, la serie Apple TV ambientata nel MonsterVerse.

Dopo due stagioni e 20 episodi, Monarch: Legacy of Monsters è diventata molto più di un’estensione televisiva dei film di Godzilla e Kong. La serie racconta la storia dell’organizzazione Monarch attraverso epoche differenti e affida proprio a Russell il ruolo di Lee Shaw, uno dei personaggi che collegano il passato dell’organizzazione al presente. La particolarità è che il giovane Lee è interpretato da Wyatt Russell, permettendo a padre e figlio di incarnare letteralmente due fasi della stessa vita.

È questa combinazione a rendere la serie particolarmente efficace anche come maratona. Monarch utilizza Kurt Russell come volto umano di un universo dominato da creature gigantesche, mentre le due linee temporali trasformano la mitologia del MonsterVerse in un mistero da ricostruire progressivamente. Godzilla e Kong rimangono fondamentali, ma non sono più l’unico motivo per entrare in questo mondo: per la prima volta è la storia delle persone che hanno imparato a convivere con i Titani a tenere insieme davvero il franchise.

Kurt Russell dà a Monarch ciò che i film di Godzilla e Kong non possono avere

Monarch: Legacy of Monsters

Lee Shaw occupa una posizione ideale all’interno del MonsterVerse. È legato alle origini di Monarch e possiede quindi una conoscenza dei Titani superiore a quella della nuova generazione, ma non viene utilizzato soltanto come personaggio incaricato di fornire spiegazioni. La serie lo mantiene direttamente al centro dell’azione.

È qui che Kurt Russell diventa una scelta particolarmente efficace. Lee conserva molte delle caratteristiche che hanno reso l’attore riconoscibile nel cinema di genere: sicurezza, ironia, fisicità e una capacità quasi naturale di alleggerire una situazione senza privarla della sua tensione. Quando il personaggio deve affrontare qualcosa di apparentemente impossibile, Russell riesce a renderlo credibile proprio perché la sua carriera ha costruito per decenni quel tipo di presenza.

La scelta di affidare la versione giovane del personaggio a Wyatt Russell aggiunge però un livello ulteriore. Le due interpretazioni non servono semplicemente a indicare che sono trascorsi degli anni. Permettono alla serie di interrogarsi su come Lee sia diventato l’uomo che conosciamo nel presente. Le decisioni prese nel passato acquistano significato quando vediamo le conseguenze che hanno prodotto decenni più tardi.

Questo meccanismo distingue Monarch dai film del MonsterVerse. Un blockbuster dedicato a Godzilla o Kong deve inevitabilmente costruire la propria progressione verso lo spettacolo dei Titani. Una serie televisiva può permettersi il contrario: rallentare, mostrare le persone che studiano quelle creature e trasformare la loro esistenza in qualcosa che modifica vite, relazioni e istituzioni nel corso delle generazioni.

Le due timeline rendono Monarch: Legacy of Monsters ideale per una maratona

Kurt Russell Monarch- Legacy of Monsters

Le prime due stagioni comprendono 20 episodi, dieci per ciascun capitolo. È una dimensione abbastanza ampia da permettere alla mitologia di svilupparsi, ma ancora sufficientemente contenuta da rendere possibile recuperare la serie nell’arco di un fine settimana. Il punto, però, non è soltanto la durata.

La struttura stessa di Monarch favorisce una visione ravvicinata degli episodi. Le due linee temporali non procedono indipendentemente: ciò che viene scoperto nel passato modifica continuamente la comprensione degli eventi del presente. Informazioni apparentemente incomplete acquistano senso soltanto quando la serie mostra un altro frammento della storia di Monarch.

È un approccio particolarmente adatto al MonsterVerse perché permette di trasformare la sua lore in una vera componente narrativa. I Titani vengono distribuiti lungo gli episodi invece di essere utilizzati continuamente, e proprio questa relativa parsimonia aumenta il peso delle loro apparizioni. Quando Godzilla, Kong o un’altra creatura entra nella storia, la serie può recuperare improvvisamente la scala spettacolare dei film.

La seconda stagione spinge questa logica ancora oltre giocando anche con il tempo e con le conseguenze che questo produce sui personaggi. A quel punto le diverse epoche non sono più soltanto un sistema attraverso cui raccontare la nascita di Monarch: diventano parte del funzionamento stesso della storia. Seguire gli episodi a breve distanza aiuta quindi a cogliere collegamenti, anticipazioni e rivelazioni che costituiscono una parte importante dell’esperienza.

È probabilmente questo il risultato più interessante raggiunto da Monarch: Legacy of Monsters. Il MonsterVerse cinematografico ha dimostrato che Godzilla e Kong possono sostenere enormi blockbuster; la serie Apple TV dimostra invece che quel mondo può funzionare anche quando i mostri non occupano continuamente il centro dell’inquadratura. Kurt Russell è fondamentale proprio perché fornisce alla saga un protagonista capace di reggere quei momenti: qualcuno abbastanza carismatico da farci interessare a Monarch anche mentre Godzilla è fuori campo.

Dopo 20 episodi, la serie ha quindi trovato una funzione precisa all’interno del franchise. Non deve competere con i film sul terreno dello spettacolo, ma spiegare cosa significhi vivere nel mondo che quei film hanno creato. Ed è proprio questa differenza, insieme alla doppia interpretazione di Kurt e Wyatt Russell e a una struttura costruita intorno a misteri e cliffhanger, a rendere Monarch: Legacy of Monsters una delle porte d’ingresso più interessanti nel MonsterVerse e una maratona particolarmente adatta a chi vuole recuperarla nell’arco di un weekend.

A distanza di otto anni, la ABC ripropone la trama più odiata di “9-1-1”

9-1-1: Nashville ha costruito buona parte della sua prima stagione intorno alla fragilità della famiglia Hart. L’arrivo di Blue, il figlio che Don aveva avuto con Dixie, ha immediatamente messo in discussione l’apparente stabilità del matrimonio tra Don e Blythe, riportando nella sua vita una relazione che apparteneva al passato ma che non era mai stata realmente risolta. Nel finale di stagione, quella tensione ha raggiunto inevitabilmente il punto di rottura.

Il problema è che il triangolo tra Don, Blythe e Dixie sta conducendo lo spinoff verso un territorio che il franchise aveva già esplorato otto anni fa. Nella serie originale, Hen aveva tradito Karen con Eva, una sua ex compagna con la quale condivideva un passato complicato e un legame familiare. Fu una delle decisioni narrative più contestate di 9-1-1, soprattutto perché sembrava contraddire la solidità che la serie aveva costruito intorno alla coppia.

La somiglianza è evidente, ma 9-1-1: Nashville non ha ancora necessariamente ripetuto lo stesso errore. Don arriva vicino al tradimento quando accetta di trascorrere una notte con Dixie per impedirle di pubblicare una nuova diss track, salvo poi tirarsi indietro. È proprio questa differenza a offrire alla seconda stagione una strada più interessante: utilizzare il quasi tradimento non per costruire un’altra relazione clandestina, ma per costringere Don e Blythe ad affrontare qualcosa che il loro matrimonio ha cercato continuamente di ignorare. Il vero problema non è se Don ami ancora Dixie, ma perché il passato con lei continui ad avere tanto potere sul suo presente.

Don e Dixie funzionano meglio come un passato irrisolto che come una nuova storia d’amore

9-1-1: Nashville - stagione 2

La prima stagione ha chiarito che il legame tra Don e Dixie non può essere liquidato come quello tra due ex che hanno semplicemente preso strade differenti. L’episodio Don Begins ricostruisce una relazione iniziata quando erano giovani, passata dall’amicizia all’amore e poi attraverso separazioni, accuse e risentimenti. Dixie è stata il primo grande amore di Don e, soprattutto, è la madre di suo figlio Blue.

Questo rende perfettamente plausibile che Don provi ancora qualcosa quando si trova davanti a lei. Ma un legame emotivo non equivale necessariamente al desiderio di ricostruire una relazione. Il passato condiviso, la nostalgia e la presenza di un figlio possono creare una vicinanza che Don stesso fatica a interpretare, ed è proprio questa ambiguità a ferire Blythe.

