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The Madison 2 cambia scenario: le nuove immagini anticipano il ritorno di personaggi importanti

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La seconda stagione di The Madison comincia a prendere forma e le nuove immagini dal set anticipano alcuni elementi interessanti per il futuro della serie di Taylor Sheridan. Dopo il debutto su Paramount+ dello scorso marzo, il drama con Michelle Pfeiffer e Kurt Russell tornerà ampliando il racconto della famiglia Clyburn, con alcuni volti della prima stagione nuovamente coinvolti e un cambiamento significativo sul fronte delle location.

Le nuove foto pubblicate da Just Jared mostrano infatti Patrick J. Adams, interprete di Russell, genero di Stacy, nuovamente sul set insieme a Rebecca Spence, che nella serie interpreta Liliana, la migliore amica della protagonista. Ma è soprattutto il luogo delle riprese a rappresentare la novità: la produzione si è spostata realmente a New York City, dopo che nella prima stagione Downtown Fort Worth era stata utilizzata come controfigura della Grande Mela.

Il cambiamento potrebbe essere più importante di quanto sembri. The Madison ha costruito la propria identità proprio sull’alternanza tra luoghi e stati emotivi, utilizzando gli spazi per raccontare il modo in cui Stacy e la sua famiglia affrontano una perdita devastante. Portare concretamente parte della seconda stagione a New York potrebbe quindi indicare un’espansione narrativa della serie, senza necessariamente abbandonare il Montana che ha caratterizzato una parte fondamentale del primo capitolo.

The Madison 2 allargherà il mondo della famiglia Clyburn dopo gli eventi della prima stagione

The Madison rappresenta uno dei progetti più particolari della produzione televisiva di Taylor Sheridan. Pur condividendo con Yellowstone una forte attenzione alla famiglia e al rapporto tra personaggi e territorio, la serie ha scelto fin dall’inizio un registro differente: meno interessato alle lotte per il potere e maggiormente concentrato sulle conseguenze intime del lutto. Al centro rimane Stacy Clyburn, interpretata da Michelle Pfeiffer, e il modo in cui la sua elaborazione del dolore finisce inevitabilmente per coinvolgere le persone che la circondano.

È proprio in questa prospettiva che i ritorni di Russell e Liliana assumono un peso maggiore. Patrick J. Adams e Rebecca Spence non sembrano destinati a essere semplicemente presenze di contorno: entrambi appartengono alla rete familiare ed emotiva attraverso cui la serie può continuare a esplorare le conseguenze degli eventi della prima stagione. Le immagini newyorkesi suggeriscono inoltre che il secondo capitolo potrebbe seguire alcuni personaggi al di fuori degli ambienti più immediatamente associati allo show.

The Madison - stagione 2

Non tutti, però, torneranno con lo stesso spazio. Matthew Fox non sarà più un membro principale del cast: l’attore aveva spiegato di aver preferito un impegno televisivo limitato dopo la lunga esperienza vissuta come protagonista di Lost. Per il resto, la seconda stagione continuerà a seguire il percorso di Stacy e l’effetto che il suo dolore esercita sulle persone che le sono vicine.

Paramount+ non ha ancora annunciato una data o una finestra ufficiale di uscita per The Madison 2, nonostante siano circolate indicazioni differenti sul possibile ritorno. Le riprese in corso confermano però che la storia sta procedendo e che Sheridan sembra intenzionato ad ampliare progressivamente l’universo della serie. The Madison, già rinnovata per proseguire oltre il primo ciclo di episodi, potrebbe così trasformarsi in uno dei suoi racconti televisivi più longevi al di fuori dell’universo di Yellowstone.

The Rookie prepara il suo futuro su ABC: importanti novità per la stagione 9 e il nuovo spinoff

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L’universo di The Rookie è destinato ad allargarsi ulteriormente. ABC ha definito i piani per il ritorno del procedural con Nathan Fillion e per il debutto del suo nuovo spinoff, The Rookie: North: la stagione 9 arriverà nell’aprile 2027, mentre la nuova serie farà il suo esordio nel maggio successivo.

La notizia arriva insieme a un passaggio ancora più importante per il futuro del franchise. Come riportato da Deadline, ABC ha infatti ordinato ufficialmente The Rookie: North, trasformando il progetto con Jay Ellis da semplice pilot a vera e propria serie. Lo spinoff seguirà un agente dello Stato di Washington alle prese con l’inizio di una nuova fase della propria vita, riprendendo quindi da una prospettiva differente il concetto alla base dello show principale.

La scelta di programmare le due produzioni a distanza di alcune settimane sembra inoltre indicare una strategia più prudente rispetto al precedente tentativo di espandere il franchise. The Rookie: Feds aveva debuttato nel settembre 2022 appena due giorni dopo l’inizio della quinta stagione della serie madre. North, invece, dovrebbe avere maggiore spazio per costruire una propria identità, pur potendo sfruttare il pubblico consolidato di The Rookie.

The Rookie: North può diventare l’espansione che il franchise non è ancora riuscito a costruire

The Rookie: North

Arrivata su ABC nel 2018, The Rookie ha costruito la propria longevità attorno a John Nolan, interpretato da Nathan Fillion, inizialmente presentato come la recluta più anziana del LAPD. Otto stagioni dopo, quella premessa si è trasformata in un procedural corale capace di mantenere un nucleo stabile di personaggi interpretati, tra gli altri, da Alyssa Diaz, Richard T. Jones, Eric Winter, Shawn Ashmore, Mekia Cox e Jenna Dewan.

Il precedente The Rookie: Feds aveva già dimostrato la volontà di ABC di trasformare la serie in un franchise, ma l’esperimento si era concluso dopo una sola stagione. Il progetto aveva registrato ascolti iniziali contenuti, pur migliorando attraverso la visione differita, e il suo futuro era stato ulteriormente complicato dagli scioperi di Hollywood del 2023.

Con The Rookie: North, ABC sembra volerci riprovare partendo da condizioni differenti. Jay Ellis, conosciuto soprattutto per Insecure e Top Gun: Maverick, guiderà una storia geograficamente distante dalla Los Angeles di Nolan. Proprio questa separazione potrebbe consentire allo spinoff di sviluppare un tono e un ambiente autonomi senza rinunciare alla formula che ha permesso alla serie madre di raggiungere nove stagioni.

La programmazione consecutiva tra aprile e maggio 2027 suggerisce infine che ABC consideri ormai The Rookie qualcosa di più di una singola serie di successo. Se North riuscirà a conquistare un pubblico proprio, il franchise potrebbe finalmente ottenere quella struttura televisiva più ampia che il breve percorso di Feds non era riuscito a consolidare.

RoboCop torna con una nuova serie: Amazon ha scelto l’attore che indosserà l’armatura

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RoboCop è pronto a tornare in azione, questa volta sul piccolo schermo. Dopo diversi anni di sviluppo, la serie di Prime Video basata sull’iconico franchise fantascientifico ha trovato il suo protagonista: Dan Stevens interpreterà il nuovo RoboCop, raccogliendo l’eredità del personaggio reso celebre da Peter Weller nel film del 1987 diretto da Paul Verhoeven.

La scelta è stata confermata dallo stesso Stevens attraverso un video pubblicato sui social. L’attore britannico, recentemente entrato anche nel MonsterVerse con Godzilla x Kong: The New Empire, sarà quindi al centro della nuova interpretazione televisiva della proprietà MGM. Il progetto era entrato in sviluppo nel 2022 e la prima stagione sarà composta da otto episodi, con Peter Ocko nel ruolo di showrunner.

Il casting di Stevens rappresenta soprattutto il primo segnale concreto di un progetto rimasto a lungo dietro le quinte. Ma la questione più interessante sarà capire quale RoboCop intenda costruire Prime Video: il film originale non era soltanto un action fantascientifico, ma una feroce satira della privatizzazione, delle multinazionali, dei media e della trasformazione dell’essere umano in prodotto. La premessa della serie suggerisce che almeno una parte di quell’identità resterà centrale.

La serie RoboCop riparte dal conflitto tra tecnologia, potere e identità umana

Dan Stevens The Terror

La sinossi diffusa per il progetto presenta infatti una storia molto vicina alle fondamenta del franchise. Una gigantesca società tecnologica convince una città ad affidarsi a un potente robot come membro delle forze dell’ordine. All’interno della macchina viene però impiantata la coscienza di un agente morto e molto amato, riportando immediatamente al conflitto tra uomo e macchina che definiva Alex Murphy nella versione originale.

È un punto di partenza che permette alla serie di conservare il concetto fondamentale di RoboCop senza necessariamente riprodurre scena per scena il film di Verhoeven. Nel 1987, Murphy diventava proprietà della Omni Consumer Products dopo essere stato brutalmente ucciso, e il progressivo recupero della propria identità trasformava quella che apparentemente sembrava una storia su un poliziotto cyborg in una riflessione molto più corrosiva sulla disumanizzazione prodotta dal potere economico.

RoboCop (1987)
© Metro-Goldwyn-Mayer Studios Inc. All Rights Reserved.

Il franchise ha già attraversato numerose incarnazioni. Dopo il film originale sono arrivati RoboCop 2 e RoboCop 3, oltre a produzioni televisive e animate, fino al reboot cinematografico del 2014 con Joel Kinnaman. Nessuna di queste versioni è però riuscita a replicare completamente l’impatto culturale e soprattutto la particolare combinazione di violenza, satira e fantascienza dell’originale.

Dan Stevens diventa quindi una scelta interessante proprio perché il nuovo adattamento dovrà trovare un equilibrio delicato: RoboCop non funziona soltanto come macchina da combattimento. Dietro l’armatura deve continuare a esistere una persona che cerca di riaffermare la propria identità contro un sistema che l’ha trasformata in tecnologia proprietaria. In un’epoca dominata dalle discussioni sull’intelligenza artificiale, sulle grandi aziende tecnologiche e sull’automazione, quella premessa potrebbe risultare persino più attuale oggi rispetto a quasi quarant’anni fa.

La serie RoboCop di Prime Video è attualmente in sviluppo e non ha ancora una data d’uscita.

Marvel cambia strategia per le serie MCU su Disney+: il nuovo piano punta a proteggere il futuro del franchise

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Marvel Studios starebbe preparando un cambio di direzione significativo per le serie MCU destinate a Disney+, riducendo il peso dei collegamenti obbligatori con i film e tornando a considerare il cinema come il centro principale del franchise. L’obiettivo sarebbe evitare che l’enorme quantità di contenuti televisivi finisca per indebolire il marchio Marvel e, soprattutto, trasformi la visione dei film in un esercizio che richiede di conoscere ogni precedente produzione streaming.

A delineare questa strategia è Matt Belloni, che durante un episodio del podcast The Town with Matt Belloni ha spiegato come il nuovo mandato per Marvel Television sarebbe quello di abbandonare progressivamente le costose miniserie costruite come estensioni indispensabili della continuità cinematografica. Secondo Belloni, all’interno della compagnia sarebbe maturata la convinzione che quell’approccio abbia contribuito a “diluire il brand”, facendo percepire i film Marvel come qualcosa per cui fosse necessario fare dei “compiti a casa”. Le serie non spariranno da Disney+, ma dovrebbero diventare più autonome, con maggiore spazio anche all’animazione e a storie non direttamente necessarie per comprendere gli eventi cinematografici.

È una distinzione importante perché il problema della fase post-Avengers: Endgame non è stato semplicemente il numero di produzioni realizzate. Marvel ha trasformato progressivamente il proprio universo condiviso da punto di forza a possibile barriera d’ingresso: seguire Wanda Maximoff in Doctor Strange nel Multiverso della Follia, per esempio, significava arrivare dal percorso costruito in WandaVision. Separare maggiormente cinema e televisione permetterebbe invece alle serie di sviluppare una propria identità e ai film di recuperare quella sensazione di evento che aveva caratterizzato soprattutto la Infinity Saga.

Le serie Marvel potrebbero smettere di essere indispensabili per capire i film del MCU

Loki 2x06 easter egg e riferimenti

Il cambiamento non significherebbe la fine della televisione Marvel. Belloni sostiene che continueranno a esserci produzioni per il piccolo schermo, ma con una continuità meno rigida rispetto ai film. In sostanza, guardare una serie Disney+ non dovrebbe più diventare un requisito per comprendere il prossimo capitolo cinematografico del MCU. È probabilmente questa la differenza più rilevante rispetto al modello sperimentato durante le Fasi 4, 5 e 6.

Marvel aveva già iniziato a muoversi in questa direzione attraverso l’etichetta Marvel Spotlight, pensata proprio per identificare storie maggiormente autonome rispetto alla grande continuity. Progetti come Echo e Wonder Man sono stati associati a questa filosofia, anche se la cancellazione di quest’ultimo dopo il precedente rinnovo ha mostrato quanto la strategia televisiva dello studio sia ancora in trasformazione.

Daredevil - Rinascita - Stagione 2
Daredevil – Rinascita – Stagione 2 – Cortesia Marvel Television

Le indiscrezioni non indicano comunque un abbandono del live-action. Un precedente report di Puck, pubblicato il 19 agosto, sostiene che Disney+ abbia ancora diverse serie Marvel dal vivo in sviluppo. Marvel Studios, al momento, non ha commentato ufficialmente né queste informazioni né quanto riferito da Belloni, quindi il quadro va considerato come una ricostruzione della strategia interna e non come un nuovo piano annunciato formalmente dallo studio.

Il calendario già definito continuerà intanto il proprio percorso. Dopo VisionQuest, attesa nell’ottobre 2026, nel 2027 sono previsti titoli come Daredevil: Rinascita – stagione 3, X-Men ’97 – stagione 3 e Your Friendly Neighborhood Spider-Man – stagione 2. Sarà probabilmente la Fase 7, dopo la conclusione della Saga del Multiverso, a mostrare pienamente gli effetti della nuova impostazione.

La scelta potrebbe rappresentare una correzione molto più profonda di una semplice riduzione del numero delle serie. Marvel sembra voler restituire funzioni differenti ai due mezzi: il cinema come asse portante e grande appuntamento collettivo del MCU, Disney+ come spazio nel quale raccontare storie capaci di esistere maggiormente da sole. Se questa separazione verrà davvero applicata, potrebbe risolvere uno dei problemi più discussi dell’era post-Endgame: rendere nuovamente accessibile il Marvel Cinematic Universe senza rinunciare alla possibilità di espanderlo.

Brothers, Matthew McConaughey e Woody Harrelson di nuovo insieme: il trailer trasforma la loro amicizia in un segreto di famiglia

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Matthew McConaughey e Woody Harrelson tornano finalmente insieme sullo schermo, ma questa volta il rapporto tra i due diventa direttamente il cuore della storia. Apple TV ha pubblicato il primo trailer di Brothers, nuova comedy in cui le due star interpretano versioni romanzate di loro stesse e scoprono qualcosa capace di mettere sotto una luce completamente diversa la loro amicizia: potrebbero essere realmente fratelli.

Il trailer parte dall’arrivo di Woody e della sua famiglia nel ranch di Matthew ad Austin, in Texas. È la madre di McConaughey, interpretata da Holland Taylor, a insinuare il dubbio osservando come i due abbiano sempre litigato proprio come due fratelli. Da lì Brothers sembra trasformarsi in una commedia volutamente caotica, tra cowboy, armi, crisi familiari e continui riferimenti alla vita pubblica dei protagonisti. La serie debutterà su Apple TV il 23 settembre con i primi due episodi, per poi proseguire settimanalmente fino al 4 novembre.

L’elemento più interessante è proprio il confine che la serie sembra voler cancellare tra realtà e finzione. McConaughey e Harrelson non stanno semplicemente interpretando due personaggi costruiti sulla loro personalità: Brothers utilizza apertamente la loro storia, la fama e persino le rispettive carriere per alimentare la commedia. Nel trailer Matthew ricorda di aver vinto un Oscar e provoca Woody sul fatto di non esserci mai riuscito, trasformando una differenza reale tra le loro carriere in materiale narrativo.

Brothers gioca con la vera amicizia tra McConaughey e Harrelson dopo True Detective

La premessa parte da una situazione familiare piuttosto semplice. Dopo la rottura del fidanzamento della figlia, Woody si trasferisce insieme alla famiglia nel ranch dell’amico. La convivenza fa però emergere il sospetto che il rapporto tra i due possa nascondere qualcosa di molto più profondo. Secondo la sinossi ufficiale, la scoperta porterà a una storia su amicizia, famiglia, fama e sul confine sempre più confuso tra mito e realtà.

Parallelamente, Brothers sembra voler costruire due percorsi personali differenti. Woody cerca di scoprire tutta la verità sul possibile legame familiare, mentre Matthew valuta addirittura una candidatura a governatore del Texas. Sono elementi che permettono alla serie di utilizzare l’immagine pubblica dei due attori senza trasformarsi semplicemente in una raccolta di battute autoreferenziali.

Dietro il progetto c’è Lee Eisenberg, nominato agli Emmy e già creatore di Jury Duty, che ha assunto il ruolo di showrunner dopo l’uscita di David West Read. Nel cast figurano anche Holland Taylor, Dax Shepard, Natalie Martinez, Brittany Ishibashi, Nolan Almeida, Ella Grace Helton, Noah Carganilla, Highdee Kuan e Oona Yaffe. La prima stagione sarà composta da otto episodi.

Il ritorno della coppia ha inevitabilmente un peso particolare per chi associa McConaughey e Harrelson alla prima stagione di True Detective. I due avevano già lavorato insieme in EDTV nel 1999 e Surfer, Dude nel 2008, ma sono Rust Cohle e Marty Hart ad aver trasformato la loro alchimia in qualcosa di iconico. Brothers sceglie deliberatamente la direzione opposta: invece dell’oscurità esistenziale del crime HBO, utilizza quella stessa familiarità per costruire una commedia.

