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Rapina a Stoccolma è tratto da una storia vera? La reale vicenda dietro il film con Ethan Hawke

Rapina a Stoccolma (leggi qui la recensione), diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke, Noomi Rapace e Mark Strong, prende spunto da uno dei più celebri casi criminali della storia svedese. Il film racconta una rapina in banca trasformata rapidamente in una situazione di ostaggi, nella quale i rapporti tra criminali, vittime e polizia assumono una direzione sempre più imprevedibile. Al centro della vicenda c’è anche l’origine dell’espressione “sindrome di Stoccolma”, diventata nel tempo una delle formule più conosciute per descrivere il rapporto psicologico che può instaurarsi tra una persona sequestrata e il proprio carceriere. Il film, presentato come una storia vera “assurda”, parte dunque da un episodio realmente accaduto.

La risposta alla domanda è quindi sì, Rapina a Stoccolma è basato su una storia vera, ma con una precisazione importante: il film di Budreau non è una ricostruzione fedele degli avvenimenti del 1973. La pellicola modifica nomi, rapporti tra i personaggi, dinamiche della rapina e soprattutto il modo in cui viene rappresentato il legame tra i sequestratori e gli ostaggi. Per comprendere quanto ci sia di vero nel film bisogna quindi tornare alla rapina di Norrmalmstorg, avvenuta a Stoccolma tra il 23 e il 28 agosto 1973, e distinguere ciò che è documentato dalle successive interpretazioni cinematografiche.

La vera storia della rapina di Norrmalmstorg iniziò il 23 agosto 1973 con Jan-Erik Olsson e quattro ostaggi

La vicenda reale comincia il 23 agosto 1973, quando Jan-Erik Olsson, criminale già condannato e all’epoca in libertà temporanea dal carcere, entrò nella sede della Kreditbanken di Norrmalmstorg, una delle piazze centrali di Stoccolma. Armato, Olsson sparò all’interno della banca e prese in ostaggio quattro dipendenti: Birgitta Lundblad, Elisabeth Oldgren, Kristin Enmark e Sven Säfström. Un agente di polizia intervenuto dopo l’allarme rimase ferito alla mano durante la sparatoria. La rapina si trasformò così rapidamente in una crisi molto più grave di quanto Olsson avesse inizialmente programmato.

Le richieste del criminale erano precise: tre milioni di corone svedesi, armi, giubbotti antiproiettile, un’automobile e soprattutto la presenza nella banca di Clark Olofsson, suo amico e compagno di carcere. Olofsson era già una figura nota alla polizia svedese per una lunga carriera criminale e si trovava detenuto quando Olsson ne chiese la liberazione. Le autorità decisero infine di consentirgli di raggiungere la banca, nella convinzione che potesse contribuire a mantenere aperto il dialogo con il sequestratore. La scelta avrebbe però reso ancora più complessa una situazione già estremamente delicata.

Una volta arrivato nella banca, Olofsson entrò effettivamente nel caveau dove si trovavano Olsson e gli ostaggi. I due criminali rimasero insieme alle quattro persone sequestrate mentre la polizia cercava di negoziare una soluzione. Nel frattempo, la vicenda veniva seguita con enorme attenzione dai mezzi di comunicazione: il caso di Norrmalmstorg fu infatti il primo grande crimine svedese a essere seguito dalla televisione in diretta, contribuendo a trasformare una rapina locale in un evento nazionale.

I sei giorni nel caveau trasformarono la rapina in una crisi psicologica che avrebbe dato origine alla sindrome di Stoccolma

Noomi Rapace e Ethan Hawke in Rapina a Stoccolma

 

Il punto più singolare della vicenda arrivò durante i giorni di prigionia. Gli ostaggi svilupparono infatti atteggiamenti apparentemente favorevoli nei confronti dei loro sequestratori e, in alcuni momenti, mostrarono una maggiore diffidenza verso la polizia. Kristin Enmark, in particolare, arrivò a telefonare al primo ministro Olof Palme per esprimere la propria preoccupazione riguardo alle modalità con cui le forze dell’ordine stavano gestendo la crisi. Secondo la sua percezione, un intervento troppo aggressivo avrebbe potuto mettere in pericolo la vita degli ostaggi.

Questa reazione avrebbe alimentato una delle interpretazioni più famose dell’intero episodio: l’idea che le vittime avessero sviluppato un legame emotivo con i propri carcerieri. Nel racconto popolare, gli ostaggi avrebbero finito per “schierarsi” con Olsson e Olofsson contro la polizia. La realtà, tuttavia, è più complessa. È stato osservato che la loro apparente solidarietà verso i criminali poteva derivare anche dalla paura di un intervento armato delle forze dell’ordine e dalla particolare situazione psicologica determinata da quasi sei giorni trascorsi sotto minaccia.

Il caso attirò immediatamente l’interesse degli studiosi e delle autorità. Il criminologo e psichiatra svedese Nils Bejerot utilizzò l’espressione Norrmalmstorgssyndromet, cioè “sindrome di Norrmalmstorg”, per indicare la particolare reazione osservata negli ostaggi. La definizione sarebbe poi diventata internazionalmente nota come “sindrome di Stoccolma”. È importante però ricordare che questa espressione è rimasta controversa e non corrisponde a una diagnosi clinica ufficialmente riconosciuta nei principali manuali diagnostici.

La situazione arrivò infine al punto di rottura il 28 agosto. Dopo aver tentato per giorni di trovare una soluzione attraverso la negoziazione, la polizia praticò un foro nel caveau dall’appartamento situato sopra la banca e preparò l’intervento. Nonostante le minacce di Olsson, le forze dell’ordine utilizzarono gas lacrimogeno. Dopo circa un’ora, i due criminali si arresero e gli ostaggi furono liberati. Nessuno dei quattro riportò ferite permanenti.

La vicenda giudiziaria di Jan-Erik Olsson e Clark Olofsson chiuse il caso reale, lasciando però aperto il mistero sui sentimenti degli ostaggi

Noomi Rapace in Rapina a Stoccolma

Dopo la fine del sequestro, Jan-Erik Olsson venne condannato a dieci anni di carcere per la rapina. La posizione di Clark Olofsson fu invece più controversa. In un primo momento venne condannato per il suo coinvolgimento nella vicenda, sostenendo di aver cercato di mantenere calma la situazione e di aver agito per proteggere gli ostaggi. In seguito fu assolto dalla Corte d’Appello di Svea e scontò soltanto la parte restante della precedente condanna.

La storia di Olofsson avrebbe continuato a intrecciarsi con quella di Kristin Enmark anche dopo la liberazione. I due si incontrarono più volte e le loro famiglie arrivarono persino a diventare amiche. È proprio questo uno degli aspetti che contribuirono a rendere il caso tanto difficile da classificare secondo una semplice opposizione tra vittime innocenti e criminali. Gli ostaggi avevano vissuto una situazione di estrema paura, eppure alcune delle loro successive dichiarazioni mostrarono sentimenti e valutazioni che non coincidevano con le aspettative delle autorità.

La vicenda di Jan-Erik Olsson, invece, proseguì anche dopo la scarcerazione. Nel 2009 pubblicò in Svezia l’autobiografia Stockholms-syndromet, mentre nel corso degli anni continuò a essere associato al caso che aveva contribuito a rendere famoso il suo nome. La rapina di Norrmalmstorg avrebbe così superato i confini della cronaca nera, diventando un riferimento ricorrente nella cultura popolare ogni volta che si è cercato di rappresentare il rapporto ambiguo tra vittima e sequestratore.

È proprio qui che Rapina a Stoccolma introduce le proprie libertà narrative. Nel film Ethan Hawke interpreta Lars, personaggio ispirato a Jan-Erik Olsson, mentre Noomi Rapace interpreta Bianca, che richiama una delle ostaggi reali. Mark Strong, invece, interpreta Gunnar Sorensson, la versione cinematografica di Clark Olofsson. I nomi vengono quindi modificati e anche diverse circostanze dell’assedio vengono rielaborate per costruire una storia più compatta e orientata alla commedia nera e alla relazione tra Lars e Bianca.