Lo showrunner Rashad Raisani ha spiegato a TVLine che Don e Blythe stanno entrambi negando parte di ciò che provano e che Dixie funziona come il personaggio capace di portare in superficie le loro ipocrisie e insicurezze. Raisani ha anche confermato che esiste ancora una componente emotiva nel rapporto tra Don e Dixie e che è precisamente questo aspetto a far sentire Blythe tradita.

La funzione più interessante di Dixie, quindi, non è quella di “rubare” Don. È costringerlo a riconoscere che non ha mai davvero elaborato quella parte della propria vita. Se 9-1-1: Nashville trasformasse questa tensione in un vero tradimento, ridurrebbe un conflitto psicologico relativamente complesso a un triangolo sentimentale molto più convenzionale. Mantenere Don sulla soglia significa invece poter raccontare quanto un rapporto possa mettere in crisi un matrimonio anche senza trasformarsi nuovamente in una relazione.

La storia di Hen e Karen dimostra perché il tradimento sarebbe la scelta meno interessante per 9-1-1: Nashville

Il precedente di Hen e Karen rende questa direzione ancora più rischiosa. Nella serie originale, Hen aveva tradito Karen con Eva, una donna con la quale condivideva a sua volta una storia sentimentale complessa. Anche in quel caso esisteva un legame impossibile da eliminare completamente, rafforzato dalla presenza di un figlio che Hen e Karen avrebbero successivamente adottato.

Il problema non era semplicemente l’infedeltà. Era il fatto che il comportamento di Hen apparisse difficilmente conciliabile con la caratterizzazione che la serie aveva costruito. 9-1-1 dedicò poi molto spazio alle conseguenze, mostrando Hen impegnata a riconquistare la fiducia di Karen, ma questo non impedì alla storyline di diventare una delle più contestate dal pubblico.

Con Don la situazione è differente. Il suo tentativo di risolvere un problema familiare accettando un accordo moralmente assurdo con Dixie è coerente con un personaggio molto meno stabile. Anche il fatto che alla fine si tiri indietro dice qualcosa di importante: Don può prendere decisioni sbagliate senza necessariamente oltrepassare l’ultima linea.

Ed è proprio qui che Nashville può distinguersi dalla serie madre. Raisani ha riconosciuto che i personaggi dello spinoff sono emotivamente meno solidi rispetto a quelli degli altri show del franchise. Questa instabilità può essere una risorsa narrativa, purché non diventi una giustificazione per accumulare continuamente tradimenti e riconciliazioni.

La seconda stagione dovrebbe quindi concentrarsi sulle conseguenze di ciò che è già accaduto. Blythe sa che Don era disposto ad arrivare fino a quel punto; Don deve riconoscere perché Dixie riesca ancora a destabilizzarlo; Dixie, infine, deve trovare una funzione narrativa che non dipenda esclusivamente dal tentativo di distruggere il matrimonio degli Hart. Lo stesso Raisani ha anticipato che il personaggio dovrebbe cominciare ad allontanarsi da questa dinamica nella seconda stagione.

È probabilmente la scelta necessaria. 9-1-1: Nashville ha già ottenuto dal triangolo tutto ciò che gli serviva: ha incrinato l’immagine della famiglia Hart e costretto Don e Blythe a confrontarsi con sentimenti che preferivano non riconoscere. Portare adesso Don verso un vero tradimento significherebbe ripetere una storyline che il franchise ha già raccontato e che il pubblico aveva già respinto. Lasciarlo fermo un passo prima, invece, permette alla serie di raccontare qualcosa di più difficile: come si ricostruisce la fiducia quando il tradimento non è avvenuto, ma la volontà di contemplarlo è stata sufficiente a cambiare tutto.

Rosario Dawson aveva un cameo come Claire Temple in Spider-Man: Brand New Day, ma è stato tagliato

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Rosario Dawson ha confermato di aver girato una scena nei panni di Claire Temple per Spider-Man: Brand New Day, ma il suo cameo è stato eliminato dal montaggio finale. La rivelazione arriva direttamente dall’attrice, che ha raccontato l’accaduto durante un incontro con i fan al GalaxyCon di Raleigh, spiegando di aver scoperto solo successivamente che la sua partecipazione al nuovo film Marvel non sarebbe arrivata sul grande schermo.

La dichiarazione è arrivata quando un fan le ha chiesto quale personaggio avrebbe voluto vedere lavorare insieme a Claire. “Beh… dovrò dire Spider-Man”, ha risposto Dawson. “Ho persino girato una scena nel nuovo film di Spider-Man. Ma mi hanno tagliata”. L’attrice ha poi proseguito: “Lo so. L’ho detto a mia mamma e lei mi ha risposto: “Che peccato. Adesso non posso più pubblicare le foto [del dietro le quinte] [sui social media]”. E io le ho detto: “Già, mamma. Il fatto che io sia stata tagliata fuori dal film che ha, tipo, il maggior numero di visualizzazioni di un trailer di sempre, il problema è che tu non puoi pubblicare le tue foto del dietro le quinte”.

Dawson ha sottolineato che suo zio Gus “era un disegnatore di fumetti ed è proprio questo il motivo per cui nutro una tale ammirazione per questo mondo. Sapevo che Sin City stava per uscire, ho fatto il provino per quel film e [conoscevo] Frank Miller. Capivo queste cose grazie a [mio zio], e il primo personaggio che lui ha imparato a disegnare è stato Spider-Man. Quindi Spider-Man è davvero importantissimo”.

“C’è una vignetta in uno dei nuovi fumetti in cui un giovane Spider-Man parla con Daredevil, e l’hanno realizzata in modo che il giovane Spider-Man frequenti la PS19 nel Lower East Side — che è proprio la scuola elementare che ho frequentato io!”, ha detto. “Quando vi dico che il mio post era già pronto, con il mio dietro le quinte! Mio nipote indossava tutti i suoi vestiti di Spider-Man perché lo adora. Poi ho ricevuto l’e-mail che diceva più o meno: ‘Sì, ma no’.” Dawson ha scherzato dicendo: “Sono una scartata di Spider-Man”, sottolineando che il suo personaggio in Daredevil “si trova da qualche parte nello stesso universo, e questo mi piace tantissimo. Spero di poter interpretare di nuovo Claire”.

La notizia riapre dunque una possibilità che sembrava particolarmente promettente per il nuovo capitolo con Tom Holland: il ritorno di Claire avrebbe potuto creare un collegamento diretto con la componente più urbana e street-level dell’universo Marvel, soprattutto considerando la sua lunga storia accanto agli eroi di Daredevil. Il taglio della scena, però, non significa necessariamente che il personaggio sia stato escluso definitivamente dai piani Marvel.

Il ritorno di Claire Temple resta possibile nonostante il taglio da Spider-Man: Brand New Day

Rosario Dawson ha interpretato Claire Temple in diverse produzioni Marvel, tra cui Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage, Iron Fist e The Defenders. Il personaggio ha rappresentato per anni uno dei principali punti di connessione tra le diverse serie Marvel ambientate nella New York più realistica e criminale, diventando una presenza ricorrente nella cosiddetta saga dei Defenders. L’attrice si era anche detta disponibile a riprendere il ruolo in Daredevil: Rinascita.

L’idea di inserirla in Spider-Man: Brand New Day avrebbe avuto quindi una precisa funzione narrativa. Il nuovo film di Destin Daniel Cretton potrebbe infatti spingere maggiormente Peter Parker verso il lato urbano dell’universo Marvel, un terreno nel quale la presenza di personaggi legati a Hell’s Kitchen avrebbe avuto particolare senso. La scena eliminata dimostra almeno che questa possibilità è stata presa in considerazione durante la produzione.

La stessa Dawson ha lasciato aperta la porta a un ritorno: «Sono un rifiuto di Spider-Man», ha scherzato, aggiungendo che Claire «si trova da qualche parte nello stesso universo» e che spera di poter tornare a interpretarla. Il cameo tagliato potrebbe dunque essere semplicemente una decisione di montaggio, soprattutto in un film ancora avvolto da numerose incognite narrative. Per ora Claire Temple resta fuori da Spider-Man: Brand New Day, ma la sua storia nell’universo Marvel è tutt’altro che chiusa.