Ed è probabilmente questo il vero elemento da tenere d’occhio. Dopo True Detective, riunire semplicemente McConaughey e Harrelson sarebbe stato sufficiente a generare attenzione. Brothers prova invece a fare della loro amicizia ventennale il proprio dispositivo narrativo, trasformando ciò che il pubblico conosce dei due attori in una storia in cui non sarà sempre semplice capire dove finisca la realtà e dove cominci la finzione.

Only Murders in the Building 6 cambia tutto: la nuova stagione porta il trio lontano dall’Arconia

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Only Murders in the Building ha finalmente fissato l’appuntamento con la sua sesta stagione, che segnerà uno dei cambiamenti più importanti affrontati finora dalla serie con Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez. I nuovi episodi debutteranno l’8 dicembre e porteranno Charles, Oliver e Mabel fuori dal loro territorio abituale per affrontare un’indagine destinata a condurli fino a Londra.

A rivelare la data d’uscita è Vulture, insieme alle prime immagini ufficiali della stagione, nelle quali i tre protagonisti appaiono già immersi nell’ambientazione britannica. La storia riprenderà direttamente dal finale della quinta stagione e dal mistero legato alla presunta morte di Cinda Canning, interpretata da Tina Fey. Proprio Cinda occupa un posto particolare nella mitologia della serie: è la podcaster che, indirettamente, ha ispirato Charles, Oliver e Mabel a trasformare la loro ossessione per i true crime nel podcast che ha dato origine all’intera storia.

La scelta di spostare una parte sostanziale dell’azione a Londra potrebbe però avere un peso maggiore della semplice novità scenografica. L’Arconia è sempre stato quasi un quarto protagonista della serie, il luogo nel quale misteri, relazioni e passato dei personaggi finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. Allontanare il trio da New York significa quindi mettere alla prova una formula consolidata dopo cinque stagioni, cercando contemporaneamente di preservare quella combinazione di commedia, whodunit e dinamiche tra i protagonisti che ha costruito l’identità di Only Murders in the Building.

Londra apre una nuova fase per Only Murders in the Building senza abbandonare il passato della serie

Only Murders in the Building 6

Il punto di partenza resta comunque profondamente collegato alla storia dello show. Il finale della quinta stagione ha lasciato volutamente aperto un interrogativo: la persona morta è davvero Cinda Canning? I dettagli della trama rimangono sotto embargo e la produzione non ha ancora confermato definitivamente l’identità della vittima. Il mistero dovrebbe diventare il motore dell’indagine che trascinerà Charles, Oliver e Mabel dall’altra parte dell’Atlantico.

Il co-creatore John Hoffman ha però anticipato un elemento interessante riguardante Charles. Nel Regno Unito esiste infatti un reboot britannico di Brazzos, la vecchia serie poliziesca che lo aveva reso famoso, circostanza che trasformerà Charles in una sorta di piccola celebrità durante il soggiorno londinese. È un dettaglio perfettamente coerente con il modo in cui Only Murders in the Building utilizza da sempre il passato dei protagonisti per complicare le loro indagini nel presente.

Ad accompagnarli ci sarà soprattutto un cast di guest star particolarmente ricco. Sono annunciati David Tennant, Olivia Colman, Martin Freeman, Peter Capaldi, Jim Broadbent, Nicola Coughlan, Jodie Whittaker, Simone Ashley, Jennifer Saunders, Derek Jacobi, Sharon Horgan, Richard Ayoade, Geri Halliwell, Jane Horrocks, Jamie Demetriou, Kathryn Hunter, Lesley Nicol, Sean Teale, Rhea Norwood, Anjana Vasan, Amar Chadha-Patel, Matthew Beard e Adrian Lukis. Hoffman ha chiarito che gli interpreti non appariranno nei panni di versioni romanzate di loro stessi, ma interpreteranno veri personaggi della storia: Olivia Colman sarà una scrittrice, mentre Jennifer Saunders avrà un legame con il reboot di Brazzos.

Only Murders in the Building 5 cast
Photo Credit_ Disney – Patrick Harbron

Anche l’arrivo a dicembre rappresenta una piccola rivoluzione. Le precedenti stagioni erano generalmente associate alla finestra tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, mentre lo spostamento della produzione oltreoceano ha contribuito a ritardare il calendario. Hoffman ha comunque anticipato che, pur non essendo stata girata durante l’inverno, la sesta stagione avrà una particolare atmosfera festiva.

La vera sfida sarà capire quanto Londra cambierà Only Murders in the Building. Dopo cinque stagioni, portare Charles, Oliver e Mabel lontano dall’Arconia permette alla serie di rinnovare il proprio mondo senza sostituire ciò che l’ha resa riconoscibile. E proprio il collegamento tra il nuovo caso, Cinda e il passato televisivo di Charles suggerisce che il viaggio britannico non sarà una semplice parentesi: potrebbe essere il modo scelto dagli autori per dimostrare che il meccanismo di Only Murders in the Building può funzionare anche quando il suo celebre edificio resta dall’altra parte dell’oceano.

The Gilded Age 4 ha finalmente una data d’uscita: ecco quando tornerà su HBO

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The Gilded Age tornerà prima del previsto. La quarta stagione dell’acclamata serie HBO creata da Julian Fellowes, già autore di Downton Abbey, ha finalmente una data d’uscita ufficiale: i nuovi episodi debutteranno domenica 1° novembre 2026.

La data è stata rivelata da Vanity Fair insieme alle prime immagini ufficiali di The Gilded Age 4, che anticipano il ritorno dei protagonisti e alcune delle storyline rimaste in sospeso dopo il finale della terza stagione.

La serie, ambientata nella New York degli anni Ottanta dell’Ottocento, continuerà così a raccontare lo scontro tra vecchie famiglie aristocratiche e nuove fortune economiche attraverso il suo imponente cast, che comprende Carrie Coon, Morgan Spector, Christine Baranski, Cynthia Nixon, Louisa Jacobson, Denée Benton, Taissa Farmiga e Harry Richardson.

The Gilded Age 4 uscirà il 1° novembre 2026

Il ritorno fissato per novembre rende l’attesa tra la terza e la quarta stagione la più breve nella storia della serie. Il finale di The Gilded Age 3 era infatti andato in onda il 10 agosto 2025: passeranno quindi circa quindici mesi prima dell’inizio del nuovo capitolo.

Un intervallo sensibilmente inferiore rispetto ai diciotto mesi trascorsi tra la seconda e la terza stagione e ai diciannove che avevano separato la prima dalla seconda.

Le prime immagini anticipano inoltre le conseguenze di alcuni dei principali colpi di scena lasciati in sospeso. Tra questi c’è inevitabilmente il destino di George Russell, interpretato da Morgan Spector, dopo essere stato colpito da un proiettile nel finale della terza stagione.

In uno degli scatti George appare provato, mentre un’altra immagine mostra Bertha Russell, interpretata da Carrie Coon, seguirlo lungo una scala durante quello che sembra essere un incontro lontano da occhi indiscreti. La loro relazione sarà uno dei nodi principali da sciogliere, soprattutto dopo la decisione di George di lasciare Bertha alla fine della stagione precedente.

Le prime immagini anticipano il futuro dei protagonisti

Il materiale diffuso offre anche uno sguardo agli altri personaggi. Agnes van Rhijn, interpretata da Christine Baranski, conserva l’atteggiamento autoritario che l’ha sempre contraddistinta, mentre John “Jack” Trotter (Ben Ahlers) viene mostrato intento a lavorare con entusiasmo.

C’è spazio anche per Peggy Scott e il Dr. William Kirkland, interpretati rispettivamente da Denée Benton e Jordan Donica, immortalati insieme mentre leggono una lettera. Tornano inoltre Dorothy e Arthur Scott, Marian Brook e Larry Russell.

Sono proprio le numerose relazioni, rivalità e alleanze ancora irrisolte a fornire alla quarta stagione una grande quantità di materiale narrativo. La terza stagione ha infatti lasciato diversi personaggi in una situazione profondamente diversa rispetto all’inizio del racconto.

The Gilded Age 4 allargherà ancora il cast

HBO ha già anticipato anche alcuni cambiamenti nel cast. Jordan Donica, interprete del Dr. William Kirkland, e Ashlie Atkinson, che interpreta Mamie Fish, sono stati promossi a regular e avranno quindi una presenza maggiore nei nuovi episodi.

Sono inoltre previsti nuovi personaggi ricorrenti. James Scully, già visto in You, interpreterà l’artista Lee Klein, mentre Dennis Haysbert vestirà i panni del Dr. Reginald Harris, mentore del Dr. Kirkland.

La quarta stagione introdurrà anche una figura storica particolarmente importante: John D. Rockefeller, interpretato da Neal Huff. La sua presenza potrebbe ampliare ulteriormente il racconto delle trasformazioni economiche e sociali che attraversano la New York della Gilded Age.

Dopo il successo delle prime tre stagioni, dunque, l’attesa per il prossimo capitolo sarà relativamente breve. The Gilded Age 4 debutterà su HBO il 1° novembre 2026, pronta a riprendere le numerose storyline lasciate aperte dal precedente finale.

Fallout 3, un nuovo video dal set anticipa una misteriosa minaccia per due personaggi

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Le riprese di Fallout 3 continuano a offrire nuovi indizi sulla direzione della serie Prime Video. Un video emerso dal set mostra Norm MacLean e Claudia nuovamente insieme, ma soprattutto apparentemente costretti a nascondersi da qualcosa — o qualcuno — che potrebbe rappresentare una nuova minaccia nella Zona Contaminata.

I personaggi interpretati da Moises Arias e Rachel Marsh avevano stretto un’improbabile alleanza durante la seconda stagione, mentre Norm cercava di ricostruire i segreti del Vault 31 e il legame con la Vault-Tec precedente alla guerra nucleare. Dopo l’attacco dei radroach, Norm aveva soccorso Claudia ferita e i due erano riusciti a fuggire. Il nuovo filmato suggerisce quindi che Fallout 3 riprenderà il loro percorso insieme, ma senza concedere loro molta tranquillità.

Nel video i due sembrano infatti in fuga e intenti a nascondersi da una presenza che rimane fuori campo. Non ci sono per il momento elementi sufficienti per identificarla, ma proprio questa scelta ha alimentato diverse teorie tra i fan. La terza stagione potrebbe sfruttare il viaggio di Norm e Claudia per introdurre altre creature e minacce provenienti direttamente dai videogiochi.

Il viaggio di Norm e Claudia può portare Fallout 3 ancora più dentro la Zona Contaminata

Ella Purnell in Fallout

Tra le ipotesi circolate dopo la diffusione del filmato c’è quella di un possibile yao guai, le terrificanti creature mutate discendenti dagli orsi neri americani. La serie ha già mostrato quanto possano essere pericolose attraverso l’attacco subito da Maximus, quindi un nuovo incontro con uno di questi animali sarebbe perfettamente compatibile con quanto visto finora. Si tratta però, almeno per il momento, soltanto di una teoria.

Alcuni spettatori hanno inoltre individuato nel filmato una donna che potrebbe essere Ma June, la commerciante di Filly interpretata da Dale Dickey. Anche in questo caso non esiste ancora una conferma, ma un suo eventuale ritorno potrebbe collegare il percorso dei due personaggi a luoghi e figure già incontrati durante le precedenti stagioni.

L’aspetto più interessante riguarda proprio Norm. Il fratello di Lucy ha trascorso buona parte della serie all’interno dei Vault e la sua storyline è stata fondamentale per mostrare al pubblico gli esperimenti e le manipolazioni della Vault-Tec. Portarlo stabilmente nel mondo esterno significherebbe mettere alla prova un personaggio che ha scoperto la verità sul vecchio mondo senza aver ancora sperimentato pienamente la brutalità di quello nuovo. Claudia, invece, potrebbe diventare il suo principale punto di riferimento durante questa nuova fase.

La loro storia sarà soltanto una delle linee narrative della terza stagione. I prossimi episodi dovrebbero ampliare anche il conflitto attorno a New Vegas, mentre il Ghoul di Walton Goggins proseguirà il viaggio verso il Colorado alla ricerca della moglie e della figlia scomparse. Al cast si aggiungeranno inoltre Aaron Paul, Manny Jacinto, Emily Mortimer e Thomasin McKenzie.

Prime Video non ha ancora annunciato una data ufficiale per il ritorno della serie, anche se Fallout 3 è atteso nel 2027. Il nuovo video dal set, intanto, suggerisce che la fuga dal Vault sia stata soltanto l’inizio dei problemi per Norm e Claudia.

Bad Apples, il trailer della dark comedy con Saoirse Ronan trasforma il sogno di un’insegnante in un incubo

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Fare l’insegnante era il suo desiderio, ma gestire una classe può trasformarsi rapidamente in qualcosa di molto diverso. È arrivato il trailer di Bad Apples, dark comedy con Saoirse Ronan protagonista nei panni di Maria, una maestra delle elementari che finisce per trovare una soluzione decisamente estrema al problema rappresentato da uno dei suoi alunni. Il film arriverà al cinema dal 10 settembre.

Al centro della storia c’è Maria, insegnante determinata a trasmettere ai suoi alunni di dieci anni la passione per il proprio lavoro. Ogni tentativo viene però sabotato da un bambino particolarmente ribelle e ingestibile, capace di sconvolgere continuamente gli equilibri della classe. Con la carriera sempre più in bilico e la pressione che aumenta, Maria comincia a prendere decisioni azzardate, fino a superare accidentalmente un limite dal quale diventa difficile tornare indietro: porta con sé il bambino e finisce per rinchiuderlo in casa.

È proprio da questo evento che il trailer lascia emergere la componente più corrosiva di Bad Apples. Maria vorrebbe inizialmente rimediare a ciò che ha fatto, ma scopre che l’assenza della sua personale “mela marcia” sembra aver risolto tutti i suoi problemi. La classe rifiorisce, gli altri bambini migliorano, i genitori sono soddisfatti e persino i colleghi iniziano a congratularsi con lei. Un errore apparentemente imperdonabile comincia così ad assumere le sembianze di una soluzione terribilmente efficace.

Bad Apples mette Saoirse Ronan davanti a un dilemma sempre più assurdo e pericoloso

È su questa contraddizione che Bad Apples costruisce la propria dark comedy. Più le conseguenze della scelta di Maria sembrano positive, più diventa difficile per la protagonista fare ciò che moralmente sarebbe ovvio. Il trailer gioca così sul contrasto tra una situazione sempre più inquietante e gli effetti paradossalmente benefici che questa produce sulla vita professionale dell’insegnante.

Saoirse Ronan si trova al centro di questo equilibrio, interpretando una donna che non nasce come figura cinica o crudele. Maria vuole essere una buona insegnante e crede nel proprio lavoro, ma viene progressivamente trascinata verso un territorio nel quale frustrazione, senso di colpa e convenienza iniziano pericolosamente a sovrapporsi. Più la classe funziona senza il bambino, più riportarlo indietro significa rinunciare alla serenità appena conquistata.

La premessa permette quindi al film di utilizzare una situazione volutamente estrema per giocare con qualcosa di molto riconoscibile: il momento in cui una soluzione palesemente sbagliata sembra funzionare meglio di tutte quelle corrette. È qui che l’umorismo nero di Bad Apples trova il suo terreno ideale, trasformando il progressivo disastro di Maria in un dilemma nel quale ogni tentativo di sistemare le cose rischia soltanto di peggiorarle.

Il trailer promette così una commedia decisamente lontana dal racconto scolastico tradizionale, costruita attorno a una protagonista costretta a confrontarsi con le conseguenze di una scelta che non avrebbe mai dovuto compiere. Bad Apples, con Saoirse Ronan, arriverà nelle sale italiane dal 10 settembre.

Supermax: iniziate le riprese del nuovo film thriller con Will Smith

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Will Smith torna a vestire i panni di un detective in Supermax, nuovo murder mystery prodotto da Amazon MGM Studios, le cui riprese sono ufficialmente iniziate in Australia. Il progetto, costruito attorno a un omicidio apparentemente impossibile all’interno di un carcere di massima sicurezza, rappresenta un passaggio significativo per l’attore, che torna al cinema originale dopo anni caratterizzati soprattutto da franchise e grandi produzioni.

A confermare l’inizio della lavorazione è stata la stessa Amazon MGM Studios, che ha pubblicato su X un video dedicato al primo giorno sul set di Will Smith nel New South Wales. Il film sarà diretto da David Gordon Green, autore della recente trilogia di Halloween, mentre la sceneggiatura è firmata da David Weil e David J. Rosen. Accanto a Smith ci saranno AnnaSophia Robb, Jaafar Jackson, Jason Clarke, Nicholas Alexander Chavez, Andrés Almeida, Martin Bats Bradford ed Erika Ringor.

Il progetto è interessante anche per il momento professionale attraversato da Smith. Supermax sarà infatti il suo primo film originale prodotto da uno studio importante dopo diversi anni trascorsi tra sequel e proprietà già consolidate. Amazon MGM Studios ha acquisito i diritti mondiali del film nel maggio 2026, con un accordo dal valore riportato di circa 70 milioni di dollari. La destinazione prevista è Prime Video, anche se non è stata ancora annunciata una data di uscita ufficiale.