La differenza più significativa riguarda proprio il rapporto tra sequestratore e ostaggio. Il film accentua infatti la componente affettiva e quasi romantica del legame tra Lars e Bianca, trasformando la situazione in una sorta di commedia criminale dai toni surreali. Nella realtà, invece, non esiste una storia d’amore tra Olsson e una delle ostaggi paragonabile a quella raccontata sullo schermo. Il film utilizza dunque il concetto di sindrome di Stoccolma come elemento drammaturgico, semplificando una dinamica psicologica e storica assai più controversa.

Rapina a Stoccolma cambia molti dettagli della storia vera, ma conserva il paradosso che rese celebre il caso di Norrmalmstorg

Ethan Hawke in Rapina a Stoccolma

Il rapporto tra Rapina a Stoccolma e la vicenda del 1973 va quindi letto come quello tra una storia realmente accaduta e una sua libera reinterpretazione cinematografica. Il film conserva l’ossatura dell’episodio: una rapina alla Kreditbanken, quattro ostaggi, la richiesta di liberare un criminale detenuto, l’arrivo di quest’ultimo nella banca, i giorni di assedio e la particolare reazione delle persone sequestrate. Anche il contesto storico e il ruolo centrale della sindrome di Stoccolma derivano direttamente dal caso di Norrmalmstorg.

Cambiano invece diversi elementi concreti. I nomi dei protagonisti vengono modificati, il numero e l’identità degli ostaggi sono adattati e alcune dinamiche della rapina vengono costruite per rendere più immediata la narrazione. Soprattutto, Robert Budreau attribuisce alla vicenda una dimensione sentimentale molto più marcata rispetto a quanto emerge dai fatti documentati. Il risultato è una storia che utilizza la realtà come punto di partenza, senza pretendere di ricostruirla scena per scena.

Questa scelta spiega anche il tono particolare del film. Rapina a Stoccolma trasforma una drammatica crisi con ostaggi in un racconto dai risvolti grotteschi, nel quale l’assurdità dei comportamenti umani diventa parte integrante della narrazione. Il vero elemento sorprendente, tuttavia, resta quello già presente nella cronaca: persone minacciate da criminali che arrivarono a diffidare delle autorità incaricate di liberarle. È questo paradosso, più della componente romantica aggiunta dal film, ad aver reso il caso di Norrmalmstorg una delle vicende criminali più conosciute del Novecento.

La storia vera lascia infine una domanda più interessante di quella suggerita dalla semplice definizione di “sindrome di Stoccolma”: che cosa accade alla percezione di una persona quando viene privata della possibilità di controllare la propria situazione e deve affidare la propria sopravvivenza a chi la tiene prigioniera? Nel caso del 1973 non esiste una risposta definitiva. Le reazioni degli ostaggi possono essere interpretate attraverso la paura, la necessità di adattamento, la diffidenza verso una possibile irruzione della polizia e il rapporto quotidiano instaurato con i sequestratori. Ridurre tutto a un’improvvisa attrazione verso il criminale significherebbe perdere proprio la complessità che rende il caso ancora oggi significativo.

Rapina a Stoccolma, dunque, è basato su una storia vera, ma è più corretto definirlo una libera reinterpretazione della rapina di Norrmalmstorg che una fedele ricostruzione. La realtà del 1973 fu già abbastanza straordinaria da non avere bisogno di essere resa più incredibile: sei giorni di assedio, ostaggi che temevano le conseguenze di un intervento della polizia, due criminali rinchiusi in un caveau e un episodio destinato a dare il nome a un fenomeno entrato nel linguaggio comune. Il film prende questi elementi e li trasforma in una parabola grottesca sul comportamento umano, lasciando però intatto il nucleo più enigmatico della vicenda: il modo in cui, in condizioni estreme, la distinzione tra paura, fiducia e solidarietà può diventare sorprendentemente difficile da tracciare.

Kong: Skull Island, la spiegazione del finale del film su King Kong

Kong: Skull Island (leggi qui la recensione), diretto da Jordan Vogt-Roberts nel 2017, prende la mitologia di King Kong e la trasferisce in una dimensione profondamente diversa rispetto alle precedenti incarnazioni cinematografiche del personaggio. Siamo nel 1973, alla fine della guerra del Vietnam, quando una spedizione scientifica e militare raggiunge una misteriosa isola del Pacifico con l’obiettivo di mapparne il territorio. A guidarla ci sono il colonnello Preston Packard (Samuel L. Jackson), il tracker James Conrad (Tom Hiddleston), la fotografa Mason Weaver (Brie Larson) e lo scienziato Bill Randa (John Goodman). Quella che dovrebbe essere una missione di ricognizione diventa presto uno scontro con una natura che l’uomo non è in grado di controllare.

Il finale di Kong: Skull Island chiarisce infatti il vero ruolo del gigantesco primate all’interno della storia: Kong non è il mostro da eliminare, bensì il custode di un equilibrio naturale che gli esseri umani hanno appena infranto. La morte di Packard e dello Skullcrawler ristabilisce temporaneamente quell’ordine, mentre l’ultima scena e la sequenza post-crediti allargano improvvisamente la prospettiva. Skull Island non è un’eccezione: è una delle porte attraverso cui il film introduce l’idea di un mondo popolato da creature titaniche. Ed è proprio qui che il film smette di essere una semplice nuova versione di Kong e diventa il primo vero ponte verso il MonsterVerse.

Il ritorno di King Kong passa attraverso il cinema bellico e una rilettura del mostro come custode dell’equilibrio

Il contesto in cui Jordan Vogt-Roberts colloca Kong: Skull Island è fondamentale per comprenderne il finale. Il film arriva dopo Godzilla di Gareth Edwards, uscito nel 2014, e rappresenta il secondo capitolo del progetto destinato a riunire le grandi creature della Legendary. La scelta di ambientare la storia nel 1973 consente però al regista di recuperare l’immaginario del cinema bellico americano e di trasformare Skull Island in una sorta di territorio di guerra alternativo.

La guerra del Vietnam è appena terminata e Preston Packard è un uomo incapace di lasciarsela alle spalle. La sua ossessione per Kong nasce proprio da questo trauma: dopo aver perso i suoi uomini, ha bisogno di attribuire la responsabilità della tragedia a un nemico identificabile. Il gigantesco primate diventa così il bersaglio perfetto. La sua caccia assume progressivamente i contorni di una vendetta personale, trasformando il conflitto militare in una guerra contro la natura.

La contrapposizione con James Conrad e Mason Weaver è quindi decisiva. Conrad, ex militare, comprende progressivamente che l’isola possiede regole proprie; Weaver, fotografa apertamente contraria alla guerra, riconosce in Kong una creatura diversa dalla rappresentazione mostruosa costruita dagli uomini. Il film ribalta così una delle convenzioni storiche della saga: il problema non è chiedersi se Kong sia un mostro, bensì perché gli esseri umani abbiano bisogno di trasformarlo in uno.

Lo scontro tra Kong e lo Skullcrawler conclude la guerra di Packard e rivela chi è davvero il “mostro” dell’isola

Il confronto finale nasce dalla decisione di Packard di attirare Kong verso il lago e ucciderlo utilizzando le cariche sismiche e il napalm. Il piano sembra funzionare: Kong viene ferito e immobilizzato, permettendo ai militari di prepararsi al colpo definitivo. Ma l’errore di Packard è sempre lo stesso: interpreta ogni minaccia secondo la logica della guerra, senza comprendere l’ecosistema nel quale si trova.