La serie prequel di Sherlock di Guy Ritchie ha completamente sostituito Watson

Sherlock Holmes e John Watson formano una delle coppie più riconoscibili della letteratura e, inevitabilmente, del cinema e della televisione. Cambiano epoca, interpreti e ambientazione, ma quasi ogni adattamento finisce per ricostruire la stessa dinamica: Sherlock osserva ciò che gli altri non vedono, mentre Watson diventa il punto di contatto tra il detective e lo spettatore. Young Sherlock, la serie prequel di Prime Video legata a Guy Ritchie, ha scelto invece di spezzare questa tradizione.

La serie segue il giovane Sherlock interpretato da Hero Fiennes Tiffin durante gli anni trascorsi all’Università di Oxford, prima che diventi il detective che conosciamo. Al suo fianco, però, non c’è Watson. Il ruolo di compagno d’indagine viene assunto da Moriarty, interpretato da Dónal Finn, trasformando quello che conosciamo come il futuro grande nemico di Sherlock nella persona che inizialmente condivide con lui indagini, intuizioni ed esperienze.

È una modifica importante al canone, ma soprattutto una scelta che permette a Young Sherlock di reinterpretare contemporaneamente Watson e Moriarty. Se Moriarty occupa nella giovinezza di Sherlock il posto che successivamente apparterrà a Watson, la loro rivalità adulta smette di essere soltanto l’incontro tra due menti eccezionali. Diventa la conseguenza di una conoscenza costruita nel tempo. Moriarty può capire Sherlock così bene proprio perché, prima di combatterlo, ha imparato a pensare insieme a lui.

Moriarty funziona come partner di Sherlock proprio perché non può essere Watson

Young Sherlock
Photo credit_ Dan Smith

Il problema di ogni nuovo adattamento di Sherlock Holmes è confrontarsi con una relazione già codificata da più di un secolo. Watson può essere più brillante, ironico, combattivo o indipendente rispetto alla versione letteraria, ma la sua funzione narrativa rimane difficilmente eliminabile. È l’uomo che osserva Sherlock dall’esterno e che permette al pubblico di misurare l’eccezionalità delle sue deduzioni.

Persino i film di Guy Ritchie, Sherlock Holmes del 2009 e Sherlock Holmes – Gioco di ombre del 2011, avevano modernizzato questa dinamica senza realmente sovvertirla. Il Watson interpretato da Jude Law era molto più attivo rispetto a molte incarnazioni precedenti e riusciva continuamente a confrontarsi con lo Sherlock di Robert Downey Jr., ma rimaneva comunque il contrappeso umano del detective.

Moriarty non può svolgere quella funzione nello stesso modo, ed è precisamente ciò che rende interessante Young Sherlock. Non guarda semplicemente Sherlock risolvere un problema aspettando di essere sorpreso dalla spiegazione finale. È una mente che può osservare il metodo di Holmes, comprenderlo e progressivamente assimilarlo. Ogni indagine condivisa assume quindi un secondo significato che i personaggi ancora ignorano ma che lo spettatore conosce già.

La serie può così utilizzare la conoscenza del futuro come parte della tensione. Vedere Sherlock e Moriarty collaborare non significa chiedersi se la loro amicizia finirà, perché sappiamo già quale sarà il loro destino. La domanda interessante diventa capire come due persone così vicine possano trasformarsi in nemici. È una tragedia annunciata, e proprio questa consapevolezza permette alle scene di complicità di assumere un peso che una nuova versione della tradizionale coppia Holmes-Watson difficilmente avrebbe avuto.

Young Sherlock rende Moriarty pericoloso perché conosce Sherlock prima di diventare suo nemico

Hero Fiennes Tiffin come Sherlock Holmes e Do Nal Finn come Moriart in young sherlock

Nelle storie di Arthur Conan Doyle, Moriarty rappresenta qualcosa di estremamente raro: un avversario capace di confrontarsi intellettualmente con Sherlock Holmes. Non è pericoloso soltanto perché dispone di una rete criminale, ma perché riesce ad anticipare il detective, costruire strategie e comprenderne il ragionamento.

Young Sherlock offre una possibile spiegazione narrativa a questa sintonia. Se Moriarty ha trascorso parte della propria giovinezza investigando insieme a Sherlock, allora non deve studiarne il metodo dall’esterno una volta diventato suo avversario. Ha assistito direttamente alla formazione di quel metodo.

Questo rende anche più interessante il futuro ingresso di Watson. Il medico potrebbe non essere semplicemente il primo vero compagno di Sherlock, ma colui che prende il posto lasciato da qualcuno che conosceva Holmes in maniera completamente diversa. Moriarty e Watson diventerebbero così due facce opposte della stessa funzione narrativa: entrambi vicini a Sherlock, ma capaci di reagire alla sua mente e alla sua personalità prendendo direzioni radicalmente differenti.

La differenza fondamentale è ciò che fanno con quella conoscenza. Watson utilizza la vicinanza a Sherlock per comprenderlo, sostenerlo e, spesso, riportarlo verso una dimensione più umana. Moriarty potrebbe invece trasformare la stessa familiarità nell’arma perfetta contro di lui. In questa prospettiva, la futura rivalità non nasce soltanto dal fatto che i due siano intellettualmente simili: nasce dal fatto che si conoscono abbastanza bene da sapere dove colpirsi.

È qui che la scelta di Young Sherlock supera il semplice ribaltamento pensato per sorprendere il pubblico. Dopo innumerevoli adattamenti, inventare un’altra variazione della coppia Sherlock-Watson avrebbe significato lavorare ancora una volta all’interno di una struttura già conosciuta. Mettere Moriarty al posto di Watson permette invece di utilizzare proprio la familiarità del pubblico con il mito per costruire qualcosa di nuovo.

Il vero potenziale della serie sarà quindi nel momento in cui quella collaborazione comincerà a incrinarsi. Sappiamo che Sherlock Holmes incontrerà Watson e sappiamo che Moriarty diventerà il suo grande avversario. Quello che Young Sherlock può raccontare è cosa deve accadere perché un compagno diventi una nemesi. Se la serie riuscirà a costruire quella trasformazione senza ridurla a un semplice tradimento, avrà trovato un modo efficace per reinventare una rivalità che sembrava non avere più bisogno di essere spiegata.

Lioness 3 ha cambiato la struttura della serie, e la scelta rende finalmente inevitabile lo scontro tra i due mondi di Joe

Per due stagioni, Lioness ha costruito la propria tensione su una separazione quasi impossibile da mantenere. Da una parte c’è Joe McNamara, agente della CIA responsabile del programma Lioness e abituata a operare in missioni dove ogni errore può avere conseguenze enormi. Dall’altra ci sono suo marito Neal e i loro figli, una famiglia che Joe cerca continuamente di tenere lontana dalla parte più pericolosa della propria esistenza.

La serie di Taylor Sheridan ha sfruttato questa divisione per raccontare il prezzo personale del lavoro di Joe. Le operazioni clandestine, Kaitlyn Meade, la CIA e le decisioni politiche appartenevano a un mondo; matrimonio, maternità e conflitti domestici a un altro. Joe era il punto di contatto tra i due, ma il suo obiettivo era impedire che arrivassero realmente a sovrapporsi.

Lioness 3 cambia questa regola attraverso una struttura narrativa su due linee temporali, una nel passato e una nel presente. Non è soltanto un espediente per movimentare il racconto: permette alla serie di mostrare prima le conseguenze e soltanto successivamente le cause. Con la famiglia di Joe sotto assedio in una linea narrativa e Joe rapita nell’altra, la separazione sulla quale il personaggio aveva costruito la propria vita sembra definitivamente compromessa. Ed è proprio questa trasformazione a dare alla terza stagione la possibilità di mettere alla prova Joe in un modo che le precedenti non potevano ancora permettersi.

Le due linee temporali di Lioness 3 trasformano la famiglia di Joe in parte della missione

Le prime due stagioni avevano adottato prevalentemente una narrazione lineare. La tensione derivava dall’avanzamento delle operazioni e dalla necessità di comprendere se Joe e la sua squadra sarebbero riuscite a portarle a termine senza pagarne le conseguenze. La terza stagione modifica questo meccanismo mostrando contemporaneamente due momenti differenti della stessa crisi.