Supermax porta Will Smith dentro un carcere di massima sicurezza

La storia segue due agenti dell’FBI, interpretati da Will Smith e AnnaSophia Robb, chiamati a indagare su un omicidio avvenuto all’interno della prigione più sicura del mondo. Il problema è apparentemente irrisolvibile: il delitto si è verificato in un ambiente praticamente impenetrabile, dove ogni movimento dei detenuti e del personale dovrebbe essere sottoposto a controllo. La struttura offre quindi a David Gordon Green un terreno ideale per combinare tensione investigativa, thriller e azione.

La presenza di Smith riporta inoltre alla memoria alcuni dei ruoli che hanno contribuito a costruirne l’immagine cinematografica. L’attore ha interpretato investigatori in franchise come Bad Boys e Men in Black, ma Supermax sembra voler sfruttare quella familiarità in un contesto più cupo e concentrato. Il film potrebbe dunque giocare proprio sul contrasto tra la star abituata al blockbuster e una storia costruita intorno a un mistero claustrofobico.

La produzione è ora entrata nella fase operativa in Australia, mentre Amazon non ha ancora comunicato la data di debutto. Considerando le normali tempistiche di una produzione di questo tipo, tra riprese, montaggio e post-produzione, il film potrebbe arrivare su Prime Video nel corso del 2027. Prima di allora, però, sarà interessante capire quanto David Gordon Green deciderà di spingere sul lato investigativo e quanto sull’azione: il potenziale di Supermax sta proprio nella possibilità di trasformare un ambiente chiuso in una macchina narrativa ad alta tensione.

Spider-Man: Brand New Day punta Titanic: il sorpasso al box office è sempre più vicino

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Spider-Man: Brand New Day continua la sua corsa al box office mondiale e ora mette nel mirino un record dal forte valore simbolico: Titanic. Il film con Tom Holland ha raggiunto quota 2,22 miliardi di dollari globali e occupa attualmente il sesto posto tra i maggiori incassi della storia del cinema. La distanza dal quinto classificato, il kolossal di James Cameron, si è ridotta a circa 44 milioni di dollari.

Nel weekend appena trascorso, Spider-Man: Brand New Day ha aggiunto 39 milioni di dollari negli Stati Uniti e altri 109 milioni a livello internazionale, arrivando a 854,9 milioni sul mercato nordamericano e a 2,22 miliardi complessivi. Titanic, forte di circa 2,26 miliardi, è dunque a portata di mano. Considerando il ritmo con cui il cinecomic sta continuando a incassare, il sorpasso potrebbe arrivare già nei prossimi giorni.

La questione, però, va oltre una semplice posizione in classifica. Superare Titanic significherebbe per Spider-Man: Brand New Day entrare nella top five dei maggiori successi cinematografici di sempre, lasciandosi alle spalle uno dei film più resistenti nella storia del box office. E la traiettoria del cinecomic suggerisce che il quinto posto potrebbe essere soltanto un passaggio intermedio.

Spider-Man: Brand New Day può entrare nella top 5 degli incassi di sempre

Il dato più significativo è la velocità con cui Spider-Man: Brand New Day sta accorciando le distanze. Dopo aver superato la soglia dei 2 miliardi di dollari, il film è ormai a circa 50 milioni da Ne Zha 2, che nel 2025 ha raggiunto 2,27 miliardi diventando il maggiore successo della storia del cinema cinese e uno dei più grandi incassi globali di sempre. Un eventuale sorpasso di Titanic potrebbe quindi essere seguito rapidamente da quello ai danni del film d’animazione.

Il percorso diventerebbe ancora più impegnativo subito dopo. Avatar: La via dell’acqua occupa attualmente il terzo posto con circa 2,33 miliardi di dollari, mentre Avengers: Endgame è secondo a 2,79 miliardi. In cima resta Avatar, che considerando le varie riedizioni ha sfiorato i 2,9 miliardi. Per Spider-Man: Brand New Day, dunque, arrivare sul podio richiederebbe ancora una crescita superiore ai 100 milioni rispetto al risultato attuale.

Il confronto con Titanic ha inoltre un valore particolare per la storia del cinema contemporaneo. Quando Avengers: Endgame superò temporaneamente il film di Cameron, Lightstorm Entertainment celebrò il sorpasso con un’immagine ironica del transatlantico affondato dal logo Marvel: “Un iceberg ha affondato il vero Titanic. Ci sono voluti gli Avengers per affondare il mio Titanic.” Ora potrebbe essere nuovamente un film Marvel a cambiare gli equilibri della classifica. E, almeno per il momento, Spider-Man: Brand New Day sembra avere ancora parecchia strada davanti a sé.

Martin Scorsese è ufficialmente il presidente onorario dei David di Donatello

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Martin Scorsese sarà il nuovo presidente onorario dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello. Il regista ha infatti accettato la proposta avanzata dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli, d’intesa con i soci fondatori della Fondazione e con la presidente Silvia Calandrelli. La nomina dovrà ora essere deliberata formalmente dal Consiglio di amministrazione, ma l’accettazione di Scorsese segna già un passaggio di forte valore simbolico per il principale premio del cinema italiano.

In una lettera indirizzata a Giuli, il regista ha spiegato il significato personale e professionale dell’incarico: “Ringrazio il Ministro Giuli e la Fondazione per aver pensato a me per questo prestigioso incarico, che sono onorato di accettare. Il cinema italiano è stato una fonte costante di ispirazione per tutta la mia vita. I film, gli autori e le tradizioni artistiche nate in Italia hanno profondamente plasmato sia la mia concezione del cinema sia il mio lavoro.” Scorsese ha poi aggiunto: “Essere legato, in questa veste, all’Accademia e ai Premi David di Donatello ha per me un significato particolarmente importante. Sarò onorato di sostenere l’impegno dell’Accademia nella promozione internazionale del cinema italiano, della cultura cinematografica e di contribuire alle sue iniziative e attività culturali.”

La scelta assume un peso particolare considerando il rapporto che lega Scorsese alla tradizione cinematografica italiana. Figlio di immigrati siciliani, il regista ha dedicato una parte significativa della propria attività alla conservazione e alla diffusione del patrimonio cinematografico mondiale, con un’attenzione speciale per il cinema italiano. La presidenza onoraria può quindi diventare qualcosa di più di un riconoscimento istituzionale: una figura di riferimento internazionale chiamata a rafforzare il dialogo tra il cinema italiano e il pubblico globale.

Il legame tra Martin Scorsese e il cinema italiano diventa un incarico istituzionale

La proposta di Alessandro Giuli nasce all’interno di un più ampio processo di rinnovamento dell’Accademia del Cinema Italiano. Dopo la nomina di Silvia Calandrelli alla presidenza e quella di Gian Luca Farinelli come direttore artistico, la governance della Fondazione sarà completata con la successiva designazione del Comitato di indirizzo artistico. L’arrivo di Scorsese aggiunge a questo percorso una figura dalla riconoscibilità internazionale difficilmente paragonabile.

Il ministro ha sottolineato proprio questo aspetto, definendo Scorsese “maestro e leggenda del cinema mondiale” e spiegando: “Pochi autori incarnano come lui il legame profondo tra la grande tradizione italiana e la storia del cinema. La sua disponibilità ad accettare rappresenta un riconoscimento straordinario per la nostra cinematografia e per l’Italia, terra delle sue origini.” Nelle parole di Giuli emerge dunque l’idea di utilizzare il prestigio internazionale del regista come ponte per valorizzare ulteriormente il cinema italiano.

Il punto più interessante, però, riguarda ciò che Scorsese potrebbe rappresentare per i David al di là della dimensione cerimoniale. La sua presenza può rafforzare la vocazione internazionale dell’Accademia proprio attraverso quella cultura cinematografica italiana che il regista ha sempre considerato fondamentale per la propria formazione. Da Federico Fellini a Vittorio De Sica, da Roberto Rossellini a Luchino Visconti, il cinema italiano è stato una componente decisiva dello sguardo di Scorsese. Ora quel rapporto diventa ufficialmente parte dell’identità dei David di Donatello.

The Walking Dead: Dead City 3, il trailer dell’episodio 6 porta Maggie e Negan in una realtà completamente diversa

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The Walking Dead: Dead City 3 si prepara a realizzare uno degli esperimenti narrativi più insoliti dell’intero spin-off. Il trailer dell’episodio 6 anticipa infatti una storia costruita attorno a una realtà alternativa nella quale Maggie e Negan si incontrano in circostanze completamente diverse, liberi almeno apparentemente dal passato che ha definito il loro rapporto nella timeline principale.

AMC ha pubblicato il trailer del nuovo episodio, mostrando inizialmente Negan alle prese con le conseguenze degli eventi dell’episodio precedente. Dopo aver ucciso Fabian davanti a Renata, il personaggio interpretato da Jeffrey Dean Morgan sembra destinato a uno scontro con la comunità. Improvvisamente, però, le immagini cambiano scenario: Maggie appare in una Manhattan popolata e apparentemente normale, con Beth al suo fianco, fino al momento in cui incontra Negan e gli stringe la mano come se i due fossero perfetti sconosciuti.

Non sembra quindi che Dead City voglia semplicemente concedersi una parentesi curiosa. L’episodio arriva proprio mentre il rapporto tra Maggie e Negan sta raggiungendo un nuovo punto critico e trasforma in immagini una domanda che accompagna i personaggi praticamente da quando sono stati costretti a collaborare: chi sarebbero stati l’uno per l’altra se Glenn, Lucille e l’apocalisse non avessero determinato le loro vite?

Maggie e Negan possono finalmente scoprire chi sarebbero stati senza l’apocalisse

La premessa non arriva dal nulla. Nell’episodio 5, Negan suggerisce a Maggie che, in un’altra vita, i due avrebbero forse potuto essere amici. Il nuovo capitolo sembra prendere quella frase alla lettera, costruendo una sorta di scenario “What If?” nel quale viene eliminato tutto il peso che rende quasi impossibile il loro rapporto nella realtà conosciuta dal pubblico.

Il punto di partenza resta inevitabilmente l’omicidio di Glenn. È quell’evento ad aver trasformato Negan in una presenza inseparabile dal trauma di Maggie, anche dopo il progressivo cambiamento dell’ex leader dei Salvatori. Allo stesso modo, la morte di Lucille è stata determinante nella trasformazione di Negan nell’uomo incontrato nella serie madre. Togliere questi eventi dall’equazione significa poter osservare i due personaggi senza le identità costruite dall’apocalisse.

La presenza di Beth accanto a Maggie rende questa realtà ancora più significativa. La sorella minore di Maggie morì durante la quinta stagione di The Walking Dead, molto prima dell’uccisione di Glenn. Ritrovarla in una Manhattan apparentemente normale suggerisce quindi un mondo nel quale alcune delle perdite fondamentali della protagonista non sono mai avvenute, permettendo alla serie di mostrare una versione di Maggie che non è stata modellata da anni di lutti e sopravvivenza.

È proprio qui che l’episodio potrebbe acquistare importanza anche per la storia principale. Nel presente, Negan ha ucciso Fabian perché rappresentava una minaccia per Maggie, ma Renata considera quell’omicidio incompatibile con l’ordine che sta cercando di costruire. Maggie, invece, continua a tentare di trovare un equilibrio impossibile tra ciò che Negan è stato e ciò che potrebbe ancora diventare.

L’universo alternativo potrebbe quindi funzionare come uno specchio del loro rapporto reale, più che come una deviazione dalla trama. Mostrare Maggie e Negan mentre si incontrano senza odio, colpa e vendetta permetterebbe a Dead City di interrogarsi sulla natura stessa del loro legame: quanto della loro incompatibilità appartiene davvero ai due personaggi e quanto, invece, è stato imposto dalle circostanze?

Con appena tre episodi rimasti nella terza stagione, difficilmente una parentesi di questo tipo sarà priva di conseguenze tematiche. The Walking Dead: Dead City sembra prepararsi a mostrare per un momento la relazione che Maggie e Negan avrebbero potuto avere, proprio quando nella realtà principale quella possibilità rischia di scomparire definitivamente.

Saoirse Ronan vuole essere una villain di James Bond: “Voglio passare al lato oscuro”

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Saoirse Ronan torna a parlare del suo desiderio di entrare nell’universo di James Bond e, questa volta, chiarisce ancora una volta in quale ruolo vorrebbe farlo: quello della villain. Mentre la ricerca del prossimo 007 prosegue senza che sia stato ancora annunciato il nuovo interprete dell’agente segreto, l’attrice di Lady Bird si propone per un ruolo che le permetterebbe di esplorare una dimensione più oscura della propria carriera.

In una nuova intervista concessa a Empire, Ronan ha ribadito senza esitazioni la propria intenzione: “Voglio andare verso il lato oscuro. Ho detto che volevo essere una villain di Bond e sono assolutamente seria.” L’attrice ha poi spiegato di essere particolarmente interessata alla possibilità di interpretare una giovane antagonista capace di trasformare la propria rabbia in una forza narrativa.

La dichiarazione acquista interesse perché arriva mentre il nuovo ciclo di James Bond sta prendendo forma sotto la guida di Amazon MGM Studios e dei nuovi produttori del franchise. La scelta del prossimo 007 sarà ovviamente centrale, ma anche la costruzione della galleria di antagonisti potrebbe contribuire a definire l’identità della nuova era. E Ronan sembra avere già un’idea precisa del tipo di personaggio che vorrebbe portare sullo schermo.

Saoirse Ronan immagina una villain di Bond lontana dai vecchi stereotipi

Ronan aveva già manifestato questo desiderio nel 2024, quando aveva dichiarato a Vanity Fair: “Continuerò a dire che voglio davvero interpretare una villain di Bond. Lo dirò ancora e ancora. Perché ogni volta che ho avuto l’occasione di interpretare qualcuno che fosse un po’ malvagio, mi sono divertita moltissimo. E penso che sarebbe davvero divertente farlo di nuovo.” La nuova intervista conferma quindi un interesse tutt’altro che occasionale.

L’elemento più interessante riguarda però la sua idea di antagonista. Ronan vorrebbe interpretare “una giovane villain” capace di dare una forma alla propria rabbia repressa, soprattutto in una prospettiva che possa risultare significativa per le spettatrici. “Penso che sarebbe davvero interessante avere una giovane villain. Soprattutto per le ragazze e le donne, vedere qualcuno che possa prendere tutta quella rabbia repressa e indirizzarla da qualche parte ha qualcosa di interessante dal punto di vista drammatico. Mi piacerebbe molto fare qualcosa del genere.”

È una prospettiva che potrebbe inserirsi bene nella trasformazione che il franchise ha già avviato negli ultimi anni. Le antagoniste femminili di James Bond sono state spesso costruite attorno alla seduzione, alla manipolazione o al rapporto sentimentale con l’eroe. Ronan sembra invece immaginare una figura motivata da una rabbia autonoma, con obiettivi propri e un conflitto ideologico con Bond. “Penso che ci sia qualcosa di davvero interessante nei personaggi”, aveva spiegato nel 2024, aggiungendo di trovare particolarmente affascinante l’idea di una donna che voglia distruggere Bond senza essere interessata a innamorarsi di lui.

Nel frattempo, la ricerca del nuovo James Bond continua e, secondo le indiscrezioni riportate dalla stampa, le audizioni per il ruolo sarebbero entrate in una fase concreta. Non è quindi ancora possibile sapere se Ronan possa davvero finire nella prossima produzione, né se il nuovo film abbia già definito i suoi antagonisti. La sua candidatura spontanea, tuttavia, apre una possibilità interessante: dopo anni trascorsi a dimostrare la propria versatilità, l’attrice potrebbe trovare nella saga di 007 l’occasione per costruire una delle sue interpretazioni più apertamente cattive.

LEGGI ANCHE: James Bond 26: il nuovo 007 sarà annunciato entro la fine del 2026

The Last of Us 3, un video dal set anticipa il ritorno di un personaggio chiave dopo il tragico finale

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Le riprese di The Last of Us 3 potrebbero aver anticipato un ritorno importante legato agli eventi di Seattle. Un nuovo video realizzato sul set mostra infatti nuovamente Young Mazino nei panni di Jesse, nonostante il destino del personaggio sembrasse essere stato definitivamente segnato nel finale della seconda stagione. Un dettaglio che offre soprattutto qualche indizio sulla struttura narrativa scelta da HBO per i prossimi episodi.

Jesse viene ucciso improvvisamente da Abby (Kaitlyn Dever) durante lo scontro nel teatro di Seattle, dopo aver accompagnato Ellie (Bella Ramsey) nella sua ricerca. Il filmato emerso dalle riprese lo mostra però nuovamente in scena e, considerata la sua morte, l’ipotesi più plausibile è che la stagione 3 torni indietro nel tempo, mostrando alcuni eventi avvenuti prima della resa dei conti. In particolare, la sequenza potrebbe riguardare il periodo trascorso da Jesse insieme a Tommy (Gabriel Luna).

Il ritorno non rappresenterebbe quindi necessariamente una resurrezione o una modifica rispetto agli eventi già raccontati. Al contrario, sarebbe coerente con la particolare costruzione di The Last of Us Part II, che utilizza prospettive differenti e salti temporali per mostrare gli stessi giorni attraverso personaggi diversi. Se HBO seguirà questa impostazione, Jesse potrebbe tornare perché la terza stagione ricostruirà parti della storia che il punto di vista di Ellie non aveva ancora permesso di vedere.

The Last of Us 3 potrebbe mostrare finalmente cosa è successo a Tommy e Jesse a Seattle

Il collegamento con Tommy è particolarmente interessante. Nella seconda stagione Jesse parte alla ricerca degli altri sopravvissuti di Jackson e finisce per incrociare nuovamente Ellie, mentre Tommy conduce parallelamente la propria missione a Seattle. Esistono quindi porzioni della loro esperienza che la serie può ancora esplorare senza contraddire quanto mostrato nel finale.