Dal lago emerge infatti lo Skullcrawler più grande, il predatore responsabile della scomparsa della famiglia di Kong. È questa creatura a rappresentare la minaccia reale per Skull Island. A quel punto il conflitto cambia natura: Kong e gli esseri umani, che fino a pochi minuti prima erano avversari, devono collaborare contro un nemico comune. Packard, tuttavia, rimane prigioniero della propria ossessione e continua a voler eliminare Kong. Il primate lo uccide prima che possa far esplodere le cariche.

Lo scontro successivo tra Kong e lo Skullcrawler assume quindi un valore preciso. Kong combatte perché deve proteggere l’isola, mentre lo Skullcrawler incarna una forza predatoria capace di distruggere l’equilibrio esistente. Gli uomini sopravvissuti aiutano Kong a sconfiggerlo e, quando la creatura viene finalmente eliminata, il gigante torna a essere il sovrano silenzioso di Skull Island. La sua vittoria non equivale a una conquista: significa che l’ordine dell’isola può continuare a esistere.

Il vero tema del finale è il fallimento dell’uomo davanti a una natura che non accetta di essere dominata

Kong - Skull Island cast

La conclusione di Kong: Skull Island acquista maggiore forza se viene letta attraverso il rapporto tra guerra, trauma e controllo. Packard arriva sull’isola con una mentalità costruita dal conflitto vietnamita: per lui ogni situazione deve avere un nemico, una strategia e una vittoria finale. Kong diventa la proiezione di questa necessità. Più il colonnello perde il controllo degli eventi, più aumenta la sua volontà di distruggere il primate.

Kong rappresenta invece un modello completamente diverso di potere. È enorme, violento quando necessario e capace di uccidere, ma non agisce per conquistare. Protegge un territorio, mantiene un equilibrio e reagisce quando questo viene minacciato. La differenza è sostanziale: la violenza di Kong è funzionale alla sopravvivenza, quella di Packard è alimentata dall’ossessione.

Questa opposizione permette al film di riprendere una caratteristica fondamentale della tradizione di King Kong, aggiornandola. L’uomo entra in uno spazio che considera sconosciuto e presume immediatamente di poterlo catalogare, sfruttare o dominare. La fotografia di Weaver, la ricerca scientifica di Randa e le armi dei militari appartengono a tre modalità differenti di osservazione del mondo, ma tutte devono confrontarsi con qualcosa che sfugge alle categorie conosciute.

La morte di Packard è quindi più significativa della semplice eliminazione dell’antagonista. Il personaggio viene sconfitto dalla propria incapacità di cambiare prospettiva. Kong sopravvive perché accetta le regole dell’isola; Packard muore perché pretende di imporre le proprie. Il finale suggerisce così che il vero pericolo non sia l’esistenza dei mostri, bensì la presunzione umana di poter decidere quale creatura abbia il diritto di esistere.

La scena post-crediti trasforma Kong: Skull Island da caso isolato nella prima prova di un mondo popolato da Titani

Kong Skull Island titani

Dopo la conclusione della vicenda, Hank Marlow (John C. Reilly) torna finalmente dalla propria famiglia, chiudendo idealmente il lungo intervallo iniziato durante la Seconda guerra mondiale. È una conclusione intima, quasi domestica, che contrasta con la scala spettacolare del combattimento finale. Ma il film non è ancora terminato.

Nella scena post-crediti, Conrad e Weaver vengono trattenuti in una struttura governativa e incontrano Houston Brooks (Corey Hawkins) e San Lin (Tian Jing), membri di Monarch. Qui arriva la vera rivelazione: Kong non è l’unica creatura gigantesca presente sulla Terra. Attraverso alcune fotografie e antiche pitture rupestri vengono mostrati Godzilla, Mothra, Rodan e King Ghidorah.

Il collegamento con Godzilla del 2014 diventa immediatamente evidente. Monarch era già comparsa in quel film come organizzazione impegnata nello studio dei cosiddetti MUTO e di Godzilla. Kong: Skull Island amplia retroattivamente quella mitologia: le creature non rappresentano fenomeni isolati, bensì una presenza antichissima che l’umanità ha soltanto iniziato a comprendere.

La scena funziona dunque su due livelli. Per la storia raccontata, significa che Monarch recluta Conrad e Weaver per studiare una minaccia globale. Per il progetto cinematografico, è invece la dichiarazione d’intenti del MonsterVerse. Le pitture diventano una mappa verso i film successivi e l’immagine di Godzilla contrapposto a King Ghidorah anticipa direttamente Godzilla II – King of the Monsters. Il ruggito finale di Godzilla completa questa trasformazione: la storia di Kong si chiude, ma il mondo in cui vive è appena stato aperto.

Il finale di Kong: Skull Island significa che l’uomo deve imparare a convivere con un mondo più grande di lui

Kong - Skull Island film

Il significato più profondo del finale risiede quindi nel ribaltamento della prospettiva. All’inizio del film, l’umanità pensa di essere arrivata su Skull Island per osservare e classificare. Alla fine, scopre di essere stata osservata da qualcosa di molto più antico e potente. Kong non è la fine della storia: è la prima dimostrazione che la storia umana si trova all’interno di un ecosistema molto più vasto.

Questo elemento si collega anche alla figura di Bill Randa, ossessionato dall’idea di dimostrare che i mostri esistono. La sua ricerca parte da una convinzione apparentemente folle e arriva alla conferma definitiva, ma il film evita di trasformare questa scoperta in una semplice vittoria scientifica. Sapere che i Titani esistono significa infatti assumersi una responsabilità nuova: capire come rapportarsi a loro prima che il rapporto diventi distruttivo.

La stessa lezione era già contenuta nello scontro finale. Gli uomini sopravvivono quando smettono di considerare Kong il nemico e comprendono quale ruolo svolga nell’equilibrio dell’isola. La scena post-crediti estende quella consapevolezza dal singolo territorio all’intero pianeta. Se esistono Godzilla, Mothra, Rodan e King Ghidorah, allora l’uomo deve accettare di non essere necessariamente la forma di vita dominante.

È qui che Kong: Skull Island trova la propria identità all’interno del MonsterVerse. Il film conserva lo spettacolo del cinema di mostri, la distruzione su larga scala e il fascino infantile delle creature gigantesche, ma costruisce sotto questa superficie una riflessione sulla necessità di abbandonare la logica della conquista. Kong non deve essere sconfitto: deve essere compreso.

Il finale lascia quindi una promessa narrativa precisa e una conclusione tematica altrettanto importante. La promessa è che altri Titani emergeranno e che, prima o poi, saranno destinati a confrontarsi. La conclusione è invece che l’umanità dovrà trovare un nuovo modo di stare al mondo. Dopo aver trascorso il film a cercare un mostro da uccidere, gli esseri umani scoprono che il vero cambiamento consiste nel riconoscere che il mondo appartiene anche a ciò che non possono controllare.

Killers of the Flower Moon, la spiegazione del finale: cosa significa l’ultima scena?

Killers of the Flower Moon (leggi qui la nostra recensione), diretto da Martin Scorsese, racconta una delle pagine più oscure della storia americana attraverso la tragedia della Nazione Osage. Al centro del film ci sono le ricchezze generate dal petrolio scoperto nelle loro terre e il sistema di omicidi costruito da uomini bianchi intenzionati a impossessarsi delle loro fortune. La storia di Mollie Burkhart (Lily Gladstone) e Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) si intreccia così con quella di William King Hale (Robert De Niro), figura apparentemente rispettabile che trasforma la fiducia degli Osage in uno strumento per arricchirsi. Quando l’indagine del Bureau of Investigation comincia a stringere il cerchio, la verità emerge, ma Scorsese evita accuratamente di trasformare la conclusione in una semplice celebrazione della giustizia.