La linea ambientata nel presente rivela immediatamente che Joe e la sua famiglia si trovano in una situazione emotiva molto diversa rispetto alla conclusione della seconda stagione. Quella ambientata nel passato deve invece spiegare come siano arrivati fin lì. Lo spettatore non segue quindi soltanto gli eventi chiedendosi cosa succederà: conosce una parte delle conseguenze e deve capire quale catena di decisioni le abbia provocate.

Questo cambiamento è particolarmente efficace per un personaggio come Joe. Fin dall’inizio della serie, la sua vita privata è stata costruita attraverso omissioni e compartimenti stagni. Neal conosce soltanto parzialmente ciò che sua moglie affronta quando lascia casa, mentre Joe considera quella distanza una condizione necessaria per proteggere la famiglia. Il problema è che ogni nuova missione rende quella barriera più fragile.

La terza stagione sembra portare alle estreme conseguenze proprio questa contraddizione. Se il pericolo raggiunge direttamente la famiglia, la distinzione tra Joe agente e Joe moglie e madre non può più esistere. Le due timeline rendono visibile questa collisione: una mostra il risultato, l’altra ricostruisce progressivamente il processo che ha permesso ai due mondi di incontrarsi.

Il rapimento di Joe ribalta il ruolo che Lioness le aveva assegnato fin dall’inizio

Lioness stagione 2

C’è però un secondo cambiamento, ancora più importante. Joe è sempre stata il personaggio che controlla l’operazione. Può trovarsi in situazioni estreme, ma rimane il punto di riferimento della squadra Lioness: valuta i rischi, prende decisioni e deve spesso scegliere quanto sia accettabile sacrificare per raggiungere un obiettivo.

Il suo rapimento ribalta questa dinamica. La squadra non sa dove si trovi né come raggiungerla, mentre Joe deve affidarsi all’addestramento e all’istinto di sopravvivenza senza poter esercitare il controllo che normalmente definisce la sua posizione. Per la prima volta, la responsabile dell’operazione diventa essa stessa il problema che l’operazione deve risolvere.

È una trasformazione coerente con il percorso costruito nelle stagioni precedenti. Lioness ha progressivamente aumentato il costo delle decisioni di Joe, mettendo sotto pressione il matrimonio con Neal e mostrando quanto sia difficile mantenere una vita familiare mentre si opera all’interno di una struttura fondata sul segreto. La terza stagione non ha quindi bisogno di inventare improvvisamente un nuovo conflitto: può semplicemente togliere a Joe le protezioni che le avevano permesso di sostenere quello precedente.

La struttura temporale amplifica questo ribaltamento perché costringe il pubblico a osservare contemporaneamente due versioni della protagonista. Da una parte vediamo le decisioni e gli eventi che conducono alla crisi; dall’altra conosciamo già una parte del prezzo che quelle scelte hanno prodotto. Quando le due linee finiranno inevitabilmente per convergere, il punto non sarà soltanto scoprire come Joe riuscirà a sopravvivere, ma capire cosa rimarrà della separazione sulla quale aveva costruito tutta la propria esistenza.

Dopo due stagioni dedicate a definire il mondo professionale e quello privato della protagonista, Lioness aveva bisogno di qualcosa di più di una missione semplicemente più pericolosa. La terza stagione sembra averlo trovato modificando la propria stessa struttura narrativa. Le due timeline funzionano perché trasformano in forma ciò che la serie racconta da sempre nel contenuto: Joe può provare quanto vuole a dividere famiglia, identità e lavoro, ma ogni scelta compiuta in uno di questi mondi finisce inevitabilmente per produrre conseguenze nell’altro. Lioness 3 sembra finalmente pronta a mostrare cosa accade quando quella distanza scompare del tutto.

La serie sui viaggi nel tempo composta da 111 episodi torna ufficialmente con una nuova stagione il mese prossimo

Dopo 101 episodi e otto stagioni, Outlander ha concluso nel maggio 2026 il viaggio di Claire e Jamie Fraser. Per una serie costruita per oltre un decennio intorno alla loro relazione, il finale avrebbe potuto rappresentare anche la conclusione naturale dell’intero franchise. Eppure, appena pochi mesi dopo, quell’universo è già pronto a tornare: Outlander: Blood of My Blood 2 debutterà il 18 settembre 2026.

Il prequel aveva però cominciato a preparare questa transizione ancora prima della conclusione della serie madre. Blood of My Blood sposta lo sguardo sui genitori di Jamie, Brian Fraser ed Ellen MacKenzie, nella Scozia del XVIII secolo, e sui genitori di Claire, Henry Beauchamp e Julia Moriston, nell’Inghilterra della Prima guerra mondiale. Due storie d’amore appartenenti apparentemente a epoche e mondi differenti che finiscono per incontrarsi attraverso lo stesso elemento fantastico che aveva dato origine alla storia di Claire: il viaggio nel tempo.

È proprio questa struttura a spiegare perché Outlander possa continuare senza trasformare Blood of My Blood in una semplice imitazione della serie originale. Il prequel conserva gli elementi fondamentali del franchise – storia, romanticismo, violenza, famiglia e viaggio nel tempo – ma li utilizza per reinterpretare personaggi che pensavamo già di conoscere attraverso le loro origini. La seconda stagione dovrà dimostrare definitivamente se questa formula può sostenere l’universo anche dopo l’addio a Jamie e Claire.

Blood of My Blood 2 raccoglie l’eredità di Outlander senza sostituire Jamie e Claire

La prima stagione ha compiuto una scelta importante: non raccontare semplicemente la giovinezza dei genitori di Jamie. Affiancando alla relazione tra Brian ed Ellen quella tra Henry e Julia, i genitori di Claire, Blood of My Blood ha riprodotto la doppia natura che ha sempre caratterizzato Outlander. Il dramma storico rimane centrale, ma viene nuovamente destabilizzato dall’esistenza di persone capaci di attraversare epoche differenti.

Il finale ha portato questa costruzione a un punto particolarmente delicato. Henry e Julia raggiungono le pietre insieme al piccolo William, ma il tentativo di salvare la famiglia lascia aperto il destino dei personaggi. Julia attraversa il portale con il bambino, mentre non viene mostrato chiaramente cosa accada a William. Henry, intanto, rimane esposto all’arrivo di Arch Bug. La seconda stagione sembra destinata a riprendere praticamente da quel momento.

Anche Brian ed Ellen hanno ottenuto soltanto una salvezza provvisoria. I due riescono a sottrarsi a Malcolm, ma i preparativi militari che si avvertono sulle colline ricordano immediatamente quale sia una delle regole fondamentali di Outlander: le vicende private dei protagonisti non possono mai essere realmente separate dalla Storia. Amarsi significa continuamente cercare di sopravvivere agli eventi che stanno trasformando il mondo intorno a loro.

È questo il primo elemento che permette allo spinoff di funzionare. Blood of My Blood non deve creare altri Jamie e Claire. Può invece utilizzare la stessa grammatica narrativa per mostrare da quale mondo provengano Jamie e Claire. Le scelte, i sacrifici e persino i traumi delle generazioni precedenti diventano così un nuovo modo per rileggere personaggi che il pubblico ha seguito per otto stagioni.

Outlander ha costruito un franchise che non dipende soltanto dal viaggio nel tempo

La longevità di Outlander è significativa proprio perché la serie non ha mai avuto bisogno di trasformare il proprio elemento fantastico nella sua unica attrazione. Il viaggio nel tempo mette in moto la storia, ma il vero centro narrativo rimane sempre la relazione tra Jamie e Claire. Guerre, rivoluzioni, migrazioni e conflitti politici cambiano continuamente lo scenario, mentre il legame tra i due protagonisti mantiene stabile l’identità della serie.

È una formula che ha permesso allo show di attraversare otto stagioni e 101 episodi senza perdere completamente il proprio nucleo. Dalla Scozia del Settecento fino agli eventi che coinvolgono le colonie americane, Outlander ha utilizzato la Storia come qualcosa che agisce direttamente sui personaggi, non semplicemente come uno sfondo prestigioso per una storia romantica.

Blood of My Blood eredita esattamente questa caratteristica. Brian ed Ellen e Henry e Julia non sono interessanti soltanto perché diventeranno i genitori dei protagonisti originali. Le loro storie permettono di osservare come amore, appartenenza familiare e identità vengano messi alla prova da epoche differenti. Il viaggio nel tempo crea il collegamento, ma sono ancora una volta le conseguenze emotive a renderlo significativo.

