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Lanterns, episodio 2 spiegazione del finale: cattive notizie all’orizzonte per John Stewart

L’episodio 2 di Lanterns raccoglie l’eredità del sorprendente debutto della serie e amplia ulteriormente il mistero al centro della storia. Dopo la rivelazione della morte di Hal Jordan nel 2026, la narrazione torna al 2016 per seguire Hal e John Stewart durante l’indagine sull’invasione aliena a Rushville, Nebraska. Ma il secondo episodio introduce anche un personaggio fondamentale della mitologia di Green Lantern: Sinestro, interpretato da Ulrich Thomsen.

La sua presenza, però, è soltanto uno degli elementi destinati ad avere conseguenze sul futuro del nuovo DCU. L’episodio chiarisce infatti il ruolo dei Manhunters, rivela nuovi dettagli sull’omicidio di Abin Sur e amplia il mistero legato agli alieni di Rushville. Nel frattempo, alcune rivelazioni legate alla casa di Hal Jordan sembrano collegare Lanterns a un elemento ricorrente del nuovo universo DC: le dimensioni tascabili.

Sinestro è finalmente arrivato nel nuovo DCU

Sinestro viene introdotto soltanto alla fine dell’episodio, ma la sua presenza si fa sentire molto prima della sua effettiva apparizione. Hal continua infatti a pronunciare il suo nome mentre dorme, suggerendo quanto il suo ex mentore abbia lasciato un segno profondo nella sua storia. È proprio attraverso il rapporto tra i due che Lanterns racconta cosa è accaduto al celebre villain dei fumetti.

Sinestro aveva tentato di prendere il controllo del Green Lantern Corps con la forza, arrivando persino a uccidere uno dei Guardiani dell’Universo. Hal fu quindi costretto a fermare il suo ex mentore e Sinestro venne rinchiuso in una prigione cosmica. È lì che Hal lo raggiunge nell’ultima parte dell’episodio, indossando nuovamente la divisa da Green Lantern: una delle occasioni speciali alle quali aveva fatto riferimento nel primo episodio.

Sebbene Sinestro compaia per pochissimo tempo, la scena stabilisce immediatamente il suo ruolo potenzialmente decisivo. Quando Hal gli chiede informazioni sui Manhunters, Sinestro evita di concentrarsi sulla questione e gli domanda invece cosa stia accadendo a John Stewart. La capacità del personaggio di manipolare gli altri è quindi già evidente, e il suo ritorno potrebbe mettere Hal su una strada particolarmente pericolosa.

I Manhunters spiegano l’origine del mistero di Rushville

Il secondo episodio introduce anche un altro elemento importante della mitologia dei Green Lantern: i Manhunters. Hal si rivolge a Sinestro proprio perché John è stato rapito da un gruppo di alieni che sta dando la caccia a uno di questi esseri. Nella versione dei fumetti, i Manhunters furono la prima forza incaricata dai Guardiani dell’Universo di proteggere la galassia, prima della nascita del Green Lantern Corps.

Il problema era la loro natura. I Manhunters sono macchine prive di empatia, capaci di lasciare dietro di sé una scia di distruzione. I Guardiani furono quindi costretti a eliminarne la maggior parte e a sostituirli con il Green Lantern Corps, basato sullo Spettro Emozionale. Lanterns recupera questo elemento della mitologia e lo integra direttamente nella storia di Hal e John.

La rivelazione più importante arriva quando viene spiegato che è stato proprio un Manhunter a uccidere Abin Sur, il precedente possessore dell’anello di Hal. L’omicidio che ha dato inizio al percorso di Jordan come Green Lantern è dunque direttamente collegato alla minaccia che i protagonisti stanno cercando di comprendere.

Cosa sta realmente succedendo a Rushville

lanternsL’indagine porta Hal e John sempre più vicino alla verità sugli eventi di Rushville. L’episodio introduce anche Coast City, che viene mostrata brevemente quando Hal manda John nella sua enorme abitazione per recuperare la sua power battery e ricaricare l’anello.

È proprio lì che John viene rapito da un gruppo di alieni, collegando definitivamente la sua vicenda al mistero principale. Gli alieni morti sul campo da football erano stati uccisi dagli uomini di William Macon, mentre un dispositivo apparentemente innocuo — un metal detector all’ingresso dello stadio — serviva in realtà a individuare la presenza aliena.

La situazione, però, è più complessa di quanto sembrasse nel primo episodio. Antaan, interpretato da Paul Ben-Victor, e il suo gruppo non sono necessariamente i nemici della storia. La loro specie è stata quasi completamente sterminata dai Manhunters e il loro obiettivo è convincere John ad aiutarli. Attraverso una tecnologia avanzata, che viene persino introdotta con la forza nel corpo di John, gli mostrano la distruzione del loro popolo.

Gli alieni credono inoltre che Hal stia proteggendo il Manhunter responsabile della morte di Abin Sur. Per questo concedono a John 48 ore per trovare la creatura prima di distruggere Rushville.

La dimensione tascabile di Hal Jordan continua una tendenza del DCU

Lanterns episodio 1Uno degli elementi più interessanti dell’episodio arriva durante la visita di John alla casa di Hal a Coast City. Oltre a scoprire un’enorme collezione di divise da Green Lantern e persino una pianta vivente chiamata Earl, John trova la power battery di Hal conservata in una dimensione tascabile.

Il dettaglio potrebbe sembrare secondario, ma assume un peso maggiore se inserito nel contesto del nuovo DCU. Le dimensioni tascabili sono infatti già state utilizzate sia in Superman sia nella seconda stagione di Peacemaker.

Nel film di James Gunn, Lex Luthor utilizza una pocket universe come prigione per i suoi nemici, compreso Superman, mentre il crollo di un portale rischia di provocare una devastante frattura a Metropolis. In Peacemaker stagione 2, invece, John Cena entra nella Quantum Unfolding Chamber e finisce successivamente sul pianeta-prigione Salvation.

Lanterns sembra quindi aggiungere un ulteriore tassello a una possibile connessione narrativa più ampia. Le dimensioni tascabili potrebbero diventare uno degli elementi ricorrenti attraverso cui le diverse storie del primo capitolo del nuovo DCU finiranno per convergere.

VisionQuest offrirà quella ricompensa che i fan Marvel aspettano da 15 anni?

VisionQuest potrebbe finalmente dare un seguito a uno dei più curiosi Easter egg del Marvel Cinematic Universe, introdotto quindici anni fa in Captain America: Il Primo Vendicatore. La nuova serie Disney+ dedicata a Visione, che racconterà cosa è accaduto al personaggio di Paul Bettany dopo la sua rinascita come White Vision, potrebbe infatti introdurre Jim Hammond, il primo Uomo Fiamma della Marvel Comics.

La possibilità nasce da un dettaglio mostrato durante il D23 2026. Allo stand di VisionQuest è stata esposta un’immagine raffigurante una misteriosa figura in costume, avvolta dalle fiamme e caratterizzata da motivi dorati sul torso. Un design che richiama immediatamente quello moderno di Jim Hammond, personaggio creato nel 1939 e noto come il primo a portare il nome di Human Torch.

VisionQuest potrebbe introdurre Jim Hammond nel MCU

VisionQuestNella Marvel Comics, Jim Hammond è un androide progettato dallo scienziato Phineas Horton. Introdotto in Marvel Comics #1 del 1939, è stato uno dei primi due supereroi della Marvel, insieme a Namor il Sub-Mariner. Durante la Seconda Guerra Mondiale combatté al fianco degli Alleati, arrivando a collaborare anche con Namor e Captain America.

Il personaggio ha inoltre un legame particolarmente importante con la storia di Visione. Nei fumetti, infatti, Ultron utilizzò il corpo dell’androide Human Torch per creare Visione, mentre i modelli cerebrali di Wonder Man, ovvero Simon Williams, gli permisero di sviluppare la capacità di pensare e provare emozioni.

Proprio questo elemento potrebbe rendere VisionQuest il progetto ideale per introdurre Hammond nel MCU. La serie vedrà infatti il ritorno di Ultron, interpretato nuovamente da James Spader, oltre all’introduzione di altri personaggi legati alla vita artificiale, come Jocasta e Paladin.

L’indizio più interessante, però, arriva da molto più lontano. In Captain America: Il Primo Vendicatore, durante la visita di Steve Rogers e Bucky Barnes alla Stark Expo, sullo sfondo era visibile un uomo biondo con una tuta rossa all’interno di una teca. Sopra di lui compariva la scritta: “Phineas Horton Presents: The Synthetic Man”. L’immagine identificava chiaramente il personaggio come Jim Hammond. Quell’Easter egg è rimasto finora senza conseguenze nella storia del MCU. Ora, però, VisionQuest potrebbe finalmente trasformarlo in qualcosa di più.

Il legame tra Jim Hammond e Visione potrebbe essere fondamentale

Non è detto che la serie riprenda necessariamente l’origine fumettistica di Visione. Il MCU ha già raccontato una storia diversa per la nascita del personaggio in Avengers: Age of Ultron, quindi non è chiaro come l’androide visto alla Stark Expo possa essere inserito nella sua storia.

Esistono però altre possibilità. Considerando la presenza di diverse forme di vita artificiale in VisionQuest, Jim Hammond potrebbe essere uno degli elementi che Visione, Ultron o gli antagonisti della serie cercheranno di recuperare. In questo scenario, Hammond potrebbe rappresentare il primo vero androide della Terra-616, mentre il lavoro di Phineas Horton diventerebbe particolarmente importante per gli sviluppi della storia.

La serie potrebbe quindi arrivare alla sua attivazione, permettendogli di entrare finalmente in azione e, potenzialmente, di vivere anche un momento che richiami il celebre “flame on” del personaggio.

Jim Hammond potrebbe diventare l’Uomo Fiamma della Terra-616

L’introduzione di Jim Hammond avrebbe conseguenze interessanti anche per il futuro del MCU. Se il personaggio mantenesse il suo nome da fumetto, sarebbe infatti l’Human Torch della realtà principale del MCU, ovvero Earth-616.

Al momento, questa Terra non ha un personaggio noto con quel titolo. Johnny Storm, interpretato da Joseph Quinn, arriverà infatti da Earth-828 in Avengers: Doomsday. Se Hammond venisse introdotto in VisionQuest, gli abitanti della Terra-616 potrebbero quindi conoscere già il concetto di Uomo Fiamma prima dell’arrivo di Johnny Storm.

I due personaggi avrebbero comunque origini e personalità differenti e apparterrebbero a due realtà diverse del multiverso. Questo permetterebbe al MCU di mantenere entrambi come versioni dell’Uomo Fiamma senza necessariamente sovrapporli. Inoltre, nei fumetti Jim Hammond possiede legami importanti con Steve Rogers, Namor, S.H.I.E.L.D. e gli Avengers, elementi che potrebbero essere esplorati in futuri progetti del MCU dopo VisionQuest.

Per ora, dunque, l’immagine mostrata al D23 non conferma ufficialmente la presenza di Jim Hammond. Ma, considerando il legame del personaggio con Visione, la sua presenza nella storia del MCU già dal 2011 e il tema della nuova serie, VisionQuest sembra essere il progetto più naturale per dare finalmente un seguito a quell’antico Easter egg.

Spider-Man: Brand New Day, parola al “villain” del film. Che futuro avrà William “Bill” Metzger nel MCU

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Spider-Man: Brand New Day potrebbe non aver ancora chiuso la storia di William “Bill” Metzger. Il nuovo personaggio interpretato da Tramell Tillman, introdotto nell’MCU come direttore del Damage Control e figura antagonista del film con Tom Holland, è infatti sopravvissuto agli eventi finali e il suo destino resta aperto. Una situazione particolarmente interessante considerando il legame sempre più esplicito tra il film e l’universo mutante della Marvel.

In un’intervista esclusiva con ScreenRant, Tillman ha parlato proprio del possibile futuro di Bill, rispondendo anche alle domande sulla nuova generazione di attori scelta per gli X-Men. L’attore ha evitato naturalmente di confermare un eventuale coinvolgimento nel film dedicato ai mutanti, ma alcune sue dichiarazioni aiutano a delineare quale potrebbe essere la direzione del personaggio.

Bill Metzger potrebbe diventare un personaggio importante nella nuova era mutante dell’MCU

A D23 2026, Kevin Feige ha presentato il nuovo cast del film sugli X-Men, confermando Adam Driver nel ruolo di Nathaniel Essex/Mister Sinister, Sadie Sink nuovamente nei panni di Jean Grey, Kit Connor come Ciclope, Samara Weaving come Emma Frost e Christopher Abbott come Professor X. Una formazione che apre ufficialmente una nuova fase per i mutanti nell’MCU dopo la Multiverse Saga.

Interrogato sulla possibilità di condividere nuovamente lo schermo con Sadie Sink e con i nuovi interpreti degli X-Men, Tramell Tillman si è limitato a esprimere il proprio entusiasmo per il cast, sottolineando soprattutto la sua soddisfazione per il percorso intrapreso da Sink. L’attore non ha quindi fornito alcuna conferma sul futuro di Bill, ma ha lasciato aperta la questione.

Ancora più interessante è stato il riferimento a Mister Sinister. Alla domanda se Bill e il personaggio interpretato da Adam Driver potrebbero andare d’accordo, Tillman ha risposto di non saperlo, prima di rilanciare scherzosamente la domanda all’intervistatore. Una risposta volutamente evasiva, ma perfettamente coerente con il fatto che Marvel non abbia ancora rivelato quale ruolo avrà Bill nella futura saga mutante.

Il personaggio, del resto, non è necessariamente un semplice villain. In Spider-Man: Brand New Day, Bill entra in conflitto con Jean Grey e con i suoi poteri, ma la sua motivazione principale sembra essere legata alla responsabilità istituzionale del Damage Control: controllare individui dotati di capacità potenzialmente distruttive e impedire che altre persone finiscano coinvolte.

È proprio questa ambiguità a rendere Bill particolarmente interessante per il futuro dell’MCU. Non si tratta necessariamente di un uomo intenzionato a eliminare i mutanti perché li considera una minaccia intrinseca. Il suo atteggiamento nasce piuttosto dalla convinzione che poteri di quella portata debbano essere controllati.

Il finale di Spider-Man: Brand New Day lascia Bill ancora in gioco

Spider-Man: Brand New Day
Spider-Man: Brand New Day – Trailer 2

Il finale di Spider-Man: Brand New Day rafforza questa interpretazione. Dopo lo scontro con Jean, Bill riesce a sopravvivere e a fuggire, lasciando completamente irrisolta la sua posizione all’interno dell’MCU. La sua esperienza diretta con il potere mutante potrebbe quindi modificare radicalmente il modo in cui guarda a questi individui.

Tillman ha spiegato di non avere una risposta precisa su come l’esperienza vissuta da Bill influenzerà il suo atteggiamento, ma ha evidenziato una differenza fondamentale: assistere a un potere sovrumano è una cosa, sperimentarlo direttamente è un’altra. Dopo essere stato vicino alla morte, Bill potrebbe quindi uscire dall’esperienza profondamente cambiato.

La questione diventa ancora più significativa se si considera il ruolo del Damage Control. Bill non sembra agire per semplice odio nei confronti dei superumani: il suo obiettivo dichiarato è mantenere le persone al sicuro. Il problema è che la sua idea di sicurezza passa attraverso il controllo e la neutralizzazione di ciò che non riesce a gestire.

È un conflitto che potrebbe diventare particolarmente rilevante con l’introduzione degli X-Men. Se la nuova saga mutante dell’MCU affronterà anche il tema della convivenza tra mutanti e società umana, Bill potrebbe rappresentare proprio quella parte delle istituzioni che considera i poteri mutanti un problema da regolamentare.

Per questo motivo, il fatto che il personaggio sia ancora libero non sembra necessariamente casuale. Non è possibile affermare che tornerà nel film degli X-Men, ma la sua posizione narrativa rende plausibile un suo eventuale ritorno.

L’aspetto più interessante è che Bill potrebbe persino diventare qualcosa di diverso da un tradizionale antagonista. La sua esperienza con Jean potrebbe portarlo a mettere in discussione le proprie convinzioni, oppure, al contrario, convincerlo definitivamente che individui come lei debbano essere sottoposti a un controllo ancora più rigido.

Al momento, tuttavia, Marvel non ha confermato il ritorno di Tramell Tillman. Il nuovo film degli X-Men è previsto nelle sale per il 5 maggio 2028, mentre Spider-Man: Brand New Day è attualmente al cinema.

Spider-Man: Brand New Day ha già mostrato il vero problema dei New Avengers prima di Avengers: Doomsday

Spider-Man: Brand New Day non porta realmente in azione i New Avengers, ma potrebbe aver detto sulla nuova squadra molto più di quanto sembri. La presenza di Yelena Belova permette infatti al film di mostrare per la prima volta quale sia il criterio con cui il gruppo nato alla fine di Thunderbolts* decide quali minacce meritino il suo intervento. Ed è proprio questa scelta a mettere in discussione la capacità dei New Avengers di raccogliere davvero l’eredità lasciata dalla squadra originale.

Il gruppo composto da Yelena, Bucky Barnes, Red Guardian, Ghost, U.S. Agent e, almeno potenzialmente, Sentry esiste ormai ufficialmente nell’MCU, anche se non lo abbiamo ancora visto affrontare una missione completa sotto questa identità. Avengers: Doomsday cambierà inevitabilmente la situazione, portando questi personaggi dentro una crisi di dimensioni enormemente superiori rispetto a quella affrontata in Thunderbolts*. Prima ancora di misurarne la forza, però, Marvel sembra interessata a mettere alla prova qualcosa di più importante: il loro giudizio.

È qui che Spider-Man: Brand New Day assume un peso inatteso. L’errore di valutazione commesso da Yelena davanti alla minaccia rappresentata da Jean Grey non dimostra semplicemente che i New Avengers possono sbagliare. Suggerisce che la squadra non abbia ancora sviluppato quella capacità di leggere il pericolo che distingueva gli Avengers originali. Una debolezza che potrebbe alimentare lo scontro con Sam Wilson e, soprattutto, trasformare i New Avengers negli improbabili outsider di Avengers: Doomsday.