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Il finale di Killers of the Flower Moon è infatti costruito come una riflessione sulla memoria e sulla possibilità stessa di raccontare una tragedia senza appropriarsene. Ernest finisce per confessare il proprio coinvolgimento, Hale viene condannato e Mollie riesce a sopravvivere, ma la risoluzione giudiziaria non cancella ciò che è accaduto. Ancora più significativo è il modo in cui il film decide di raccontare gli ultimi momenti della vicenda: Scorsese entra letteralmente nella rappresentazione della storia, mostrando quanto facilmente il dolore reale possa essere trasformato in spettacolo, cronaca o intrattenimento. Il vero significato del finale risiede proprio in questa frattura tra la giustizia ottenuta e la memoria di ciò che è stato perduto.

Il percorso di Martin Scorsese porta il western americano dentro una storia di conquista, avidità e violenza sistemica

Per comprendere il finale bisogna partire dalla natura particolare di Killers of the Flower Moon. Martin Scorsese torna ancora una volta a uno dei territori fondamentali della propria filmografia: uomini che costruiscono la propria identità intorno al potere, alla fedeltà e alla possibilità di dominare gli altri. Da Quei bravi ragazzi a The Irishman, il regista ha spesso osservato dall’interno sistemi fondati sulla violenza e sulla complicità, concentrandosi su personaggi incapaci di separare la propria morale dagli interessi dell’ambiente in cui vivono.

Qui quella dinamica assume una dimensione storica ancora più ampia. Ernest Burkhart non è un semplice criminale che decide di commettere degli omicidi: è un uomo che entra progressivamente in un sistema nel quale la violenza viene resa accettabile dal denaro, dalla famiglia e dalla convinzione che le vittime abbiano meno diritto alla propria ricchezza. Il matrimonio con Mollie diventa così parte di una strategia criminale fondata sull’intimità. È proprio questo elemento a rendere il personaggio tanto inquietante: Ernest può amare realmente Mollie e contemporaneamente contribuire alla distruzione della sua famiglia.

La figura di Hale porta questo meccanismo a un livello superiore. È rispettato dalla comunità, conosce gli Osage, partecipa alla loro vita e si presenta come un loro alleato. Dietro questa facciata, però, organizza una vera e propria macchina di morte finalizzata al controllo dei headrights, i diritti economici legati alle terre petrolifere. La dimensione razziale della vicenda è quindi inseparabile da quella economica: l’avidità trova terreno fertile in un sistema che considera la ricchezza degli Osage qualcosa da controllare e sottrarre.

Il finale di Killers of the Flower Moon mostra la confessione di Ernest e la sopravvivenza di Mollie, trasformando la giustizia in una tragedia familiare

Gli anni 20 killers-of-the-flower-moon TOP 10
Cortesia di 01 Distribution & RaiCinema

Quando l’indagine del Bureau of Investigation guidata da Tom White arriva a incriminare i responsabili, Hale comprende che il sistema di protezioni costruito negli anni sta crollando. L’arresto di Blackie Thompson permette agli investigatori di risalire alla rete criminale e Ernest viene progressivamente messo davanti alle proprie responsabilità. La sua decisione di testimoniare contro lo zio rappresenta una svolta decisiva, ma il film non la presenta come un gesto di autentico eroismo.

Ernest confessa perché è ormai intrappolato e perché la perdita della propria famiglia rende insostenibile continuare a proteggere Hale. La morte della figlia e la separazione da Mollie fanno crollare definitivamente l’illusione sulla quale aveva costruito la propria esistenza. Soprattutto, la testimonianza rende evidente quanto fosse profondo il suo coinvolgimento: era stato lui stesso a somministrare a Mollie il veleno che avrebbe dovuto condurla lentamente alla morte.

La tragedia del personaggio risiede proprio nella sua incapacità di riconoscere fino in fondo ciò che sta facendo. Ernest continua per gran parte del film a raccontarsi di essere un uomo diverso da Hale, quasi che l’obbedienza possa attenuare la responsabilità. Il finale distrugge questa giustificazione. Mollie scopre durante il procedimento giudiziario quanto suo marito fosse coinvolto nella morte dei suoi familiari e, dopo la morte della loro figlia, decide di abbandonarlo.

La condanna di Hale ed Ernest chiude dunque il percorso giudiziario, ma non quello umano. Mollie è viva, eppure ha perso gran parte della propria famiglia e l’uomo che credeva di poter amare. La sua sopravvivenza non viene utilizzata come consolazione narrativa: il film lascia emergere il prezzo irreversibile della violenza.

La scena radiofonica finale cambia prospettiva e mostra come una tragedia reale possa diventare spettacolo

Martin Scorsese in Killers of the Flower Moon
Cortesia di 01 Distribution & RaiCinema

È proprio dopo la conclusione della vicenda giudiziaria che Scorsese introduce la scelta più significativa dell’intero finale. La storia degli omicidi Osage viene trasformata in una trasmissione radiofonica, con la vicenda presentata attraverso i codici spettacolari del racconto criminale. Dopo quasi tre ore trascorse dentro la tragedia, lo spettatore si trova improvvisamente davanti a una nuova versione degli eventi, confezionata per essere ascoltata da un pubblico.

La scelta è fondamentale perché il film ha raccontato fin dall’inizio qualcosa che lo spettatore conosce già. Scorsese non costruisce un mistero tradizionale: sappiamo che Hale è responsabile e assistiamo alla progressiva distruzione della famiglia di Mollie. La suspense nasce quindi dalla consapevolezza di ciò che sta per accadere, mentre la storia si concentra sulle conseguenze morali delle azioni.

La radio introduce invece una distanza. La tragedia viene ordinata, semplificata e trasformata in una storia con colpevoli, investigatori e condanne. È esattamente ciò che può accadere alla memoria storica quando una vicenda complessa viene ridotta a un racconto facilmente consumabile. Scorsese sembra suggerire che anche il cinema debba interrogarsi sulla propria posizione davanti a una storia simile.

Per questo la conclusione assume quasi una funzione autocritica. Il film stesso è un’opera costruita sulla rappresentazione di persone realmente esistite e di vittime reali. La scena radiofonica ricorda allo spettatore che raccontare una tragedia significa anche scegliere quale prospettiva privilegiare, quali dettagli mostrare e quale voce lasciare parlare.

Il vero significato del finale di Killers of the Flower Moon è nella distanza tra la giustizia ottenuta e la memoria che nessuna condanna può restituire

Leonardo DiCaprio in killers of the flower moon
Cortesia di 01 Distribution & RaiCinema

Il finale di Killers of the Flower Moon non sostiene che la giustizia sia inutile. Al contrario, l’indagine di Tom White interrompe concretamente il sistema criminale di Hale e permette di riconoscere le responsabilità di chi ha partecipato agli omicidi. Il problema è che una sentenza non può ricostruire una famiglia, restituire una vita o cancellare anni di sofferenza. La giustizia arriva quando il danno è ormai irreversibile.

Questo è particolarmente evidente nel destino di Mollie. Per gran parte del film è lei il centro emotivo della storia, mentre Ernest rappresenta la contraddizione di un uomo che dovrebbe proteggerla e che invece contribuisce alla sua distruzione. Quando finalmente la verità emerge, Mollie non ottiene una vera ricompensa: perde il marito, la famiglia e una parte della propria fiducia nel mondo.

Il film assume così anche una precisa dimensione politica. Gli omicidi Osage sono stati favoriti da un sistema nel quale gli interessi economici, il razzismo e il controllo esercitato sulle finanze degli indigeni si rafforzavano reciprocamente. La condizione di tutela imposta agli Osage rendeva persino il loro stesso denaro qualcosa che poteva essere amministrato da altri. Hale non inventa questa struttura: la sfrutta.

Ed è qui che il finale diventa più amaro. I criminali vengono puniti, mentre il sistema storico che aveva reso possibile la loro impresa non viene cancellato con la stessa rapidità. Killers of the Flower Moon racconta quindi una violenza che nasce dalla trasformazione dell’essere umano in mezzo per raggiungere un profitto. Il petrolio, i headrights, il matrimonio, la famiglia e persino la fiducia diventano strumenti di appropriazione.