C’è poi un vantaggio che pochi franchise possono sfruttare con la stessa naturalezza. La mitologia di Outlander consente di attraversare periodi storici diversi senza spezzare completamente la continuità narrativa. Un nuovo capitolo può guardare indietro nel tempo e contemporaneamente modificare ciò che sappiamo del futuro, perché passato e presente appartengono allo stesso meccanismo narrativo.

La seconda stagione di Blood of My Blood arriva quindi nel momento più importante possibile. Ora che la serie originale è terminata, lo spinoff non è più soltanto un’espansione parallela: diventa il principale responsabile della continuità televisiva del franchise. Se riuscirà a mantenere l’equilibrio tra grande storia e relazioni intime che ha sostenuto Outlander per più di cento episodi, l’addio a Jamie e Claire potrebbe non rappresentare la fine di questo universo, ma il momento in cui scopriamo quanto sia realmente capace di esistere oltre i suoi protagonisti originali.

Il ruolo oscuro di Sydney Sweeney in The Handmaid’s Tale, spiegato

Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili della sua generazione grazie a Euphoria e The White Lotus, Sydney Sweeney aveva già interpretato uno dei personaggi più tragici di The Handmaid’s Tale. Nella seconda stagione della serie, l’attrice veste i panni di Eden Spencer, una ragazza di appena 15 anni cresciuta secondo le regole di Gilead e costretta a sposare Nick Blaine. La sua presenza dura soltanto sette episodi, ma il suo arco narrativo concentra alcuni dei temi più duri dell’intera serie.

Eden potrebbe inizialmente sembrare un personaggio secondario costruito per complicare il rapporto tra Nick e June. In realtà svolge una funzione molto più importante. A differenza di June, Eden non ricorda un mondo precedente a Gilead nel quale le donne potessero scegliere chi amare, cosa leggere o quale vita costruire. È stata educata a credere nel sistema che finirà per condannarla, e proprio questa caratteristica rende la sua storia particolarmente disturbante.

La forza del personaggio sta quindi in un paradosso: Eden dimostra che Gilead non riesce a proteggere nemmeno chi è stato cresciuto per obbedirgli. La sua relazione con Isaac e soprattutto la scelta compiuta davanti alla propria condanna trasformano quella che sembrava una ragazza perfettamente integrata nel regime in una delle dimostrazioni più nette del suo fallimento. Ed è attraverso Eden che The Handmaid’s Tale mostra quanto una società fondata sul controllo assoluto debba inevitabilmente temere persino qualcosa di elementare come il desiderio.

Eden è la prova che a Gilead l’obbedienza non può garantire la sopravvivenza

Quando Eden arriva nella seconda stagione, sembra rappresentare esattamente il tipo di donna che Gilead vorrebbe creare. È stata educata dalla famiglia a considerare il matrimonio come la più alta realizzazione possibile e accetta inizialmente con entusiasmo l’unione combinata con Nick. Persino la sua giovane età non viene percepita dal sistema come un problema: a quindici anni è già considerata pronta per assumere il ruolo che la società ha deciso per lei.

È qui che il personaggio si distingue profondamente da June. La protagonista conosce la libertà perché l’ha vissuta prima della nascita di Gilead; può quindi confrontare continuamente il presente con ciò che le è stato sottratto. Eden non possiede questa memoria. Per lei le regole del regime non rappresentano inizialmente una distorsione della realtà: sono la realtà. La sua educazione dovrebbe averla resa, almeno secondo la logica di Gilead, una cittadina ideale.

Il matrimonio con Nick comincia però a incrinare quella certezza. Eden scopre che la vita promessa dalla propria educazione non corrisponde all’esperienza concreta: suo marito non la ama e l’obbedienza non produce automaticamente felicità. Quando sviluppa dei sentimenti per Isaac, il desiderio introduce nella sua vita qualcosa che il sistema non riesce a disciplinare. Non è necessario che Eden elabori una teoria politica contro Gilead. È sufficiente che desideri qualcosa che Gilead non abbia scelto per lei.

Anche la sua appartenenza agli econopeople rafforza questo significato. Eden non è un’ancella: appartiene a una classe inferiore nella gerarchia sociale del regime e, come econowife, dovrebbe assolvere contemporaneamente alle funzioni di moglie, madre e responsabile della casa. La sua vicenda allarga così la prospettiva della serie oltre la condizione delle ancelle. La repressione non riguarda una singola categoria di donne: cambia forma a seconda della posizione sociale, ma rimane il principio sul quale Gilead costruisce l’intero sistema.

La morte di Eden trasforma una vittima di Gilead in una forma di resistenza

La morte di Eden in-the-handmaid-s-tale

Il punto di svolta arriva quando Eden tenta di fuggire insieme a Isaac. I due vengono catturati e condannati per adulterio. Nel dodicesimo episodio della seconda stagione, Postpartum, vengono portati su un trampolino sopra una piscina con pesi e catene legati al corpo. A Eden viene concessa una possibilità: confessare il proprio peccato e pentirsi. Lei rifiuta. Recita invece un passo della Bibbia prima di essere gettata nell’acqua insieme a Isaac.

È una scena fondamentale perché ribalta completamente il personaggio presentato qualche episodio prima. Eden era entrata nella storia credendo sinceramente nei principi religiosi sui quali Gilead sostiene di fondarsi. Nel momento della morte utilizza quella stessa fede per rifiutare l’autorità che pretende di interpretarla. Non può cambiare la propria condanna, ma può ancora negare al regime qualcosa: il riconoscimento della propria colpa.

La tragedia diventa ancora più feroce quando scopriamo che è stato suo padre a consegnarla alle autorità. Il dettaglio mostra fino a che punto Gilead abbia sostituito i legami personali con la fedeltà al sistema. Una società che proclama continuamente la centralità della famiglia finisce per costruire un meccanismo nel quale un padre può sacrificare sua figlia per dimostrare la propria obbedienza.

Le conseguenze della morte di Eden attraversano anche gli altri personaggi. Serena deve confrontarsi con il ruolo avuto nel matrimonio della ragazza; June diventa ancora più determinata a impedire che Nichole cresca all’interno dello stesso sistema; Nick è costretto a osservare direttamente dove possa condurre il regime del quale lui stesso è parte. Eden diventa così qualcosa di più di una vittima: la sua morte modifica il modo in cui altri personaggi guardano Gilead.

Ed è qui che la breve interpretazione di Sydney Sweeney acquista tutto il suo peso. La stessa attrice ha raccontato di essere rimasta sconvolta quando scoprì quale sarebbe stata la conclusione della storia, pur apprezzando la decisione di non attenuarne la brutalità. Secondo Sweeney, proprio una conclusione così oscura avrebbe permesso alla vicenda di produrre un impatto maggiore sul pubblico e sulla storia successiva.

Eden compare soltanto in una parte della seconda stagione, ma la sua parabola racchiude una delle contraddizioni fondamentali di The Handmaid’s Tale. Gilead pretende di poter eliminare l’individualità educando le persone fin dall’infanzia a un unico modello di vita. Eden dimostra invece che nemmeno questo è sufficiente. Nel momento in cui scopre il desiderio, l’amore e la possibilità di scegliere, la ragazza cresciuta per diventare la moglie perfetta diventa incompatibile con il mondo che l’ha creata. È proprio questa trasformazione, più ancora della brutalità della sua morte, a rendere il ruolo di Sydney Sweeney uno dei più brevi ma significativi dell’intera serie.

La nuova serie drammatica legale di Netflix è perfetta per una maratona, con la seconda stagione in arrivo, ma c’è un problema.

Il 2026 è stato un anno dominato dai legal drama in streaming. All’inizio dell’anno, la quarta stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer si era già affermata come la serie più vista su Netflix. Tuttavia, serie legali non in lingua inglese come The Evil Lawyer e Sins of Kujo dimostrano la versatilità del genere sulla piattaforma, soddisfacendo gusti diversi e mostrando quanto ci sia da esplorare nel complesso mondo della giustizia.