Anche il videogioco The Last of Us Part II offre un riferimento importante. Dopo la morte di Jesse, Tommy viene gravemente ferito da Abby durante lo scontro nel teatro, ma sopravvive nonostante le conseguenze permanenti delle ferite riportate. La serie HBO ha lasciato il personaggio in una situazione altrettanto critica, rendendo il suo percorso uno dei fili narrativi ancora da completare.

I materiali emersi finora dalle riprese suggeriscono inoltre che Abby avrà una presenza molto più centrale nella terza stagione. Questo potrebbe comportare un vero cambio di prospettiva rispetto alla stagione 2, con la storia pronta a ripercorrere parte degli eventi di Seattle attraverso esperienze che il pubblico non aveva ancora visto. Il ritorno di Jesse diventerebbe così una conseguenza naturale di questa struttura.

Bella Ramsey ha già confermato che tornerà sul set più avanti nel corso dell’anno, mentre le prime fasi della produzione sembrano concentrarsi maggiormente sul percorso di Abby. È un altro elemento che rafforza la possibilità che The Last of Us 3 non riparta semplicemente dal momento in cui si era interrotta la seconda stagione, ma ricostruisca progressivamente il conflitto da una prospettiva differente.

Al momento HBO non ha ancora annunciato una data di uscita ufficiale per la terza stagione. Il ritorno di Jesse, però, potrebbe essere uno dei primi segnali concreti di come Craig Mazin e Neil Druckmann intendano affrontare una delle caratteristiche narrative più complesse del secondo videogioco: tornare sugli stessi eventi per cambiarne radicalmente il significato attraverso gli occhi di qualcun altro.

One Piece 3 amplia il cast: quattro nuovi personaggi saranno cruciali nella Battaglia di Alabasta

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La terza stagione di One Piece continua a prendere forma e Netflix ha svelato quattro nuovi ingressi nel cast legati direttamente alla Battaglia di Alabasta. Emilio Sakraya, Omid Abtahi, Jamie Ward e Nabeel Khan interpreteranno alcuni dei personaggi destinati ad avere un ruolo importante nel conflitto che travolgerà il regno desertico quando la serie live-action tornerà nel 2027.

L’annuncio è arrivato durante il One Piece Day di Tokyo. Emilio Sakraya interpreterà Koza, leader della ribellione contro la famiglia reale; Omid Abtahi sarà Toto, personaggio legato al passato di Vivi; Jamie Ward vestirà i panni di Pell, uno dei più potenti guerrieri di Alabasta; mentre Nabeel Khan sarà Chaka, capitano della guardia reale. Quattro figure che permettono di intuire quanto la nuova stagione voglia sviluppare non soltanto lo scontro con Baroque Works, ma anche la crisi politica che divide il regno.

È proprio questo elemento a rendere Alabasta un passaggio decisivo per l’adattamento Netflix. Dopo aver progressivamente ampliato il mondo attraversato da Luffy e dalla sua ciurma, la stagione 3 dovrà gestire per la prima volta un conflitto concentrato prevalentemente su una singola isola, con diverse fazioni, interessi contrapposti e personaggi coinvolti nella stessa crisi. La sfida sarà quindi trasformare gli otto episodi in una storia corale senza perdere il punto di vista dei Cappelli di Paglia.

One Piece 3 trasformerà Alabasta nel primo grande conflitto politico della serie Netflix

One Piece - La Battaglia di Alabasta 2027

La terza stagione, sottotitolata The Battle of Alabasta, vedrà Luffy e i Cappelli di Paglia raggiungere finalmente il regno di Vivi, con l’obiettivo di fermare Baroque Works e permettere alla principessa di ricongiungersi con suo padre. Dietro la guerra civile si muove però Crocodile, leader dell’organizzazione criminale, il cui piano per impadronirsi del regno sarà al centro dei nuovi episodi.

Il cast era già destinato ad ampliarsi considerevolmente. Crocodile e Nico Robin avranno un ruolo da regular insieme a Cobra, re di Alabasta e padre di Vivi. Tra gli altri nuovi personaggi figurano Xolo Maridueña nei panni di Portgas D. Ace, Cole Escola come Bon Clay, Awdo Awdoc come Mr. 1 e Daisy Head nel ruolo di Miss Doublefinger. L’arrivo di Koza, Toto, Pell e Chaka completa quindi soprattutto il fronte interno del regno, mostrando le diverse forze coinvolte nella sua possibile caduta.

La seconda stagione aveva preparato questo passaggio facendo emergere Baroque Works come minaccia centrale e accompagnando la ciurma sempre più in profondità nella Grand Line. Tra gli elementi fondamentali c’è stata anche l’introduzione di Tony Tony Chopper, mentre l’apparizione di Dragon e i riferimenti al Governo Mondiale hanno iniziato ad allargare la dimensione politica dell’universo narrativo.

One Piece 3 sarà composta ancora una volta da otto episodi, ma avrà una struttura diversa rispetto alle stagioni precedenti. La lunghezza dell’arco di Alabasta porterà infatti la serie a concentrare gran parte della stagione sullo stesso territorio. Una scelta che potrebbe consentire all’adattamento di approfondire maggiormente alleanze, tradimenti e motivazioni dei personaggi invece di utilizzare ogni isola principalmente come una nuova tappa del viaggio.

Con le riprese già completate e l’uscita prevista nel 2027, resta ora da vedere quanto fedelmente Netflix riprodurrà alcuni dei momenti più importanti del manga di Eiichiro Oda. Alabasta rappresenta uno dei primi grandi punti di svolta della storia originale e, per la serie live-action, sarà soprattutto il banco di prova per dimostrare di poter gestire conflitti sempre più grandi senza perdere lo spirito d’avventura che ha sostenuto il viaggio di Luffy fino a questo momento.

The Institute 2 si prepara al ritorno: svelata la finestra di uscita e le prime immagini della nuova stagione

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The Institute tornerà prima del previsto. La serie sci-fi tratta dal romanzo di Stephen King ha ora una finestra di uscita ufficiale per la seconda stagione: i nuovi episodi debutteranno nell’autunno 2026 su MGM+. Una data precisa non è stata ancora annunciata, ma insieme alla conferma sono arrivate anche le prime immagini, che anticipano il ritorno dei protagonisti e l’ingresso di un nuovo misterioso personaggio.

La conferma arriva dalla Fall 2026 TV Preview di ScreenRant, che ha pubblicato i primi scatti di The Institute 2. Le immagini mostrano Joe Freeman nuovamente nei panni di Luke Ellis, Ben Barnes come Tim Jamieson e Mary-Louise Parker nel ruolo di Ms. Sigsby. La novità più interessante è però rappresentata da Alfie Allen, star di Game of Thrones, del quale non sono stati ancora rivelati né l’identità del personaggio né il ruolo che avrà nella nuova storia.

L’arrivo di una seconda stagione rappresenta un passaggio particolarmente interessante per l’adattamento. Gli otto episodi originali avevano infatti coperto gran parte del romanzo pubblicato da King nel 2019. Le modifiche apportate al finale hanno però permesso alla serie di sopravvivere alla propria fonte letteraria: da questo momento The Institute non dovrà più soltanto reinterpretare il libro, ma costruire una vera continuazione della storia di Luke, Tim e dei sopravvissuti.

The Institute 2 andrà oltre il romanzo di Stephen King dopo il finale della prima stagione

Creata e sceneggiata da Benjamin Cavell, con Jack Bender – già regista e produttore di From – coinvolto nella produzione e nella regia, The Institute racconta la storia di bambini e adolescenti dotati di capacità soprannaturali che vengono rapiti e sottoposti a esperimenti all’interno della misteriosa struttura che dà il titolo alla serie. La prima stagione ha utilizzato gli elementi fondamentali del romanzo di Stephen King, pur modificando alcuni passaggi proprio per rendere possibile una prosecuzione televisiva.

La produzione della seconda stagione si è conclusa nel giugno 2026, dopo il rinnovo annunciato da MGM+ nell’agosto 2025, poche settimane dopo la conclusione del primo ciclo di episodi. Anche la nuova stagione sarà composta da otto episodi, mantenendo quindi la struttura utilizzata per il debutto.

Il punto centrale sarà inevitabilmente capire cosa esiste dopo la distruzione dell’Istituto. Il finale della prima stagione ha lasciato Luke, Tim e gli altri sopravvissuti in una posizione narrativa che permette agli autori di ampliare la mitologia senza dover ripercorrere direttamente il materiale del romanzo. La presenza ancora misteriosa di Alfie Allen potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso cui introdurre questa nuova fase, anche se MGM+ non ha ancora fornito dettagli sufficienti per stabilire quale sarà la sua funzione.

Per Stephen King si prospetta intanto un autunno televisivo particolarmente intenso. Oltre alla seconda stagione di The Institute, il 7 ottobre arriverà su Prime Video la nuova serie Carrie. Si tratta di un’ulteriore espansione di una fase particolarmente prolifica per gli adattamenti dello scrittore, dopo IT: Welcome to Derry, The Monkey, The Long Walk e The Running Man.

King figura inoltre come produttore esecutivo di The Institute. MGM+ non ha ancora rinnovato la serie per una terza stagione, rendendo la risposta ai nuovi episodi particolarmente importante per stabilire quanto lontano potrà spingersi questa continuazione oltre il romanzo originale. Per il momento, però, il prossimo appuntamento è fissato: la stagione 2 di The Institute arriverà nell’autunno 2026 su MGM+.

Sheriff Country 2 riunisce due star di Gotham, ma il nuovo sceriffo arriva con un segreto

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La seconda stagione di Sheriff Country aggiunge un volto importante al cast e prepara una reunion particolarmente curiosa. Ben McKenzie entrerà nella serie CBS nei panni dello sceriffo Wade, un uomo chiamato a collaborare con Mickey Fox, interpretata da Morena Baccarin. Il dettaglio rende il casting ancora più interessante: McKenzie e Baccarin sono sposati nella vita reale e tornano così a recitare insieme dopo Gotham.

CBS ha confermato che McKenzie debutterà nella première della stagione 2, intitolata “Cyclone”, prevista negli Stati Uniti per il 9 ottobre. Wade è lo sceriffo di una città vicina a Edgewater e interviene dopo che Mickey richiede rinforzi per affrontare una nuova emergenza. La protagonista cercherà infatti di aiutare una donna coinvolta in una pericolosa operazione criminale che rischia di mettere in pericolo l’intera comunità.

Il personaggio di McKenzie, però, non sembra destinato a essere soltanto un alleato occasionale. Le prime informazioni anticipano che Wade nasconde a sua volta alcuni segreti, mentre Mickey sarà ancora alle prese con le conseguenze delle sconvolgenti rivelazioni familiari emerse precedentemente. L’incontro tra i due sceriffi potrebbe quindi creare una dinamica più complessa della semplice collaborazione professionale, sfruttando anche la familiarità evidente tra i due interpreti.

Ben McKenzie e Morena Baccarin tornano insieme dopo Gotham per Sheriff Country 2

 

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CBS ha diffuso anche le prime immagini dell’episodio, mostrando Mickey e Wade insieme. Morena Baccarin ha poi celebrato il casting attraverso Instagram con un video ironico nel quale entrambi indossano le uniformi dei rispettivi personaggi. Un modo per giocare apertamente con una reunion che ha inevitabilmente un significato particolare per chi ha seguito le loro precedenti collaborazioni.

McKenzie è diventato celebre grazie al ruolo di Ryan Atwood in The O.C., serie nella quale anche Baccarin apparve come guest star durante la terza stagione. Il loro incontro professionale più importante sarebbe però arrivato anni dopo con Gotham. Nella serie prequel dedicata all’universo di Batman, McKenzie interpretava James Gordon, mentre Baccarin vestiva i panni della dottoressa Lee Thompkins.

I due personaggi svilupparono una relazione sentimentale nel corso delle cinque stagioni della serie, arrivando infine al matrimonio. Parallelamente, McKenzie e Baccarin iniziarono una relazione anche lontano dal set e si sposarono nel 2017. Sheriff Country segnerà quindi il loro ritorno insieme sul piccolo schermo a sette anni dalla conclusione di Gotham.

L’arrivo di Wade si inserisce inoltre in una stagione che sembra intenzionata ad ampliare ulteriormente il mondo costruito intorno a Mickey Fox. Nato come spinoff di Fire Country, Sheriff Country ha già sfruttato più volte i collegamenti con la serie madre attraverso le apparizioni di Max Thieriot, Diane Farr, Kevin Alejandro e Jules Latimer. Con McKenzie, però, l’interesse non nasce soltanto dal casting: i segreti del nuovo sceriffo potrebbero diventare uno degli elementi attraverso cui mettere nuovamente alla prova Mickey, proprio mentre la protagonista cerca di tenere separate una vita privata sempre più complicata e le responsabilità nei confronti di Edgewater.

Sheriff Country 2 debutterà negli Stati Uniti venerdì 9 ottobre su CBS.

Black Mirror 8 entra ufficialmente in produzione: la serie sci-fi più longeva di Netflix prepara il ritorno

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Black Mirror ha compiuto un altro passo concreto verso il ritorno su Netflix. Le riprese dell’ottava stagione sono ufficialmente iniziate, a pochi mesi dalla conferma del rinnovo arrivata all’inizio del 2026. Charlie Brooker torna alla guida dell’antologia fantascientifica, che continua così il suo percorso dopo una settima stagione accolta positivamente dalla critica e capace di riportare la serie al centro della conversazione televisiva.

Secondo quanto riportato da Variety, la produzione di Black Mirror 8 è partita nel corso dell’estate. Charlie Brooker sarà nuovamente creatore, sceneggiatore e produttore esecutivo, mentre Bisha K. Ali ha collaborato con lui alla scrittura dei nuovi episodi. Tra i produttori esecutivi figurano anche Annabel Jones, Jessica Rhoades, Louise Sutton e Mark Kinsella. Netflix non ha ancora annunciato il cast della stagione, né il numero degli episodi.

L’inizio delle riprese rende però molto più concreta l’ipotesi di vedere la serie tornare nel corso del 2027, anche se al momento non esiste una finestra ufficiale. Black Mirror non ha mai seguito una periodicità particolarmente rigida e Netflix potrebbe prendersi il tempo necessario soprattutto per la post-produzione dei segmenti più complessi. L’elemento interessante è piuttosto la continuità produttiva: dopo le lunghe pause attraversate in passato, l’universo creato da Brooker sembra essere entrato nuovamente in una fase di forte attività.

Black Mirror 8 potrebbe essere una delle stagioni più ambiziose realizzate da Charlie Brooker

Non è stato ancora comunicato quanti episodi comporranno Black Mirror 8, ma Brooker ha già lasciato intendere di voler realizzare più Black Mirror che mai. Nel corso della sua storia, la serie ha alternato stagioni molto differenti per dimensioni, generalmente comprese tra tre e sei episodi, rendendo difficile prevedere quale struttura verrà adottata questa volta.

La stagione 7 aveva riportato con forza la serie verso alcuni dei territori che ne hanno costruito l’identità, affrontando temi come l’intelligenza artificiale, la commercializzazione della tecnologia medica e la possibilità di ricostruire digitalmente ricordi e persone scomparse. Ma aveva anche segnato un cambiamento importante nel rapporto di Black Mirror con la propria mitologia attraverso “USS Callister: Into Infinity”, sequel diretto dell’acclamato episodio della quarta stagione. Il ritorno di Jesse Plemons, Cristin Milioti, Jimmi Simpson, Billy Magnussen e degli altri protagonisti aveva dimostrato che l’antologia non è più necessariamente vincolata a storie completamente isolate.

È una possibilità che rende particolarmente interessante capire quale direzione prenderà l’ottava stagione. Black Mirror rimane un’antologia, ma Brooker ha progressivamente costruito collegamenti, riferimenti e persino continuazioni tra storie differenti. Netflix non ha ancora indicato se i nuovi episodi comprenderanno altri sequel o se saranno costituiti esclusivamente da racconti originali.

La serie arriva inoltre alla nuova produzione dopo una stagione che ha ottenuto diversi riconoscimenti, comprese candidature agli Emmy e ai Golden Globe. Nata originariamente su Channel 4 nel Regno Unito e successivamente acquisita da Netflix, Black Mirror è diventata nel tempo la serie fantascientifica più longeva della piattaforma, passando anche attraverso lo speciale natalizio White Christmas e l’esperimento interattivo Bandersnatch.

In quasi quindici anni, l’antologia ha ospitato interpreti come Jon Hamm, Hayley Atwell, Bryce Dallas Howard, Anthony Mackie, Miley Cyrus, Aaron Paul, Salma Hayek, Rashida Jones e Paul Giamatti. Il cast di Black Mirror 8 resta ancora segreto, ma con le riprese ormai iniziate le prime informazioni sui protagonisti e sulle nuove storie potrebbero non tardare ad arrivare.

La più grande battuta di sempre del cinema fantasy non viene da Il Signore degli Anelli. Ecco il film che ha “battuto” il capolavoro di Peter Jackson

Nel pantheon delle grandi frasi del cinema fantasy, Il Signore degli Anelli ha lasciato in eredità battute diventate leggendarie, da “Tu non puoi passare!” alle parole di Galadriel sul potere delle persone apparentemente più piccole di cambiare il corso del futuro. Eppure, secondo una lettura particolarmente interessante, nessuna di queste riuscirebbe a racchiudere la forza emotiva di una frase apparentemente molto più semplice: “Ai tuoi ordini”, pronunciata da Westley ne La storia fantastica (The Princess Bride), il cult fantasy del 1987 diretto da Rob Reiner.