Yelena sottovaluta Jean Grey e rivela quanto i New Avengers debbano ancora imparare a riconoscere una vera minaccia

sadie-sink come jean-grey in-spider-man-brand-new-day

Quando Peter Parker cerca l’aiuto di Yelena Belova per affrontare ciò che sta accadendo intorno al Damage Control, la risposta della nuova Black Widow è piuttosto netta. Il caso viene sostanzialmente classificato come qualcosa di troppo piccolo per richiedere l’intervento dei New Avengers: le classiche “small potatoes”, contrapposte alle minacce più grandi di cui dovrebbe occuparsi una squadra con quel nome. In linea teorica, il ragionamento non è assurdo. Spider-Man ha sempre operato anche su una dimensione urbana, mentre gli Avengers vengono mobilitati quando il problema supera la capacità dei singoli eroi.

Il problema è che Brand New Day smonta progressivamente questa distinzione. Yelena non può sapere immediatamente quanto Jean Grey sia potente, ma comprende che dietro gli eventi potrebbe esserci una forma di possessione. Ed è proprio questo dettaglio a rendere discutibile la decisione di non intervenire. In un universo popolato da Hulk, Thor, Scarlet Witch e numerosi altri esseri dotati di capacità potenzialmente devastanti, il controllo mentale non può essere considerato una minaccia secondaria. Significa possedere, almeno teoricamente, la possibilità di trasformare alcune delle armi più potenti della Terra contro il pianeta stesso.

Jean dimostra concretamente il problema quando riesce a prendere il controllo di Smart Hulk. A quel punto la scala della minaccia cambia completamente: non conta più soltanto ciò che Jean può fare direttamente, ma chi può costringere ad agire al proprio posto. È una dinamica che rende il potere mentale particolarmente pericoloso nell’MCU e che evidenzia il limite del sistema adottato dalla nuova squadra. I New Avengers sembrano classificare le crisi sulla base delle loro dimensioni apparenti, mentre alcune delle minacce peggiori possono iniziare proprio come incidenti circoscritti.

La differenza rispetto agli Avengers originali passa anche da qui. Tony Stark e Steve Rogers commettevano errori enormi, talvolta con conseguenze catastrofiche, ma i film avevano progressivamente costruito attorno alla squadra una capacità di comprendere quando un evento apparentemente limitato potesse diventare qualcosa di molto più grande. I New Avengers possiedono combattenti formidabili, ma Brand New Day suggerisce che non abbiano ancora acquisito la stessa maturità strategica. Essere Avengers, in altre parole, non significa soltanto essere abbastanza potenti da affrontare una crisi: significa capire quale crisi non si può permettere di ignorare.

L’errore dei New Avengers può rendere ancora più profondo il conflitto con Sam Wilson in Avengers: Doomsday

Yelena in Thunderbolts*

Questa debolezza diventa particolarmente interessante considerando che nell’MCU esiste ormai un problema ancora irrisolto: chi ha davvero il diritto di chiamarsi Avengers? Thunderbolts* ha trasformato pubblicamente Yelena e i suoi compagni nei New Avengers, mentre Sam Wilson rappresenta l’eredità morale più diretta di Steve Rogers. La disputa sul nome della squadra può quindi sembrare inizialmente una questione di legittimità, ma Spider-Man: Brand New Day offre a Marvel la possibilità di trasformarla in qualcosa di molto più sostanziale.

Sam potrebbe non contestare soltanto il nome. Potrebbe contestare il modo in cui il gruppo interpreta il ruolo degli Avengers. Se venisse a sapere che Spider-Man aveva segnalato una minaccia e che la squadra aveva scelto consapevolmente di non intervenire, la vicenda di Jean Grey diventerebbe un argomento perfetto contro di loro. Non perché ogni problema di New York debba necessariamente mobilitare gli Avengers, ma perché la responsabilità associata a quel nome richiede una capacità di valutazione che Yelena, almeno in questo caso, non dimostra.

Il contrasto sarebbe coerente anche con il percorso di Sam Wilson. Da quando ha raccolto lo scudo di Captain America, Sam non è stato costruito come l’eroe più potente dell’MCU, ma come qualcuno che comprende il peso politico e morale dei simboli. Il nome Avengers è esattamente questo: non una semplice denominazione operativa, bensì una promessa fatta al mondo. I protagonisti di Thunderbolts*, al contrario, arrivano da esperienze molto diverse. Sono assassini, agenti compromessi, supersoldati falliti o individui manipolati dalle istituzioni. Il loro valore come personaggi nasce proprio dalla possibilità di diventare qualcosa di migliore, non dal fatto che lo siano già.

Per questo uno scontro con gli Avengers di Sam potrebbe funzionare molto meglio se Marvel evitasse di ridurlo alla domanda su quale gruppo sia “quello vero”. Le due squadre possono incarnare concezioni differenti dell’eroismo: da una parte Sam, custode di un’eredità che pretende responsabilità; dall’altra Yelena e i suoi compagni, persone imperfette che hanno ricevuto un titolo enorme prima di aver imparato completamente cosa comporti. Brand New Day potrebbe aver fornito il primo esempio concreto di questa distanza.

Spider-Man: Brand New Day rende i New Avengers degli outsider perfetti per affrontare Doctor Doom

Sadie Sink in spider-man: brand new day

La conseguenza più interessante dell’errore di Yelena riguarda però Avengers: Doomsday. I New Avengers arriveranno al prossimo grande evento Marvel senza il prestigio, l’esperienza e probabilmente neppure la potenza complessiva della formazione che affrontò Thanos. Non è necessariamente un limite narrativo. Al contrario, potrebbe essere esattamente ciò di cui il film ha bisogno per evitare di trasformare la nuova squadra in una semplice imitazione degli Avengers precedenti.

Thunderbolts* aveva già costruito il gruppo partendo dai suoi difetti. Yelena, Bucky, Alexei, Walker e Ghost non funzionano perché rappresentano l’élite dei supereroi, ma perché sono individui danneggiati costretti a trovare una forma di fiducia reciproca. La loro proclamazione come New Avengers arriva quasi prima della loro effettiva maturazione. Spider-Man: Brand New Day sembra continuare questa idea: hanno ottenuto il nome, ma devono ancora diventare ciò che quel nome rappresenta.

È una premessa particolarmente efficace davanti a Doctor Doom. Contro una minaccia destinata a riunire personaggi provenienti da diversi angoli dell’universo Marvel, la nuova squadra non dovrà soltanto dimostrare di poter combattere. Dovrà dimostrare di saper scegliere, collaborare e assumersi responsabilità quando la posta in gioco diventa assoluta. L’eventuale confronto con Sam Wilson può quindi diventare parte dello stesso percorso, costringendo Yelena e gli altri a confrontarsi con l’eredità che hanno accettato.

Ed è forse questo il vero valore della scelta compiuta in Spider-Man: Brand New Day. Marvel non ha bisogno che i New Avengers siano già all’altezza di Iron Man, Captain America, Thor e degli altri eroi che hanno definito la Infinity Saga. Sarebbe molto più interessante vederli fallire proprio perché non lo sono ancora. La leggerezza con cui Yelena giudica la situazione di Jean Grey può allora diventare il primo segnale di un arco più grande: quello di una squadra che ha ricevuto il titolo di Avengers prima di averne conquistato davvero il significato. Se Doomsday porterà questo conflitto fino alle sue conseguenze, il loro punto debole potrebbe diventare esattamente ciò che renderà interessante seguirli.

Mutiny, il nuovo film con Jason Statham rischia un pesante contraccolpo dopo un errore di Amazon

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Un errore di Amazon potrebbe avere conseguenze milionarie sull’uscita di Mutiny, il nuovo action thriller con Jason Statham arrivato nei cinema statunitensi il 21 agosto. Il film è stato infatti reso accidentalmente disponibile su Prime Video alcuni giorni prima del debutto nelle sale, consentendo agli abbonati di guardarlo integralmente per diverse ore prima che venisse rimosso dalla piattaforma.

Secondo quanto riportato da Deadline, Mutiny sarebbe apparso per errore all’interno della pagina Prime Video normalmente destinata a ospitare i contenuti promozionali del film. Il problema è diventato immediatamente evidente quando alcuni utenti hanno iniziato a segnalare sui social di poter vedere gratuitamente il nuovo film di Statham nonostante le proiezioni cinematografiche non fossero ancora iniziate. Copie del film avrebbero successivamente cominciato a circolare sui circuiti della pirateria online, creando un problema che va ben oltre le poche ore di disponibilità accidentale.

La situazione rischia soprattutto di compromettere la strategia internazionale del film. Una copia digitale di alta qualità disponibile prima o durante l’uscita cinematografica può incidere sugli incassi nei territori in cui Mutiny deve ancora arrivare, mettendo in difficoltà distributori che hanno investito cifre considerevoli nell’acquisizione e nella promozione. È questo aspetto, più della semplice pubblicazione anticipata, a trasformare l’errore di Amazon in un potenziale caso industriale.

La diffusione online di Mutiny potrebbe costare milioni ai distributori

Jason Statham e Annabelle Wallis in Mutiny (2026)
Foto di Dan Smith – © 2026 – Lionsgate

Lionsgate, che distribuisce Mutiny nei cinema statunitensi, sarebbe tra le società particolarmente contrariate dall’accaduto. Secondo le fonti citate da Deadline, il film avrebbe già iniziato a circolare illegalmente in diversi mercati, mentre alcuni distributori internazionali devono ancora avviare le rispettive campagne cinematografiche.

La posta in gioco è considerevole. Mutiny avrebbe un costo netto di produzione superiore ai 50 milioni di dollari, mentre Lionsgate avrebbe investito una cifra nell’ordine delle decine di milioni per acquisirne i diritti. Anche diversi esercenti cinematografici sarebbero insoddisfatti, considerando che la disponibilità anticipata di una copia digitale può ridurre il valore dell’esclusiva theatrical proprio nei giorni più importanti per il box office.

Un distributore internazionale interpellato da Deadline ha definito la situazione senza precedenti e ha prospettato un problema da diversi milioni di dollari per Amazon. Tra gli operatori coinvolti si starebbe quindi discutendo anche della possibilità di chiedere alla società una compensazione economica per i danni provocati dall’errore, mentre il team antipirateria di Lionsgate starebbe lavorando per limitare la diffusione delle copie non autorizzate.

Al momento Amazon, Lionsgate, i produttori del film e i rappresentanti di Jason Statham non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla vicenda. Resta quindi da capire quale sarà l’effettivo impatto sull’andamento commerciale di Mutiny, che prima dell’incidente avrebbe registrato un buon avvio in mercati come Francia e Medio Oriente.

Diretto da Jean-François Richet e scritto da Lindsay Michel e J.P. Davis, Mutiny vede Jason Statham interpretare un uomo accusato ingiustamente di un omicidio avvenuto a bordo di una nave cargo. Costretto alla fuga, il protagonista scoprirà progressivamente una cospirazione internazionale. Nel cast figurano anche Annabelle Wallis, Roland Møller, Arnas Fedaravicius, Adrian Lester e Ramon Tikaram.

L’incidente arriva in un momento in cui il rapporto tra distribuzione cinematografica e piattaforme streaming rimane particolarmente delicato. Nel caso di Mutiny, Amazon era coinvolta come partner per la successiva distribuzione Premium VOD: aver accidentalmente anticipato quella finestra potrebbe quindi trasformare un semplice errore tecnico in una disputa economica tra piattaforma, distributori ed esercenti, soprattutto se l’effetto della pirateria dovesse diventare misurabile sugli incassi internazionali.

Superman, il nuovo spin-off DCU di HBO Max svela titolo e protagonisti

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L’universo di Superman continuerà ad espandersi su HBO Max con una serie decisamente diversa dagli altri progetti annunciati finora dai DC Studios. La piattaforma ha ufficializzato The People V. Gorilla Grodd, comedy live-action di otto episodi da circa mezz’ora che riporterà in scena diversi personaggi introdotti nel Superman di James Gunn, a cominciare dal Jimmy Olsen interpretato da Skyler Gisondo.

Secondo l’annuncio di HBO Max, Jimmy Tatro interpreterà Gorilla Grodd, mentre dal film torneranno Skyler Gisondo nei panni di Jimmy Olsen, Beck Bennett come Steve Lombard, Mikaela Hoover come Cat Grant e Wendell Pierce come Perry White. Completano il cast Mary Holland, Eduardo Franco, Arian Moayed, Dan Perrault, Andrew Leeds e Tim Baltz. Il progetto è sviluppato da Tony Yacenda e Dan Perrault, già creatori dell’acclamata American Vandal, mentre Yacenda dirigerà gli episodi e ricoprirà anche i ruoli di showrunner, sceneggiatore e produttore esecutivo.

È soprattutto il formato scelto a rendere The People V. Gorilla Grodd un progetto insolito per il DCU. La serie sarà costruita come un finto documentario true crime prodotto all’interno dello stesso universo narrativo, permettendo a James Gunn e Peter Safran di mostrare Metropolis da una prospettiva completamente diversa rispetto alle grandi battaglie supereroistiche. Non sarà quindi semplicemente un’altra storia ambientata nel mondo di Superman, ma qualcosa che dovrebbe apparire come un prodotto mediatico realmente realizzato dai personaggi che lo abitano.

Jimmy Olsen indagherà sul processo per omicidio di Gorilla Grodd

La sinossi ufficiale rivela infatti che Gorilla Grodd è stato condannato per l’omicidio di suo padre, il Re di Gorilla City. Jimmy Olsen decide però di riaprire uno dei casi giudiziari più famosi di Metropolis per scoprire se il superintelligente gorilla sia stato condannato ingiustamente. L’indagine diventerà così il soggetto di una docuserie in otto parti realizzata dal giornalista del Daily Planet.

La premessa consente al DCU di introdurre ufficialmente Gorilla City e uno dei più celebri avversari di Flash senza ricorrere immediatamente alla struttura tradizionale di una storia supereroistica. Grodd, personaggio storicamente associato soprattutto alla mitologia del Velocista Scarlatto, entrerà quindi nel nuovo universo condiviso attraverso Metropolis e il Daily Planet.

James Gunn e Peter Safran hanno spiegato di aver intuito già durante la realizzazione di Superman quanto il gruppo di personaggi del quotidiano potesse offrire materiale per altre storie. Secondo i due responsabili dei DC Studios, la serie porterà il pubblico negli angoli più oscuri e allo stesso tempo divertenti del DCU, utilizzando l’indagine di Jimmy per esplorare anche il sistema giudiziario di Metropolis.

L’idea sembra perfettamente coerente con la strategia adottata finora da Gunn: invece di utilizzare ogni progetto esclusivamente per preparare il successivo grande crossover, il DCU può sfruttare generi differenti per mostrare come funzionerebbe realmente un mondo popolato da alieni, supereroi, mostri e gorilla superintelligenti. Gli stessi Yacenda e Perrault hanno spiegato di voler realizzare qualcosa che sembri meno un prodotto ambientato nel DCU e più un vero “artefatto” proveniente da quell’universo.

The People V. Gorilla Grodd era inoltre tra i progetti che Gunn e Safran avevano proposto a Warner Bros. Discovery ancora prima di diventare co-CEO dei DC Studios, insieme a Lanterns. Il progetto rafforza così il ruolo del mondo introdotto da Superman, che continuerà anche attraverso Man of Tomorrow e le altre produzioni del franchise.

Al momento HBO Max non ha annunciato una data di uscita per The People V. Gorilla Grodd.

Outer Banks 5 chiude la serie con un risultato mai visto prima su Rotten Tomatoes

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La stagione 5 di Outer Banks è arrivata su Netflix il 20 agosto per chiudere definitivamente l’avventura dei Pogues, ma le prime reazioni del pubblico stanno raccontando un finale di corsa molto più controverso del previsto. A sole 24 ore dal debutto, infatti, l’ultima stagione ha registrato il peggior punteggio del pubblico nella storia della serie su Rotten Tomatoes, segnando un nuovo record negativo per lo show.

Al momento della rilevazione, Outer Banks 5 presenta un Audience Score del 33% su Rotten Tomatoes, contro il 47% ottenuto dalla quarta stagione, il precedente minimo della serie. Il dato deve però essere interpretato con cautela: il punteggio deriva per ora da appena 11 valutazioni e potrebbe quindi cambiare sensibilmente nei prossimi giorni. Anche il giudizio della critica non è ancora consolidato: sono disponibili soltanto quattro recensioni, tutte positive, ma non sufficienti per generare un punteggio ufficiale.

Il contrasto tra le prime reazioni della critica e quelle degli spettatori è comunque significativo, soprattutto perché arriva nel momento in cui Outer Banks deve dare una conclusione a una storia iniziata nel 2020. Le critiche del pubblico sembrano concentrarsi sulla perdita del fascino delle prime stagioni, sulla ripetitività di alcune dinamiche e soprattutto sulle conseguenze della morte di JJ. Proprio l’assenza di uno dei personaggi più amati rende particolarmente difficile il compito della stagione finale: chiudere l’avventura dei Pogues senza uno degli elementi che ne avevano definito l’identità.

Outer Banks 5 deve chiudere la storia dei Pogues dopo la morte di JJ

La quinta stagione riparte infatti dalle conseguenze della morte di JJ, mentre John B, Sarah, Kiara, Pope e gli altri Pogues affrontano la loro ultima grande avventura. Al centro della storia rimane la ricerca della Blue Crown, ma il gruppo punta anche a recuperare i 400 milioni di dollari in oro del Royal Merchant e a regolare definitivamente i conti con Chandler Groff.

Il percorso della serie su Rotten Tomatoes mostra quanto il rapporto con il pubblico sia progressivamente cambiato. La prima stagione aveva ottenuto l’85% di gradimento degli spettatori, sceso al 76% con la seconda e al 61% con la terza. La quarta aveva registrato un ulteriore crollo al 47%, nonostante un sorprendente 100% da parte della critica. Il 33% iniziale della quinta stagione prosegue quindi una tendenza già evidente, anche se il numero ancora estremamente ridotto di valutazioni impedisce di considerarlo definitivo.

Le prime recensioni professionali sembrano invece riconoscere alla stagione la capacità di trovare almeno una conclusione emotivamente soddisfacente. La recensione di ScreenRant, che assegna 6/10 alla stagione, sottolinea problemi di ritmo e costruzione narrativa, ma considera efficace il modo in cui il finale riesce a salutare i Pogues e a recuperare il significato del loro legame.

È proprio questo il vero banco di prova di Outer Banks 5. Dopo anni di tesori perduti, inseguimenti, rivalità e svolte sempre più improbabili, l’ultima stagione deve dimostrare che dietro l’avventura è rimasto qualcosa del rapporto tra i protagonisti che aveva conquistato il pubblico nel 2020. Il 33% iniziale su Rotten Tomatoes suggerisce che una parte degli spettatori non sia convinta del risultato, ma sarà necessario attendere un campione molto più ampio prima di capire quale sarà il giudizio definitivo sull’addio ai Pogues.