La scena conclusiva della radio porta questo discorso ancora più lontano. La storia degli Osage rischia di diventare un racconto sugli uomini che hanno commesso i crimini, sugli investigatori che li hanno scoperti e sul sistema giudiziario che li ha condannati. Scorsese, invece, riporta implicitamente l’attenzione su ciò che rimane fuori da quel racconto: le persone che sono morte, il trauma di chi è sopravvissuto e una comunità che ha dovuto continuare a vivere dopo essere stata devastata.

Il vero significato del finale sta dunque nella memoria. Killers of the Flower Moon non termina quando i colpevoli vengono arrestati perché una tragedia storica non può essere risolta semplicemente identificando i responsabili. La condanna di Hale ed Ernest chiude il caso, mentre la storia di Mollie ricorda che per le vittime non esiste una vera conclusione. E quando la radio trasforma quella vicenda in spettacolo, Scorsese sembra rivolgere la stessa domanda anche al proprio pubblico: dopo aver guardato questa storia, che cosa scegliamo di ricordare?

È questa la forza dell’ultima scena. Il film rifiuta di lasciare allo spettatore la rassicurazione di una giustizia finalmente compiuta e lo costringe a confrontarsi con il problema della rappresentazione. Raccontare significa assumersi una responsabilità: quella di impedire che le vittime vengano nuovamente messe ai margini, questa volta dalla narrazione della loro stessa tragedia.

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L’unica serie dell’MCU che devi assolutamente guardare prima di Avengers: Doomsday è invecchiata come il vino pregiato

Con l’uscita di Avengers: Doomsday ormai imminente, la Marvel ha condiviso la lista di film e serie TV da guardare prima di questo enorme evento crossover, e l’unica serie TV obbligatoria è invecchiata splendidamente. Nonostante alcuni insuccessi sia in TV che al cinema, il Marvel Cinematic Universe continua ad espandersi e la sua Saga del Multiverso si avvia alla conclusione con due grandi eventi crossover: Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars. Ovviamente, c’è un po’ di materiale da recuperare prima di questi film.

Essendo il più grande universo di supereroi interconnesso degli ultimi anni, l’MCU è cresciuto enormemente in quasi due decenni, arrivando a comprendere non solo film ma anche serie TV. In quest’ultimo ambito, l’MCU ha iniziato alla grande con WandaVision, la cui missione era quella di collegare le serie ai film. Sfortunatamente, la maggior parte delle serie TV dell’MCU ha fallito, spingendo la Marvel a cambiare approccio; tuttavia, durante la Fase Quattro, l’MCU ha regalato la sua migliore e più importante serie TV grazie a Loki.

Creata da Michael Waldron, Loki ha riunito gli spettatori con il Dio dell’Inganno (Tom Hiddleston), attraverso la sua variante fuggita durante il Furto del Tempo in Avengers: Endgame. Loki è andata in onda per due stagioni, entrambe acclamate dalla critica e lodate per la trama, le interpretazioni, il tono, lo sviluppo dei personaggi e i collegamenti con il resto dell’MCU. Pertanto, Loki è una serie TV assolutamente da vedere per prepararsi al meglio ad Avengers: Doomsday.

Loki è la serie TV più importante dell’MCU da guardare prima di Avengers: Doomsday

Loki raggiunge la versione del personaggio fuggita con il Tesseract durante il Furto del Tempo, creando così una nuova biforcazione nella Sacra Linea Temporale. Per questo motivo, Loki viene catturato dalla Time Variance Authority (TVA), un’organizzazione che sovrintende alla Sacra Linea Temporale e si assicura che non vengano create biforcazioni o varianti – e questo Loki è una variante.

A Loki viene offerta una scelta: verrà cancellato dall’esistenza, poiché le varianti non dovrebbero esistere, oppure potrà aiutare la TVA a sistemare la linea temporale e a sventare una catastrofe. Naturalmente, Loki sceglie la seconda opzione e parte in missione con l’agente della TVA Mobius M. Mobius (Owen Wilson) per rimediare al disastro. Questo porterà Loki a fare scoperte sconvolgenti sulla Sacra Linea Temporale, sulle varianti e sulla TVA, soprattutto quando finalmente incontrerà il suo creatore, che si rivela essere una variante di Kang (Jonathan Majors).

Custode del Tempo Colui Che Rimane Perdi Minuti

Tom Hiddleston Loki

La seconda stagione di Loki continua gli sforzi del Dio dell’Inganno per salvare la linea temporale, portandolo a prendere una decisione che cambierà la sua vita, il suo futuro e la sua eredità. Sebbene Loki sia stato fondamentale per stabilire la minaccia di Kang e delle sue numerose varianti, dato che il piano originale prevedeva che il prossimo film degli Avengers fosse incentrato sulla dinastia Kang, la serie rimane comunque la più importante della Saga del Multiverso e quindi cruciale per comprendere Doomsday.

Loki ha spiegato la Sacra Linea Temporale, come si creano i rami, il multiverso, cosa sono le varianti e molto altro, e questi sono alcuni degli elementi più importanti da apprendere prima di Doomsday. Il prossimo film degli Avengers affronterà il multiverso, le varianti e altro ancora, quindi, sebbene valga la pena rivedere anche gli altri film e serie TV suggeriti dalla Marvel, Loki è l’unico assolutamente imperdibile.

Perché la serie TV di Loki è invecchiata così bene (nonostante il cambio di programma dell’MCU)

Loki è molto più di una semplice espansione dell’MCU e un collegamento con il multiverso. La serie ha finalmente dato a Loki lo sviluppo e la crescita di cui aveva bisogno e che meritava, soprattutto dopo la sua morte all’inizio di Avengers: Infinity War. Loki ha dato uno scopo al personaggio dopo anni passati a essere antagonista e personaggio secondario in ogni avventura di Thor.

Tematicamente, Loki è anche la serie TV più importante della Saga del Multiverso e quella che è invecchiata meglio grazie a tutti i concetti che ha introdotto, fondamentali per lo sviluppo del multiverso dell’MCU. Lo stile visivo e l’ambientazione di Loki la rendono anche la serie MCU più intramontabile fino ad oggi, garantendole di continuare a invecchiare come un buon vino. Loki è l’unica serie che va vista o rivista prima di Avengers: Doomsday, e resta da vedere quale sarà il ruolo di Loki nel film.

Gli Anelli del Potere 3 ha trovato il suo vero Aragorn, ma non è Isildur

Fin dall’inizio, Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere ha costruito Isildur come uno dei collegamenti più evidenti tra la Seconda Era raccontata dalla serie e il mondo che conosciamo attraverso Il Signore degli Anelli. Non potrebbe essere altrimenti: è un antenato di Aragorn, sarà tra i fondatori dei regni degli Uomini nella Terra di Mezzo e avrà un ruolo decisivo nella sconfitta di Sauron. Eppure, proprio perché Prime Video ha scelto di raccontarlo ancora giovane, impulsivo e lontano dall’uomo destinato a diventare, Isildur non può ancora occupare nella serie lo spazio narrativo che Aragorn aveva nella trilogia cinematografica.

La terza stagione potrebbe però risolvere questo problema attraverso un personaggio rimasto finora ai margini della storia. Andrew Richardson interpreterà infatti Anárion, fratello minore di Isildur e altro figlio di Elendil, già menzionato nella prima stagione ma mai apparso direttamente. Il suo arrivo non serve soltanto a completare una delle famiglie più importanti della mitologia di Tolkien: potrebbe dare finalmente a Gli Anelli del Potere quella figura di leader umano che la serie ha cercato senza trovarla davvero nelle prime due stagioni. E paradossalmente, almeno per ora, il vero equivalente di Aragorn potrebbe essere proprio Anárion.