Il film, tratto dal romanzo di William Goldman, è diventato negli anni uno dei classici più amati del genere proprio grazie alla capacità di mescolare avventura, romanticismo, ironia e fiaba. E il suo successo non dipende soltanto da personaggi memorabili o da sequenze entrate nell’immaginario collettivo. Al centro della storia c’è infatti una piccola frase che assume progressivamente un significato molto più grande di quello letterale: “Ai tuoi ordini” significa in realtà “Ti amo”.La storia fantastica

“Ai tuoi ordini” non è una semplice risposta: è il linguaggio segreto dell’amore tra Westley e Buttercup

All’inizio della storia, Westley è soltanto un giovane bracciante innamorato della principessa Buttercup. Ogni volta che lei gli chiede qualcosa, lui risponde “Ai tuoi ordini”, apparentemente per dirle semplicemente che esaudirà il suo desiderio. Buttercup comprende però gradualmente che dietro quelle tre parole si nasconde qualcosa di molto più profondo: Westley non sta semplicemente obbedendo alle sue richieste, ma sta trovando un modo discreto per dirle che la ama.

È proprio questa semplicità a rendere la frase così potente. Non c’è bisogno di una dichiarazione solenne o di un grande monologo romantico: l’amore di Westley è contenuto in una formula quotidiana, quasi insignificante, che assume un significato completamente diverso grazie al rapporto tra i due personaggi. E il film costruisce questa consapevolezza attraverso la ripetizione, trasformando progressivamente “Ai tuoi ordini” in una sorta di codice privato tra gli innamorati.

La frase diventa ancora più importante quando Buttercup crede che Westley sia morto e si ritrova davanti a quello che considera il suo assassino, il Terribile Pirata Roberts. Quando lo fa cadere giù da una collina, sente nuovamente quelle parole: “Ai tuoi ordini”. È il momento in cui comprende che l’uomo è vivo e che dietro la maschera del pirata si nasconde proprio Westley. Una frase che prima esprimeva amore diventa così anche la prova dell’identità dell’amato e il segnale della sua sopravvivenza.

La storia fantasticaIl vero colpo di genio è nel finale: “Ai tuoi ordini” diventa una dichiarazione d’amore universale

La forza di La storia fantastica sta però nel fatto che la frase non appartiene esclusivamente alla relazione tra Westley e Buttercup. Nel finale, quando il nonno termina la storia che sta leggendo al nipote, il bambino gli chiede di tornare il giorno successivo per leggergliela di nuovo. La risposta del nonno riprende il significato che la frase aveva assunto tra i due protagonisti: un modo semplice e indiretto per dire “ti voglio bene”.

È qui che “Ai tuoi ordini” supera la dimensione della semplice battuta romantica e diventa il cuore emotivo dell’intero film. La frase parla dell’amore attraverso la disponibilità verso l’altro: sono disposto a fare ciò che desideri perché ciò che conta per me sei tu. Non è una dichiarazione spettacolare, ma un gesto di attenzione e dedizione.

Questa dimensione spiega anche perché la frase sia rimasta così impressa nel pubblico a distanza di quasi quarant’anni. Le grandi battute fantasy spesso sono legate all’epica, alla guerra, al destino o al coraggio. “Ai tuoi ordini”, invece, parla di intimità. È una frase piccola all’interno di una storia enorme, ma proprio per questo riesce a sopravvivere al contesto in cui viene pronunciata.

La storia fantastica continua a funzionare perché prende la fantasia sul serio senza prendersi troppo sul serio

La Storia FantasticaIl fascino del film non si esaurisce comunque nella storia d’amore. La storia fantastica rimane un esempio particolarmente riuscito di fantasy perché riesce a utilizzare tutti gli elementi fondamentali del genere — principesse, pirati, duelli, inseguimenti, vendette, mostri e imprese impossibili — senza trasformarli in qualcosa di rigidamente solenne.

La celebre promessa di vendetta di Inigo Montoya, “Mi nombre es Inigo Montoya. Tu hai ucciso mio padre. Preparate a morir”, appartiene infatti alla stessa memoria collettiva del film. Ma mentre quella battuta è diventata iconica attraverso la ripetizione e l’energia comica del personaggio, “Ai tuoi ordini” funziona in maniera completamente diversa: cresce con la storia e cambia significato ogni volta che ritorna.

Anche la cornice narrativa contribuisce a questo risultato. La vicenda fantastica viene raccontata da un nonno al nipote, introducendo un ulteriore livello metanarrativo: ciò che vediamo è contemporaneamente una fiaba, un’avventura romantica e una storia raccontata per il piacere di essere ascoltata. In questo senso, il finale riporta tutto al punto di partenza e suggerisce che le storie fantasy non servono soltanto a portarci in mondi lontani. Servono anche a parlare delle emozioni più universali.

Ed è probabilmente per questo che, accanto a Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Le cronache di Narnia e gli altri grandi classici del genere, La storia fantastica continua a occupare un posto speciale nell’immaginario fantasy. Perché dietro spade, principesse e pirati nasconde una delle dichiarazioni d’amore più semplici e durature del cinema: Ai tuoi ordini.

Legends 2 si farà: Netflix rinnova il crime thriller e prepara il ritorno della squadra

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Legends tornerà ufficialmente con una seconda stagione su Netflix. Dopo il debutto dello scorso maggio, il crime thriller britannico creato da Neil Forsyth ha ottenuto il rinnovo, accompagnato da una prima indicazione importante sui tempi di produzione: le riprese dei nuovi episodi inizieranno nel 2027. Non è stata ancora comunicata una data di uscita.

La conferma arriva direttamente da Netflix attraverso Tudum. La piattaforma mantiene per il momento il massimo riserbo sulla trama, ma ha anticipato che i protagonisti saranno richiamati nel pericoloso mondo delle operazioni sotto copertura. Un punto di partenza particolarmente interessante considerando che la prima stagione aveva sostanzialmente concluso la missione centrale, permettendo agli agenti di tornare alle rispettive vite.

Il rinnovo suggerisce quindi che Netflix non voglia semplicemente prolungare la vicenda originale, ma trasformare Legends in una serie capace di raccontare nuove operazioni attraverso lo stesso gruppo di personaggi. È una direzione coerente con la natura del progetto: la serie nasce da eventi reali legati alle operazioni sotto copertura degli agenti della dogana britannica contro il narcotraffico negli anni Novanta, ma utilizza quella cornice storica per costruire un thriller criminale autonomo.

Legends 2 riporterà gli agenti sotto copertura dopo il successo della prima stagione

La prima stagione di Legends segue una squadra di agenti britannici impegnata a infiltrarsi nelle organizzazioni criminali responsabili del traffico di droga nel Regno Unito. Una missione che costringe i protagonisti a costruire identità alternative e immergersi in un ambiente nel quale il confine tra interpretare un criminale e diventare parte del suo mondo si fa progressivamente più sottile. Alla fine dei sei episodi, l’operazione viene portata a termine e gli agenti possono apparentemente lasciarsi quell’esperienza alle spalle.

La seconda stagione partirà proprio dalla rottura di quell’equilibrio. Netflix ha anticipato soltanto che la squadra verrà trascinata nuovamente in operazioni sotto copertura ad alto rischio, senza rivelare quale sarà la nuova missione. Non è stato ancora confermato neppure il cast completo, anche se appare probabile il ritorno di buona parte degli interpreti principali, tra cui Steve Coogan e Tom Burke nei ruoli di Don Clarke e Guy.

Il rinnovo arriva dopo un’accoglienza particolarmente positiva. La prima stagione ha rapidamente raggiunto la Top 10 di Netflix dopo l’uscita e ha ottenuto ottimi riscontri anche dalla critica. Al momento della conferma della seconda stagione, Legends registra su Rotten Tomatoes il 97% di recensioni positive da parte della critica e l’84% sul Popcornmeter del pubblico, risultati che hanno contribuito a trasformare il crime britannico in uno dei nuovi titoli più interessanti della piattaforma.

Resta invece da capire quando arriveranno i nuovi episodi. Con le riprese previste nel 2027, un ritorno entro la fine dello stesso anno sarebbe possibile soltanto con una produzione particolarmente rapida. Un debutto nel 2028 appare al momento uno scenario più realistico, anche se Netflix non ha fornito alcuna finestra ufficiale. Nemmeno il numero degli episodi è stato annunciato: considerando i sei capitoli della prima stagione, però, è plausibile che la serie possa mantenere una struttura altrettanto compatta.

Nel cast della prima stagione figurano, oltre a Steve Coogan e Tom Burke, Aml Ameen, Hayley Squires, Douglas Hodge, Jasmine Blackborow e Numan Acar. Il loro eventuale ritorno permetterebbe a Legends di sfruttare uno degli elementi che hanno caratterizzato maggiormente il primo ciclo: non soltanto il pericolo delle operazioni, ma le conseguenze che vivere attraverso identità costruite produce sugli uomini e sulle donne chiamati a sostenerle. La stagione 2 avrà quindi l’occasione di capire quanto sia davvero possibile tornare alla normalità dopo essere sopravvissuti a quel mondo.

The Pitt – Stagione 3 darà più spazio a uno dei personaggi più amati della serie

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La terza stagione di The Pitt allargherà ulteriormente lo sguardo sul Pittsburgh Trauma Medical Center, dando un ruolo più importante al Dr. Jack Abbott, interpretato da Shawn Hatosy. Dopo essere diventato uno dei personaggi più apprezzati del medical drama guidato da Noah Wyle, Abbott avrà maggiore spazio nei nuovi episodi, insieme a un approfondimento del turno di notte dell’ospedale.

A confermarlo è stato lo stesso Hatosy durante un’intervista al podcast Bingeworthy di The Playlist. Pur evitando anticipazioni precise sulla trama della stagione 3, l’attore ha spiegato che il pubblico potrà conoscere qualcosa in più del mondo professionale che ruota intorno ad Abbott: «Stiamo avendo la possibilità di sperimentare un po’ di più quel turno». Il riferimento è proprio al night shift, utilizzato nelle prime due stagioni soprattutto nei momenti di passaggio tra una giornata e quella successiva.

La scelta appare significativa perché The Pitt ha progressivamente dimostrato di poter andare oltre Robby senza perdere il proprio centro narrativo. L’ospedale funziona come un organismo nel quale medici, infermieri e pazienti entrano ed escono continuamente, e approfondire il turno di notte permette alla serie di espandere questo principio senza modificare la propria formula. Abbott, soprattutto dopo quanto raccontato nella seconda stagione, è probabilmente il personaggio migliore attraverso cui farlo.

The Pitt 3 esplorerà maggiormente il turno di notte, ma uno spinoff su Abbott sembra escluso

The Pitt - Stagione 2 finale

L’ampliamento del ruolo di Abbott non dovrebbe infatti trasformarsi nella preparazione di uno spinoff. Hatosy ha spiegato di aver sentito piuttosto chiaramente sia da HBO Max sia dalle dichiarazioni pubbliche di Noah Wyle che una serie interamente dedicata al turno di notte non rientra attualmente nei programmi. L’attore sarebbe disponibile – arrivando persino a scherzare sull’idea di un episodio da buddy comedy ambientato in ambulanza con Howard – ma ha ammesso che al momento «non sembra una possibilità reale».

La soluzione scelta per la terza stagione potrebbe essere persino più interessante. The Pitt può utilizzare Abbott e il night shift per suggerire che l’ospedale continui a vivere anche quando Robby e gli altri protagonisti terminano il proprio turno. Le prime due stagioni hanno già introdotto personaggi come Parker Ellis, Mateo Diaz, John Shen e Cruz, costruendo gradualmente una seconda squadra che esiste ai margini della narrazione principale. Dare loro maggiore spazio significa rendere ancora più credibile l’idea di un pronto soccorso che non si ferma mai.

Abbott ha inoltre acquisito un peso particolare dopo la seconda stagione. La serie ha rivelato il suo lavoro con la SWAT per affrontare il disturbo da stress post-traumatico, mentre il personaggio è stato fondamentale nel convincere Robby ad accettare che anche lui avesse bisogno di aiuto. Il rapporto tra i due ha così trasformato Abbott da figura autorevole del turno successivo in una sorta di contrappeso di Robby: qualcuno capace di riconoscere negli altri fragilità che ha dovuto affrontare personalmente.

Non sorprende quindi che HBO Max voglia sfruttare maggiormente Shawn Hatosy. L’attore ha vinto l’Emmy come Outstanding Guest Actor in a Drama Series per la prima stagione ed è nuovamente candidato, questa volta come Outstanding Supporting Actor, per il lavoro svolto nella seconda. La stagione 3 sembra pronta a trasformare definitivamente Abbott in una delle colonne dell’ensemble di The Pitt, continuando contemporaneamente ad allargare la porzione di ospedale che la serie permette al pubblico di conoscere.

Disney accusata, dopo 25 anni, di aver coperto abusi su un set

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Disney accusata, dopo 25 anni, di aver coperto abusi su un set

A quasi 25 anni dall’uscita di Quando Einstein ci mette lo zampino (The Poof Point), film di fantascienza prodotto da Disney Channel nel 2001, l’attrice Raquel Lee Bolleau ha fatto causa a The Walt Disney Company, accusando un dipendente adulto della società di averla ripetutamente violentata, aggredita e molestata sessualmente durante le riprese, quando aveva 14 anni.

Secondo la denuncia, l’uomo, identificato con il nome fittizio “John Doe”, avrebbe abusato della giovane attrice in diverse occasioni. Le accuse non riguardano però soltanto il presunto aggressore: Bolleau sostiene che gli abusi fossero evidenti agli adulti presenti sul set e che Disney non abbia adottato misure adeguate per proteggerla. La denuncia accusa inoltre la società di aver facilitato e occultato gli abusi, sostenendo che il set non fosse un ambiente sicuro per i minori.

La causa arriva dopo precedenti tentativi di raggiungere un accordo. Circa dieci anni fa, Bolleau si sarebbe già rivolta a Disney attraverso un altro avvocato per una proposta di risarcimento riservata relativa a un’altra persona presente sul set. Nel giugno 2026, i suoi attuali legali Doug Wigdor e Jame Kim avrebbero invece contattato la società per cercare un accordo extragiudiziale sulle nuove accuse, senza successo.

La possibilità di presentare oggi una causa per fatti avvenuti oltre vent’anni fa è legata anche alle modifiche della legge californiana sulla prescrizione degli abusi sessuali subiti durante l’infanzia. Le norme introdotte negli ultimi anni hanno infatti ampliato significativamente le possibilità per le vittime di intraprendere azioni civili anche a distanza di molto tempo.

Bolleau aveva già raccontato alcune delle proprie esperienze nell’industria televisiva partecipando a Quiet on Set: The Dark Side of Kids TV, docuserie dedicata soprattutto alle controversie legate alle produzioni Nickelodeon e a Dan Schneider. L’attrice aveva però espresso perplessità sulla profondità dell’inchiesta. Nel frattempo aveva continuato a lavorare con Disney, tornando a prestare la voce in The Proud Family: Louder and Prouder.

Disney, al momento della pubblicazione della notizia, non aveva ancora risposto ufficialmente alle accuse. La causa riporta così sotto i riflettori la questione della tutela dei minori sui set televisivi e il modo in cui Hollywood ha gestito per decenni le segnalazioni di abusi e molestie.

Perché la quarta stagione di A Discovery of Witches non è stata realizzata?

A Discovery of Witches, una serie televisiva di tre stagioni tratta dalla trilogia “All Souls” di Deborah Harkness, ha conquistato il pubblico con il suo mix di fantasy, storia e romanticismo, ma c’è un buon motivo per cui non è stata realizzata una quarta stagione. La serie, che ha debuttato nel 2018, ruota attorno a Diana Bishop, una storica e strega riluttante, che scopre un manoscritto incantato nella Biblioteca Bodleiana di Oxford. Questa scoperta la catapulta in un mondo di magia, dove incontra vampiri, daimon e altre streghe, tra cui l’enigmatico vampiro Matthew Clairmont (Matthew Goode).

La serie, trasmessa da Sky One/Sky Max, intreccia abilmente elementi tratti dai libri di All Souls, offrendo una narrazione avvincente che esplora temi come la magia, l’amore proibito e la lotta per il potere. La serie è diventata rapidamente un fenomeno della cultura pop, acclamata per la sua narrazione originale e i personaggi ben sviluppati. Anziché seguire rigidi confini di genere, la miscela di elementi soprannaturali, storici e scientifici di “A Discovery of Witches”, insieme alle avvincenti dinamiche tra i personaggi, ha contribuito in modo significativo al suo ampio impatto. Inoltre, è stata una delle migliori serie low fantasy con un ottimo sistema magico.

La terza stagione di “A Discovery of Witches”, che ha concluso l’adattamento della trilogia, ha lasciato i fan incantati e desiderosi di saperne di più, anche se all’epoca non c’era altro materiale di partenza da cui la serie TV potesse attingere. Il quarto libro della trilogia “All Souls” è un prequel-sequel complementare, non una parte centrale della storia. Il quinto libro non è stato pubblicato fino al 2024. Fortunatamente, la serie non ha mai avuto la possibilità di diventare noiosa. “A Discovery of Witches” si è conclusa come previsto, anche se questo ha significato che la rete non ha prodotto una quarta stagione.