Alien: Earth 2 introduce un nuovo potentissimo personaggio che potrebbe cambiare gli equilibri della serie

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La stagione 2 di Alien: Earth allargherà ulteriormente il mondo costruito da Noah Hawley, introducendo uno dei personaggi più potenti incontrati finora nella serie FX. Sam Spruell, recentemente entrato nel cast dei nuovi episodi, ha infatti rivelato i primi dettagli sul suo misterioso ruolo, anticipando una figura direttamente collegata alla struttura politica ed economica della Terra del futuro.

Parlando con SciFi Now in occasione della promozione di Insidious: Out of the Further, Spruell ha spiegato che interpreterà un trilionario a capo di uno dei quadranti in cui è diviso il pianeta. L’attore non ha rivelato il nome del personaggio né quali saranno i suoi obiettivi, ma ha aggiunto un dettaglio curioso: il suo aspetto sarà talmente trasformato da renderlo praticamente irriconoscibile. Per Spruell si tratta inoltre di una nuova collaborazione con Noah Hawley dopo il memorabile ruolo di Ole Munch nella quinta stagione di Fargo.

L’informazione è particolarmente interessante perché suggerisce che Alien: Earth 2 potrebbe espandere uno degli elementi più originali introdotti dalla prima stagione: la trasformazione delle corporation nei veri centri di potere della società. Prodigy e Weyland-Yutani non sono semplicemente aziende che operano sullo sfondo della storia, ma parti di un sistema nel quale ricchezza, tecnologia e controllo politico sono ormai praticamente indistinguibili. Introdurre direttamente uno degli individui che governa una porzione del pianeta permette alla serie di esplorare questa struttura da una prospettiva ancora più ampia.

Alien: Earth 2 potrebbe mostrare finalmente chi controlla davvero il mondo di Noah Hawley

Come spiegato dallo stesso Spruell, la Terra di Alien: Earth è suddivisa in quadranti controllati non da rappresentanti eletti, ma da individui dotati di immense risorse economiche. Il suo personaggio sarà proprio uno di questi uomini, proprietario di una fortuna nell’ordine dei trilioni di dollari e abbastanza potente da esercitare il controllo su un’intera parte del pianeta.

È un elemento che potrebbe diventare centrale dopo quanto raccontato nella prima stagione. La Prodigy Corporation di Boy Cavalier ha già mostrato fino a che punto le grandi aziende siano disposte a spingersi nella ricerca dell’immortalità, trasferendo le coscienze di bambini malati all’interno di corpi sintetici. Wendy e gli altri ibridi rappresentano quindi qualcosa di molto più importante di un semplice esperimento scientifico: sono una tecnologia potenzialmente capace di ridefinire il rapporto tra essere umano, corpo e mortalità.

L’arrivo di un altro leader appartenente all’élite economica mondiale potrebbe quindi portare la seconda stagione oltre il conflitto circoscritto alla Prodigy. Se gli esperimenti di Boy Cavalier hanno dimostrato che il trasferimento della coscienza è possibile, è difficile immaginare che gli altri centri di potere rimangano semplici spettatori. Ed è proprio qui che Alien: Earth può continuare a distinguersi dal resto del franchise, utilizzando gli Xenomorfi e le altre creature extraterrestri come parte di uno scontro molto più grande per il controllo della tecnologia e dell’evoluzione umana.

Sam Spruell non sarà l’unica importante aggiunta al cast di Alien: Earth 2. Nei nuovi episodi arriveranno anche Tracey Ullman e Jerome Flynn, mentre Peter Dinklage è stato precedentemente confermato tra i nuovi protagonisti. La produzione della seconda stagione è attualmente in corso a Londra.

La serie continuerà inoltre a muoversi nel periodo precedente agli eventi del primo Alien: la storia è ambientata due anni prima del film di Ridley Scott, lasciando ancora spazio per approfondire il rapporto tra Prodigy, Weyland-Yutani e le altre potenze che controllano la Terra. Al momento FX non ha annunciato una data di uscita ufficiale per la stagione 2 di Alien: Earth.

Chicago Fire 15 prepara grandi cambiamenti alla Firehouse 51 con nuovi arrivi nel cast

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La stagione 15 di Chicago Fire si prepara a rinnovare profondamente gli equilibri della Firehouse 51. Dopo la conferma dell’arrivo di Da’Vinchi e Brandon Larracuente, Matthew Daddario si è aggiunto al cast della serie NBC nei panni di un nuovo candidato, anticipando una stagione nella quale l’ingresso di nuove reclute sembra destinato ad avere un peso decisamente maggiore rispetto al passato.

La presenza di Daddario è emersa inizialmente attraverso una foto pubblicata su Instagram da Da’Vinchi, nella quale i due attori compaiono insieme a Larracuente sul set, tutti con indosso le magliette riservate ai candidati. TV Insider ha successivamente confermato che Matthew Daddario farà effettivamente parte di Chicago Fire 15, anche se per il momento non sono stati rivelati il nome del personaggio né altri dettagli sul suo ruolo. L’attore è conosciuto soprattutto per aver interpretato Alec Lightwood nella serie fantasy Shadowhunters.

L’arrivo contemporaneo di più candidati difficilmente sembra casuale. Chicago Fire sta attraversando uno dei ricambi più importanti degli ultimi anni e l’introduzione di nuove reclute permette alla serie di tornare a raccontare anche quella dimensione di formazione e gerarchia che aveva caratterizzato molte delle sue prime stagioni. Soprattutto, i nuovi personaggi arriveranno in una Firehouse 51 che dovrà affrontare le conseguenze del drammatico finale della stagione 14 e alcune partenze particolarmente pesanti.

I nuovi candidati di Chicago Fire 15 arrivano mentre la Firehouse 51 perde due veterani

Firehouse 51 in Chicago Fire

Daddario non sarà infatti l’unico nuovo volto. Da’Vinchi interpreterà Marcus Burke, mentre Brandon Larracuente è stato precedentemente confermato tra le aggiunte della quindicesima stagione. La fotografia dal set che mostra tutti e tre con l’uniforme da candidato suggerisce che Chicago Fire potrebbe utilizzare le nuove reclute come un vero e proprio gruppo narrativo, raccontandone l’ingresso nella Firehouse 51 e il rapporto con i veterani della squadra.

Il cambiamento arriva mentre la serie si prepara a salutare alcuni personaggi importanti. Dermot Mulroney lascerà il ruolo del capo Dom Pascal dopo il primo episodio della stagione 15, chiudendo quindi l’arco iniziato soltanto nella tredicesima stagione. Ancora più significativo sarà l’addio di Joe Miñoso, presente in Chicago Fire fin dalla prima stagione e diventato membro regolare del cast dalla seconda. Il suo Joe Cruz è apparso in quasi tutti gli episodi realizzati dalla serie, rendendo la sua uscita una delle più importanti nella storia recente dello show.

Il finale della stagione 14 offre inoltre il contesto ideale per questa trasformazione. Gran parte dei protagonisti si trovava infatti coinvolta in un gigantesco incendio quando una violenta esplosione ha lasciato diversi membri della squadra intrappolati o comunque in grave pericolo. La première dovrà quindi chiarire immediatamente le conseguenze del cliffhanger prima di poter stabilire quale sarà la nuova composizione della Firehouse 51.

Taylor Kinney, David Eigenberg, Miranda Rae Mayo, Christian Stolte, Hanako Greensmith e Jocelyn Hudon continueranno a rappresentare il nucleo storico della serie, affiancati dai nuovi ingressi. Più che un semplice ampliamento del cast, però, l’arrivo simultaneo di diversi candidati potrebbe indicare la volontà di costruire progressivamente una nuova generazione di personaggi attorno ai veterani rimasti.

La stagione 15 di Chicago Fire debutterà negli Stati Uniti il 7 ottobre 2026 su NBC, all’interno della nuova programmazione del franchise One Chicago. Sulla produzione rimane però l’incognita legata alle tensioni tra NBC e alcuni lavoratori sindacalizzati coinvolti nella realizzazione di Chicago Fire e Chicago Med, una situazione che potrebbe eventualmente incidere sulla lavorazione dei nuovi episodi.

Scissione 3, una star aggiorna sull’uscita mentre continuano le riprese della serie Apple TV

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L’attesa per Scissione (Severance) 3 potrebbe essere ancora lunga. Tramell Tillman, interprete di Seth Milchick nella serie Apple TV, ha parlato della possibile uscita della terza stagione, evitando però di confermare se i nuovi episodi riusciranno ad arrivare nel corso del 2027. Le riprese sono attualmente in corso e, dopo il clamoroso cliffhanger che ha concluso la seconda stagione, le tempistiche del ritorno rappresentano inevitabilmente una delle questioni più importanti per il pubblico.

Intervistato in esclusiva da ScreenRant, Tillman ha spiegato di non sapere se Scissione 3 sarà pronta il prossimo anno. Alla domanda se fosse ottimista riguardo a un debutto nel 2027, l’attore ha risposto: «Non posso davvero dirlo. Non posso dirlo perché sinceramente non lo so». Le riprese sono iniziate alla fine di luglio e Tillman ha inoltre confermato che Ben Stiller è pienamente coinvolto nella produzione, dopo che i suoi altri impegni professionali avevano fatto sorgere qualche dubbio sulla sua disponibilità.

La cautela dell’attore suggerisce quindi di non considerare ancora il 2027 come una finestra di uscita ufficiale. Scissione è una produzione particolarmente complessa, non soltanto durante le riprese ma anche nella successiva fase di post-produzione, e Apple TV non ha ancora annunciato alcuna data. Un debutto verso la fine del prossimo anno rimane plausibile considerando lo stato attuale dei lavori, ma per ora resta soltanto un’ipotesi. Rispetto alla lunghissima attesa che ha separato le prime due stagioni, però, questa volta la produzione del nuovo capitolo è già concretamente avviata.

Scissione 3 deve risolvere il cliffhanger che ha spezzato definitivamente l’equilibrio della Lumon

Scissione - Stagione 2, Episodio 8

La terza stagione ripartirà da una situazione completamente diversa per Mark, Helly e gli altri dipendenti del piano separato. Il finale di Scissione 2 ha portato alle estreme conseguenze il conflitto tra le identità “innie” e “outie”, trasformando quello che inizialmente sembrava un inquietante esperimento aziendale in una battaglia molto più profonda per stabilire chi abbia realmente il diritto di decidere della propria esistenza.

Al centro rimane soprattutto Mark Scout, interpretato da Adam Scott. Il suo innie ha scelto Helly mentre il suo outie continua a voler salvare Gemma, creando un conflitto che ormai supera la dimensione del triangolo sentimentale. Le due versioni dello stesso uomo desiderano vite incompatibili e Scissione 3 dovrà affrontare direttamente una delle domande fondamentali costruite dalla serie: se un innie possiede ricordi, sentimenti, relazioni e una propria volontà, può ancora essere considerato semplicemente una parte dell’individuo originale?

Anche Milchick potrebbe assumere un’importanza ancora maggiore. Tillman ha rivelato di custodire segreti sulla serie addirittura dal 2019, aggiungendo che alcuni di questi non sono ancora stati rivelati agli spettatori. Dopo due stagioni nelle quali il personaggio è progressivamente passato dall’essere un impeccabile rappresentante dell’autorità della Lumon a mostrare crepe sempre più evidenti nel rapporto con l’azienda, il suo ruolo potrebbe diventare ancora più significativo nei nuovi episodi.

La certezza, almeno per il momento, riguarda Ben Stiller. Tillman ha smentito i timori secondo cui gli altri impegni del regista e produttore esecutivo avrebbero potuto limitarne la presenza durante la lavorazione, ribadendo quanto il suo contributo rimanga fondamentale per Scissione. Dopo l’enorme crescita di popolarità ottenuta con la seconda stagione, Apple TV ha certamente interesse a ridurre l’attesa, ma la complessità della serie rende difficile immaginare una produzione accelerata a discapito del risultato. Prima di sapere quando torneremo alla Lumon, bisognerà quindi attendere che le riprese entrino nella loro fase conclusiva.

Ginny & Georgia 4, Netflix anticipa il ritorno della serie dopo il finale che ha cambiato tutto

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Ginny & Georgia tornerà con una quarta stagione e adesso sappiamo finalmente quando aspettarci i nuovi episodi. Netflix ha confermato che Ginny & Georgia 4 debutterà nel corso del 2027, senza però annunciare per il momento una data precisa. La nuova stagione ripartirà dalle conseguenze del finale del terzo capitolo, che ha lasciato Georgia davanti a un cambiamento destinato a mettere nuovamente alla prova l’intera famiglia Miller.

La finestra di uscita è stata comunicata da Netflix attraverso Tudum, insieme ad alcuni dettagli sulla direzione della storia. Le riprese della quarta stagione si sono concluse nel marzo 2026, dopo che la piattaforma aveva rinnovato con largo anticipo la serie per una terza e una quarta stagione. L’attesa sarà quindi ancora significativa, ma coerente con i lunghi intervalli che hanno caratterizzato finora la produzione dello show.

La vera novità riguarda però il modo in cui la quarta stagione sembra intenzionata a spostare nuovamente il conflitto. Superato il processo per l’omicidio di Tom Fuller, Georgia non potrà semplicemente ricominciare da capo: la gravidanza scoperta da Ginny, i problemi economici e soprattutto i segreti che continuano a emergere dal passato porteranno i Miller verso quello che Netflix descrive come un vero “punto di rottura”. Dopo una stagione dominata dalla necessità di evitare una condanna, il pericolo sembra quindi destinato a tornare all’interno della famiglia.

Ginny & Georgia 4 metterà alla prova il tentativo di Georgia di lasciarsi il passato alle spalle

Il finale della terza stagione ha modificato profondamente la situazione di Georgia. La donna è riuscita a evitare un verdetto di colpevolezza nel processo per la morte di Tom Fuller, ma la vittoria giudiziaria non ha cancellato le conseguenze delle sue azioni. Georgia ha inoltre ammesso con Joe quanto ci fosse di vero nelle accuse emerse durante il processo, rendendo ancora più fragile quella separazione tra la donna che vorrebbe diventare e quella che è stata fino a questo momento.

A complicare ulteriormente le cose sarà soprattutto la gravidanza di Georgia. La quarta stagione dovrà affrontare anche l’identità del padre del bambino, mentre la protagonista si troverà contemporaneamente alle prese con difficoltà finanziarie. Sono problemi molto più quotidiani rispetto a un processo per omicidio, ma proprio per questo potrebbero rivelarsi particolarmente efficaci nel mettere sotto pressione un personaggio abituato a reagire alle crisi attraverso il controllo, la manipolazione e, quando necessario, scelte estreme.

Il rapporto con Ginny dovrebbe restare il vero centro emotivo della serie. Georgia vuole dimostrare ai figli, e soprattutto alla figlia, di poter interrompere il ciclo di caos che ha segnato la loro vita. Il problema è che Ginny & Georgia ha costruito gran parte della propria storia sull’impossibilità di separare davvero il presente dal passato: ogni volta che Georgia prova a creare una nuova versione della propria vita, qualcosa torna inevitabilmente a incrinarla.

Torneranno Brianne Howey e Antonia Gentry nei ruoli di Georgia e Ginny Miller, insieme a Felix Mallard, Sara Waisglass, Diesel La Torraca, Jennifer Robertson, Scott Porter, Raymond Ablack, Katie Douglas, Chelsea Clark e Nathan Mitchell. Sarah Glinski continuerà inoltre a ricoprire il ruolo di showrunner. Con le riprese già concluse e l’uscita fissata al 2027, i prossimi mesi dovrebbero portare anche una data definitiva e le prime immagini ufficiali di Ginny & Georgia 4.

Terminator 2: il T-1000 e John Connor hanno “fatto pace” dopo 35 anni – FOTO

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A 35 anni dall’uscita di Terminator 2: Il giorno del giudizio, Edward Furlong e Robert Patrick sono tornati a incontrarsi, regalando ai fan della saga un curioso tuffo nel passato. I due attori hanno infatti condiviso una foto scattata a Londra, dove si trovano in occasione della convention For the Love of Sci-Fi and Fantasy all’Excel London.

Nel film diretto da James Cameron nel 1991, Furlong interpretava John Connor, il giovane destinato a diventare il leader della resistenza umana contro le macchine, mentre Patrick vestiva i panni del letale T-1000, il cyborg assassino capace di trasformarsi grazie alla sua struttura in metallo liquido. Sullo schermo erano nemici giurati, ma la fotografia mostra quanto sia rimasto di affettuoso del loro rapporto fuori dal set.

Robert Patrick ritrova Edward Furlong: “Il T-1000 aveva solo bisogno di un biglietto aereo”

È stato Robert Patrick a condividere sui social lo scatto che immortala i due attori sorridenti sul sedile posteriore di un’auto. La didascalia, giocando naturalmente con la storia di Terminator 2, recita: “Ho trovato John Connor a Londra. A quanto pare il T-1000 aveva solo bisogno di un biglietto aereo.”

La reunion arriva in occasione della partecipazione di entrambi alla convention londinese dedicata agli appassionati di fantascienza e fantasy. Non è chiaro se Furlong e Patrick si siano incontrati casualmente durante l’evento o se avessero programmato di rivedersi, ma la fotografia restituisce l’immagine di due interpreti che, a distanza di oltre tre decenni, sembrano avere ancora un rapporto decisamente amichevole.

Il loro incontro ha inoltre un valore particolare proprio perché Furlong e Patrick hanno condiviso un solo film della saga. Terminator 2 rimane infatti l’unica pellicola del franchise nella quale i due hanno recitato insieme, dando vita a uno dei più celebri duelli tra protagonista e antagonista della fantascienza cinematografica degli anni Novanta.

Nel film, John Connor è ancora un ragazzino quando viene individuato dal T-1000, inviato nel 1995 dal futuro per eliminarlo. A proteggerlo arriva invece il T-800 interpretato da Arnold Schwarzenegger, riprogrammato e mandato indietro nel tempo dal John Connor adulto. La presenza contemporanea dei due attori nella fotografia rende quindi particolarmente divertente il riferimento di Patrick al fatto di aver finalmente “ritrovato” John Connor.

Terminator 2, il film che ha definito John Connor e il T-1000

Uscito nelle sale il 3 luglio 1991, Terminator 2: Il giorno del giudizio riprende la storia dieci anni dopo gli eventi del primo film. Sarah Connor è stata internata in un istituto psichiatrico dopo aver cercato di impedire il futuro apocalittico che conosce, mentre suo figlio John vive in una famiglia affidataria.