Sebbene un cliché comune nei legal drama sia quello di un avvocato al vertice della carriera aziendale, la maggior parte delle serie non si concentra sulla ricostruzione della sua carriera dopo aver perso tutto. Ecco perché è interessante vedere avvocati che ricominciano la propria carriera, come in Ally McBeal e The Good Wife, e se a questo si aggiungono le sfide affrontate dai professionisti neurodivergenti in ambienti di lavoro competitivi, come nella serie Losing Judgment, si crea la ricetta per il successo.

Perdiendo el Juicio o Losing Judgment è un dramma giudiziario in cui la salute mentale gioca un ruolo centrale, proprio come nel popolare K-drama di Netflix Extraordinary Attorney Woo. Entrambi i protagonisti non solo devono gestire casi legali con una mente brillante, ma anche dimostrare il proprio valore in tribunale in un mondo che li giudica in base alla loro condizione.

Losing Judgment offre una nuova prospettiva per gli appassionati di legal drama

Losing Judgment è arrivato su Netflix nel giugno 2026, portando la produzione oltre i confini spagnoli. La serie è incentrata su Amanda Torres (Elena Rivera), un’avvocata di talento che sviluppa improvvisamente un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), perdendo la sua reputazione in seguito a uno sfogo in tribunale. La storia segue il suo percorso per riprendere la professione legale e gestire il suo disturbo e la sua turbolenta vita sentimentale, il tutto mentre è costretta ad accettare un caso rischioso per aiutare sua sorella, accusata dell’omicidio del suo fidanzato.

Dopo la fine del suo matrimonio e una pausa di quasi un anno, Amanda non ha fatto un ritorno trionfale. Al contrario, non ha avuto altra scelta che accettare un lavoro in un piccolo studio legale, lontano dagli ambienti dell’alta società e dagli snob a cui era abituata. Eppure, il bello di Losing Judgment è che Amanda non si nasconde dietro il suo disturbo, ma lo trasforma in un vantaggio, affrontando la sua nuova realtà con la sicurezza di un avvocato di alto livello e usando il suo perfezionismo e la sua attenzione ai dettagli come arma migliore per aiutare i suoi clienti.

Con casi episodici ben costruiti che affrontano temi interessanti mantenendo al contempo un mistero centrale nei suoi 10 episodi, Losing Judgment unisce i migliori elementi del dramma giudiziario, ma è anche una storia sull’importanza di cogliere le seconde possibilità. Detto questo, Losing Judgment è arricchito da una sottotrama romantica, oltre che dal tocco comico offerto da uno studio legale pieno di personaggi pittoreschi e dall’accattivante dinamica tra Amanda e il suo nuovo capo, Gabriel Ochoa (Manu Baqueiro), un rapporto che inizia male ma si evolve in un reciproco sostegno.

Losing Judgment è la serie perfetta per un weekend di maratona, con la seconda stagione già confermata.

Ben diversa da serie come Suits, Losing Judgment si propone di dimostrare che la ricerca della giustizia non sempre si svolge al meglio in un prestigioso studio legale. La serie esplora le disuguaglianze all’interno della professione legale e presenta una protagonista che deve reinventarsi, catturando l’angoscia e la soddisfazione di questo processo in un modo che il pubblico può facilmente comprendere. Questo rende Losing Judgment una serie ideale da guardare tutta d’un fiato, lasciando gli spettatori con la voglia di vederne ancora.

Inoltre, nonostante la risoluzione del mistero centrale nel finale di stagione, Boomerang TV ha già confermato il rinnovo di Losing Judgment ad aprile. Il rinnovo è stato motivato dall’ottima accoglienza ricevuta e la produzione della prossima stagione è attualmente in fase di sviluppo. Questo rende Losing Judgment ancora più attraente per gli spettatori che altrimenti potrebbero esitare a dare una possibilità a una nuova serie per timore di una cancellazione.

Losing Judgment è una serie divertente che offre molti spunti di riflessione su come la società giudica e reagisce alla salute mentale. Sebbene la sua rappresentazione del disturbo ossessivo-compulsivo sia tutt’altro che perfetta, Losing Judgment stimola la riflessione sull’inclusione e sull’empatia, ricordandoci che una condizione di salute mentale non sempre limita le persone e che il loro vero valore può fiorire negli ambienti più inaspettati.

Daredevil: Rinascita 3 ripartirà da un nuovo equilibrio: Vincent D’Onofrio anticipa il salto temporale

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Daredevil: Rinascita 3 non riprenderà immediatamente dagli eventi che hanno sconvolto New York nel finale della seconda stagione. Quando la serie Marvel tornerà su Disney+ nel 2027, Matt Murdock e Wilson Fisk avranno già vissuto per qualche tempo le conseguenze delle rispettive cadute, preparando un nuovo confronto tra Daredevil e Kingpin in condizioni profondamente diverse rispetto al passato.

Durante un panel della GalaxyCon a Raleigh, come riportato da The Direct, Vincent D’Onofrio ha rivelato che la terza stagione sarà ambientata circa sei mesi dopo il finale di Daredevil: Rinascita 2. Quando ritroveremo i personaggi, Matt avrà quindi trascorso del tempo in prigione, mentre Fisk sarà ancora in esilio in una località che l’attore ha volutamente evitato di rivelare. D’Onofrio ha inoltre anticipato molta azione e una situazione completamente differente quando i due finiranno inevitabilmente per incontrarsi di nuovo.

Il salto temporale permette soprattutto alla serie di evitare una semplice prosecuzione del finale. Sei mesi sono sufficienti perché gli equilibri politici e criminali di New York cambino e perché Matt e Fisk arrivino al nuovo scontro trasformati dalle conseguenze delle proprie azioni. Dopo due stagioni costruite sull’ascesa politica di Kingpin e sulla resistenza di Daredevil, la terza sembra quindi pronta a ribaltare le posizioni di entrambi.

Daredevil: Rinascita 3 ritroverà Matt e Fisk dopo la loro caduta

Il finale della seconda stagione aveva lasciato Matt Murdock in una situazione senza precedenti. Durante il processo di Karen Page, Matt aveva rivelato pubblicamente di essere Daredevil, una decisione che aveva portato infine al suo arresto. Quando inizierà la terza stagione, dunque, la sua doppia identità non potrà più funzionare secondo le vecchie regole.

La situazione di Fisk è altrettanto radicale. Dopo aver costruito progressivamente il proprio potere fino a diventare sindaco di New York, Kingpin aveva creato l’Anti-Vigilante Task Force, presentandola come uno strumento per ristabilire l’ordine ma trasformandola di fatto in un’organizzazione corrotta utilizzata contro i vigilanti della città.

Nella seconda stagione il potere dell’AVTF era cresciuto ulteriormente, prima di crollare insieme alla posizione politica di Fisk. Kingpin ha infatti accettato un accordo che gli ha consentito di evitare le accuse in cambio dell’esilio, mentre la task force è stata sciolta.

È proprio questa doppia caduta a rendere interessante il nuovo salto temporale. Matt ha perso l’anonimato che gli permetteva di essere contemporaneamente avvocato e vigilante; Fisk ha perso invece la struttura istituzionale attraverso la quale aveva trasformato il proprio potere criminale in autorità politica. Quando torneranno a incontrarsi, nessuno dei due partirà quindi dalla posizione occupata nelle stagioni precedenti.

Resta da capire quale evento li porterà nuovamente sulla stessa strada. D’Onofrio non ha voluto rivelare dove Fisk stia trascorrendo il proprio esilio né in che modo riuscirà a rientrare nella vita di Matt, limitandosi ad anticipare che i due finiranno ancora una volta per ritrovarsi.

Sul nuovo equilibrio potrebbero inoltre pesare gli eventi più recenti del MCU. Dopo il finale della seconda stagione sono arrivati The Punisher: One Last Kill e Spider-Man: Brand New Day, con quest’ultimo che presenta alcuni collegamenti diretti con l’universo narrativo di Daredevil. Non è ancora chiaro se questi elementi avranno conseguenze concrete sulla terza stagione.

Le riprese di Daredevil: Rinascita 3 si sono concluse alla fine di luglio 2026. Charlie Cox, Vincent D’Onofrio e Deborah Ann Woll torneranno rispettivamente nei ruoli di Matt Murdock, Wilson Fisk e Karen Page, mentre il debutto dei nuovi episodi è previsto su Disney+ nel 2027.