A Discovery of Witches è rimasta fedele alla struttura del materiale di partenza

“A Discovery of Witches” è stata concepita come un viaggio in tre stagioni, ognuna delle quali rispecchiava uno dei libri della trilogia “All Souls”. I creatori della serie sono rimasti fedeli a questa visione, assicurandosi che l’adattamento televisivo seguisse fedelmente l’arco narrativo dei romanzi di Harkness. La struttura della trilogia originale ha fornito alla serie TV una traiettoria narrativa chiara e coerente. Persino Teresa Palmer, che interpretava Diana, si è detta d’accordo con questo metodo (tramite Radio Times), affermando: “Ho avuto la possibilità di interpretare Diana per alcuni anni ormai… Mi sento pronta a separarmi da lei, perché penso che sia approdata in un posto meraviglioso“. Questo preannuncia un allontanamento più definitivo dalla storia di Diana e Matthew per l’attrice protagonista.

I commenti del cast sulla quarta stagione di A Discovery of Witches

Due membri del cast hanno espresso le loro opinioni sulla possibilità non di una quarta stagione, bensì di uno spin-off. In un’intervista a Radio Times, l’attore Steven Cree, che interpretava Gallowglass, ha riconosciuto la possibilità di uno spin-off di A Discovery of Witches incentrato su Gallowglass nell’ampio universo narrativo. Cree ha sottolineato la ricca e secolare storia di Gallowglass, affermando: “…si potrebbero raccontare infinite storie su Gallowglass. È vissuto per otto secoli. Ed è un personaggio fantastico.”

Questa dichiarazione apre interessanti possibilità per approfondire la vita e le avventure di Gallowglass, offrendo una vasta linea temporale per esplorare le sue esperienze e le intriganti dinamiche del mondo soprannaturale in cui vive, che potrebbe estendersi per centinaia di anni. Cree ha fornito ulteriori dettagli su un potenziale spin-off dedicato a Gallowglass in un’intervista con Digital Spy.

Sarei assolutamente entusiasta di un altro episodio con Gallowglass, anche se non so se Sky abbia i diritti per realizzarlo. Gallowglass è un personaggio fantastico. È stato come interpretarne due, perché nella seconda stagione è una specie di vampiro rock ‘n’ roll nell’epoca elisabettiana, e nella terza è un vampiro motociclista [ai giorni nostri] con una mentalità completamente diversa. Credo ci sia un enorme potenziale per le diverse storie ambientate negli anni mancanti [tra la seconda e la terza stagione] e nel futuro: l’unico aspetto che non mi piacerebbe è dover passare di nuovo così tanto tempo in palestra!

Inoltre, Tanya Moodie, che ha interpretato Agatha nella serie “A Discovery of Witches”, crede che ci sia spazio per altri episodi ambientati nell’universo di Sky (tramite Radio Times). L’attrice ha rivelato di non ritenere il suo personaggio così ben definito e che Agatha potrebbe essere ulteriormente approfondita in una serie spin-off. Di seguito il commento completo di Moodie:

La cosa principale con cui ho sempre dovuto confrontarmi, interpretando un demone, è che i fan mi chiedono sempre: “Cosa fanno esattamente i demoni?”. Sapete, le streghe fanno incantesimi elaborati, i vampiri mordono le persone e sono sempre molto irascibili. E i demoni sono sempre un po’… sapete, indossano abiti firmati e sono un po’ stravaganti o qualcosa del genere. È un potere? [Nei libri] hanno queste abilità potenziate, e sono un po’ più soprannaturali.

Purtroppo, la decisione se continuare la storia, con un’altra stagione o con uno spin-off, non spetta in definitiva agli attori del progetto. Dovrebbero essere d’accordo, ma la decisione finale spetta ai dirigenti della rete e ai detentori dei diritti.

Si è parlato di uno spin-off di A Discovery of Witches

Quando è stato chiaro che A Discovery of Witches si sarebbe conclusa nel 2022, si è effettivamente parlato di continuare le storie ambientate nello stesso universo con una serie spin-off. Una serie incentrata su Gallowglass era, ovviamente, l’argomento principale di discussione all’epoca. Il personaggio è uno dei preferiti dai fan, e sembrava che fosse proprio su di lui che si concentrasse la maggior parte dell’interesse, ma non è l’unico personaggio che potrebbe realisticamente avere uno spin-off.

Sebbene i libri che hanno ispirato la serie originale fossero una trilogia, Harkness ha successivamente scritto un altro libro incentrato su Diana e Matthew intitolato The Black Bird Oracle, oltre ad altri libri ambientati nello stesso universo. Ha anche altri libri in programma, uno dei quali incentrato proprio su Gallowglass, che potrebbe essere il materiale di partenza. Inoltre, ha scritto di Matthew Clairmont e di suo figlio, quindi c’era sempre la possibilità di una serie prequel invece di uno spin-off ambientato nello stesso periodo.

Purtroppo, nonostante il materiale di partenza, non sembra che la serie avrà un prequel o uno spin-off diretto. Altri romanzi di Harkness potrebbero essere opzionati da uno studio e adattati in futuro, ma è improbabile che in questi adattamenti compaiano membri del cast di A Discovery of Witches.

Come è stata accolta A Discovery of Witches

Il fandom di A Discovery of Witches era piccolo ma agguerrito al momento della sua uscita. C’era grande entusiasmo anche solo all’idea di una quarta stagione. La serie televisiva ha ricevuto recensioni positive e molti spettatori non volevano che finisse. Se la serie fosse stata basata sulle recensioni, sarebbe stato logico continuarla. La serie ha un punteggio del 93% sul sito aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes e anche le singole stagioni hanno ottenuto valutazioni molto alte.

Season RT Critical Score RT Audience Score
1 94% 84%
2 82% 82%
3 86% 73%

Naturalmente, come accade per la maggior parte delle serie televisive, gli ascolti in diretta sono calati nel corso delle tre stagioni. Mentre la prima stagione ha registrato oltre un milione di spettatori per ogni episodio trasmesso nel Regno Unito, la stagione finale ha avuto una media inferiore alla metà. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che molti spettatori hanno atteso l’accesso in streaming per guardare l’intera serie in una volta sola. Al di fuori del Regno Unito, il pubblico ha potuto accedere alla serie in streaming su AMC+, Shudder e SundanceNow durante la sua messa in onda, quindi c’erano diverse opzioni disponibili.

Sebbene A Discovery of Witches non abbia partecipato ai premi televisivi durante la sua trasmissione, ha comunque ricevuto alcuni riconoscimenti nel Regno Unito. È stata nominata come Miglior Nuova Serie Drammatica ai National Television Awards.

Ci sarà una quarta stagione di A Discovery of Witches?

Per quanto riguarda la quarta stagione, la showrunner Jane Tranter ha sottolineato il suo impegno nei confronti della storia originale, affermando: “Ci siamo prefissati di raccontare la storia di Diana e Matthew, e credo che ci siamo riusciti fedelmente”. Teoricamente, questo potrebbe ora includere una quarta stagione basata su The Black Bird Oracle. Senza Palmer e Tranter, però, non avrebbe senso. Sembra più probabile che optino per Time’s Convert, o per un’altra parte dell’universo vasto e dettagliato di Harkness. Se si impegnassero nell’espansione, avrebbero materiale sufficiente per competere con l’universo di Immortals di AMC+. Tuttavia, solo il tempo dirà se torneranno a esplorare il mondo di A Discovery of Witches.

20 importanti easter egg, riferimenti ai fumetti e collegamenti con l’universo DC nell’episodio 2 di Lanterns

I misteri che avvolgono la nuova serie DC Universe Lanterns si fanno sempre più intricati e avvincenti, soprattutto dopo gli eventi del secondo episodio. L’episodio, inoltre, è ricco di easter egg, riferimenti e collegamenti con l’universo DC in generale.

Dopo la première e la sconvolgente scoperta del corpo senza vita di Hal Jordan nel 2026, unita alla strana attività extraterrestre che ha interessato Rushville, Nebraska, nel 2016, il secondo episodio di Lanterns raddoppia il livello di mistero e suspense, con Hal e John che scoprono individualmente indizi (e minacce) fondamentali.

Sempre più come un tassello cruciale del puzzle dell’universo DC, Lanterns presenta in questo ultimo episodio diversi collegamenti con elementi chiave della mitologia dei fumetti. Tenendo presente ciò, ecco tutti i principali easter egg, riferimenti ai fumetti, collegamenti con l’universo DC e altre curiosità interessanti che abbiamo trovato nel finale del secondo episodio di Lanterns.

Che succede con l’uccello?

Lanterns, episodio 2L’unica creatura vivente vista nel secondo episodio di Lanterns è un piccolo uccello verde quando John tenta di volare per la prima volta usando l’anello di Hal. Sorprendentemente, John riesce a mantenere in vita questa creatura vivente per tutta la durata dell’episodio, anche dopo essersi tolto l’anello e averlo restituito a Hal, un’impresa davvero unica che dimostra la sua impressionante determinazione e forza di volontà. Mentre i fumetti hanno presentato anelli del potere più particolari che infrangono le regole, come ad esempio quelli che richiedono poca o nessuna carica, questa è sicuramente una nuova rivelazione di potere per l’universo DC, soprattutto considerando l’innata forza di volontà di John.

Coast City

LanternsJohn Stewart visita Coast City nel secondo episodio di Lanterns per recuperare la lanterna di Hal (e nutrire la sua pianta carnivora di nome Earl). Nei fumetti, Coast City era la casa di Hal Jordan quando non era nello spazio. Come Lanterna Verde, Hal proteggeva la città, proprio come Superman protegge Metropolis o Batman protegge Gotham.

“Ho bisogno di quella lanterna”

LanternsAvendo bisogno della sua lanterna per ricaricare il suo anello, quest’ultimo si scarica completamente in questo episodio, arrivando allo zero percento (una sfida che la maggior parte delle Lanterne Verdi affronta spesso nei fumetti).

Tre costumi fisici da Lanterna Verde

LanternsMentre perquisisce la grande casa che Hal Jordan ha ricevuto in dono da un uomo ricco il cui figlio aveva salvato in passato, John trova una collezione di uniformi da Lanterna Verde appese nel suo armadio. A differenza dei fumetti, dove l’anello di una Lanterna Verde si materializza grazie alla sua forza di volontà, sembra che i costumi di Hal siano molto più tangibili nell’universo DC (l’esatto opposto del costume completamente digitale di Ryan Reynolds in Green Lantern del 2011).

“Mogo non socializza”

LanternsDando a John un codice vocale per aprire la sua cassaforte, la frase “Mogo non socializza” è uno dei migliori riferimenti ai fumetti visti finora in Lanterns. Come visto nella storia a fumetti d’esordio omonima, Mogo è un enorme pianeta senziente che è anche un membro del Corpo delle Lanterne Verdi. Incredibilmente potente, Mogo è stato anche il quartier generale del Corpo delle Lanterne Verdi ed è una parte fondamentale del processo che guida gli anelli del potere verso i loro nuovi portatori in tutta la galassia.

Dimensione tascabile

LanternsLa cassaforte nella stanza di Hal nell’episodio 2 di Lanterns si rivela essere una dimensione tascabile che contiene la sua lanterna. Mentre John allunga la mano per prenderla, gli spettatori possono vedere lo spazio immenso al suo interno. Non solo abbiamo già visto dimensioni tascabili nell’universo DC in Superman e nella seconda stagione di Peacemaker, ma nei fumetti le Lanterne Verdi avevano accesso a dimensioni tascabili personali, dove custodivano le loro lanterne.

“Situazione alla Keyser Söze”

I soliti sospettiHal si chiede se William Macon abbia davvero un misterioso datore di lavoro o se si tratti di una “situazione alla Keyser Söze”, un riferimento al classico film I soliti sospetti.

Uomo Marlboro

LanternsHal Jordan paragona Macon all’Uomo Marlboro, chiedendosi perché sia ​​così vincolato al suo accordo di riservatezza quando persino l’Uomo Marlboro diceva quello che voleva nonostante vari conflitti legali (non importa a quale Uomo Marlboro si riferisca Hal, dato che più di uno era un vero cowboy, e molti hanno avuto battaglie legali, sono diventati attivisti antifumo, ecc.).

Manhunters

LanternsL’alieno conosciuto come Antaan rivela l’esistenza dei Cacciatori di Uomini a John Stewart dopo che la recluta viene rapita dalla casa di Hal Jordan a Coast City. Si dice che siano esseri sintetici capaci di assumere l’aspetto di qualsiasi specie vivente, e gli incredibilmente pericolosi Cacciatori di Uomini dispensavano quella che credevano essere giustizia prima di scomparire definitivamente.

Tuttavia, tecnicamente non è ancora chiaro a quali Cacciatori di Uomini della DC Comics ci si riferisca: agli androidi robotici creati dai Guardiani o a quelli di tipo marziano come J’onn J’onzz. Considerata la loro storia intrecciata e complessa nei fumetti, forse l’Universo DC si sta preparando a semplificare e/o unificare in qualche modo le origini di entrambi.

“Credi che le Lanterne Verdi siano venute prima?”

LanternsQuesta frase di Antaan è un indizio importante che suggerisce che i Manhunters siano stati probabilmente creati dai Guardiani come una precedente forza di pace che si è ribellata prima della nascita del Corpo delle Lanterne Verdi, proprio come nei fumetti.

Antaan

LanternsPur apparendo umano, il nuovo personaggio Antaan, introdotto nell’episodio 2 di Lanterns, è molto interessante, soprattutto considerando che, quando fu annunciato il casting dell’attore Paul Ben-Victor, si ipotizzò che interpretasse Atrocitus, il futuro fondatore e leader delle Lanterne Rosse, portatrici della luce rossa della rabbia. Finora, le origini di Antaan e del suo popolo coincidono, in particolare il desiderio di vendetta contro i Manhunter.

Olocausto (Ryut?)

LanternsConfermando che un Manhunter ha orchestrato un olocausto del suo popolo, con pochissimi sopravvissuti, questo potrebbe rivelarsi la versione dell’Universo DC del Massacro di Ryut nel Settore 666, il famigerato giorno dei fumetti in cui i Manhunter impazzirono e si ribellarono, credendo che la vera pace possa arrivare solo attraverso lo sterminio di ogni forma di vita. Questo fu anche l’evento che portò Atrocitus a creare le Lanterne Rosse, mentre i morti rimasti su Ryut sarebbero poi stati rianimati come le prime Lanterne Nere, come si vede nell’evento a fumetti “Blackest Night”.

Sinestro

Sinestro LanternsLe origini di Sinestro sono confermate dallo sceriffo Kane, che ha cercato informazioni sull’ex Lanterna Verde dopo che Hal aveva pronunciato il suo nome nel sonno. Nell’universo DC, Sinestro apparentemente tentò un colpo di stato contro i Guardiani prima che Hal lo sconfiggesse definitivamente. Resta da vedere se Sinestro abbia orchestrato il suo colpo di stato usando la luce gialla della paura o se abbia addestrato Hal come nei fumetti, ma entrambe le ipotesi sembrano estremamente plausibili.

“Ucciso uno dei capi”

LanternsDurante il suo colpo di stato, Kane afferma che Sinestro è riuscito a uccidere uno dei Guardiani dell’Universo, un’impresa notevole e unica nell’universo DC che dimostra inequivocabilmente quanto potente diventerà il più grande nemico di Hal Jordan in futuro, ammesso che riesca a evadere di prigione in “Lanterns”.

Tom Osborne

LanternsHal continua a scherzare dicendo che lo sceriffo Kane e gli abitanti di Rushville devono venerare Tom Osborne. Tom Osborne è stato l’allenatore dei Cornhuskers per 25 stagioni tra gli anni ’70 e ’90. Fu poi eletto al Congresso nei primi anni 2000, prima di ritirarsi definitivamente nel 2013.

“Grazie per non essere morto nella mia giurisdizione”

LanternsUn oscuro presagio: dopo che Hal viene colpito da un proiettile sparato dagli uomini di Macon, Hal Jordan muore apparentemente nella giurisdizione dello sceriffo Kane dieci anni dopo, come mostrato alla fine del primo episodio di Lanterne Verdi.

Gotham City

LanternsLo sceriffo Kerry Kane rivela di essere originaria di Gotham City prima di trasferirsi in Nebraska per un capriccio. Non solo questo è un altro elemento che prepara il terreno per Batman, ancor prima di sapere chi interpreterà il Cavaliere Oscuro, ma il cognome Kane è molto più significativo. Dopotutto, i Kane sono una delle famiglie più grandi e antiche di Gotham, insieme ai Wayne.

La madre di Bruce Wayne, Martha, era originariamente una Kane prima di sposare Thomas Wayne, e la cugina di Bruce, Kate Kane, è diventata Batwoman nei fumetti. Sarà quindi interessante scoprire quanto Kerry sia, o non sia, legata a una delle famiglie fondatrici di Gotham.

Un giuramento veloce

LanternsSebbene sia stato pronunciato nel primo episodio, nel secondo episodio di Lanterne Verdi vediamo Hal Jordan recitare per la prima volta nell’universo DC il classico giuramento delle Lanterne Verdi. Tuttavia, lo fa incredibilmente in fretta e senza alcuna riverenza, irritando John Stewart e sottolineando il suo cinismo di fondo.

Oa?

LanternsLasciando la Terra, non è chiaro quale pianeta visiti Hal mentre incontra Sinestro nella sua cella, desideroso di saperne di più sui Manhunters. È possibile che questo nuovo pianeta sia Oa, il pianeta natale dei Guardiani e quartier generale canonico del Corpo delle Lanterne Verdi al centro dell’universo. Meno probabile, potrebbe trattarsi di Qward, l’universo di antimateria in cui Sinestro fu esiliato nei fumetti la prima volta che Hal Jordan lo sconfisse. D’altra parte, forse si tratta solo di un generico mondo prigione.

Sciencell?