Il film cambia radicalmente anche la prospettiva sul T-800: quello che nel primo capitolo era un implacabile assassino diventa qui il protettore di John, mentre il ruolo di principale minaccia viene affidato al T-1000 di Robert Patrick. La capacità del personaggio di modificare la propria forma e trasformare il corpo in un’arma lo ha reso immediatamente una delle icone della saga.

Terminator 2 fu un enorme successo commerciale e critico. Il film incassò circa 520 milioni di dollari nel mondo, quasi sette volte il risultato del primo Terminator, diventando il film con il maggior incasso del 1991. La pellicola conquistò inoltre quattro Oscar, cinque Saturn Awards e due BAFTA.

A distanza di 35 anni, continua a essere considerato non soltanto uno dei migliori capitoli della saga, ma uno dei sequel più riusciti della storia del cinema. E la reunion tra Furlong e Patrick rappresenta un piccolo ma significativo richiamo a quell’epoca.

Cosa è successo a John Connor dopo Terminator 2?

La curiosità suscitata dalla reunion è legata anche al destino particolarmente complicato del personaggio di John Connor nelle successive incarnazioni del franchise. Dopo Furlong, infatti, il ruolo è stato affidato a diversi interpreti.

In Terminator 3: Le macchine ribelli John è interpretato da Nick Stahl, mentre in Terminator Salvation il personaggio viene affidato a Christian Bale. Nella serie Terminator: The Sarah Connor Chronicles è invece Thomas Dekker a interpretarlo, mentre Jason Clarke veste i suoi panni in Terminator Genisys. In Terminator: Destino oscuro, infine, l’immagine di Furlong è stata utilizzata come riferimento per il personaggio.

Patrick, invece, è tornato brevemente nei panni del T-1000 anche dopo Terminator 2, con cameo in Fusi di testa 2 e Last Action Hero. Nessuna di queste apparizioni ha però avuto il peso narrativo della sua interpretazione nel film di Cameron.

La saga, nel frattempo, si trova in una fase di incertezza. Dopo il risultato commerciale inferiore alle aspettative di Terminator: Destino oscuro, i piani per ulteriori sequel sono stati accantonati. James Cameron ha tuttavia continuato a lavorare a un possibile reboot del franchise, anche se non è ancora chiaro se il progetto arriverà effettivamente sul grande schermo.

Per il momento, dunque, il ritorno più significativo di Terminator 2 arriva da una fotografia scattata a Londra: John Connor e il T-1000 sono nuovamente insieme, ma questa volta senza dover combattere per il destino dell’umanità.

Dune: Parte Tre, AMC dichiara guerra ai bagarini dopo il caos per i biglietti IMAX

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L’attesa per Dune: Parte Tre è già alle stelle e il lancio dei biglietti per le proiezioni IMAX ha generato una corsa all’acquisto tale da mandare in tilt i sistemi di vendita. Di fronte alla conseguente comparsa di biglietti rivenduti online a prezzi maggiorati, AMC Theatres ha deciso di intervenire direttamente contro i bagarini.

Il CEO della catena, Adam Aron, ha annunciato sui social che AMC sta monitorando eBay e altri siti di rivendita per individuare i biglietti messi in vendita a un prezzo superiore a quello originale. La società si prepara a cancellare gli acquisti riconducibili alla pratica e, soprattutto, a chiudere gli account AMC Stubs coinvolti.

AMC vuole fermare la rivendita dei biglietti di Dune: Parte Tre

Il provvedimento arriva dopo una fase di vendita particolarmente caotica. L’enorme interesse per Dune: Parte Tre, terzo capitolo della saga diretta da Denis Villeneuve, ha spinto numerosi spettatori a cercare un posto nelle proiezioni IMAX, considerate tra gli appuntamenti più ambiti dell’uscita cinematografica. La disponibilità limitata degli spettacoli premium ha però favorito anche la rivendita speculativa dei biglietti, alcuni dei quali sono comparsi sui mercati secondari a cifre sensibilmente superiori al prezzo originale.

Adam Aron ha quindi chiarito che AMC intende utilizzare i propri strumenti per contrastare il fenomeno, arrivando alla cancellazione dei biglietti individuati sui siti di resale e alla chiusura degli account associati. La misura non riguarda soltanto Dune: Parte Tre, ma si inserisce nella più ampia politica della catena contro la rivendita speculativa dei propri biglietti.

La reazione di AMC è anche un’indicazione significativa del livello di aspettativa che circonda il film. I primi due capitoli della saga hanno trasformato l’adattamento di Denis Villeneuve in uno degli eventi cinematografici più importanti degli ultimi anni: il primo Dune ha ottenuto dieci candidature agli Oscar, vincendone sei, mentre entrambi i film sono stati nominati per il premio al Miglior Film.

A rendere ancora più particolare la situazione è la programmazione del terzo capitolo. Dune: Parte Tre arriverà nelle sale il 16 dicembre 2026, nella stessa giornata di Avengers: Doomsday, dando vita a uno scontro al botteghino tra due dei titoli più attesi dell’anno. Inoltre, il film di Villeneuve potrà contare su una finestra IMAX esclusiva negli Stati Uniti, impedendo inizialmente a Avengers: Doomsday di occupare gli schermi IMAX americani.

Il caos registrato durante la vendita dei biglietti offre quindi un primo assaggio della portata dell’evento cinematografico di dicembre. Se la domanda dovesse mantenersi su questi livelli, Dune: Parte Tre potrebbe trasformare le sale IMAX in uno dei principali terreni di confronto tra il nuovo capitolo della saga fantascientifica e il ritorno degli Avengers.

Nel cast del film Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Zendaya, Javier BardemFlorence Pugh, Léa Seydoux.

The Pitt 3, il primo teaser prepara il ritorno del medical drama di HBO Max

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The Pitt è pronto a riaprire le porte del Pittsburgh Trauma Medical Center. HBO Max ha diffuso il primo teaser ufficiale della terza stagione, offrendo le prime immagini dei nuovi episodi del medical drama con Noah Wyle e confermando contemporaneamente che il ritorno della serie è previsto per gennaio 2027. Dopo il successo delle prime due stagioni, il breve filmato segna così l’inizio della campagna promozionale del nuovo capitolo.

Il teaser, pubblicato dai canali ufficiali di HBO Max con il messaggio “Time to get back to it”, riporta immediatamente l’attenzione sul pronto soccorso e sui suoi protagonisti, anticipando un’altra giornata ad altissima pressione. La terza stagione sposterà infatti l’azione al mese di novembre, lasciandosi alle spalle il weekend del 4 luglio raccontato nella seconda stagione ma mantenendo la struttura che ha trasformato The Pitt in uno dei medical drama più riconoscibili degli ultimi anni.

La scelta di mostrare così presto le prime immagini conferma soprattutto la volontà di HBO Max di non rallentare il ritmo produttivo della serie. The Pitt è stato costruito come un racconto capace di rinnovarsi attraverso nuovi turni, nuovi pazienti e cambiamenti continui all’interno dello staff: la terza stagione dovrà ora dimostrare che questa formula può sostenere una narrazione di lungo periodo senza perdere quella sensazione di urgenza che ha caratterizzato la serie fin dall’esordio.

The Pitt 3 riporta Robby al centro di un pronto soccorso profondamente cambiato

Al centro di The Pitt 3 ci sarà ancora il Dr. Michael “Robby” Robinavitch, interpretato da Noah Wyle, ma il Pittsburgh Trauma Medical Center che ritroveremo non sarà esattamente quello delle stagioni precedenti. Il cast della serie sta infatti attraversando diversi cambiamenti, tra uscite, promozioni e nuovi ingressi destinati ad ampliare tanto il personale medico quanto il gruppo dei pazienti che arriveranno nel pronto soccorso durante il nuovo turno.

Tra i ritorni già confermati figurano Katherine LaNasa, Sepideh Moafi, Patrick Ball, Isa Briones, Taylor Dearden, Fiona Dourif e Gerran Howell. Shawn Hatosy continuerà inoltre a interpretare il Dr. Jack Abbot, mentre Ayesha Harris è stata promossa al cast regolare nel ruolo della Dr.ssa Parker Ellis. Diversa sarà invece la posizione di Victoria Javadi, interpretata da Shabana Azeez, che tornerà nella terza stagione ma sarà impegnata nella sua rotazione in psichiatria e quindi lontana dal pronto soccorso.

Il nuovo capitolo introdurrà anche diversi personaggi. Tra gli ingressi annunciati figurano Chris Diamantopoulos, che interpreterà il Chief Medical Officer del Pittsburgh Trauma Medical Center, Dr. Asher Grossman, e JB Tadena nei panni del Dr. Reed Thomas. Sono inoltre attesi Stephen Chang, Barry Clifton, Lawrence Kao, Brent Sexton e Hannah Ware nei ruoli di nuovi pazienti. Proprio la presenza del Chief Medical Officer potrebbe assumere un peso particolare dopo le tensioni che hanno caratterizzato il finale della seconda stagione e portare il lavoro di Robby sotto una pressione diversa da quella puramente medica.

È probabilmente questa la direzione più interessante suggerita dal ritorno della serie. Dopo aver raccontato due turni estremi, The Pitt può utilizzare la terza stagione per mostrare non soltanto nuove emergenze, ma anche le conseguenze accumulate dai suoi protagonisti. Robby è sempre stato il punto di equilibrio di un ambiente costruito sul caos; metterne progressivamente in discussione la stabilità potrebbe diventare il modo migliore per evitare che la struttura in tempo quasi reale della serie si trasformi in una semplice formula da ripetere.

The Pitt 3 debutterà a gennaio 2027 su HBO Max. Una data precisa non è stata ancora annunciata.

Dominic Monaghan vorrebbe tornare a essere Merry, anche per progetti futuri ambientati nella Terra di Mezzo

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Dominic Monaghan è pronto a tornare nella Terra di Mezzo nei panni di Merry, anche per un eventuale futuro capitolo della saga oltre The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum. L’attore ha infatti confermato di aver già parlato con le persone coinvolte della possibilità di riprendere il ruolo del celebre hobbit.

Monaghan ha interpretato Meriadoc “Merry” Brandybuck nella trilogia originale diretta da Peter Jackson, diventando insieme a Billy Boyd, interprete di Pipino, uno dei membri più amati della Compagnia dell’Anello. Il personaggio compie un importante percorso di crescita durante la trilogia, passando dall’essere un hobbit incline agli scherzi a un combattente coraggioso, fino a prendere parte alla Battaglia dei Campi del Pelennor e alla Guerra dell’Anello.

Dominic Monaghan: “Non posso lasciare che qualcun altro interpreti Merry”

Intervistato da ScreenRant in occasione della seconda stagione di The Librarians: The Next Chapter, Monaghan ha parlato della possibilità di tornare nella saga insieme agli ex compagni di set Elijah Wood, Ian McKellen e Andy Serkis, tutti coinvolti in qualche modo in The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum.

L’attore ha rivelato di aver “certainly talked about it”, spiegando che lui, Wood e gli altri membri del cast sono ancora molto legati a Peter Jackson, Fran Walsh e Philippa Boyens, che Monaghan considera le vere menti creative dietro l’adattamento cinematografico di Tolkien.

Secondo l’attore, l’obiettivo sarebbe quello di continuare ad ampliare l’universo della Terra di Mezzo sul modello di franchise come Star Wars, Star Trek e Marvel. Monaghan ritiene infatti che il mondo creato da Tolkien possieda ancora un enorme potenziale e che il pubblico sia tuttora profondamente affezionato ai suoi personaggi.

Le conversazioni sul ritorno di Merry sono però, almeno per il momento, generiche e ancora piuttosto vaghe. Monaghan ha comunque chiarito di essere assolutamente disponibile e, soprattutto, di non voler cedere il personaggio a un altro interprete.

“Non posso lasciare che qualcun altro lo faccia.”

L’attore ha anche scherzato sulla questione dell’età, dichiarando che sarebbe disposto a fare tutto il necessario per sembrare nuovamente più giovane. E, secondo la sua stessa analisi, avrebbe ancora un vantaggio rispetto ad alcuni dei suoi colleghi: lui ed Elijah Wood sarebbero infatti tra i più giovani degli attori che interpretavano gli hobbit.

Il ritorno di Merry in The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum non sarebbe inoltre impossibile dal punto di vista cronologico. Il nuovo film, previsto per il 2027, è ambientato durante gli eventi della trilogia originale e racconta la caccia a Gollum da parte di Aragorn.

Il coinvolgimento di Elijah Wood nei panni di Frodo è già stato confermato, anche se l’attore ha anticipato che la sua presenza nel film sarà relativamente limitata. Ian McKellen tornerà invece come Gandalf, mentre Andy Serkis interpreterà nuovamente Gollum oltre a dirigere il film.

La storia potrebbe quindi offrire un’occasione per riportare brevemente sullo schermo anche Merry. Sebbene Gollum non incontri Frodo fino a Le Due Torri, e in quel momento Merry non sia presente insieme al resto della Compagnia, il film potrebbe concludersi con Aragorn che si ricongiunge al gruppo, creando così uno spazio per una nuova apparizione di Monaghan.

Il ritorno di Merry potrebbe però arrivare dopo The Hunt for Gollum

Anche se Merry non dovesse comparire nel prossimo film, esiste un’altra possibilità particolarmente interessante per il futuro della saga. La trilogia cinematografica di Peter Jackson ha infatti escluso un importante episodio del romanzo di Tolkien: Percorrendo la Contea, ovvero la devastazione della Contea e la successiva rivolta degli hobbit contro Saruman e le sue forze.

Nel materiale originale, Merry e Pipino assumono un ruolo centrale nella liberazione della Contea e, successivamente, Merry diventa il Signore di Buckland nella Quarta Era della Terra di Mezzo. Un eventuale adattamento di questa parte della storia permetterebbe quindi a Monaghan e Billy Boyd di tornare nei rispettivi ruoli e, soprattutto, di portare finalmente sullo schermo uno degli episodi più importanti del romanzo mai adattati da Jackson.

Per Monaghan, dunque, la porta della Terra di Mezzo è tutt’altro che chiusa. E l’attore sembra avere già le idee molto chiare: se Merry tornerà, vuole essere lui a interpretarlo.

Sicario 3 si farà: Josh Brolin conferma il ritorno di Matt Graver e anticipa l’inizio della produzione

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Josh Brolin conferma che Sicario 3 è finalmente in fase concreta di sviluppo. L’attore, che interpreta l’agente della CIA Matt Graver nei primi due film della saga, ha dichiarato che il terzo capitolo “sta accadendo”, aggiungendo che la produzione dovrebbe partire “presto”.

Brolin ha dato l’aggiornamento durante un’intervista con ScreenRant realizzata in occasione di The Dog Stars, il nuovo film diretto da Ridley Scott. La dichiarazione rappresenta un importante passo avanti per un progetto rimasto per anni in una sorta di limbo produttivo, tra annunci, rallentamenti e cambiamenti creativi.

Sicario 3: Josh Brolin conferma che il film è finalmente in arrivo

La saga di Sicario, nata nel 2015 con il film diretto da Denis Villeneuve, ha visto Brolin interpretare Matt Graver, un ufficiale della CIA coinvolto in operazioni clandestine contro i cartelli della droga lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Al suo fianco, nei primi due capitoli, c’è stato Benicio del Toro nei panni di Alejandro Gillick.

Dopo il successo commerciale di Sicario: Day of the Soldado nel 2018, un terzo film è stato messo in sviluppo, ma il progetto ha attraversato un percorso particolarmente travagliato. Gli scioperi della Writers Guild of America del 2023 hanno contribuito a rallentare ulteriormente il lavoro, anche se i produttori avevano assicurato che la sceneggiatura fosse già in uno stadio avanzato.

La nuova dichiarazione di Brolin arriva circa un anno dopo un precedente aggiornamento dell’attore, quando aveva definito Sicario 3 “very, very real”. Ora il tono è decisamente più concreto: il film, secondo Brolin, si farà e il processo produttivo dovrebbe cominciare presto.

Restano tuttavia numerosi interrogativi. Non è ancora chiaro chi firmerà la sceneggiatura, soprattutto considerando gli impegni sempre più numerosi di Taylor Sheridan, creatore della saga e ormai al centro di un vastissimo universo televisivo legato a Yellowstone e alle produzioni Paramount+.

Un’altra questione riguarda la regia. Villeneuve ha diretto il primo Sicario, mentre Stefano Sollima ha preso il suo posto per Day of the Soldado. Il produttore Molly Smith aveva inoltre rivelato che Christopher McQuarrie stava collaborando al progetto come una sorta di “partner”, senza però precisare se il suo coinvolgimento riguardasse la sceneggiatura, la produzione o la regia.

Anche il ritorno di Villeneuve rimane quindi una possibilità, sebbene il regista abbia davanti a sé diversi progetti importanti. Dopo Dune: Part Three, il suo futuro dovrebbe essere legato anche al nuovo film di James Bond, rendendo tutt’altro che semplice un suo eventuale ritorno alla saga.

Sul fronte del cast, invece, la situazione potrebbe essere altrettanto interessante. Benicio del Toro è ancora potenzialmente coinvolto: Alejandro sopravvive agli eventi di Day of the Soldado e il finale del secondo film lo mostra mentre recluta un giovane aspirante sicario, lasciando una porta aperta per una nuova storia.

Resta inoltre una delle richieste più frequenti dei fan: il ritorno di Emily Blunt nei panni di Kate Macer. Il personaggio era protagonista del primo Sicario, ma non è comparso nel sequel. Un suo eventuale ritorno permetterebbe al terzo film di riallacciare direttamente i fili narrativi del film di Villeneuve, creando una connessione più evidente tra i diversi capitoli della saga.

Per il momento, dunque, l’unica certezza è quella fornita da Brolin: Matt Graver tornerà e Sicario 3 è finalmente in movimento. La produzione dovrebbe partire presto, ma bisognerà attendere ulteriori annunci per conoscere regista, sceneggiatore, cast completo e soprattutto la possibile data di uscita.

Ossessioni dal passato: la spiegazione del finale e come Allison riesce a salvare la sua famiglia

Ossessioni dal passato (She’s Obsessed With My Husband) costruisce il suo thriller attorno a un’ossessione mai superata. Violet ricompare nella vita di Garrett vent’anni dopo la loro relazione adolescenziale e scopre che l’uomo ha costruito con Daisy e la figlia Allison quella stabilità familiare che lei continua a considerare, in maniera distorta, come qualcosa che le è stato sottratto. Il suo obiettivo non è semplicemente riconquistare Garrett: deve progressivamente occupare il posto di Daisy, eliminando tutto ciò che tiene unita la famiglia.