Anárion può diventare l’Aragorn di Gli Anelli del Potere proprio perché Isildur non è ancora pronto

Il confronto con Aragorn non riguarda naturalmente una corrispondenza perfetta tra i due personaggi. Aragorn appartiene alla discendenza di Isildur e la sua intera storia ne Il Signore degli Anelli ruota, almeno in parte, intorno all’accettazione di quell’eredità. Ma è precisamente qui che emerge la differenza tra ciò che rappresenta Aragorn nella Terza Era e ciò che Gli Anelli del Potere ha deciso di fare con il suo antenato. Il personaggio interpretato da Maxim Baldry è ancora all’inizio del proprio percorso: ha conosciuto la sconfitta, è stato separato dalla sua famiglia e deve ancora trasformarsi nel sovrano che la storia della Terra di Mezzo richiede.

Anárion può entrare nello spazio lasciato vuoto da questa scelta. Alla fine della seconda stagione Elendil parte alla sua ricerca, dopo che la serie aveva stabilito che il ragazzo viveva nelle regioni occidentali di Númenor. Non è un dettaglio secondario. Con il potere di Ar-Pharazôn sempre più forte e la frattura interna dell’isola destinata ad approfondirsi, la famiglia di Elendil sta entrando nella fase della propria storia che porterà alla nascita di Arnor e Gondor. È qui che Anárion smette di essere semplicemente “il fratello di Isildur” e diventa una figura fondamentale.

Nella storia della Seconda Era, infatti, Elendil governerà principalmente Arnor mentre Isildur e Anárion saranno associati al governo di Gondor. Anárion non è quindi un personaggio aggiunto per ampliare il cast: rappresenta uno dei futuri sovrani degli Uomini e uno dei protagonisti della resistenza contro Sauron. La terza stagione, che compirà inoltre un salto temporale di cinque anni, può introdurlo già più vicino a questa funzione rispetto a Isildur.

È questo che lo rende potenzialmente più simile all’Aragorn interpretato da Viggo Mortensen. Non per genealogia, ma per funzione narrativa. Aragorn era l’uomo capace di unire la dimensione del guerriero a quella del sovrano, trasformando progressivamente una guerra apparentemente impossibile contro Sauron in una battaglia nella quale gli Uomini potevano ancora avere un ruolo. Gli Anelli del Potere ha Elendil come grande figura paterna e militare e Isildur come eroe ancora in formazione, ma gli è mancato finora un personaggio umano capace di incarnare pienamente leadership, regalità e resistenza. Anárion può colmare esattamente quel vuoto.

Ma rendere Anárion il nuovo Aragorn può funzionare soltanto se Isildur rimane il centro della tragedia

Il Signore degli Anelli: Gli anelli del Potere - Stagione 3
Ben Rothstein/Amazon Prime Video

Qui emerge però una contraddizione interessante. Più Anárion viene costruito come sovrano credibile, più la serie rischia apparentemente di sottrarre qualcosa a Isildur. È lui il personaggio che il pubblico conosce già da due stagioni ed è soprattutto lui ad avere il legame più importante con il futuro della saga. Sarà Isildur a tagliare l’Unico Anello dalla mano di Sauron durante la Guerra dell’Ultima Alleanza e sarà ancora la sua incapacità di distruggerlo a permettere indirettamente il ritorno dell’Oscuro Signore migliaia di anni dopo.

Ma è proprio questa differenza a poter rendere efficace la presenza di Anárion. Isildur non deve diventare semplicemente “l’Aragorn prima di Aragorn”, perché sappiamo già che il suo destino racconta qualcosa di molto diverso. Aragorn è l’erede chiamato a superare gli errori della propria stirpe; Isildur è uno degli uomini attraverso cui quegli errori vengono commessi. Trasformarlo troppo presto nel leader ideale significherebbe ridurre la distanza tra questi due percorsi.

Galadriel in Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere

Anárion permette invece alla serie di separarli. Può incarnare l’immagine del re e del condottiero mentre Isildur continua a costruire un rapporto molto più problematico con il potere, l’eredità e la responsabilità. E la differenza diventerà ancora più importante quando Gli Anelli del Potere arriverà alla Guerra dell’Ultima Alleanza. Anárion combatterà contro Sauron, ma non sopravvivrà al conflitto; Isildur sì, soltanto per compiere successivamente la scelta che segnerà il destino della Terra di Mezzo.

La presenza di Anárion, quindi, non deve necessariamente diminuire Isildur. Può fare esattamente il contrario: permettere alla serie di smettere di costringerlo dentro il modello di Aragorn. La storia di Isildur funziona proprio perché sappiamo che diventerà un grande uomo senza diventare un uomo infallibile. Aragorn, secoli dopo, erediterà non soltanto il suo sangue e il diritto al trono, ma anche il peso delle sue scelte.

È per questo che Andrew Richardson potrebbe avere nella terza stagione un’importanza molto superiore a quella suggerita dalla semplice introduzione di un nuovo membro della famiglia di Elendil. Anárion può offrire a Gli Anelli del Potere il suo equivalente narrativo di Aragorn mentre Isildur continua a diventare qualcosa di più interessante: l’uomo la cui grandezza e il cui fallimento renderanno necessario, migliaia di anni dopo, l’arrivo di Aragorn stesso.

Le 3 migliori serie Netflix da guardare tutte d’un fiato questo fine settimana (28-30 agosto 2026)

Le tre migliori serie Netflix da guardare in un’unica sessione questo fine settimana, dal 28 al 30 agosto 2026, includono due delle serie più popolari della piattaforma e un thriller inedito. Che siate alla ricerca di un’esilarante serie comica che ha appena rilasciato la sua acclamata terza stagione, di un avvincente thriller psicologico in 5 episodi incentrato su una serie di misteriosi omicidi, o di un elaborato thriller poliziesco in stile K-drama con elementi di La Casa di Carta e Ripley, Ecco le migliori nuove serie Netflix che vale la pena guardare questo fine settimana.

La scorsa settimana vi abbiamo consigliato una serie di fantastiche nuove serie Netflix che stanno scalando le classifiche di visualizzazione globali. Tra queste figurano Beauty in Black, la serie crime-drama creata da Tyler Perry, che ha appena pubblicato la sua terza stagione ed è al terzo posto nella classifica mondiale, e Leanne, la popolare sitcom creata da Chuck Lorre, appena tornata con la seconda stagione. Altre serie degne di nota includono SEAL Team, recentemente arrivata su Netflix con tutte e sette le stagioni, e Talamasca: The Secret Order, un intrigante thriller di spionaggio con elementi fantasy. Detto questo, le seguenti serie Netflix sono le migliori da guardare in questo weekend.

Tires

La terza stagione di Tires ha avuto un impatto immediato su Netflix dopo il suo arrivo il 13 agosto, rimanendo nella Top 10 statunitense da allora, dove attualmente si trova al nono posto dopo aver raggiunto la prima posizione. Poche serie comiche si sono evolute tanto quanto Tires dalla sua prima stagione di prova di 6 episodi, realizzata dal comico e podcaster Shane Gillis con fondi propri prima di venderla a Netflix. La seconda stagione si era dimostrata promettente con trame più complesse e star di primo piano come Vince Vaughn, ma la terza ha dimostrato che questa commedia è una serie di tutto rispetto.

La terza stagione di Tires ha ottenuto un punteggio di quasi il 97% su Rotten Tomatoes, smentendo i critici della prima stagione, che le avevano assegnato un pessimo 38%. Tires si presenta come una classica commedia ambientata in un ufficio, sulla falsariga di The Office e Parks and Recreation, solo che in questo caso è ambientata in un’officina meccanica nella Pennsylvania rurale. La serie non si concentra tanto sul lavoro quanto sui personaggi e sulle loro relazioni, che di solito si basano su prese in giro reciproche, a volte pungenti ma sempre affettuose. Tires è semplicemente una delle migliori commedie attualmente disponibili su qualsiasi piattaforma di streaming.