LanternsNei fumetti, i criminali e i prigionieri delle Lanterne Verdi venivano rinchiusi in celle tecnologicamente avanzate create dai Guardiani, note come sciencell, capaci di ospitare anche i nemici più potenti. Anche in questo caso, non è ancora stato confermato dove sia detenuto Sinestro, ma potrebbe benissimo trattarsi di una sciencell, proprio come quella raffigurata nei fumetti.

Stephen King incontra H.P. Lovecraft nella serie horror soprannaturale in tre parti di Ridley Scott

Pochi, se non nessuno, nomi sono più significativi per l’horror moderno di Stephen King e H.P. Lovecraft. Entrambi gli autori hanno plasmato il genere in modi distinti ma ugualmente importanti, influenzando non solo la letteratura, ma anche generazioni di film e serie TV horror. Dalle intime esplorazioni della paura e della natura umana di King alle visioni cosmiche di terrore inconoscibile di Lovecraft, la loro importanza per l’horror è innegabile. Questo rende la serie di tre stagioni di AMC, che annovera Ridley Scott tra i suoi produttori esecutivi, un appuntamento imperdibile per ogni appassionato del genere.

Fin dal suo debutto nel 2018, The Terror ha attirato immediatamente l’attenzione per la sua capacità di combinare abilmente le due voci creative più rappresentative dell’horror moderno. Ogni stagione di The Terror racconta una storia horror soprannaturale autoconclusiva. La seconda stagione, The Terror: Infamy, è andata in onda nel 2019, mentre la terza, The Terror: Devil in Silver, è arrivata nel 2026 dopo una lunga pausa. Ogni episodio utilizza un’ambientazione, un cast e una narrazione diversi, pur mantenendo la caratteristica miscela di horror psicologico e soprannaturale che contraddistingue la serie.

Sebbene ogni stagione racconti una storia diversa, i tre episodi di The Terror condividono un’inconfondibile fascinazione per l’oscurità che si cela oltre la normale esperienza umana. Questo rende la serie particolarmente attraente per i fan di H.P. Lovecraft o Stephen King, con terrore cosmico, tormento psicologico, paure sociali e forze mostruose che si scontrano ripetutamente. Per gli spettatori che apprezzano entrambi gli autori, tuttavia, The Terror offre una combinazione unica e potente che trasforma i loro contributi tematici più duraturi all’horror moderno in un trio di storie terrificanti.

The Terror porta i migliori temi di Lovecraft e King in tre storie terrificanti

Sebbene entrambi siano influenti, e H.P. Lovecraft abbia quasi certamente influenzato Stephen King, ogni autore ha la propria voce e le proprie tematiche preferite. È questo che rende ogni stagione di The Terror così avvincente, poiché riesce a bilanciare magistralmente i punti di forza di entrambi. Nella sua espressione più lovecraftiana, The Terror comprende che l’umanità è una presenza insignificante in un universo vasto e indifferente. La prima stagione rende letterale quest’idea, con gli equipaggi della HMS Erebus e della HMS Terror intrappolati nell’Artico, alle prese con un ambiente che non è fonte di malizia o intenzioni maligne, ma che li distruggerà inevitabilmente. La minaccia soprannaturale del Tuunbaq non fa che sottolineare questo legame con H.P. Lovecraft, attingendo al fascino che l’autore provava per forze ben oltre la comprensione umana.

Questo senso di insignificanza cosmica si protrae anche nelle stagioni successive, sebbene The Terror fondi ripetutamente i suoi orrori soprannaturali su paure riconoscibilmente umane. The Terror: Infamy ambienta i suoi personaggi tra la Seconda Guerra Mondiale e l’internamento dei nippo-americani, mentre The Terror: Devil in Silver vede il protagonista Pepper (interpretato da Dan Stevens, star di Legion) intrappolato in un ospedale psichiatrico, dove l’abuso di potere istituzionale diventa terrificante quanto l’entità soprannaturale che infesta la struttura. È qui che l’influenza di Stephen King diventa particolarmente evidente.

Ciarán Hinds in The Terror

Come ogni buona storia di Stephen King, The Terror si basa sul fatto che il soprannaturale è spesso più efficace quando viene filtrato attraverso i personaggi che lo vivono. Il danno psicologico causato da una prolungata esposizione al pericolo soprannaturale diventa terrificante quanto i mostri stessi. La terza stagione, in particolare, sfuma il confine tra l’orrore soprannaturale e gli orrori del mondo reale che circondano Pepper, creando incertezza su cosa sia affidabile. Questo, unito alla propensione di Lovecraft a esplorare l’ignoto cosmico per generare terrore, rende The Terror il perfetto punto d’incontro tra i due titani del genere.

Stephen King e H.P. Lovecraft non sono gli unici autori a cui The Terror si ispira

Sebbene The Terror presenti numerose affinità tematiche con Stephen King e H.P. Lovecraft, queste non sono le sue uniche influenze. Infatti, i suoi legami più diretti con l’horror letterario provengono dai libri che letteralmente forniscono le storie delle stagioni 1 e 3. Con l’eccezione di The Terror: Infamy, ogni stagione adatta un romanzo horror moderno già esistente. King e Lovecraft saranno pure essenziali per l’atmosfera di The Terror, ma sono gli autori Dan Simmons e Victor LaValle a plasmare direttamente la narrativa delle stagioni di maggior successo della serie.

La stagione 1 adatta il romanzo del 2007 di Dan Simmons, The Terror, che romanza la sfortunata spedizione di Franklin del 1845. La difficile situazione degli equipaggi dell’HMS Erebus e dell’HMS Terror e come la loro vicenda unisca dramma storico di sopravvivenza a elementi horror soprannaturali è tratta direttamente dal libro. La stagione 3 di The Terror, invece, porta sullo schermo il romanzo del 2012 di Victor LaValle, The Devil in Silver. LaValle è stato anche co-showrunner di The Terror: The Devil in Silver, assicurandosi che la terza stagione rimanesse fedele allo spirito della sua opera.

The Terror: Devil in Silver

È grazie a entrambe le stagioni che The Terror è stata considerata un solido adattamento letterario, anziché una semplice serie antologica horror. E la cosa migliore è che questo approccio è destinato a continuare. La quarta stagione è già in fase di sviluppo, con il produttore esecutivo David W. Zucker che ha confermato che Scott Free Productions e AMC hanno concluso un accordo per il prossimo libro che intendono adattare. Il titolo e il romanzo da cui verrà tratto non sono ancora stati rivelati, ma The Terror tornerà ancora una volta alla letteratura per il suo prossimo incubo.

La Marvel pubblica la nuova versione del trailer di Avengers: Doomsday, ed è irresistibile

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Il conto alla rovescia verso Avengers: Doomsday entra nel vivo e Marvel Studios continua ad alimentare l’attesa con iniziative sempre più particolari. L’ultima è una versione interamente realizzata in LEGO del primo trailer ufficiale del film, che ripropone attraverso i celebri mattoncini le sequenze già mostrate e mantiene le voci degli attori presenti nel filmato originale.

L’iniziativa arriva mentre il Marvel Cinematic Universe si avvicina alla conclusione della Multiverse Saga e prepara uno dei crossover più ambiziosi della Fase 6. Il ritorno di Robert Downey Jr., questa volta nei panni di Victor von Doom, e la presenza di numerosi personaggi provenienti dalle diverse incarnazioni cinematografiche della Marvel rendono Avengers: Doomsday un passaggio cruciale per il futuro del franchise.

Il trailer di Avengers: Doomsday diventa un’animazione LEGO

Marvel Studios ha pubblicato una nuova versione del trailer di Avengers: Doomsday completamente ricreata attraverso i LEGO. Il filmato riproduce le scene del trailer originale utilizzando i personaggi e gli ambienti costruiti con i celebri mattoncini, ma conserva le voci degli interpreti presenti nella prima anteprima.

La scelta non è casuale e rappresenta un modo per rilanciare il trailer mentre la campagna promozionale del film entra progressivamente nel vivo. Resta inoltre da capire se Marvel deciderà di realizzare una versione LEGO anche dello Special Look presentato durante il D23 2026, il nuovo filmato che ha ampliato le anticipazioni sul progetto.

Dietro la macchina da presa sono tornati Joe e Anthony Russo, già registi di alcuni dei capitoli più importanti dell’MCU. I due fratelli dirigeranno anche Avengers: Secret Wars, previsto nelle sale il 17 dicembre 2027, che rappresenterà il capitolo conclusivo della Fase 6.

Da X-Men a Fantastic Four: il grande crossover di Doomsday

Avengers: doomsday x-men

Uno degli elementi più importanti di Avengers: Doomsday sarà la capacità del film di riunire versioni differenti dell’universo Marvel. Il progetto porterà infatti insieme agli Avengers diversi personaggi della precedente era Fox degli X-Men, destinati a interagire con i protagonisti dell’MCU e con i Fantastic Four.

Anche Chris Evans farà parte del cast, tornando nel ruolo di Steve Rogers. Il personaggio si unirà quindi agli eroi già introdotti nel nuovo corso dell’MCU, in un film costruito proprio sull’incontro tra generazioni e universi differenti.

Il ritorno di Evans non si limiterà inoltre a Doomsday: l’attore ha confermato la propria presenza anche in Avengers: Secret Wars. Lo stesso vale per Robert Downey Jr., che tornerà nei panni di Victor von Doom nel capitolo conclusivo della saga.

È proprio questo intreccio a rendere Doomsday molto più di un semplice nuovo film degli Avengers. Il progetto sembra infatti funzionare come una gigantesca convergenza di ciò che il pubblico ha visto nel corso degli anni, mettendo in discussione il confine tra le diverse versioni cinematografiche dei personaggi Marvel.

La lista Disney+ rivela quali storie saranno fondamentali per Avengers: Doomsday

Robert Downey Jr.
Robert Downey Jr. sarà Dottor Destino in Avengers: Doomsday. Gentile Concessione Disney – (Photo by Jesse Grant/Getty Images for Disney)

In vista del film, Disney+ ha inoltre suggerito agli spettatori una lista di titoli da recuperare prima della visione di Avengers: Doomsday. La selezione comprende film e serie provenienti da epoche molto diverse dell’universo Marvel. PUOI LEGGERE L’ELENCO COMPLETO QUI.

Ecco qual è il capolavoro di John Ford che ha, ancora oggi, la più grande ripresa finale della storia del cinema Western

Ci sono finali che chiudono una storia e altri che, invece, la riscrivono interamente a posteriori. Quello di Sentieri selvaggi (The Searchers) appartiene alla seconda categoria. John Ford non ha bisogno di spiegare cosa sarà di Ethan Edwards dopo il ritorno della nipote Debbie: gli basta inquadrarlo mentre si allontana dalla casa, lasciando che la porta si richiuda lentamente davanti a lui. È un’immagine diventata una delle più celebri della storia del western perché racchiude, in pochi secondi, la contraddizione di un uomo e quella di un intero genere cinematografico.

John Wayne interpreta Ethan come una figura apparentemente appartenente al western tradizionale: è un uomo della Frontiera, armato, solitario, abituato alla violenza e incapace di adattarsi alla vita ordinata della comunità. Ma Ford trasforma progressivamente queste caratteristiche in qualcosa di molto più inquietante. Ethan non è semplicemente l’eroe che attraversa il deserto per salvare una ragazza: è anche un uomo dominato dal razzismo e dall’odio, talmente profondo da arrivare a considerare la morte di Debbie preferibile alla sua integrazione nella comunità Comanche. Il fatto che alla fine scelga di salvarla non cancella ciò che è stato. Ed è proprio per questo che, quando la porta si chiude, Ethan non può entrare.

Il finale di Sentieri selvaggi trasforma la porta in una linea di confine

La scena conclusiva di Sentieri selvaggi è costruita con una semplicità quasi disarmante. Debbie è finalmente tornata dalla sua famiglia. Gli altri personaggi entrano nella casa e la vita della comunità può, almeno apparentemente, ricominciare. Ethan rimane invece all’esterno. Per un istante osserva gli altri, poi si volta e si allontana mentre la porta si chiude alle sue spalle.

È importante notare che Ford non mostra Ethan semplicemente mentre parte. Lo colloca dall’altra parte di una soglia. La casa rappresenta lo spazio della famiglia, della comunità, della civiltà che si sta costruendo; l’esterno rappresenta invece quella Frontiera dalla quale Ethan proviene e alla quale appartiene ancora. La porta diventa dunque molto più di un elemento scenografico: è il confine tra due Americhe.

Sentieri selvaggi film

Ethan ha passato l’intero film a cercare Debbie attraverso un territorio che sembra non avere confini. Ha attraversato deserti, canyon e territori selvaggi inseguendo una ragazza che, nella sua mente, rischiava di essere definitivamente perduta. Ma quando finalmente la ritrova, scopre che il vero luogo dal quale è escluso è quello che avrebbe dovuto essere casa sua.

La straordinaria ambiguità della scena nasce proprio da questo paradosso. Ethan compie alla fine un gesto moralmente positivo: salva Debbie invece di ucciderla. Ma Ford non trasforma quel gesto in una redenzione. Non gli concede il premio tradizionalmente riservato all’eroe western: il ritorno a casa, l’accettazione della comunità, la possibilità di costruire un futuro. Ethan può salvare Debbie, ma non può salvare se stesso.

John Wayne interpreta qui un eroe che il western classico avrebbe trasformato in un mito

La forza di Sentieri selvaggi aumenta ulteriormente se si considera chi interpreta Ethan Edwards. John Wayne era uno dei principali volti del western americano e aveva costruito una parte fondamentale della propria immagine cinematografica intorno alla figura dell’uomo forte, giusto, affidabile e capace di imporsi in un mondo violento.

Ethan sembra inizialmente appartenere a quella stessa tradizione. Ma Ford prende l’icona John Wayne e la mette nella condizione di essere osservata criticamente. Non gli permette di essere semplicemente “il buono”. Il suo personaggio è violento, ossessionato dalla vendetta e profondamente razzista. La sua missione nasce da un impulso che può essere compreso, ma che non viene per questo giustificato.

È questa una delle ragioni per cui il film è così importante nella carriera di Wayne. L’attore non rinuncia alla propria fisicità da eroe della Frontiera, ma la trasforma in una presenza ambigua. La sua imponenza, che in altri western avrebbe rappresentato sicurezza, qui diventa quasi una condanna. Ethan è forte, resistente, capace di sopravvivere dove gli altri falliscono. Ma proprio queste qualità gli impediscono di appartenere al mondo che sta nascendo.

Il personaggio diventa così una sorta di fantasma vivente del western classico. È l’uomo che il genere aveva celebrato per decenni, ma osservato nel momento in cui quella stessa figura non può più essere accettata senza interrogarsi sulle conseguenze della sua violenza.

Sentieri selvaggiLa vera ricerca di Ethan non è Debbie: è un posto nel mondo

Il titolo originale, The Searchers, contiene un significato particolarmente interessante. Ethan e Martin Pawley sono letteralmente dei “cercatori”: attraversano il West alla ricerca di Debbie e Lucy. Ma il film suggerisce progressivamente che la ricerca più importante riguarda la possibilità di tornare a casa.

Ethan parte dalla famiglia e finisce per perderla nuovamente. La sua ossessione per Debbie nasce dalla violenza subita dalla comunità, ma si trasforma progressivamente in qualcosa di personale e autodistruttivo. Più si avvicina alla ragazza, più diventa evidente che il suo obiettivo non è semplicemente riportarla a casa. Ethan vuole decidere che cosa significhi appartenere a quella casa.

Per lui Debbie non può essere contemporaneamente una ragazza bianca e una persona cresciuta tra i Comanche. La sua identità deve essere ricondotta a una sola appartenenza. È qui che il personaggio rivela la propria tragedia: Ethan non riesce ad accettare un mondo nel quale i confini culturali e identitari siano più complessi di quelli in cui crede.

Debbie, invece, rappresenta esattamente quella trasformazione. È il prodotto di un’America in cui culture diverse sono entrate inevitabilmente in contatto, spesso nel modo più brutale possibile. Ethan vorrebbe cancellare questa complessità; Ford gli mostra che non è possibile. Per questo il ritorno di Debbie non coincide con il ritorno di Ethan. Lei può rientrare nella casa. Lui no.

La porta che si chiude segna anche la fine del mito della Frontiera

È qui che il finale assume una dimensione più ampia. La porta non separa soltanto Ethan dalla famiglia: separa il vecchio West dall’America che sta arrivando.

Il western classico aveva spesso raccontato la Frontiera come uno spazio nel quale l’individuo poteva costruire la propria identità attraverso il coraggio, la pistola e la capacità di sopravvivere. Ford conosce perfettamente quel linguaggio e lo utilizza per poi metterlo in discussione. Il problema non è che Ethan sia violento in un mondo violento. Il problema è che quel mondo sta finendo.

La comunità rappresentata dalla casa non ha più bisogno di un uomo come Ethan. La civiltà che si costruisce dietro quella porta richiede altre regole, altri rapporti, un’altra idea di appartenenza. Ethan è stato necessario alla sopravvivenza di quel mondo, ma non può farne parte una volta che quel mondo ha iniziato a trasformarsi.

È una delle intuizioni più moderne di Sentieri selvaggi: il film non racconta soltanto la fine di una ricerca, ma la fine di un’identità americana. E qui il gesto finale di Ford diventa quasi spietato. Non c’è una morte eroica. Non c’è un ultimo duello. Non c’è nemmeno una punizione esplicita. Ethan semplicemente cammina via. La storia lo lascia andare perché non sa più dove collocarlo.