Il finale diretto da Doug Campbell porta questa strategia alle estreme conseguenze. Violet riesce quasi completamente nel proprio piano: rovina economicamente Daisy, la fa arrestare per un omicidio che non ha commesso e si inserisce sempre più profondamente nel rapporto tra Garrett e Allison. A fermarla, però, non è Garrett e neppure Daisy. È proprio Allison, la persona che Violet aveva cercato di conquistare per rendere completa la propria sostituzione della madre. Ed è questo ribaltamento a dare un significato preciso alla conclusione: Violet perde perché, nel tentativo di impossessarsi della famiglia di Garrett, sottovaluta il legame che quella famiglia possiede già.

Come finisce Ossessioni dal passato: Violet incastra Daisy e prova a prendere il suo posto

Il piano di Violet comincia molto prima dell’ultimo atto. Tornata nella vita di Garrett fingendo che il loro incontro sia casuale, la donna sfrutta la disponibilità di Daisy per entrare progressivamente nella quotidianità della famiglia. La sua strategia è particolarmente efficace perché non tenta immediatamente di sedurre Garrett. Violet cerca prima di indebolire ciò che lo circonda: compromette il lavoro di Daisy preparando una torta avvelenata destinata al suo capo, sabota la sua automobile per impedirle di raggiungere il concerto della figlia e contemporaneamente costruisce un rapporto sempre più stretto con Allison. Ogni intervento serve a far apparire Daisy meno affidabile mentre Violet diventa apparentemente indispensabile.

L’operazione più elaborata coinvolge Oliver, un truffatore che Violet conosce attraverso il proprio ex marito Mason. Dopo aver rubato le informazioni bancarie di Daisy, Violet utilizza Oliver per convincerla a investire il denaro destinato al futuro di Allison in un falso progetto finanziario. La truffa produce esattamente l’effetto desiderato: Daisy perde i propri soldi e il rapporto con Garrett entra in crisi, soprattutto perché lui l’aveva avvertita di non procedere con l’investimento. Violet non sta quindi attaccando semplicemente Daisy, ma sta costruendo una versione alternativa degli eventi nella quale è la stessa Daisy a sembrare responsabile della progressiva distruzione della propria famiglia.

Quando Oliver comincia però a ricattarla chiedendole altro denaro, Violet decide di liberarsi anche di lui. Droga Daisy attraverso un caffè, aspetta che perda conoscenza e uccide Oliver, mettendo poi l’arma nelle mani della donna. Il precedente conflitto tra Daisy e il truffatore fornisce alla polizia un movente credibile e la donna viene arrestata. A questo punto Violet sembra aver ottenuto ciò che cercava fin dall’inizio: Daisy è fisicamente fuori dalla famiglia e lei può avvicinarsi liberamente a Garrett e Allison. Ma è proprio questo successo apparente a provocare il suo errore decisivo.

Allison scopre la verità su Violet perché qualcosa nella sua storia non torna

Fino a questo momento Allison è stata una componente essenziale del piano di Violet. La donna le dedica attenzioni, la aiuta con il proprio aspetto e si presenta persino al suo concerto quando Daisy viene tenuta lontana dal sabotaggio dell’auto. Violet cerca così di creare un rapporto quasi materno con la ragazza, perché conquistare Garrett senza essere accettata da sua figlia significherebbe ottenere soltanto una parte della vita che desidera. Il problema è che Allison non rimane passiva di fronte agli eventi e comincia a osservare le incongruenze nel comportamento della nuova arrivata.

La prima vera crepa emerge quando Allison scopre che l’uomo presentato da Violet come il proprio fidanzato non esiste nella maniera in cui lei ha raccontato. Le fotografie utilizzate per costruire questa relazione sono state prese da Internet. È un dettaglio apparentemente marginale, ma cambia completamente la prospettiva della ragazza: se Violet ha inventato una parte così importante della propria vita, allora anche il suo arrivo accanto alla famiglia potrebbe non essere stato casuale. Allison entra quindi nella casa della donna alla ricerca di informazioni e trova sia un collegamento con Oliver sia l’indirizzo di Mason, l’ex marito di Violet.

È Mason a permetterle di ricostruire il pezzo mancante. L’uomo le racconta che l’ossessione di Violet per Garrett risale a molti anni prima e non si è mai realmente conclusa. Arriva persino a rivelare che Violet aveva cercato di ucciderlo dopo che lui aveva accidentalmente strappato una fotografia di Garrett. Allison comprende quindi che Daisy aveva interpretato correttamente fin dall’inizio l’invadenza della donna: Violet non si è imbattuta casualmente nel suo vecchio amore, ma è tornata deliberatamente per appropriarsi della sua vita. Anche Oliver assume finalmente un ruolo chiaro, perché Allison capisce che Violet lo aveva utilizzato per orchestrare la truffa ai danni della madre.

L’ossessione di Violet per Garrett non riguarda più l’amore ma la vita che crede di aver perso

La spiegazione del comportamento di Violet è fondamentale per comprendere perché il suo piano diventi progressivamente tanto violento. Garrett rappresenta un amore adolescenziale cristallizzato per vent’anni, ma quando Violet lo ritrova non vuole semplicemente ricostruire una relazione con lui. È ossessionata dalla possibilità di cancellare tutto ciò che è accaduto nel frattempo. Daisy diventa quindi l’incarnazione della vita che, nella mente di Violet, avrebbe dovuto appartenerle: il matrimonio, la casa, la famiglia e persino Allison.

È per questo che Ossessioni dal passato utilizza molti degli elementi classici dello stalker thriller domestico. La minaccia non arriva dall’esterno per distruggere la famiglia con la forza, ma cerca di entrarvi gradualmente, imparandone le abitudini e sfruttandone le debolezze. Violet non vuole lasciare un vuoto dopo aver eliminato Daisy. Vuole riempirlo. Il makeover di Allison, la presenza al concerto e l’apparente disponibilità verso Garrett sono quindi importanti quanto le azioni criminali, perché mostrano che la donna sta contemporaneamente demolendo Daisy e costruendo se stessa come sua possibile sostituta.

La grande contraddizione del personaggio è che questa strategia rende impossibile proprio ciò che Violet sostiene di desiderare. Garrett non potrebbe mai amarla liberamente perché per raggiungerlo lei deve manipolare ogni elemento della sua esistenza. L’ossessione ha quindi sostituito completamente il sentimento originario: Violet non ama più Garrett per ciò che è nel presente, ma per ciò che rappresenta nella storia che continua a raccontare a se stessa. La famiglia di Daisy diventa qualcosa da correggere, come se gli ultimi vent’anni fossero stati semplicemente un errore da cancellare.

Come Allison salva Garrett e Daisy nel finale di Ossessioni dal passato

Dopo aver scoperto la verità attraverso Mason, Allison telefona al padre e gli rivela ciò che ha scoperto. Garrett finalmente comprende chi sia davvero Violet e la affronta, ma la donna reagisce violentemente. Quando lui cerca di contattare la polizia, Violet lo colpisce e lo lascia privo di sensi. Il suo piano è ormai crollato: non può più fingersi amica della famiglia e non può conquistare Garrett attraverso la manipolazione, quindi rimane soltanto la violenza che aveva nascosto dietro la propria apparente gentilezza.

Quando Allison torna a casa diventa a sua volta un bersaglio. Violet cerca di eliminarla perché è ormai la persona che può distruggere definitivamente la versione dei fatti che ha costruito. Garrett riesce però a riprendersi e interviene prima che la figlia venga uccisa, colpendo Violet con una pala e mettendola fuori combattimento. La verità può così emergere: Daisy viene scagionata dall’accusa per la morte di Oliver e liberata, mentre Violet viene finalmente identificata come responsabile delle manipolazioni e dei crimini che avevano sconvolto la famiglia.

Allison riesce dunque a salvare i suoi genitori non attraverso uno scontro fisico, ma facendo qualcosa che gli adulti non erano riusciti a fare: ricostruisce l’intera storia di Violet partendo dalle sue contraddizioni. Daisy aveva intuito il pericolo ma era stata progressivamente isolata; Garrett era troppo legato al ricordo della ragazza conosciuta in gioventù per comprendere immediatamente la portata della minaccia. Allison non possiede nessuno di questi condizionamenti e può osservare Violet per quello che è realmente.

Il ritorno alla normalità sembra completo. Daisy torna dalla propria famiglia e Allison riesce infine a entrare nella scuola di moda di Parigi che desiderava frequentare. Eppure Ossessioni dal passato inserisce un ultimo dettaglio che impedisce alla conclusione di diventare completamente rassicurante: Violet continua a pensare ossessivamente a Garrett anche durante la detenzione. La famiglia è salva, ma il problema che ha generato l’intera vicenda non è realmente scomparso. Violet ha perso la possibilità di entrare nella vita di Garrett, non l’illusione che quella vita dovrebbe appartenerle. Ed è proprio questa differenza a lasciare il finale deliberatamente aperto alla possibilità che la sua ossessione possa, prima o poi, tornare a rappresentare una minaccia.

Viaggio al centro della Terra: la spiegazione del finale e cosa significa il libro che Trevor regala a Sean

Viaggio al centro della Terra porta fino alle estreme conseguenze l’idea alla base del romanzo di Jules Verne: e se ciò che consideriamo letteratura fantastica fosse invece il resoconto di qualcosa realmente esistito? Il film del 2008 diretto da Eric Brevig trasforma questa premessa in un’avventura per famiglie costruita intorno a Trevor Anderson (Brendan Fraser), suo nipote Sean (Josh Hutcherson) e la guida islandese Hannah Ásgeirsson (Anita Briem), precipitati accidentalmente in un ecosistema nascosto nelle profondità del pianeta.

Il finale concentra però tutta l’avventura su qualcosa di più personale. Trevor era partito cercando di capire cosa fosse accaduto al fratello Max, scomparso anni prima durante le sue ricerche, mentre Sean affronta il viaggio inseguendo indirettamente la figura di un padre che conosce soprattutto attraverso ciò che gli altri gli raccontano. Quando i protagonisti scoprono che Max aveva davvero raggiunto il centro della Terra, il fantastico smette di essere soltanto il motore dello spettacolo: diventa il modo attraverso cui Trevor e Sean possono finalmente confrontarsi con la sua morte.

La fuga attraverso il Vesuvio chiude quindi soltanto una parte della storia. Il vero finale arriva dopo il ritorno a casa, quando Trevor consegna a Sean un nuovo libro dedicato ad Atlantide. Quella scelta suggerisce che l’esperienza appena vissuta abbia cambiato definitivamente entrambi: Max non è più un mistero da risolvere, ma l’origine di un’eredità che Trevor e Sean possono continuare insieme.

Come finisce Viaggio al centro della Terra: Trevor, Sean e Hannah devono trovare il geyser prima che sia troppo tardi

Dopo aver trovato i resti di Max e il suo diario, Trevor comprende che il mondo sotterraneo nel quale sono precipitati sta diventando rapidamente inabitabile. Le temperature continuano ad aumentare e l’unica possibilità di fuga consiste nel raggiungere un geyser capace di proiettarli verso la superficie. La scoperta trasforma l’ultima parte del film in una corsa contro il tempo: rimanere al centro della Terra significa inevitabilmente morire.

Il percorso separa temporaneamente Sean dagli altri. Durante l’attraversamento dell’oceano sotterraneo, il ragazzo viene trascinato via insieme alla vela e deve proseguire da solo, guidato dalla piccola creatura luminescente incontrata nel sottosuolo. Superato un campo di rocce magnetiche, Sean finisce in un territorio popolato da un enorme Giganotosaurus. Trevor riesce a raggiungerlo e i due sfruttano la fragilità della muscovite sotto i loro piedi per liberarsi dell’animale, che precipita nel vuoto quando il terreno cede.

La sequenza è importante anche per il rapporto tra zio e nipote. All’inizio Trevor si ritrova Sean quasi affidato controvoglia e non possiede certamente l’istinto paterno che aveva suo fratello. Nel sottosuolo la dinamica cambia: quando Sean rimane solo, Trevor è disposto ad abbandonare la propria possibilità di fuga pur di cercarlo. La ricerca di Max si è ormai trasformata nella necessità di proteggere suo figlio.

Quando Trevor, Sean e Hannah si riuniscono, raggiungono finalmente il luogo indicato dal diario, ma scoprono che il geyser è ormai prosciugato. L’acqua esiste ancora dietro una parete rocciosa e Trevor individua nella roccia la presenza di magnesio. Utilizzando un razzo di segnalazione provoca la reazione necessaria a liberare l’acqua: il contatto con il calore genera una pressione enorme e il geyser improvvisato proietta i tre protagonisti attraverso il condotto vulcanico. La loro incredibile via d’uscita si rivela essere il Vesuvio, dal quale vengono letteralmente sparati fuori prima di precipitare in un vigneto italiano.

La morte di Max è il vero centro emotivo del finale di Viaggio al centro della Terra

Il ritorno in superficie acquista un significato diverso se letto attraverso Max. Trevor parte per l’Islanda perché alcune anomalie registrate dai suoi strumenti coincidono con le annotazioni lasciate dal fratello sulla propria copia di Viaggio al centro della Terra. Max apparteneva ai cosiddetti “Verniani”, studiosi convinti che Jules Verne non avesse semplicemente inventato il mondo descritto nel romanzo, ma avesse raccontato luoghi realmente esistenti.

Trevor inizialmente affronta questa convinzione con lo sguardo dello scienziato. Poi scopre che Max aveva ragione. Il fratello era effettivamente arrivato nel mondo sotterraneo e aveva continuato a studiarlo fino alla morte. Ritrovare il suo corpo elimina quindi l’ultima speranza di riportarlo a casa, ma contemporaneamente risolve il mistero che aveva accompagnato Trevor e Sean per anni.

È qui che il film modifica in maniera interessante il significato dell’avventura. Trevor non riesce a salvare suo fratello, ma riesce a salvare suo figlio. Quando rischia la vita per recuperare Sean, completa simbolicamente ciò che non aveva potuto fare con Max. Il rapporto tra i due diventa così molto più profondo rispetto all’inizio: Sean non è più semplicemente il nipote adolescente che Trevor deve ospitare per qualche giorno, e Trevor diventa per lui una nuova figura di riferimento.

Anche Hannah partecipa a questa elaborazione. Suo padre aveva condiviso le teorie dei Verniani e anche lei si trova quindi a confrontarsi con un’eredità familiare considerata assurda dal resto del mondo. Trevor, Sean e Hannah scoprono insieme che quelle convinzioni erano fondate. L’avventura permette così a tutti e tre di recuperare qualcosa lasciato incompiuto dalla generazione precedente.

Il finale trasforma il romanzo di Jules Verne in una mappa verso mondi che devono ancora essere scoperti

Il film di Eric Brevig prende una decisione fondamentale rispetto al romanzo: Viaggio al centro della Terra esiste anche dentro il film. I personaggi conoscono Jules Verne e leggono il suo libro. La storia cinematografica non è quindi un adattamento tradizionale, ma immagina un universo nel quale il romanzo del 1864 potrebbe essere stato ispirato da una vera esperienza.

Questo espediente consente al film di trasformare la letteratura fantastica in una specie di cartografia dell’impossibile. Trevor segue le annotazioni di Max sul romanzo e scopre che il mondo descritto da Verne esiste realmente. Il passaggio è decisivo perché cambia anche Trevor: lo scienziato che aveva bisogno di prove concrete termina il viaggio avendo personalmente verificato qualcosa che la scienza convenzionale considererebbe assurdo.

La stessa trasformazione riguarda Hannah. Le teorie sostenute da suo padre smettono di essere eccentricità e acquistano una validità che soltanto lei, Trevor e Sean possono realmente comprendere. Non sorprende quindi che, una volta tornati, Trevor e Hannah abbiano iniziato una relazione: il loro legame nasce anche dall’essere diventati custodi della medesima scoperta.

I diamanti raccolti da Sean durante il viaggio completano ironicamente questo passaggio. Dopo averne utilizzato uno per risarcire il proprietario del vigneto italiano distrutto durante il loro atterraggio, Trevor scopre che Sean ne ha portati con sé molti altri. Quelle pietre permettono di finanziare nuovamente il laboratorio di Max e di costruire una nuova vita. Il mondo fantastico che aveva causato la morte dell’uomo diventa così ciò che permette al suo lavoro di sopravvivere.

Perché Trevor regala a Sean un libro su Atlantide nel finale?

L’ultima scena contiene il vero gancio del film. Quando arriva il momento per Sean di tornare dalla madre, Trevor gli consegna una copia di Atlantis: The Antediluvian World. Il riferimento non è casuale: si tratta del celebre libro pubblicato da Ignatius L. Donnelly nel 1882, costruito intorno all’ipotesi che Atlantide fosse realmente esistita e avesse influenzato le antiche civiltà.

Dopo quello che Trevor e Sean hanno appena vissuto, il significato è evidente. Se il mondo raccontato da Jules Verne esiste davvero, quali altre storie considerate fantastiche potrebbero nascondere qualcosa di reale? Trevor non sta semplicemente regalando un libro al nipote. Gli sta proponendo implicitamente la loro prossima spedizione. Anche altre ricostruzioni del finale leggono esplicitamente il riferimento ad Atlantide come preparazione di una possibile nuova avventura.

C’è anche un piccolo dettaglio conclusivo che conferma definitivamente quanto accaduto. Sean ha nascosto nello zaino uno degli uccelli luminescenti incontrati al centro della Terra, sperando di poterlo tenere. La creatura riesce però a volare via. È una gag, ma rappresenta anche una prova vivente che il viaggio non è stato un sogno o un’esagerazione: una parte di quel mondo impossibile è arrivata fino alla superficie.

Il finale di Viaggio al centro della Terra può quindi essere letto come il passaggio da una ricerca all’altra. Trevor parte cercando Max e torna avendo trovato Sean; Sean parte con pochi ricordi del padre e torna comprendendo finalmente chi fosse. Il libro su Atlantide chiude perfettamente questo percorso perché suggerisce che l’eredità di Max non consiste nella scoperta del centro della Terra, ma nella volontà di continuare a cercare ciò che tutti gli altri considerano impossibile. L’avventura è terminata, mentre la curiosità che l’ha resa possibile è appena stata trasmessa alla generazione successiva.