Pluribus 2 fa un importante passo avanti: Apple TV aggiorna sul ritorno della serie di Vince Gilligan

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Pluribus 2 sta finalmente entrando in una fase decisiva del suo sviluppo. Dopo mesi di attesa, arrivano nuovi aggiornamenti sulla seconda stagione della serie fantascientifica creata da Vince Gilligan, con Apple TV che conferma il lavoro sui nuovi episodi proprio mentre l’autore di Breaking Bad e Better Call Saul rivela di essere ormai vicino a un importante passaggio produttivo.

Intervistato in esclusiva da ScreenRant durante il red carpet di Ted Lasso 4, Eddy Cue, senior vice president of services di Apple, ha confermato che le sceneggiature della seconda stagione sono attualmente in lavorazione. Cue ha precisato di non averle ancora lette personalmente, ma si è detto completamente fiducioso nel lavoro di Gilligan. A fornire l’indicazione più concreta è stato però lo stesso creatore di Pluribus: intervenendo in un podcast di Deadline, Gilligan ha rivelato che le riprese dovrebbero iniziare tra un paio di mesi.

Se questa tabella di marcia verrà rispettata, la produzione potrebbe quindi partire nell’autunno 2026. È un aggiornamento significativo perché conferma che la lunga fase di scrittura sta finalmente conducendo verso il set. Allo stesso tempo, però, non significa necessariamente che il ritorno di Pluribus sia vicino: la complessità produttiva della prima stagione suggerisce che Apple potrebbe prendersi ancora molto tempo prima di riportare Carol Sturka sullo schermo.

Pluribus 2 si avvicina alle riprese, ma il ritorno potrebbe richiedere ancora tempo

Apple aveva ordinato due stagioni di Pluribus ancora prima del debutto della serie, garantendo quindi a Gilligan la possibilità di costruire la storia senza attendere i risultati della prima stagione. Lo show ha debuttato nel novembre 2025 con Rhea Seehorn nei panni di Carol Sturka, una delle poche persone apparentemente immuni al misterioso Joining che ha trasformato gran parte dell’umanità.

L’indicazione fornita da Gilligan coincide inoltre con quanto anticipato alcuni mesi fa da Karolina Wydra, interprete di Zosia. L’attrice aveva spiegato di aspettarsi un ritorno ad Albuquerque durante l’autunno per iniziare la produzione della seconda stagione, pur non conoscendo ancora una data precisa. I diversi aggiornamenti sembrano quindi convergere verso la stessa finestra produttiva.

La cautela riguarda invece la possibile data d’uscita. La prima stagione aveva iniziato le riprese ad Albuquerque nel febbraio 2024, arrivando su Apple TV soltanto il 7 novembre 2025. Se la seconda dovesse seguire tempistiche paragonabili, il pubblico potrebbe dover attendere ancora a lungo. Apple non ha infatti comunicato alcuna finestra ufficiale per il debutto dei nuovi episodi.

Dal punto di vista narrativo, Gilligan ha lasciato la serie in una posizione che rende particolarmente interessante questa lunga preparazione. Il finale della prima stagione ha visto Carol interrompere il rapporto con Zosia dopo aver scoperto che gli Others avevano individuato i suoi ovuli congelati e progettavano di convertirla senza il suo consenso. La protagonista ha quindi ritrovato Manousos ed è entrata in possesso di una bomba atomica, preparando un conflitto potenzialmente molto più radicale.

La seconda stagione dovrà quindi affrontare una trasformazione importante della protagonista. Carol non è più soltanto una donna che cerca di comprendere il Joining e resistergli: dopo quanto accaduto, sembra pronta a passare apertamente al contrattacco. È una svolta che potrebbe modificare anche la natura stessa di Pluribus, spostandola dall’esplorazione del mistero verso un conflitto sempre più diretto sul libero arbitrio e sulla sopravvivenza dell’individualità.

Dopo mesi con poche indicazioni concrete, il quadro sta dunque diventando più chiaro. Le sceneggiature sono in lavorazione, Gilligan sembra aver raggiunto un punto avanzato nello sviluppo e il ritorno sul set è ormai previsto nell’arco di pochi mesi. Per sapere quando vedremo effettivamente Pluribus 2, invece, servirà ancora pazienza.

Game of Thrones: The Mad King, arrivano le prime recensioni del nuovo prequel sui Targaryen e gli Stark

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L’universo di Game of Thrones si espande ancora, questa volta lontano dalla televisione. Game of Thrones: The Mad King, nuovo prequel teatrale ambientato durante gli ultimi anni della dinastia Targaryen, ha debuttato ufficialmente nel Regno Unito e sono arrivate le prime recensioni della critica. Il responso iniziale è in gran parte positivo, soprattutto per il modo in cui lo spettacolo porta sul palco alcuni personaggi fondamentali della storia di Westeros che nella serie originale erano rimasti confinati nei racconti e nei ricordi del passato.

Ambientato ad Harrenhal circa dieci anni prima degli eventi di Game of Thrones, The Mad King ruota attorno ad Aerys II Targaryen e agli intrighi che precedono la Ribellione di Robert, introducendo versioni più giovani di figure come Robert Baratheon e Ned Stark. Tra i personaggi maggiormente apprezzati dalla critica figurano però Rhaegar Targaryen ed Elia Martell, due nomi cruciali per la mitologia della saga. The Guardian ha assegnato allo spettacolo quattro stelle su cinque, definendo spettacolare la produzione, mentre The Independent ha sottolineato come battaglie e draghi convivano con una componente emotiva particolarmente forte.

Le prime reazioni suggeriscono soprattutto che il teatro possa essere diventato un nuovo strumento per esplorare quelle parti della storia di Westeros che difficilmente troverebbero spazio nelle serie già esistenti. La caduta di Aerys II, il destino di Rhaegar, la nascita della Ribellione di Robert e il giovane Ned Stark costituiscono infatti il vero antefatto politico di Game of Thrones: eventi raccontati continuamente nella serie originale, ma quasi mai mostrati direttamente.

The Mad King porta in scena il passato che ha cambiato per sempre Westeros

È proprio la possibilità di vedere questi personaggi prima che diventino leggenda a rappresentare uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo. Rhaegar Targaryen, in particolare, è una presenza fondamentale nell’intera saga pur comparendo pochissimo sullo schermo. Il suo rapporto con Elia Martell e gli eventi che coinvolgeranno Lyanna Stark saranno determinanti per la guerra che porterà alla caduta dei Targaryen e, molti anni dopo, per la stessa identità di Jon Snow.

Anche Ned Stark e Robert Baratheon assumono inevitabilmente un significato diverso. In Game of Thrones li conosciamo quando la ribellione appartiene ormai al loro passato; The Mad King permette invece di avvicinarsi al momento storico nel quale quelle alleanze, rivalità e tragedie stanno ancora prendendo forma.

Non tutte le recensioni sono però prive di riserve. Uno degli elementi maggiormente criticati è la durata: lo spettacolo raggiunge infatti le 3 ore e 40 minuti. The Telegraph ha evidenziato come la quantità di avvenimenti e informazioni finisca per rendere la narrazione particolarmente densa, pur considerando The Mad King un progetto valido. Più favorevole il giudizio del Daily Mail, che ha apprezzato il ritmo della produzione e la capacità della storia di mantenere una certa rilevanza contemporanea.

Diretto da Dominic Cooke e scritto da Duncan Macmillan, lo spettacolo ha debuttato ufficialmente l’8 agosto dopo alcune anteprime problematiche, alcune delle quali erano state cancellate. Le rappresentazioni al Royal Shakespeare Theatre di Stratford-upon-Avon sono previste fino al 5 settembre e, almeno per il momento, non è stata annunciata un’estensione. I biglietti disponibili sono però andati rapidamente esauriti.

Il debutto arriva inoltre in un momento particolarmente significativo per il franchise. The Mad King ha esordito nello stesso fine settimana del finale della terza stagione di House of the Dragon, che tornerà nel 2028 con la sua quarta e ultima stagione, mentre A Knight of the Seven Kingdoms proseguirà con la seconda stagione nel 2027.