Sentieri selvaggi filmPerché quel finale rende Sentieri selvaggi un capolavoro del western

La grandezza del finale di Sentieri selvaggi sta quindi nel fatto che non offre una soluzione semplice. Ethan ha fatto cose terribili, ma non è semplicemente un mostro. Ha salvato Debbie, ma non è diventato un uomo nuovo. È capace di amore e di violenza, di protezione e di odio. È contemporaneamente vittima e responsabile della violenza che lo circonda. Ed è proprio questa contraddizione ad aver cambiato il western.

Dopo Ford, sarebbe diventato sempre più difficile raccontare la Frontiera come uno spazio diviso nettamente tra buoni e cattivi. Il genere avrebbe iniziato a interrogarsi sul prezzo della conquista, sulla violenza contro i nativi americani, sull’ossessione della vendetta e sulla natura spesso distruttiva degli uomini che il cinema aveva trasformato in eroi.

La porta che si chiude su Ethan è allora anche una porta cinematografica. Da una parte c’è il western mitologico, quello dell’eroe solitario che arriva, combatte e viene accolto dalla comunità. Dall’altra c’è il western moderno, più ambiguo e disilluso, nel quale l’eroe può essere anche il prodotto della violenza che il film vuole mettere in discussione.

Ethan Edwards rimane fuori perché non può appartenere al futuro che ha contribuito a costruire. È il prezzo della sua esistenza e, allo stesso tempo, la condanna di un intero mito americano.

È per questo che l’ultima immagine di Sentieri selvaggi continua a essere così potente. John Ford non chiude soltanto una porta: chiude simbolicamente un’epoca. E John Wayne, l’attore che più di ogni altro aveva incarnato l’eroe del West, è l’uomo che rimane dall’altra parte.

The Brave and the Bold è stato messo in pausa? James Gunn chiarisce il futuro del Batman del DCU

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Le indiscrezioni sul futuro di Batman nel DCU hanno ricevuto una risposta direttamente da James Gunn. Nelle ultime ore si era diffusa la voce secondo cui The Brave and the Bold, il film destinato a introdurre il Cavaliere Oscuro della nuova continuity dei DC Studios, sarebbe stato messo temporaneamente in pausa in attesa degli sviluppi societari riguardanti Warner Bros. Discovery e Paramount. Il co-CEO dei DC Studios ha però smentito nettamente questa ricostruzione: “No. Nothing is on hold”, ovvero “No. Niente è stato messo in pausa”.

Come ricostruito da ScreenRant, la voce era partita da alcune dichiarazioni del regista e sceneggiatore Dan Marcus. Rispondendo inizialmente a un account parodia che sosteneva che Michael Johnston fosse in trattative per interpretare Dick Grayson/Nightwing, Marcus aveva raccontato di aver sentito dal regista Andy Muschietti che il lavoro su The Brave and the Bold sarebbe rimasto fermo fino alla definizione della possibile operazione societaria. Successivamente aveva precisato di ritenere possibile che fosse piuttosto Muschietti a non sapere ancora se sarà effettivamente lui a dirigere il film, una distinzione non secondaria rispetto all’idea che l’intero progetto sia stato congelato.

Gunn è intervenuto una seconda volta proprio su questo punto, spiegando che quelle parole non gli sembravano qualcosa che Muschietti avrebbe detto e ribadendo soprattutto che “il progetto non è in alcun modo in pausa”. Questo non significa, però, che The Brave and the Bold sia vicino all’inizio delle riprese. Il film continua a essere uno dei progetti più difficili da collocare nel calendario del DCU, anche perché dovrà convivere con un’altra incarnazione cinematografica di Batman completamente indipendente dalla continuity principale.

The Brave and the Bold procede, ma il Batman del DCU potrebbe essere molto diverso da quello annunciato inizialmente

Uno dei motivi per cui gli aggiornamenti su The Brave and the Bold arrivano lentamente riguarda infatti The Batman – Parte II, il sequel di Matt Reeves con Robert Pattinson previsto per il 2028 e ambientato nell’universo Elseworlds. I DC Studios non sembrano intenzionati a sovrapporre due grandi film dedicati a Batman nello stesso periodo, mentre la sceneggiatura del nuovo progetto DCU è ancora in lavorazione. Muschietti, nel frattempo, è impegnato anche con la seconda stagione di IT: Welcome to Derry.

La smentita di Gunn è comunque significativa perché arriva mentre altri progetti DC continuano concretamente ad avanzare. Man of Tomorrow è entrato nella propria fase produttiva, mentre HBO Max ha recentemente dato il via libera a The People V. Gorilla Grodd, nuova serie ambientata nello stesso universo e collegata ai personaggi introdotti in Superman. Non emerge quindi, almeno dalle dichiarazioni ufficiali, un congelamento generale della strategia dei DC Studios.

Più interessante è capire quanto del progetto annunciato nel gennaio 2023 sia ancora valido. Originariamente The Brave and the Bold avrebbe dovuto raccontare l’incontro tra Bruce Wayne e Damian Wayne, il figlio biologico di Batman destinato a diventare Robin, introducendo contemporaneamente nel DCU una Bat-Family già esistente. Era uno degli elementi che avrebbero permesso di differenziare immediatamente questa versione da quella più giovane e isolata interpretata da Robert Pattinson.

Lo stesso Gunn, però, aveva ridimensionato quelle certezze già nel settembre 2025. Parlando con IGN, aveva spiegato che diversi elementi relativi alla storia di Robin, alla sua parentela e alla situazione familiare di Batman erano ancora “in flux”, quindi suscettibili di cambiamenti. La presenza di Damian Wayne potrebbe dunque non avere più esattamente la funzione immaginata al momento dell’annuncio, mentre resta aperta anche la possibilità di vedere altri membri della Bat-Family.

È questa distinzione a essere fondamentale: The Brave and the Bold non è ufficialmente fermo, ma è ancora un progetto in evoluzione. La lunga attesa non sembra quindi derivare, secondo Gunn, dalla possibile operazione societaria, quanto dalla necessità di definire quale Batman debba occupare stabilmente il DCU e come differenziarlo dall’universo di Matt Reeves. E considerando il peso del personaggio nell’intero franchise, è probabilmente una delle decisioni che i DC Studios hanno meno interesse ad accelerare.

Al momento, The Brave and the Bold non ha una data di uscita ufficiale

Chi è il Manhunter nascosto in Lanterns? 5 possibili personaggi classificati in base alla probabilità

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Il secondo episodio di Lanterns ha aggiunto un nuovo mistero alla serie DCU proprio mentre John Stewart sembrava destinato a concentrare la propria indagine sulla morte di Hal Jordan. La rivelazione di Antaan cambia infatti le priorità del protagonista: da qualche parte a Rushville, in Nebraska, si nasconderebbe l’ultimo Manhunter ancora in vita, perfettamente mimetizzato tra gli abitanti della cittadina.

La questione diventa ancora più urgente quando Antaan concede a John soltanto 48 ore per identificarlo, minacciando in caso contrario un attacco contro Rushville. Il secondo episodio si conclude prima che l’indagine possa realmente iniziare e trasforma così praticamente ogni personaggio legato alla cittadina in un possibile sospettato.

Alcuni nomi possono già essere esclusi. John e Hal evidentemente non corrispondono al profilo, Antaan appartiene alla fazione che sta cercando il Manhunter, mentre Thaal Sinestro si trova prigioniero lontano dalla Terra. Rimangono però almeno cinque possibilità credibili. E la soluzione più interessante potrebbe essere quella capace di trasformare il mistero fantascientifico in qualcosa di molto più personale per John Stewart.

Billy Macon è il candidato meno convincente, ma sarebbe il nascondiglio perfetto per un Manhunter

jason ritter in lanterns

Tra i personaggi già introdotti da Lanterns, Billy Macon (Jason Ritter) rappresenta probabilmente l’ipotesi meno forte. Non significa che la teoria sia impossibile. Al contrario, scegliendo l’identità del figlio di William Macon e del marito dello sceriffo della cittadina, il Manhunter avrebbe costruito intorno a sé una copertura estremamente efficace. Billy appartiene a una delle famiglie centrali di Rushville, è inserito nella comunità e soprattutto non sembra attirare particolari attenzioni.

È proprio questa apparente normalità a renderlo potenzialmente interessante. Se l’obiettivo dell’alieno fosse semplicemente sopravvivere senza essere scoperto, impersonare qualcuno come Billy sarebbe probabilmente più intelligente che occupare una posizione apertamente influente. La serie potrebbe quindi sfruttare il fatto che gli spettatori stanno cercando il Manhunter tra i personaggi apparentemente più importanti.

Il problema riguarda soprattutto la costruzione narrativa. Finora Billy non possiede un rapporto abbastanza significativo con John o Hal perché la rivelazione abbia davvero un peso emotivo. Scoprire che è lui l’alieno risolverebbe il mistero, ma difficilmente cambierebbe il significato della storia.

Naturalmente Lanterns potrebbe ancora aumentare considerevolmente la sua importanza nei prossimi episodi. Al momento, però, Billy sembra soprattutto un possibile depistaggio: credibile all’interno della logica del mistero, molto meno convincente dal punto di vista drammaturgico.

Kerry Kane arriva da Gotham e il suo passato potrebbe nascondere molto più di quanto sembri

Kerry Kane in lanterns

Kerry Kane (Kelly Macdonald) è già una candidata decisamente più interessante. L’episodio 2 rivela che lo sceriffo non è originaria di Rushville: è arrivata da Gotham apparentemente “per capriccio”, un dettaglio che potrebbe sembrare semplicemente un modo per collegare Lanterns a un altro angolo importante del DCU. Ma potrebbe anche essere una spiegazione costruita appositamente per giustificare la comparsa improvvisa di qualcuno che, in realtà, non possiede affatto il passato che sostiene di avere.

La posizione di Kerry sarebbe inoltre ideale per un Manhunter intenzionato a proteggere la propria identità. Essere lo sceriffo significa conoscere praticamente ogni indagine significativa condotta nella cittadina e poter intercettare rapidamente qualsiasi evento anomalo. Un alieno capace di cambiare forma avrebbe così accesso privilegiato proprio alle informazioni che potrebbero smascherarlo.

C’è poi un dettaglio ancora più interessante. Kerry comprende il sistema attraverso cui Macon sta cercando di identificare gli extraterrestri. Finora la serie presenta questa capacità come conseguenza della sua esperienza e del suo intuito investigativo. Se fosse invece il Manhunter, quella conoscenza assumerebbe un significato completamente diverso: potrebbe sapere come funziona quel sistema perché ha trascorso anni evitando tecnologie simili.

Contro questa teoria gioca però la struttura temporale di Lanterns. L’indagine sul Manhunter avviene nel 2016, mentre dopo il salto temporale di dieci anni John e Kerry sembrano ancora mantenere rapporti amichevoli. John potrebbe naturalmente scoprire la verità e decidere di proteggerla, oppure potrebbe fallire completamente nell’identificazione del Manhunter. Entrambe le possibilità sono plausibili, ma richiederebbero alla serie qualche passaggio narrativo in più. Per questo Kerry resta una candidata affascinante, ma non la più probabile.

William Macon sembra il sospettato perfetto, forse proprio perché Lanterns potrebbe nascondere per lui un’altra identità

garret dillahunt in lanterns

Se si osservano esclusivamente gli indizi presentati finora, William Macon (Garret Dillahunt) sembra quasi troppo perfetto. È il personaggio più apertamente ambiguo della storia di Rushville, conosce l’esistenza degli extraterrestri e soprattutto ha organizzato una vera e propria attività di sorveglianza nei loro confronti. Tutto ciò potrebbe essere interpretato come il comportamento di un uomo convinto di dover proteggere la propria comunità. Ma diventerebbe immediatamente più inquietante se William fosse egli stesso un alieno.

La caccia agli extraterrestri assumerebbe infatti una logica differente. William non starebbe eliminando una minaccia per Rushville: starebbe eliminando chiunque possa rappresentare una minaccia per lui. Ogni alieno arrivato nella cittadina potrebbe conoscere l’esistenza dell’ultimo Manhunter oppure essere interessato a trovarlo, trasformando il sistema di sorveglianza di Macon in un sofisticato meccanismo di autodifesa.

È anche il personaggio che permetterebbe alla serie di unificare rapidamente diverse linee narrative. John non dovrebbe più risolvere due misteri separati – quello delle attività di Macon e quello dell’identità del Manhunter – perché sarebbero in realtà due parti dello stesso caso.

Ma proprio qui nasce il dubbio principale. Lanterns sembra aver costruito troppi misteri intorno a William perché la risposta debba necessariamente essere il Manhunter. Una delle teorie più interessanti riguarda persino il suo cognome: Macon potrebbe nascondere un collegamento con Black Hand, storico avversario delle Lanterne Verdi nei fumetti DC. Se la serie sta preparando per William un’altra identità importante, trasformarlo anche nel Manhunter rischierebbe di sovraccaricare il personaggio. Potrebbe quindi essere il sospettato più evidente proprio perché la vera soluzione si trova altrove.

Il misterioso benefattore di William Macon potrebbe essere il vero personaggio che Lanterns non ci ha ancora mostrato

william macon in lanterns

La seconda possibilità più convincente è paradossalmente qualcuno che Lanterns potrebbe non averci ancora mostrato davvero. Nei primi due episodi viene più volte evocato il misterioso benefattore per cui William Macon sembra lavorare. Hal arriva persino a chiedersi se questa persona esista realmente o se non sia semplicemente una copertura utilizzata da William. Quest’ultimo sostiene che il suo superiore sia reale, lasciando così aperta una porta narrativa piuttosto evidente.

Se il benefattore esiste, diversi elementi lo rendono compatibile con il Manhunter. Chiunque lavori per lui è vincolato da accordi di riservatezza estremamente rigidi, una precauzione perfettamente comprensibile per qualcuno che deve impedire che venga scoperta la propria vera natura. È inoltre proprio questa figura a spingere William a sorvegliare l’attività extraterrestre di Rushville.

Ancora più importante è l’origine della tecnologia utilizzata per individuare gli alieni: anche quella sembra provenire dal misterioso superiore di Macon. Un Manhunter avrebbe presumibilmente conoscenze tecnologiche sufficientemente avanzate da sviluppare strumenti del genere e avrebbe soprattutto un interesse enorme nel sapere quali altre creature extraterrestri stanno entrando nel territorio in cui si nasconde.

Anche dal punto di vista strutturale questa soluzione funzionerebbe. Lanterns ha assunto fin dall’inizio i tratti del mystery investigativo e non sarebbe insolito lasciare fuori campo il vero responsabile durante la prima parte dell’indagine. Il paragone con True Detective, una delle influenze dichiaratamente percepibili nella costruzione della serie, è significativo: anche lì l’identità centrale dell’indagine emerge progressivamente, mentre inizialmente sono soprattutto le conseguenze delle sue azioni a occupare la scena. Il benefattore di Macon potrebbe svolgere una funzione simile. Eppure esiste una soluzione ancora più efficace, perché trasformerebbe il caso in un conflitto direttamente legato a John.

Zoe Macon è la candidata ideale perché la sua identità cambierebbe completamente la storia di John Stewart

poorna jagannathan in lanterns

La candidata più convincente resta Zoe Macon (Poorna Jagannathan). Finora Lanterns l’ha presentata soprattutto attraverso due relazioni: è la moglie di William e sta sviluppando un rapporto sempre più intimo con John. Proprio questa posizione apparentemente secondaria potrebbe rappresentare la copertura perfetta per il Manhunter.

Essere sposata con William significherebbe innanzitutto vivere accanto all’uomo che sta sorvegliando l’attività extraterrestre di Rushville. Zoe conoscerebbe quindi dall’interno le sue strategie, le sue tecnologie e probabilmente anche i suoi sospetti. Se William dovesse avvicinarsi alla verità, lei avrebbe la possibilità di anticiparne ogni mossa. La persona che più attivamente cerca gli alieni sarebbe inconsapevolmente sposata proprio con quello che dovrebbe trovare.

Ma è soprattutto il rapporto con John a rendere questa teoria molto più forte delle altre. Il mistero del Manhunter non può limitarsi a una risposta da detective story: perché la rivelazione abbia davvero peso, deve costringere il protagonista a prendere una decisione. Billy non produce questo effetto. Il benefattore di Macon produrrebbe soprattutto una svolta investigativa. William trasformerebbe l’indagine. Zoe trasformerebbe John.

Nell’episodio 2 John le dice di riuscire a vederla e comprenderla. La frase acquisterebbe un’ironia drammatica enorme se Zoe non fosse affatto la persona che lui crede. John potrebbe aver sviluppato una connessione autentica con qualcuno di cui non conosce nemmeno la vera forma. A quel punto identificare il Manhunter non significherebbe necessariamente consegnarlo.

Ed è qui che la minaccia di Antaan diventerebbe realmente efficace. John ha 48 ore per trovare il Manhunter e rivelarne l’identità, altrimenti Rushville verrà attaccata. Se scoprisse che si tratta di Zoe, sarebbe costretto a scegliere tra l’ordine ricevuto, la sicurezza della cittadina e una persona verso cui sta sviluppando sentimenti reali. Potrebbe persino scoprire che essere un Manhunter non equivale automaticamente a essere il nemico che Antaan gli ha descritto.

Per questo Zoe è, almeno sulla base dei primi due episodi, la candidata più convincente al ruolo del Manhunter nascosto di Lanterns. Non perché gli indizi rendano già certa la soluzione, ma perché sarebbe la rivelazione capace di produrre le conseguenze narrative più profonde. In una serie costruita come un’indagine ma interessata anche alla formazione di John Stewart, il mistero migliore non è necessariamente quello con la risposta più difficile da indovinare: è quello che, una volta risolto, rende molto più difficile capire cosa sia giusto fare.