Meghan Markle in trattative per entrare nel cast di The Gentlemen 3

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Meghan Markle potrebbe tornare a recitare in una serie Netflix e farlo in un progetto particolarmente inatteso. Secondo quanto riportato da Variety, la Duchessa di Sussex sarebbe infatti in trattative, ancora in una fase molto preliminare, per entrare nel cast della terza stagione di The Gentlemen, la serie creata da Guy Ritchie e ispirata all’omonimo film del 2019.

La notizia arriva a poche ore dalla rivelazione secondo cui Markle starebbe valutando un ritorno alla recitazione dopo il trasferimento nel Regno Unito. Al momento, tuttavia, la terza stagione di The Gentlemen non è stata ancora ufficialmente rinnovata da Netflix e non esiste alcun contratto tra l’attrice e la produzione. Il ruolo eventualmente destinato a Markle non è stato inoltre identificato.

Meghan Markle potrebbe tornare alla recitazione con The Gentlemen 3

The Gentlemen vede al centro Theo James nei panni di un aristocratico che eredita l’enorme proprietà del padre defunto e scopre che la tenuta nasconde un impero clandestino legato alla coltivazione e al traffico di cannabis. La prima stagione ha ottenuto un importante successo su Netflix, mentre la seconda stagione debutterà sulla piattaforma il 3 settembre 2026.

L’eventuale ingresso di Meghan Markle rappresenterebbe quindi una curiosa combinazione tra il suo ritorno alla professione che l’ha resa famosa e uno dei franchise televisivi più riconoscibili dell’universo di Guy Ritchie. Prima di entrare nella famiglia reale britannica, Markle aveva raggiunto la notorietà internazionale grazie al ruolo di Rachel Zane in Suits, interpretato per sette stagioni dal 2011 al 2018. Dopo il matrimonio con il principe Harry nel 2018, aveva sostanzialmente abbandonato la recitazione.

Il legame con Netflix renderebbe inoltre l’ipotesi particolarmente naturale. Markle e Harry hanno infatti un accordo produttivo con la piattaforma attraverso Archewell Productions. Nell’ambito della collaborazione sono stati realizzati, tra gli altri, la docuserie Harry & Meghan, Heart of Invictus e il programma lifestyle With Love, Meghan, legato anche al lancio del brand As Ever.

La trattativa, tuttavia, sarebbe ancora nelle sue primissime fasi e non vi sarebbe alcuna certezza che Markle finisca effettivamente nella serie. I rappresentanti della Duchessa e Netflix hanno scelto di non commentare la notizia.

L’indiscrezione arriva inoltre in un momento particolarmente significativo per la coppia. Mercoledì è stato annunciato che Meghan Markle e il principe Harry torneranno nel Regno Unito con i loro due figli per un periodo prolungato, dopo circa sei anni trascorsi in California. Secondo quanto riferito nelle ultime ore, Markle avrebbe ricevuto un’offerta per un ruolo in un progetto ambientato nel Regno Unito, senza che fossero inizialmente forniti ulteriori dettagli.

Se l’accordo con The Gentlemen dovesse concretizzarsi, sarebbe dunque uno dei ritorni più importanti di Markle alla recitazione dopo la sua uscita da Suits. Prima di questo eventuale progetto, l’attrice dovrebbe inoltre comparire nei panni di se stessa nella commedia Amazon MGM Close Personal Friends, insieme a Brie Larson e Lily Collins.

The Untouchables – Gli intoccabili: la spiegazione del finale e cosa significa davvero la vittoria di Eliot Ness

The Untouchables – Gli intoccabili porta apparentemente il suo conflitto verso una conclusione molto semplice: Eliot Ness riesce finalmente a sconfiggere Al Capone. Ma il finale del film di Brian De Palma non riguarda soltanto la caduta del gangster interpretato da Robert De Niro. Dopo aver trasformato la lotta al crimine in una guerra personale, Ness arriva alla fine profondamente diverso dall’uomo che aveva iniziato l’indagine. Ha ottenuto ciò che voleva, ma lo ha fatto attraversando progressivamente quella linea morale che all’inizio sembrava separarlo nettamente dagli uomini che combatteva.

È proprio questa contraddizione a rendere il finale più interessante della semplice ricostruzione della condanna di Capone. David Mamet costruisce la sceneggiatura come un racconto morale prima ancora che storico, mentre De Palma trasforma Ness, Malone, Stone e Wallace in figure quasi mitologiche. Il risultato si allontana in diversi punti dagli avvenimenti reali – che abbiamo ricostruito nel nostro approfondimento sulla vera storia di The Untouchables – Gli intoccabili – ma utilizza quelle libertà per arrivare a una domanda molto più importante: quanto può cambiare un uomo quando decide che sconfiggere il male conta più del modo in cui lo sconfigge?

Come finisce The Untouchables – Gli intoccabili: Capone viene condannato mentre Ness affronta Nitti

Il piano decisivo degli Intoccabili non consiste nel dimostrare direttamente il coinvolgimento di Al Capone negli omicidi e nella violenza che dominano Chicago, ma nell’attaccarlo sul terreno fiscale. Dopo la morte di Wallace, Ness riesce a recuperare il contabile Walter Payne e a portarlo in tribunale, dove la sua testimonianza può dimostrare l’evasione fiscale dell’organizzazione di Capone. Il processo sembra però destinato a trasformarsi nell’ennesima dimostrazione del potere del gangster: Ness scopre che la giuria è stata corrotta e comprende che una vittoria ottenuta attraverso le normali procedure rischia ancora una volta di essere impossibile. Convince quindi il giudice a scambiare la giuria con quella impegnata in un altro processo. Di fronte alla nuova situazione, l’avvocato di Capone cambia la dichiarazione del suo cliente in colpevole e il gangster viene infine condannato a undici anni di carcere.

Prima che questo accada, però, De Palma concede a Ness il suo vero confronto finale attraverso Frank Nitti, l’uomo che nel film ha assassinato Jim Malone. Durante il processo Ness scopre che Nitti porta con sé una pistola e lo fa allontanare dall’aula. L’inseguimento che segue conduce i due sul tetto del tribunale, dove Nitti rivela apertamente di aver ucciso Malone e provoca Ness sostenendo che riuscirà comunque a evitare la giustizia. Ness reagisce scaraventandolo dal tetto. È un momento decisivo perché non sta più agendo come il funzionario integerrimo visto all’inizio del film: non arresta Nitti e non permette alla legge di giudicarlo. Lo uccide deliberatamente, completando così una trasformazione che il film aveva preparato fin dall’incontro con Malone.

La vittoria su Capone e la morte di Nitti rappresentano quindi due conclusioni parallele. La prima avviene attraverso la legge, anche se Ness deve forzarne i meccanismi per impedire che vengano manipolati; la seconda avviene completamente fuori dalla legge, attraverso una vendetta personale. Gli intoccabili mette intenzionalmente queste due soluzioni una accanto all’altra perché ormai la distinzione tra Eliot Ness agente del Tesoro ed Eliot Ness uomo coinvolto nella guerra contro Capone è diventata molto meno netta. Capone perde il proprio impero, ma Ness ha dovuto sacrificare una parte dell’uomo che era per riuscire ad abbatterlo.

Il vero significato del finale di Gli intoccabili è racchiuso nella trasformazione morale di Eliot Ness

The Untouchables - Gli intoccabili

La chiave dell’intero film era stata fornita molto prima da Jim Malone, quando aveva spiegato a Ness le regole necessarie per affrontare Capone: se il criminale tira fuori un coltello, bisogna rispondere con una pistola; se manda uno dei tuoi all’ospedale, tu mandi uno dei suoi all’obitorio. Non è soltanto una battuta memorabile. È la filosofia morale sulla quale Gli intoccabili costruisce la trasformazione del protagonista. All’inizio Ness crede che l’autorità della legge sia sufficiente perché la legge rappresenta il lato giusto del conflitto. Malone gli insegna invece che, contro un sistema completamente corrotto, essere moralmente superiori non significa necessariamente essere capaci di vincere.

Il problema è che Ness assimila quella lezione fino alle sue conseguenze estreme. La morte di Malone distrugge definitivamente la distanza emotiva che ancora separava l’agente dall’indagine. Quando Nitti lo provoca sul tetto, Ness non sta più combattendo soltanto per far rispettare la legge federale: sta vendicando un amico. De Palma rende quindi deliberatamente ambigua una scena che potrebbe altrimenti funzionare come semplice catarsi. Lo spettatore desidera vedere Nitti punito perché conosce ciò che ha fatto, ma il modo in cui viene punito dimostra contemporaneamente quanto Ness sia ormai lontano dall’uomo metodico e idealista incontrato all’inizio.

È qui che assume un significato particolare anche la frase conclusiva del film. Quando un giornalista gli ricorda che il Proibizionismo potrebbe essere abolito e gli domanda cosa farà se l’alcol tornerà legale, Ness risponde semplicemente: “Credo che berrò qualcosa”. La battuta funziona come ironia, ma chiude anche il paradosso sul quale si regge l’intera vicenda. Uomini sono morti, istituzioni sono state corrotte e Ness ha trasformato la propria esistenza per combattere un impero criminale costruito intorno a qualcosa che presto potrebbe non essere più illegale. La legge cambia; ciò che è accaduto agli uomini che hanno combattuto per applicarla, invece, non può essere cancellato con altrettanta facilità.

Brian De Palma trasforma la storia vera di Eliot Ness e Al Capone in un western urbano

È importante distinguere questa conclusione dalla vera storia di Eliot Ness e Al Capone, perché Gli intoccabili non cerca realmente di essere una ricostruzione rigorosa. Capone fu effettivamente condannato per evasione fiscale e Ness partecipò alla pressione esercitata sulle attività criminali legate al Proibizionismo, ma numerosi personaggi, eventi e confronti del film sono stati modificati o inventati. Lo stesso Frank Nitti non morì precipitando da un tribunale per mano di Ness. Per approfondire cosa accadde realmente, abbiamo ricostruito separatamente la storia vera dietro The Untouchables – Gli intoccabili.

Queste differenze non rappresentano però semplicemente delle licenze spettacolari. De Palma e Mamet stanno costruendo un western dentro la Chicago del Proibizionismo. Malone è il vecchio pistolero che conosce le regole di un territorio dominato dalla violenza, Ness è l’uomo di legge costretto a impararle e Capone è il potere che ha trasformato la città nel proprio dominio. Persino la celebre sequenza della stazione ferroviaria, con la carrozzina che precipita lungo la scalinata mentre esplode la sparatoria, porta il film definitivamente fuori dai confini del realismo e dentro una concezione quasi operistica dello scontro tra ordine e caos.

Anche per questo la morte cinematografica di Nitti ha bisogno di essere diversa dalla realtà. Il film necessita di un ultimo avversario che permetta a Ness di completare personalmente il proprio percorso, perché Capone non può svolgere quella funzione: la sua sconfitta avviene in tribunale, attraverso documenti, testimonianze e procedure fiscali. Nitti diventa allora il bersaglio sul quale può scaricarsi tutta la componente emotiva accumulata dopo le morti degli uomini di Ness. La storia vera fornisce a Gli intoccabili il risultato; De Palma costruisce intorno a quel risultato una leggenda cinematografica.

Perché l’ultima battuta di Eliot Ness chiude perfettamente The Untouchables – Gli intoccabili

Il finale funziona proprio perché, una volta sconfitto Capone, De Palma non concede a Ness una vera celebrazione. Il protagonista lascia il tribunale, risponde ai giornalisti e si prepara semplicemente ad andare avanti. Gli Intoccabili, come gruppo, praticamente non esistono più: Wallace e Malone sono morti, George Stone proseguirà il proprio percorso e Ness ha portato a termine la missione che aveva progressivamente assorbito ogni altro aspetto della sua vita. Non c’è più nulla da conquistare.

La battuta sul bere riporta quindi il personaggio alla normalità con un’ironia quasi amara. Se il Proibizionismo finisce, la battaglia che ha definito quella fase della sua esistenza perde improvvisamente la propria ragione istituzionale. Ma questo non rende inutile ciò che Ness ha fatto: Capone non rappresentava soltanto il commercio illegale di alcol, bensì un sistema nel quale denaro, intimidazione e violenza avevano reso la legge quasi impotente. La vera vittoria degli Intoccabili consiste nell’aver dimostrato che quel sistema poteva essere spezzato.

Rimane però una contraddizione che il film saggiamente non risolve. Ness ha sconfitto Capone imparando progressivamente a combattere secondo le regole del mondo di Capone. Non diventa come lui, perché le motivazioni e i limiti morali restano radicalmente differenti, ma non è nemmeno più l’uomo convinto che basti rispettare le procedure per far trionfare la giustiziaÈ questa trasformazione, molto più della condanna del gangster, a chiudere davvero The Untouchables – Gli intoccabili: Capone finisce dietro le sbarre, mentre Ness esce dal tribunale sapendo finalmente quanto può costare essere uno degli “intoccabili”.

Lioness 3 prepara un finale esplosivo: una star anticipa fin dove si è spinto Taylor Sheridan

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Lioness 3 è arrivata a metà del suo percorso, ma il cast sta già preparando il pubblico a ciò che accadrà nel finale. Dopo le anticipazioni di altri protagonisti della serie Paramount+, anche Dave Annable ha parlato dell’episodio conclusivo della terza stagione, spiegando come Taylor Sheridan abbia sfruttato quanto costruito nei primi due capitoli per portare questa volta la storia in una direzione molto più intensa.

Intervistato da ScreenRant, Annable ha definito la terza stagione la sua preferita fino a questo momento, sottolineando come le prime due siano servite a Sheridan per definire i personaggi, le loro relazioni e il mondo nel quale operano. Una preparazione che avrebbe consentito alla serie di premere ora sull’acceleratore, conducendo tutte queste dinamiche verso un punto di rottura nel finale previsto per il 20 settembre.

Le dichiarazioni dell’attore sono particolarmente interessanti perché suggeriscono che l’intensità di Lioness 3 non dipenda semplicemente da missioni più spettacolari. La stagione sembra piuttosto intenzionata a far pagare ai personaggi le conseguenze di quanto costruito negli ultimi anni, facendo convergere la dimensione professionale e quella privata di Joe McNamara. È proprio questo equilibrio ad aver distinto Lioness dagli altri thriller di spionaggio di Sheridan.

Lioness 3 sta portando Joe al limite dopo quanto accaduto nelle prime due stagioni

La seconda stagione aveva già sottoposto la squadra a una pressione enorme. La missione per impedire ad alcuni scienziati nucleari di raggiungere la base di Isfahan aveva portato allo schianto dell’elicottero di Josie e al suo grave ferimento, mentre Pablo era arrivato a uccidere suo fratello. Il finale aveva però concesso a Joe McNamara, interpretata da Zoe Saldaña, un momento apparentemente più intimo: il ritorno a casa dal marito Neil.

Quella tregua è durata pochissimo. All’inizio della terza stagione Joe viene rapita e torturata, riportando immediatamente il personaggio dentro quella spirale di violenza dalla quale sembrava aver tentato di allontanarsi. Il rapporto tra Joe e Neil è diventato così ancora più importante, perché rappresenta una delle poche connessioni rimaste tra la protagonista e una vita esterna alle operazioni clandestine.

È qui che le parole di Annable sul lavoro compiuto da Sheridan nelle prime due stagioni acquistano maggiore significato. Lioness ha dedicato molto tempo a mostrare quanto sia difficile separare missione, famiglia e identità personale. Se tutto questo è davvero destinato a “venire al pettine” nel finale, come anticipato dall’attore, l’episodio conclusivo potrebbe essere importante soprattutto per le conseguenze sui protagonisti, più che per la portata della missione in sé.

La terza stagione sta intanto ottenendo riscontri importanti. Il debutto ha attirato oltre 7 milioni di spettatori nella prima settimana, mentre la stagione registra attualmente l’85% di recensioni positive su Rotten Tomatoes. Annable ha inoltre espresso la speranza che il gruppo possa continuare oltre questo capitolo. Il vero interrogativo, quindi, potrebbe non essere soltanto quanto sarà esplosivo il finale di Lioness 3, ma in quali condizioni lascerà Joe e gli altri personaggi qualora Taylor Sheridan abbia già iniziato a preparare il terreno per il futuro della serie.

Crystal Lake, la serie prequel di Venerdì 13, arriverà prima del previsto per alcuni fortunati fan

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Il ritorno dell’universo di Venerdì 13 è più vicino del previsto, almeno per una parte del pubblico. Crystal Lake, l’attesa serie prequel legata alla saga horror di Jason Voorhees, avrà infatti una speciale anteprima che permetterà di vedere il primo episodio prima del debutto ufficiale.

Come annunciato dal New York Comic Con, la première di Crystal Lake sarà proiettata in esclusiva durante l’edizione 2026 della convention. L’appuntamento è fissato per l’8 ottobre, dalle 18:30 alle 20:00, sull’Empire Stage, dove i presenti potranno assistere a un primo sguardo completo alla nuova produzione televisiva ambientata nell’universo di Venerdì 13.

La precisazione è quindi importante: non si tratta di un’anticipazione della distribuzione generale della serie, ma di una proiezione riservata al pubblico del NYCC. La scelta resta però significativa perché indica che almeno il primo episodio sarà ormai in uno stato sufficientemente avanzato da essere mostrato pubblicamente, avvicinando concretamente Crystal Lake al suo debutto dopo il lungo percorso produttivo che ha accompagnato il progetto.

Crystal Lake può finalmente riportare Venerdì 13 oltre Jason Voorhees

Il titolo stesso suggerisce quanto la serie voglia ampliare la mitologia della saga. Crystal Lake è il luogo attorno al quale ruota l’intera storia dei Voorhees, molto prima che Jason diventasse l’inarrestabile assassino con la maschera da hockey entrato nell’immaginario collettivo. Utilizzare una serie televisiva permette quindi di esplorare quel mondo con uno spazio narrativo che i film raramente hanno avuto.

Ed è proprio questo l’aspetto che rende Crystal Lake particolarmente interessante. Venerdì 13 è stato costruito per decenni attorno a una formula estremamente riconoscibile: un gruppo di giovani, un luogo isolato e Jason pronto a eliminarli uno dopo l’altro. Un prequel può invece interrogarsi su come Crystal Lake sia diventato Crystal Lake, approfondendo la famiglia Voorhees e gli eventi che hanno alimentato la leggenda del luogo.