Sacrificio di Sangue (Blood Sacrifice)

Un sacrificio di sangue finale
© Netflix

Sacrificio di Sangue (Blood Sacrifice) è stato il più grande successo in streaming su Netflix questa settimana, da quando è stato rilasciato in sordina sulla piattaforma giovedì scorso. La miniserie thriller psicologica in 5 episodi è incredibilmente avvincente grazie al numero ridotto di episodi e alla sua trama coinvolgente su un serial killer che prende di mira specificamente gli agenti di polizia. Un detective esperto di nome Thomas Berg viene chiamato a indagare, ma chiede aiuto al padre, Alfred, un ex poliziotto con cui ha un rapporto difficile. Tuttavia, il duo padre-figlio è la migliore speranza per trovare l’assassino.

Ambientata a Stoccolma, in Svezia, Blood Sacrifice è diventata la serie più vista al mondo lo scorso fine settimana e si mantiene saldamente al secondo posto, dietro solo alla nuova docuserie true crime Death of the Pastor’s Wife. La serie ha ottenuto un ottimo punteggio dell’86% su Rotten Tomatoes e può essere ufficialmente definita un fenomeno mondiale dello streaming, seguendo le orme di altre serie thriller virali come I Will Find You e The Beast in Me. Non perdetevi tutto questo clamore e tuffatevi nella miniserie Blood Sacrifice in 5 episodi questo fine settimana, se non l’avete ancora fatto.

Mousetrap

Mousetrap
© Netflix

La novità più entusiasmante su Netflix questo fine settimana è Mousetrap, o Field Mouse, una nuova serie thriller-drama coreana in 10 episodi, creata dallo stesso autore de La Casa de Papel: Corea. Mousetrap è stata rilasciata venerdì 28 agosto e si preannuncia come uno dei maggiori successi in streaming del weekend su Netflix. La storia segue le vicende di uno scrittore solitario che si sveglia un giorno e scopre che qualcuno gli ha rubato l’identità. Dovrà quindi intraprendere un’elaborata caccia al gatto e al topo per identificare il ladro e riprendersi la vita che gli è stata sottratta.

Mousetrap è composta da 10 episodi, ciascuno della durata di 49-64 minuti, per un totale di 9 ore e 26 minuti che vi terrà incollati allo schermo per tutto il weekend. Una serie Netflix paragonabile che viene in mente è Ripley, per via del suo antagonista truffatore e del suo impressionante stile visivo. Le prime recensioni suggeriscono che Mousetrap manterrà le promesse della sua avvincente premessa e si posizionerà in alto nelle classifiche mondiali della piattaforma di streaming, quindi vale sicuramente la pena guardarlo questo fine settimana su Netflix.

Il capolavoro fantascientifico in 4 parti di Netflix offre silenziosamente il meglio dell’horror lovecraftiano.

Trasporre l’horror lovecraftiano sul grande e piccolo schermo non è un’impresa facile. In passato, molte serie e film horror cosmici hanno faticato a rendere giustizia al sottogenere, poiché si avvale di idee astratte ed elementi narrativi ambigui. Tuttavia, una serie Netflix si distingue per la brillantezza con cui realizza i suoi elementi lovecraftiani.

La serie in questione, Love, Death & Robots, si sviluppa come un’antologia. Ogni nuovo episodio non solo segue una narrazione autonoma, ma presenta anche uno stile di animazione unico. Invece di attenersi a un unico tema o espediente narrativo per tutta la sua durata, la serie fantascientifica di Netflix rimane sperimentale dall’inizio alla fine.

Per questo motivo, risulta più un miscuglio di sottogeneri, dove ogni episodio gode della libertà creativa di rielaborare i cliché della fantascienza o di espandere i confini della narrazione del genere. Alcuni episodi di Love, Death & Robots risultano convenzionali e prevedibili. Tuttavia, alcuni altri non esitano ad abbracciare elementi lovecraftiani, dando loro al contempo una svolta fantascientifica avvincente.

Alcuni episodi di Love, Death & Robot sono incredibilmente lovecraftiani

Si può discutere all’infinito se qualcosa sia veramente lovecraftiano o meno. Tuttavia, l’episodio 8 del volume 3 di Love, Death & Robot, “In Vaulted Halls Entombed”, è forse uno degli esempi più chiari della capacità della serie di catturare l’orrore cosmico. L’episodio ostenta apertamente i suoi riferimenti lovecraftiani.

Persino il suo mostro principale è un colosso tentacolare e multi-occhi di incomprensibile potere che ricorda Cthulhu o gli Antichi Dei della tradizione lovecraftiana.

Anche da un punto di vista tematico, l’episodio cattura perfettamente il terrore lovecraftiano. Come la maggior parte delle opere di H.P. Ispirata ai racconti di Lovecraft, la serie si conclude con una nota cupa, mostrando come i suoi personaggi debbano perdere completamente la ragione e distruggere i propri sensi per sopravvivere contro qualcosa che va ben oltre la comprensione umana.

L’episodio 7 del Volume 1, “Oltre la Faglia dell’Aquila”, tocca anch’esso elementi lovecraftiani e cosmici, rappresentando l’immensità di un universo indifferente.

“La Guerra Segreta”, episodio 18 del Volume 1, combina anch’esso il cosmicismo con l’horror occulto, descrivendo rituali proibiti e creature mostruose provenienti da un’altra dimensione. La natura astratta e terrificante della narrazione in alcuni episodi, come “Lo Sciame”, “Viaggio Negativo” e “Notte di Pesce”, ricorderà agli spettatori gli antichi misteri cosmici e la logica onirica tipici dell’horror lovecraftiano.

Love, Death & Robots dimostra che abbiamo bisogno di più horror lovecraftiano animato.

Più volte, film e serie TV ispirati a Lovecraft hanno dimostrato che il mezzo live-action ha troppi limiti visivi per riuscire a catturare perfettamente l’essenza dell’orrore cosmico. Film e serie come Archive 81, Annihilation, The Endless e La Cosa sono rare eccezioni. Tuttavia, la maggior parte dei film o delle serie TV lovecraftiane o esagerano con le spiegazioni o sembrano un po’ troppo astratti e sperimentali.

Come dimostrano molti episodi di Love, Death & Robots di Netflix, l’animazione gode di molta più libertà come linguaggio visivo. Con l’animazione, registi e showrunner non devono trattenersi dall’esprimere gli elementi bizzarri e incomprensibili dell’orrore cosmico.

Senza i limiti imposti dalle scenografie fisiche e dai vincoli pratici/CGI, possono facilmente catturare sullo schermo le entità “indescrivibili”, non euclidee e sconvolgenti dei racconti dell’autore.

Sebbene non si sappia ancora se Love, Death & Robots tornerà su Netflix per un’altra stagione, le future serie e i film ispirati a Lovecraft potrebbero trarne spunto e considerare l’utilizzo dell’animazione per portare l’orrore cosmico sul grande schermo.

Rivelato l’importante collegamento con Spider-Man nella terza stagione di Daredevil: Rinascita

Dopo il debutto di Charlie Cox nel MCU in Spider-Man: No Way Home, Spider-Man: Brand New Day consolida ulteriormente questo legame con un sottile collegamento a Daredevil: Rinascita. Uno degli aspetti più forti del MCU è stato anche uno dei meno sfruttati nella Saga del Multiverso: la connessione tra i progetti.

Detto questo, quando si tratta di storie ambientate a livello stradale nel MCU, sembra esserci una maggiore spinta a intrecciare queste narrazioni. Grazie al rilancio delle serie Marvel su Netflix, che creano una base perfetta per collegare queste storie, e ai piccoli crossover di personaggi come Hawkeye, Echo e lo Special Presentation Marvel The Punisher: One Last Kill, questo sta rapidamente diventando il sottoinsieme di storie più definito della Marvel.