Il successo iniziale dello spettacolo potrebbe quindi indicare una strada interessante per il futuro del franchise: utilizzare linguaggi diversi dalla televisione per raccontare alcuni dei grandi eventi rimasti sullo sfondo della saga. E pochi periodi della storia di Westeros hanno un potenziale narrativo paragonabile agli ultimi giorni del regno del Re Folle.

X-Files, il ritorno di Scully nel reboot sembra sempre più possibile: Chris Carter rompe il silenzio

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Il nuovo X-Files di Ryan Coogler potrebbe avere un legame molto più diretto con la serie originale di quanto immaginato. Mentre il progetto prepara una nuova generazione di protagonisti, Chris Carter, creatore storico del franchise, ha lasciato intendere che Gillian Anderson potrebbe tornare nei panni di Dana Scully, aprendo inevitabilmente la porta anche a un possibile coinvolgimento di David Duchovny.

Intervistato da Polygon in occasione della nuova director’s cut di X-Files: Voglio crederci, Carter ha parlato del futuro di Mulder e Scully e, interrogato sulla possibilità di rivederli nel reboot, ha suggerito che Anderson starebbe valutando una partecipazione. Sul ritorno di Duchovny è stato ancora più prudente, limitandosi a dire di presumere un suo possibile coinvolgimento. Le dichiarazioni, dunque, non costituiscono una conferma ufficiale, ma arrivano dopo che entrambi gli attori hanno già ammesso di aver avuto conversazioni con Coogler sul nuovo progetto.

La distinzione è importante. Carter non è direttamente coinvolto nello sviluppo creativo del reboot e ha raccontato persino di aver scelto di non leggere la sceneggiatura del pilot per poter scoprire la nuova versione di X-Files come uno spettatore. Le sue parole non possono quindi essere considerate un annuncio di casting. Tuttavia, sommate ai contatti già confermati tra Coogler, Anderson e Duchovny, indicano che un collegamento con la serie originale è quantomeno una possibilità concreta.

Il ritorno di Mulder e Scully potrebbe definire il rapporto tra il nuovo X-Files e la serie originale

Il progetto di Ryan Coogler nasce come una nuova interpretazione di X-Files, con Himesh Patel e Danielle Deadwyler indicati come protagonisti. L’obiettivo sembra quindi essere quello di costruire una nuova coppia al centro delle indagini, piuttosto che riportare semplicemente Mulder e Scully al comando della serie.

Proprio per questo un’apparizione dei due personaggi originali potrebbe avere un valore narrativo maggiore di un semplice cameo nostalgico. La presenza di Scully permetterebbe al reboot di stabilire immediatamente se la nuova storia appartenga alla stessa continuità dello show originale e, soprattutto, potrebbe offrire l’occasione di affrontare alcune questioni lasciate irrisolte.

Il revival originale di X-Files si era infatti concluso nel 2018 con un importante cliffhanger legato proprio a Scully. La successiva decisione di Gillian Anderson di lasciare la serie aveva impedito alla storia di ricevere una vera conclusione, lasciando aperto il destino del personaggio e quello del suo rapporto con Mulder.

Carter ha inoltre recentemente anticipato di avere ancora delle idee per proseguire la storia dei due agenti. Il reboot di Coogler potrebbe quindi funzionare come un ponte: introdurre nuovi protagonisti e una nuova mitologia senza cancellare ciò che è avvenuto in precedenza, lasciando contemporaneamente spazio a un’eventuale conclusione della vicenda di Mulder e Scully.

Per il momento, però, la prudenza resta necessaria. Il nuovo X-Files non ha ancora ricevuto da Hulu un ordine ufficiale per una stagione completa e non esiste alcun annuncio sul ritorno di Gillian Anderson o David Duchovny. Il pilot avrebbe terminato le riprese tra la fine di giugno e l’inizio di luglio 2026, ma molti dettagli rimangono ancora segreti.

Se le anticipazioni di Carter dovessero trovare conferma, il progetto di Coogler potrebbe quindi rivelarsi qualcosa di diverso da un reboot tradizionale: non una sostituzione della vecchia serie, ma l’inizio di una nuova fase capace di mantenere aperta la porta sul passato di X-Files.

Monster: La storia di Lizzie Borden, il trailer anticipa una stagione ancora più estrema e un ritorno inaspettato

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Monster: La storia di Lizzie Borden si mostra nel nuovo trailer ufficiale, preparando il terreno per uno dei capitoli potenzialmente più controversi dell’antologia crime di Ryan Murphy e Ian Brennan. Netflix ha svelato le prime immagini estese della quarta stagione, che arriverà in streaming il 17 settembre e porterà al centro della storia uno dei casi di omicidio irrisolti più celebri della cronaca americana.

Il trailer presenta Ella Beatty nei panni di Lizzie Borden e conferma un cast che comprende Vicky Krieps, Billie Lourd, Joey Pollari, Sarah Paulson, Jessica Barden e Rebecca Hall. Ma tra le presenze più sorprendenti figura anche Charlie Hunnam, che torna nell’universo di Monster dopo aver interpretato Ed Gein nella terza stagione. Netflix descrive i nuovi otto episodi come il racconto di una giovane donna intrappolata in un ambiente familiare dominato da repressione, umiliazione e crudeltà, elementi che la serie utilizzerà per reinterpretare la nascita della leggenda nera di Lizzie Borden.

La scelta suggerisce però anche la direzione più delicata della quarta stagione. Monster non sembra intenzionata a limitarsi alla ricostruzione del caso giudiziario, ma vuole ancora una volta interrogarsi sulla trasformazione di una persona reale in un’icona della cultura popolare. È proprio su questo terreno che la serie di Murphy ha costruito contemporaneamente il proprio enorme successo e le sue maggiori controversie: raccontare il crimine significa inevitabilmente decidere quanto spazio concedere ai fatti e quanto alla costruzione del mito.

Monster 4 trasforma il mistero di Lizzie Borden in una storia di potere e ribellione

Il caso risale al 1892, quando il padre e la matrigna di Lizzie Borden furono assassinati a colpi d’ascia nella loro casa di Fall River, nel Massachusetts. Lizzie venne processata per entrambi gli omicidi, ma fu successivamente assolta. Nessun’altra persona venne mai condannata e il duplice delitto rimane ancora oggi ufficialmente irrisolto.

La vicenda entrò rapidamente nell’immaginario americano, alimentata anche da una celebre filastrocca che contribuì a trasformare Borden in una figura quasi folkloristica. Le incongruenze nelle sue dichiarazioni e alcuni comportamenti sospetti continuarono ad alimentare le teorie sulla sua responsabilità anche dopo l’assoluzione, rendendo il caso particolarmente adatto alla formula narrativa di Monster.

La quarta stagione sembra però voler andare oltre la domanda su chi abbia realmente commesso gli omicidi. La sinossi ufficiale insiste sul rapporto tra repressione, desiderio, vendetta e libertà, presentando Lizzie come una donna che cerca di sottrarsi a una struttura familiare soffocante. Una prospettiva che potrebbe permettere alla serie di costruire un personaggio più complesso, ma che rischia anche di riaprire il dibattito sulla tendenza dell’antologia a reinterpretare e spettacolarizzare figure criminali realmente esistite.

È un problema diventato particolarmente evidente con Monster: La storia di Ed Gein. Nonostante la performance di Charlie Hunnam sia stata indicata come uno degli elementi più apprezzati, la terza stagione ha ottenuto soltanto il 22% di recensioni positive su Rotten Tomatoes ed è stata accusata da parte della critica di sensazionalismo e scarsa accuratezza.

Il successo complessivo del franchise rimane comunque enorme. La prima stagione, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, aveva superato il miliardo di ore visualizzate, mentre l’antologia ha raccolto complessivamente 23 candidature ai Primetime Emmy Awards.

Con Lizzie Borden, Murphy e Brennan sembrano quindi intenzionati a spingere ulteriormente la formula che ha reso Monster uno dei fenomeni crime più discussi di Netflix. La vera sfida sarà capire se la quarta stagione riuscirà a trasformare un caso irrisolto in un’indagine sul modo in cui nascono i mostri nell’immaginario collettivo, senza cadere nuovamente nella spettacolarizzazione che ha diviso pubblico e critica.

Monster: La storia di Lizzie Borden sarà disponibile su Netflix dal 17 settembre con tutti gli otto episodi.