L’anteprima del New York Comic Con diventerà quindi il primo vero banco di prova per questa nuova interpretazione del franchise. Dopo anni in cui Venerdì 13 è rimasto sostanzialmente lontano dagli schermi, Crystal Lake ha l’opportunità di dimostrare che la saga può funzionare anche senza limitarsi a riprodurre la struttura degli slasher originali.

Per tutti gli altri spettatori bisognerà invece attendere: la proiezione dell’8 ottobre rappresenta un evento esclusivo e non equivale al debutto pubblico della serie. Ma vedere finalmente un episodio completo davanti a un pubblico sarà comunque un passaggio importante per uno dei ritorni horror più attesi.

God of War cambia Kratos: Prime Video sceglie uno degli attori più richiesti dai fan

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La serie live-action di God of War ha ufficialmente un nuovo Kratos. Prime Video ha scelto Dave Bautista per interpretare il protagonista dell’adattamento del celebre franchise PlayStation, sostituendo Ryan Hurst e affidando così uno dei personaggi più importanti del progetto a un attore che da tempo figurava tra le scelte preferite dei fan.

Il cambio è stato reso necessario da un serio infortunio subito da Ryan Hurst, annunciato come Kratos nel gennaio 2026. L’attore si è lesionato un bicipite durante le riprese e ha dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico, rinunciando al ruolo per affrontare il recupero. Le indiscrezioni delle ultime settimane indicavano già Bautista come principale candidato alla sostituzione e ora l’accordo con Prime Video è stato finalizzato.

Non si tratta però soltanto di un’importante operazione di casting. L’arrivo di Bautista obbligherà la produzione a tornare su parte del materiale già realizzato, con le scene girate da Hurst che dovranno essere rifatte. Considerando che Prime Video ha programmato due stagioni da realizzare consecutivamente, la priorità sembra essere quella di preservare la continuità del progetto anche a costo di intervenire pesantemente sul calendario produttivo.

Dave Bautista può dare a Kratos qualcosa che va oltre la forza fisica

Dave Bautista
Foto di Luigi de Pompeis © Cinefilos.it

La scelta di Bautista appare immediatamente comprensibile dal punto di vista fisico, ma è probabilmente la sua evoluzione come interprete a renderlo particolarmente interessante per Kratos. Negli ultimi anni l’ex wrestler ha cercato con decisione ruoli capaci di andare oltre la sua imponenza, mostrando una componente più introspettiva e vulnerabile che potrebbe diventare fondamentale per questa versione del Fantasma di Sparta.

La serie sarà infatti basata principalmente sul God of War del 2018, quindi su un Kratos molto diverso dal guerriero dominato dalla rabbia dei primi videogiochi. Dopo essersi stabilito nel mondo della mitologia norrena, il protagonista intraprende insieme al figlio Atreus un viaggio per disperdere le ceneri della moglie Faye dalla vetta più alta dei Nove Regni. Il rapporto tra padre e figlio rappresenta il vero centro emotivo della storia.

Bautista sarà affiancato da Callum Vinson nei panni di Atreus, mentre il cast comprende Teresa Palmer come Sif, Max Parker come Heimdall, Ólafur Darri Ólafsson come Thor, Mandy Patinkin come Odin, Ed Skrein come Baldur, Louis Cunningham come Modi e Island Austin come Thrud. Un ensemble che conferma l’ambizione con cui Prime Video sta costruendo l’universo norreno della serie.

Le riprese, iniziate originariamente a Vancouver a febbraio, dovrebbero ripartire entro circa un mese. Al momento God of War non ha ancora una data di uscita ufficiale, anche se il debutto era stato ipotizzato per il 2027. La necessità di rigirare le sequenze già completate potrebbe incidere sulle tempistiche. Prime Video sembra però aver fatto una scelta precisa: meglio rallentare la produzione che compromettere un personaggio destinato a sostenere almeno due stagioni. E con Bautista, il nuovo Kratos potrebbe avere finalmente un interprete capace di restituirne non soltanto la potenza, ma soprattutto il peso emotivo.

Odissea di Christopher Nolan entra nella storia del box office con un nuovo record

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Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan continua una corsa al box office che, a poco più di un mese dall’uscita, ha ormai assunto dimensioni storiche. Dopo aver superato il miliardo di dollari e aver stabilito diversi primati nel circuito IMAX, il kolossal con Matt Damon ha raggiunto un nuovo traguardo che lo porta davanti ad alcuni dei più grandi successi cinematografici degli ultimi anni.

Secondo i dati riportati da The Numbers, Odissea ha raggiunto 1,349 miliardi di dollari al box office mondiale, grazie a 512,8 milioni incassati sul mercato nordamericano e altri 836,5 milioni provenienti dai mercati internazionali. Il risultato permette al film di Nolan di superare Deadpool & Wolverine, fermo a 1,338 miliardi, diventando così il film vietato ai minori (R-rated negli Stati Uniti) con il maggiore incasso mondiale della storia, senza considerare l’inflazione.

Il dato è ancora più significativo perché arriva mentre L’Odissea sta entrando soltanto nel suo secondo mese di programmazione. Il film aveva già conquistato altri record, diventando il maggiore successo della carriera di Nolan, il film IMAX con il maggiore incasso di sempre e il quinto titolo del 2026 capace di superare il miliardo. Più che un singolo primato, quindi, quello di L’Odissea sta diventando un caso industriale: un film adulto, lungo e costruito intorno alla visione autoriale di un regista sta ottenendo numeri normalmente associati ai più grandi franchise commerciali.

Odissea supera Deadpool & Wolverine e stabilisce un primato difficile da battere

Prima dell’arrivo del film di Nolan, il record apparteneva a Deadpool & Wolverine. Il cinecomic Marvel aveva conquistato il primato nel 2024 con 1,338 miliardi di dollari, superando a sua volta Joker, che nel 2019 aveva raggiunto 1,079 miliardi. Sono numeri che mostrano quanto sia raro per una produzione classificata R negli Stati Uniti avvicinarsi agli incassi dei blockbuster destinati a un pubblico più ampio.

Nolan occupa ora anche due posizioni tra i maggiori successi R-rated della storia. Oltre a L’Odissea, infatti, Oppenheimer aveva raggiunto circa 928 milioni di dollari nel 2023. Nessun altro regista può vantare due film nella Top 10 mondiale di questa particolare classifica.

Il risultato assume ancora più peso considerando il costo del progetto. L’Odissea avrebbe avuto un budget vicino ai 250 milioni di dollari e, ipotizzando una soglia di pareggio attorno ai 625 milioni, il film ha ormai più che raddoppiato quella cifra. E la sua permanenza nelle sale non è ancora terminata.

Difficile anche individuare nell’immediato un film capace di sottrargli il primato. Tra i progetti futuri, uno dei candidati potenzialmente più forti potrebbe essere The Resurrection of the Christ: Part One, seguito de La passione di Cristo, anche se la classificazione americana del film non è stata ancora ufficializzata. Nel frattempo, L’Odissea può continuare ad aumentare il proprio vantaggio, trasformando un record appena conquistato in un traguardo che potrebbe resistere per anni.

The Pitt 3 amplia ancora il cast: sette nuovi personaggi potrebbero complicare il prossimo turno

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The Pitt 3 continua a prendere forma e prepara un importante rinnovamento del personale e dei pazienti del Pittsburgh Trauma Medical Center. La serie medical di HBO Max ha aggiunto sette nuovi attori al cast della prossima stagione, tra cui Stephen Chang, volto noto ai fan di The Last of Us, mentre almeno due dei nuovi ingressi avranno ruoli direttamente collegati alla struttura dell’ospedale.

Secondo quanto riportato da Deadline, insieme a Chang arriveranno Barry Clifton, Chris Diamantopoulos, Lawrence Kao, Brent Sexton, JB Tadena e Hannah Ware. Chang, Clifton, Kao, Sexton e Ware interpreteranno alcuni dei pazienti che arriveranno al pronto soccorso, mentre Diamantopoulos sarà il dottor Asher Grossman, Chief Medical Officer del Pittsburgh Trauma Medical Center. Tadena vestirà invece i panni del dottor Reed Thomas, nuovo medico dell’ospedale.

L’ingresso più interessante potrebbe essere proprio quello di Diamantopoulos. The Pitt utilizza spesso i nuovi personaggi non soltanto per ampliare il cast, ma per introdurre problemi capaci di attraversare l’intero turno ospedaliero. Portare nella terza stagione una figura che occupa uno dei livelli più alti della gerarchia del PTMC suggerisce che le tensioni non riguarderanno soltanto i casi clinici, ma potrebbero investire direttamente Robby e le decisioni prese dal personale del pronto soccorso.

Il nuovo Chief Medical Officer potrebbe diventare centrale in The Pitt 3

robby abbraccia abbot In The Pitt - stagione 2

La presenza del dottor Asher Grossman acquista particolare peso considerando dove The Pitt ha lasciato alcuni dei suoi protagonisti. Nel finale della seconda stagione, il dottor Michael “Robby” Robinavitch, interpretato da Noah Wyle, aveva infatti minacciato di informare la direzione del disturbo convulsivo della dottoressa Al-Hashimi qualora fosse stata lei stessa a non comunicarlo. L’arrivo del Chief Medical Officer offre quindi alla serie il personaggio ideale per portare quella vicenda dal piano personale a quello istituzionale.

Ma Grossman potrebbe avere una funzione ancora più ampia. La terza stagione dovrebbe mostrare Robby alle prese con alcuni dei propri demoni, e una figura dirigenziale presente direttamente nella narrazione può diventare il contrappeso necessario a un protagonista abituato a esercitare una grande autorità all’interno del pronto soccorso. Se le sue decisioni dovessero diventare più controverse, questa volta potrebbe esserci qualcuno sopra di lui chiamato a valutarle.

Il cast principale vedrà comunque il ritorno di gran parte dei protagonisti, tra cui Noah Wyle, Katherine LaNasa, Sepideh Moafi, Patrick Ball, Isa Briones, Taylor Dearden, Fiona Dourif e Gerran Howell. Shawn Hatosy continuerà inoltre ad apparire nei panni del dottor Jack Abbot, mentre Ayesha Harris, interprete della dottoressa Parker Ellis, è stata promossa a presenza regolare. Victoria Javadi tornerà, ma la sua rotazione in psichiatria dovrebbe portarla temporaneamente fuori dal pronto soccorso.

Resta invece importante l’assenza di Supriya Ganesh nei panni della dottoressa Samira Mohan, una scelta che ha suscitato diverse reazioni tra gli spettatori. Noah Wyle ha già spiegato come cambiamenti e uscite dal cast saranno inevitabili con il proseguire della serie. È un elemento coerente con la natura stessa di The Pitt: il PTMC deve poter cambiare personale, pazienti e gerarchie senza perdere il proprio centro narrativo. La terza stagione sembra intenzionata a mettere alla prova proprio questa capacità, facendo evolvere l’ospedale mentre Robby e gli altri continuano a lavorare al suo interno.

Avengers: Doomsday, Marvel lancia un podcast settimanale in vista del film

Avengers: Doomsday si prepara a diventare il grande evento con cui Marvel Studios porterà la Multiverse Saga verso la sua fase decisiva e, per accompagnare il pubblico verso l’uscita del film, lo studio ha annunciato un nuovo appuntamento settimanale. Dal 27 agosto debutterà infatti Countdown to Avengers: Doomsday Official Podcast, condotto da Iman Vellani, interprete di Kamala Khan/Ms. Marvel, insieme a Frank Alvarez. La serie ripercorrerà alcuni dei momenti più importanti della storia del Marvel Cinematic Universe in vista dell’arrivo del nuovo film.

L’annuncio è arrivato direttamente da Marvel, che ha confermato che il podcast sarà disponibile su Disney+, sul canale YouTube Marvel e su alcune piattaforme audio selezionate. Vellani e Alvarez accompagneranno gli spettatori attraverso quelli che vengono definiti alcuni dei momenti più iconici degli ultimi 18 anni del MCU. La scelta di Vellani è particolarmente significativa: l’attrice ha debuttato come Kamala nella serie Ms. Marvel del 2022 e ha poi ripreso il ruolo in The Marvels, oltre ad aver prestato la voce a una versione alternativa del personaggio in Marvel Zombies.

L’iniziativa arriva mentre il pubblico attende il debutto completo di Robert Downey Jr. nei panni di Doctor Doom, dopo il cameo del personaggio in The Fantastic Four: First Steps. Avengers: Doomsday riunirà inoltre Avengers, New Avengers, Fantastici Quattro e gli “originali” X-Men, trasformando il film in uno dei più grandi crossover mai costruiti dal MCU. Il podcast non sembra quindi essere soltanto un contenuto promozionale: è un modo per ricostruire la memoria collettiva del franchise prima che la storia entri in una fase completamente nuova.

Il podcast di Avengers: Doomsday può preparare il pubblico al passaggio dal MCU dei Kang alla nuova era di Doctor Doom

La scelta di ripercorrere la storia del MCU prima di Doomsday assume un significato particolare considerando quanto sia cambiato il progetto negli ultimi anni. Il film era infatti stato annunciato originariamente come Avengers: The Kang Dynasty, con Jonathan Majors destinato a interpretare le diverse varianti di Kang il Conquistatore dopo le apparizioni in Loki e Ant-Man and the Wasp: Quantumania. Il licenziamento di Majors da parte di Marvel Studios nel dicembre 2023, dopo la condanna per due capi di imputazione minori relativi a molestie e aggressione, ha contribuito a rendere necessario un profondo ripensamento della direzione narrativa.

La scelta è infine caduta su Doctor Doom, affidato proprio a Robert Downey Jr., creando una delle operazioni più delicate dell’attuale MCU. Il ritorno dell’attore che ha interpretato Tony Stark per oltre un decennio permette infatti a Marvel di utilizzare un volto immediatamente riconoscibile, ma contemporaneamente introduce un personaggio completamente diverso. La domanda centrale rimane quindi quale sarà il rapporto tra l’identità di Downey e quella di Doom e quanto il film giocherà sulla memoria del pubblico legata a Iron Man.

In questo senso, il podcast potrebbe avere una funzione narrativa indiretta. Ripercorrere i momenti fondamentali del MCU significa riportare l’attenzione su personaggi, sacrifici e conflitti che hanno costruito l’universo prima dell’arrivo di Doom. Prima di presentare il nuovo grande antagonista, Marvel sembra voler ricordare al pubblico ciò che è in gioco.

Anche la scelta di Iman Vellani è interessante. Kamala Khan appartiene alla generazione più recente di eroi del MCU e, pur non essendo annunciata nel cast di Doomsday, rappresenta perfettamente il passaggio tra la vecchia e la nuova generazione. La sua presenza nel podcast consente a Marvel di mantenere il personaggio all’interno dell’ecosistema promozionale del franchise anche in assenza di una partecipazione al film.

Non è infatti previsto, almeno per il momento, che Vellani torni nei panni di Kamala in Avengers: Doomsday, e Marvel non ha annunciato quando la sua versione di Ms. Marvel tornerà sullo schermo. La scelta di coinvolgerla come conduttrice permette però di tenere vivo il legame con uno dei personaggi introdotti dopo la conclusione della Infinity Saga, proprio mentre il MCU prepara un nuovo gigantesco crossover.

Il progetto assume quindi un valore più ampio rispetto al semplice conto alla rovescia verso l’uscita. Countdown to Avengers: Doomsday può diventare una sorta di percorso di memoria attraverso il quale Marvel ricompone il proprio passato prima di modificarne nuovamente gli equilibri. Con Doctor Doom destinato a prendere il posto di Kang come grande minaccia della Multiverse Saga e con il ritorno contemporaneo di personaggi provenienti da angoli differenti dell’universo Marvel, il passato del MCU potrebbe essere la chiave per comprendere quanto sarà davvero radicale il prossimo capitolo.

Cosa sappiamo di Avengers: Doomsday

Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars arriveranno in sala rispettivamente il 18 dicembre 2026, e il 17 dicembre 2027. Entrambi i film saranno diretti da Joe e Anthony Russo, che tornano anche nel MCU dopo aver diretto Captain America: The Winter Soldier, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

La sinossi ufficiale conferma il ritorno di Robert Downey Jr. all’interno dell’universo Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al momento sotto riserbo. Stephen McFeely e Michael Waldron risultano accreditati come sceneggiatori.

Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.

Sono confermati nel cast del film (per ora): Paul Rudd (Ant-Man), Simu Liu (Shang-Chi), Tom Hiddleston (Loki), Lewis Pullman (Bob/Sentry), Florence Pugh (Yelena), Danny Ramirez (Falcon), Ian McKellen (Magneto), Sebastian Stan (Bucky), Winston Duke (M’Baku), Chris Hemsworth (Thor), Kelsey Grammer Bestia), James Marsden (Ciclope), Channing Tatum (Gambit), Wyatt Russell (U.S. Agent), Vanessa Kirby (Sue Storm), Rebecca Romijn (Mystica), Patrick Stewart (Professor X), Alan Cumming (Nightcrawler), Letitia Wright (Black Panther), Tenoch Huerta Mejia (Namor), Pedro Pascal (Reed Richards), Hannah John-Kamen (Ghost), Joseph Quinn (Johnny Storm), David Harbour (Red Guardian), Robert Downey Jr. (Dottor Destino), Ebon Moss-Bachrach (La Cosa), Anthony Mackie (Captain America), Hayley Atwell (Peggy Carter) e Chris Evans (Steve Rogers).

3 film sui dinosauri da non perdere, oltre a Jurassic Park

3 film sui dinosauri da non perdere, oltre a Jurassic Park

Negli ultimi trent’anni e oltre, il pubblico ha nutrito una vera e propria fascinazione per i film incentrati sui dinosauri. Jurassic Park è stato probabilmente il primo titolo a dare il via a questa passione decennale tra i fan e queste creature preistoriche, tanto che il franchise continua ad avere successo ancora oggi.

Anche se i film più recenti di Jurassic Park (o Jurassic World) non hanno ricevuto recensioni entusiastiche, il pubblico continua ad accorrere in massa al cinema. Ad esempio, l’ultimo film della saga, Jurassic World: la Rinascita, è stato uno dei titoli con i maggiori incassi del 2025, raggiungendo oltre 870 milioni di dollari al botteghino mondiale.

L’accoglienza (in qualche modo) negativa riservata ai recenti film di Jurassic Park ha aperto la strada ad altre storie incentrate sui dinosauri. È il caso di La fine di Oak Street, uscito nelle sale lo scorso fine settimana e interpretato da Anne Hathaway e Ewan McGregor.

La fine di Oak Street non è però l’unico film sui dinosauri, al di fuori di Jurassic Park, che vale la pena vedere. Negli ultimi decenni, sono usciti molti film sui dinosauri che sono stati spesso trascurati, ma che meritano comunque di essere riscoperti.

65 – Fuga dalla Terra

65 - Fuga dalla terra spiegazione finale film65 vede Adam Driver nei panni di un pilota che precipita su un pianeta dominato dai dinosauri. Non solo, ma questo pianeta è in realtà la Terra, 65 milioni di anni fa. È accompagnato da una giovane ragazza, interpretata da Arianna Greenblatt, e insieme i due devono lottare per sopravvivere contro le pericolose creature che camminano al loro fianco.

Uno degli aspetti più interessanti di 65 è l’ambientazione. A differenza di Jurassic Park, ambientato ai giorni nostri, 65 si svolge decine di milioni di anni fa, in un’epoca in cui non ci sono esseri umani oltre ai personaggi di Driver e Greenblatt. Questo rende gli eroi ancora più isolati: non riceveranno alcun aiuto e non c’è una via d’uscita facile da questa situazione.

Questo conferisce a 65 un tocco alla “Il pianeta delle scimmie”. In quel film, realizzato negli anni ’60, lo shock finale deriva dal fatto che gli eventi si svolgono sulla Terra anziché su un pianeta alieno. Il design futuristico di 65 gli conferisce un’atmosfera aliena simile, con la differenza che è ambientato decine di milioni di anni prima.

Alla ricerca della Valle Incantata

Alla ricerca della Valle IncantataAlla ricerca della Valle Incantata è un film d’animazione uscito nel 1988. Potrebbe non essere famoso come “Jurassic Park” o altri film con protagonisti i dinosauri, ma ha comunque molto da offrire in termini di fascino e intrattenimento. Il film segue un gruppo di giovani dinosauri nel loro viaggio verso la Grande Valle, cercando di sfuggire a un pericoloso predatore a caccia.

Alla ricerca della Valle Incantata merita di essere visto non solo per la sua eccellente animazione 2D, ma anche per la sua profondità emotiva. La storia è toccante e continua a emozionare il pubblico da decenni, fin dalla sua uscita.

La fine di Oak Street

La fine di Oak Street spiegazione finale filmLa fine di Oak Street riprende un’idea originariamente presentata nel secondo film di Jurassic Park e la sviluppa ulteriormente. In Il mondo perduto, uscito nel 1997, i dinosauri si ritrovano nel bel mezzo di una periferia americana, seminando il caos in città. Questo ha portato ad alcune immagini straordinarie, come un T-Rex che attraversa la finestra della camera di un bambino, guardandolo minacciosamente.

La fine di Oak Street segue una famiglia il cui quartiere viene trasportato indietro nel tempo, nell’era preistorica. Di conseguenza, ogni sorta di dinosauro pericoloso si aggira per le loro strade. La famiglia, guidata da Anne Hathaway e Ewan McGregor, deve quindi lottare per la sopravvivenza, cercando al contempo una via d’uscita per tornare al 1982.

Resident Evil: il reboot sembra rivelare un enorme cambiamento nella storia di Raccoon City in un nuovo filmato

Il nuovo Resident Evil di Zach Cregger potrebbe introdurre una modifica importante alla mitologia della saga. Un nuovo spot del film, in arrivo nelle sale il 18 settembre 2026, mostra infatti il personaggio interpretato da Austin Abrams alle prese con un cane mutato che presenta dei tentacoli fuoriusciti dalla bocca. Un dettaglio apparentemente secondario che potrebbe invece suggerire una contaminazione legata alle Las Plagas, i parassiti introdotti nel quarto capitolo videoludico della serie.

GUARDA IL NUOVO SPOT DI RESIDENT EVIL

Il film rappresenta il secondo reboot cinematografico del franchise ispirato ai videogiochi Capcom e vede Cregger, regista di Weapons, impegnato anche come co-sceneggiatore. La storia segue un corriere medico, interpretato da Abrams, la cui consegna al General Hospital di Raccoon City si trasforma in una lotta per la sopravvivenza quando un misterioso contagio trasforma gli abitanti della città in creature mostruose. Nel nuovo spot, il cane che attacca il protagonista presenta caratteristiche molto simili ai Colmillos di Resident Evil 4, anche se con una differenza significativa rispetto alla loro versione videoludica.

Il riferimento alle Las Plagas è particolarmente interessante perché nei videogiochi non hanno alcun ruolo nell’epidemia originale di Raccoon City. I primi capitoli collegano infatti la distruzione della città alla diffusione dei virus G e T, mentre le Las Plagas vengono introdotte soltanto con Resident Evil 4, ambientato anni dopo gli eventi di Raccoon City e in Spagna. Se il nuovo film dovesse effettivamente collegare il parassita alla catastrofe del 1998, Cregger non starebbe quindi semplicemente inserendo un Easter egg: starebbe modificando una delle coordinate fondamentali della storia della saga.

Il cane simile ai Colmillos può collegare Resident Evil 4 alla nuova epidemia di Raccoon City

I cani mutati sono una presenza storica nell’universo di Resident Evil. Fin dal primo videogioco del 1996, i cani infetti sono stati utilizzati come alcune delle creature più riconoscibili della serie, soprattutto per creare improvvisi jump scare e momenti di tensione. Nelle prime avventure ambientate a Raccoon City erano soprattutto i Dobermann trasformati in creature aggressive a rappresentare questa minaccia, mentre con l’evoluzione della saga sono comparsi altri tipi di canidi mutati.

I Colmillos rappresentano una delle varianti più celebri. Presenti in Resident Evil 4, sono cani infettati dalle Las Plagas e caratterizzati dalla comparsa di appendici tentacolari. Il nuovo spot del film di Cregger sembra richiamare proprio questo design: i tentacoli della creatura fuoriescono dalla bocca e vengono utilizzati per afferrare il braccio del personaggio di Abrams. C’è però una differenza rispetto ai videogiochi: nei giochi originali e nel remake del 2023, le appendici dei Colmillos emergono dalla parte posteriore del corpo.

Questo particolare rende difficile stabilire se il cane sia davvero un Colmillos o se Cregger abbia semplicemente utilizzato l’estetica della creatura come riferimento. Il regista ha già dichiarato che Resident Evil 4 è stata una delle principali fonti d’ispirazione per il reboot e che il film conterrà numerosi Easter egg destinati ai giocatori. È quindi perfettamente possibile che la creatura sia soltanto un omaggio visivo.

Ma esiste una seconda possibilità, narrativamente molto più importante: Cregger potrebbe utilizzare Resident Evil 4 per riscrivere il passato della saga. Se le Las Plagas fossero effettivamente presenti a Raccoon City, l’epidemia raccontata nel film non sarebbe più soltanto una nuova versione della diffusione dei virus già conosciuti, ma il risultato di una contaminazione molto più complessa.

Una scelta del genere avrebbe conseguenze enormi anche in prospettiva. Nei videogiochi, la distruzione di Raccoon City rappresenta uno spartiacque fondamentale per l’universo di Resident Evil: la città viene infine distrutta da un’esplosione nucleare nel tentativo di fermare l’epidemia e gli eventi sono principalmente legati ai virus G e T. Inserire le Las Plagas prima della loro introduzione ufficiale significherebbe quindi creare una nuova continuità cinematografica, nella quale gli elementi dei diversi capitoli possono essere anticipati, combinati e modificati.

La cosa potrebbe avere senso anche guardando al futuro del franchise cinematografico. Cregger non ha nascosto il proprio interesse per i videogiochi e, se il reboot dovesse funzionare al botteghino, una delle priorità potrebbe essere costruire una saga cinematografica più ampia. Anticipare le Las Plagas potrebbe diventare allora un modo per seminare elementi destinati a svilupparsi nei sequel, senza essere vincolati alla cronologia dei giochi.

In quest’ottica, il cane dello spot potrebbe rappresentare molto più di un semplice mostro. Potrebbe essere il primo indizio di un Resident Evil che non vuole adattare fedelmente un singolo videogioco, ma costruire una propria versione della mitologia di Capcom, prendendo creature, virus e idee da diversi capitoli e ricombinandoli all’interno della storia di Raccoon City. Per ora non esiste una conferma ufficiale che le Las Plagas siano davvero coinvolte, ma il dettaglio dello spot rende questa una delle possibilità più interessanti da tenere d’occhio prima dell’uscita del film.

Ecco chi potrebbe diventare il vero villain degli X-Men dopo Spider-Man: Brand New Day

Spider-Man: Brand New Day potrebbe aver introdotto molto più di un semplice nuovo antagonista per Peter Parker. Sebbene Jean Grey, interpretata da Sadie Sink, venga presentata inizialmente come la principale minaccia del film, il vero villain emerge nel corso dell’ultimo atto: Bill Metzger, direttore del Department of Damage Control interpretato da Trammell Tillman. E il suo destino volutamente ambiguo potrebbe preparare il terreno per un ruolo molto più importante nel futuro del MCU, soprattutto in relazione agli X-Men.

Metzger è infatti il responsabile della parte più oscura delle operazioni del DODC. Nel corso del film viene rivelato che ha insabbiato il rapimento di Sara Grey, sorella di Jean, con l’obiettivo di replicare le sue capacità telepatiche e metterle a disposizione del governo. Gli esperimenti hanno però provocato la morte di Sara e Metzger ha successivamente manipolato Spider-Man affinché lo aiutasse a catturare Jean, nella speranza di poter ripetere su di lei lo stesso processo. Alla fine Jean, dopo aver scoperto la verità e aver visto i propri poteri evolversi enormemente a causa del trauma, riesce a immobilizzare l’intero DODC.

La cosa più importante, però, è che Metzger non viene realmente sconfitto. Jean gli risparmia la vita, ma il personaggio riesce a fuggire durante il caos successivo e risulta ancora ricercato mentre Yelena Belova collabora con le autorità per portare alla luce le sue attività illegali. Una conclusione del genere difficilmente sembra casuale. Se il film avesse voluto chiudere definitivamente la storia di Metzger, avrebbe potuto mostrarne l’arresto o la morte. Lasciarlo in fuga significa invece mantenere aperta una precisa possibilità narrativa.

Bill Metzger può diventare il collegamento tra Spider-Man e il futuro degli X-Men nel MCU

La direzione più interessante per Metzger è quella che lo trasformerebbe in un antagonista ricorrente degli X-Men. Il personaggio è infatti costruito intorno a un’idea profondamente anti-mutante: secondo la sua visione, persone giovani e impreparate dotate di poteri straordinari rappresentano un pericolo che deve essere controllato. La soluzione individuata da Metzger consiste nel contenere queste capacità e, soprattutto, nel replicarle affinché possano essere utilizzate da persone che considera più adatte a gestirle.

È una filosofia che si sposa perfettamente con il ruolo che il personaggio ricopre nei fumetti e che potrebbe assumere un’importanza ancora maggiore quando il MCU entrerà pienamente nell’era degli X-Men. Jean Grey è stata infatti trasformata dalla vicenda di Brand New Day: il trauma degli esperimenti e la scoperta della morte della sorella provocano un’evoluzione radicale dei suoi poteri, che arrivano a estendersi fino a un raggio di circa un chilometro e comprendono anche la telecinesi.

Per Metzger, questa trasformazione potrebbe diventare la conferma della propria ideologia. Se un potere apparentemente incontrollabile può crescere in maniera così pericolosa, il direttore del DODC potrebbe convincersi ancora di più che le sue procedure fossero necessarie. Il villain potrebbe quindi non considerarsi affatto sconfitto, ma semplicemente costretto a cambiare strategia.

C’è poi un altro elemento che potrebbe diventare fondamentale: la tecnologia sviluppata dal DODC. Se Metzger fosse riuscito a portare con sé il prototipo di tecnologia universale inibitrice utilizzato nel film, potrebbe trasformarlo in uno strumento contro i mutanti. Il riferimento più evidente è quello dei dispositivi di soppressione dei poteri presenti nei fumetti, che potrebbero diventare nel MCU una vera e propria arma nelle mani di un’organizzazione governativa intenzionata a controllare la popolazione mutante.

La tempistica rende questa possibilità ancora più interessante. Il film sugli X-Men di Marvel Studios è previsto per la metà del 2028 e Brand New Day potrebbe quindi aver introdotto Metzger proprio in anticipo rispetto a quel progetto. Non è necessario che diventi immediatamente il villain principale del film, ma potrebbe rappresentare una figura ricorrente capace di collegare la diffidenza delle istituzioni nei confronti dei superumani alla futura nascita di una vera questione mutante.

Il possibile legame con Mister Sinister renderebbe inoltre il quadro ancora più complesso. Se il personaggio interpretato da Adam Driver dovesse effettivamente entrare nella storia degli X-Men come figura interessata a studiare, manipolare o replicare i poteri mutanti, Metzger potrebbe trovarsi dalla sua stessa parte per motivazioni completamente diverse. Uno potrebbe agire per interesse scientifico e personale, l’altro per una convinzione politica e istituzionale: entrambi, però, vedrebbero i poteri mutanti come qualcosa da controllare e sfruttare.

In questo senso, Spider-Man: Brand New Day potrebbe essere letto retroattivamente come il primo capitolo dell’origine di un villain degli X-Men, più che come la conclusione della storia di un antagonista di Spider-Man. Peter Parker sarebbe stato soltanto uno degli strumenti utilizzati da Metzger per raggiungere il proprio obiettivo, mentre Jean Grey potrebbe diventare il personaggio destinato ad affrontarne davvero le conseguenze. La sua fuga lascia aperta esattamente questa possibilità e permette al MCU di trasformare una trama apparentemente circoscritta in una componente della più ampia storia dei mutanti.

Vita e avventure di Babbo Natale: il romanzo di L. Frank Baum diventa un film live-action

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Vita e avventure di Babbo Natale, il romanzo di L. Frank Baum pubblicato nel 1902, diventerà finalmente un film live-action. A portare sul grande schermo la storia che racconta le origini di Babbo Natale sarà Monarch Media, che ha affidato la sceneggiatura a Kali Bailey. Il progetto è interessante perché recupera un’opera meno conosciuta di uno dei padri della letteratura fantasy moderna e la trasforma in una nuova rilettura cinematografica di una delle figure più universali della cultura popolare.

Secondo quanto riportato da Deadline, Bailey scriverà il film mentre Steve Barnett, Alan Powell e Vicky Patel saranno i produttori per Monarch Media. Barnett ha spiegato che l’interesse per il progetto nasce dalla volontà di raccontare le origini di Santa Claus attraverso la particolare mitologia costruita da Baum. L’obiettivo dichiarato è realizzare un’avventura destinata a un pubblico molto ampio, capace di attraversare culture e generazioni. Il romanzo era già stato portato sullo schermo in alcune versioni animate, tra cui lo special televisivo in stop-motion del 1985 e un film direct-to-video del 2000, ma questa sarà la sua prima vera trasposizione live-action.

La storia di Baum offre del resto una prospettiva molto diversa rispetto alle tradizionali rappresentazioni di Babbo Natale. Il libro racconta infatti l’intera formazione del personaggio, partendo dalla sua infanzia: abbandonato quando è ancora un neonato, Santa viene trovato in una foresta incantata nei pressi di Oz e cresce circondato da creature magiche. Il suo percorso lo porterà progressivamente a diventare la figura conosciuta per la capacità di diffondere gioia, pace, amore e, naturalmente, doni. Non si tratta quindi semplicemente di una storia natalizia, ma di una vera e propria origin story fantasy.

Il film live-action di Vita e avventure di Babbo Natale può trasformare Babbo Natale in un eroe fantasy

La particolarità del progetto sta soprattutto nel modo in cui Baum aveva già trasformato una figura appartenente all’immaginario collettivo in un personaggio dotato di una vera mitologia. Pubblicato appena due anni dopo The Wonderful Wizard of Oz, Vita e avventure di Babbo Natale appartiene a quella fase della produzione dello scrittore nella quale la fantasia non è soltanto un elemento decorativo, ma diventa uno strumento per costruire interi mondi e spiegare l’origine di figure archetipiche.

Il collegamento con Oz rende inoltre il progetto particolarmente interessante. La storia di Santa non nasce infatti in un universo realistico separato dal resto dell’opera di Baum, ma è legata a una dimensione fantastica popolata da creature magiche. Questo permette al film di muoversi tra il racconto natalizio e l’avventura fantasy, ampliando notevolmente le possibilità narrative rispetto a una semplice storia sulle origini di Babbo Natale.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui Monarch Media parla di un’avventura “four-quadrant”: il materiale originale offre infatti la possibilità di costruire un film rivolto contemporaneamente a bambini, famiglie e pubblico adulto, facendo leva su un personaggio che non ha bisogno di essere introdotto. La sfida sarà trovare il tono giusto. Una versione troppo infantile rischierebbe di ridurre la complessità della storia di Baum, mentre una rilettura eccessivamente cupa potrebbe allontanarsi dall’idea di meraviglia che rende il personaggio universale.

La scelta di Kali Bailey rappresenta un altro elemento da tenere d’occhio. La sceneggiatrice aveva già collaborato con Monarch Media per A Week Away, oltre ad aver lavorato alla serie Angel Network e al film sci-fi The Lightning Code. Il suo coinvolgimento suggerisce dunque che lo studio voglia affidare il progetto a una voce già integrata nella propria linea produttiva e abituata a lavorare con storie rivolte a un pubblico trasversale.

Il progetto arriva inoltre in una fase particolarmente favorevole per il recupero cinematografico delle grandi proprietà fantasy del passato. Baum è ancora oggi identificato soprattutto con Il mago di Oz, ma la sua produzione comprende numerose opere che hanno contribuito alla costruzione della moderna letteratura fantastica. Portare al cinema Vita e avventure di Babbo Natale significa quindi riscoprire una parte meno conosciuta della sua eredità, utilizzando uno dei personaggi più riconoscibili al mondo come porta d’accesso.

Non è ancora stata annunciata una data di uscita né sono stati comunicati i nomi del cast. La produzione dovrà quindi ancora compiere diversi passi prima di arrivare sul grande schermo. Ma il potenziale è evidente: invece di raccontare ancora una volta Babbo Natale attraverso la prospettiva dei bambini che aspettano i suoi regali, il film può raccontare come e perché quell’uomo sia diventato il simbolo universale del Natale. Ed è proprio questa origine fantastica, già immaginata da Baum più di un secolo fa, a poter trasformare il progetto in qualcosa di molto più ambizioso di un semplice film natalizio.