E al centro di tutto, abbiamo incredibili eroi come Matt Murdock, alias Daredevil, e Peter Parker, alias Spider-Man, che offrono speranza e protezione agli abitanti di New York. Pertanto, è perfettamente logico che queste storie si intreccino e si completino a vicenda, sia sul grande che sul piccolo schermo.

Spider-Man: Brand New Day svela il destino della Mano

Spider-Man: Brand New Day 2026

A proposito delle serie Marvel di Netflix, uno dei principali rivali che si è scontrato con il Diavolo di Hell’s Kitchen, e di fatto con l’intera squadra dei Difensori, era il gruppo di ninja magici conosciuto come la Mano. Fino a questo punto, Daredevil: Born Again ha fatto ben poco per chiarire dove fossero finiti questi personaggi, ma grazie a Spider-Man: Brand New Day, i fan hanno finalmente una risposta.

La Mano gioca un ruolo di primo piano in Spider-Man: Brand New Day, con un piccolo gruppo di giovani reclute che appaiono nel materiale promozionale e nei trailer, affrontando l’amatissimo Uomo Ragno. Ma, guardando il film, scopriamo dal capo del Dipartimento per il Controllo dei Danni che, rimasti senza un maestro, sono stati reclutati dal DDC per supportare la loro missione.

In questo modo, smettono di terrorizzare le strade di New York, scegliendo invece di operare come una sorta di milizia non ufficiale per la DDC, che finisce per combattere contro Spider-Man nell’atto finale del film. Ma la loro presenza in Spider-Man preannuncia anche un importante sviluppo nella terza stagione di Daredevil: Rinascita.

La terza stagione di Daredevil: Rinascita potrebbe trarre vantaggio dalla caduta della Mano in Spider-Man: Brand New Day

Trailer di The Punisher in Spider-Man- Brand New Day

Nella serie Marvel di Netflix, la Mano inizialmente aveva una struttura di leadership molto solida, finché Elektra non fu scelta per guidare il gruppo, causando di conseguenza il caos sia per la Mano che per il suo vecchio amore, Matt Murdock. Questo accadde perché Elektra era considerata una figura leggendaria conosciuta come il Cielo Nero, destinata a guidare la Mano verso una nuova era.

Sfortunatamente per la Mano, ma fortunatamente per tutti gli altri, la sua preesistente relazione con Daredevil ha portato a complicazioni che hanno infine concluso la sua storia in The Defenders, quando se n’è andata con i suoi nuovi alleati per evitare un conflitto di interessi con la sua vecchia fiamma che avrebbe potuto influenzare il suo nuovo ruolo.

Ma se la Mano si troverà senza un padrone quando uscirà Spider-Man: Brand New Day, questo spiegherebbe come Elektra potrebbe tornare nella storia e riallacciare i rapporti con Matt Murdock nella prossima stagione di Daredevil: Rinascita 3. Senza il peso della Mano, Elektra potrà cercare liberamente un modo per aiutare Matt a uscire di prigione e tentare di redimersi dopo la sua sconsiderata partenza.

Ora, la stagione 3 di Daredevil: Rinascita potrebbe anche beneficiare di ulteriori spiegazioni sul perché e cosa sia successo per separare Elektra dai suoi fedeli seguaci, ma con il suo ritorno così imminente, potremmo ottenere queste risposte prima di quanto si pensi.

Ci sono voluti 15 anni, ma Lanterns sta finalmente correggendo un classico errore della DC

Con decenni di fumetti che hanno costruito migliaia di pagine di mitologia create da decine, se non centinaia, di artisti, cercare di spiegare i concetti che compongono Green Lantern non è facile. Gli elementi base della mitologia – un’enorme forza spaziale intergalattica che mantiene la pace – sono abbastanza facili da capire, ma quando si approfondisce l’anello, la batteria di energia, la batteria centrale di energia e i vari alieni e nemici, tutto può diventare piuttosto confuso per il profano. Immaginate di dover spiegare Rot Lop Fan a una persona comune.

Ma, grazie al lavoro di alcuni sceneggiatori e attori di grande talento, le Lanterne Verdi dell’Universo DC hanno decifrato il codice. Non solo, ma lo fanno sembrare quasi facile. Ma sappiamo tutti che non lo è. Sappiamo che capire quando inserire informazioni importanti – come le origini di Hal Jordan – e come farlo in modo che siano facilmente digeribili senza interrompere il ritmo della serie richiede un’attenta pianificazione e una grande abilità. E lo sappiamo perché ci sono molti esempi di inserti espositivi così pessimi da far rabbrividire il pubblico. La frase di Madame Webera in Amazzonia con mia madre quando stava facendo ricerche sui ragni poco prima di morire” è un ottimo esempio di come una cattiva esposizione possa risultare inefficace e distogliere lo spettatore dalla storia, e questo non è nemmeno presente nel film.

Ma non c’è bisogno di viaggiare nell’Universo 616 – o in una sua derivazione – per un esempio perfetto. Un progetto ha già mostrato al mondo quanto male si possa spiegare la mitologia di Lanterna Verde al pubblico occasionale.

Il film di Lanterna Verde del 2011 ha raccontato troppo e troppo spesso

Mentre Chris Mundy e gli sceneggiatori di Lanterns sono stati attenti a quali elementi della mitologia di Lanterna Verde rivelare e quando rivelarli, rendendo le stranezze più digeribili per lo spettatore medio, il film di Lanterna Verde del 2011 non ha seguito questo approccio. Il film con Ryan Reynolds, che lui stesso non ha mai visto per intero, si apre con una lunga sequenza di spiegazioni che cerca di illustrare non solo i Guardiani dell’Universo, come hanno diviso l’universo e il Corpo delle Lanterne Verdi, ma anche Parallax e Abin Sur. La sequenza è così lunga che il film deve interromperla con una voce fuori campo per mostrare il titolo.

Chiaramente, l’idea per l’inizio di Green Lantern era quella di emulare Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, ma non si avvicina minimamente alla capacità di quel film di fornire allo spettatore informazioni di base, in parte perché i personaggi su cui si concentra l’inizio di Green Lantern non fanno realmente parte della storia, il che rende il tutto piuttosto inutile. Ma non è l’unica volta che il film riversa una grande quantità di informazioni sullo spettatore in rapida successione.

Ryan Reynolds Blake Lively
Ryan Reynolds e Blake Lively in Lanterna Verde

Oltre al fatto che Reynolds, che interpreta Hal Jordan, deve ripetere continuamente cos’è l’anello agli altri personaggi del film, la narrazione si interrompe dopo circa 30 minuti per far ripetere a Sinestro praticamente tutto ciò che è stato spiegato all’inizio. Poi tutto si ferma di nuovo perché Tomar Re spieghi a Hal cos’è il Corpo delle Lanterne Verdi, anche se la storia ci è già stata raccontata. E poi, ovviamente, il film deve interrompere di nuovo la narrazione per far sì che Blake Lively (che interpreta Carol Ferris) spieghi a Hal come funziona l’anello, prima di fermare nuovamente il ritmo per permettere ai Guardiani di raccontare a Hal tutto su Parallax. Per usare un eufemismo, il film passa molto tempo a ripetere agli spettatori cose già dette. E, così facendo, la mente dello spettatore si blocca perché il metodo utilizzato per raccontare tutto ciò è attraverso lunghi monologhi che non fanno progredire la trama o lo sviluppo dei personaggi.

Ma Lanterns of Green Lantern non ha questo problema. Il racconto delle origini di Hal non serve solo a fornire informazioni a chi non ha familiarità con i fumetti di Lanterna Verde, ma mostra anche chi è nel modo in cui racconta la storia e cosa sta facendo mentre la racconta (bere un po’ troppo come parte del suo piano per farsi arrestare). E sebbene la serie non abbia approfondito troppo il personaggio di John Stewart nei primi due episodi (a quanto pare il terzo approfondirà davvero il suo passato), ha comunque fornito allo spettatore gli elementi necessari per capire che tipo di persona sia, senza però risultare eccessivamente esplicita.

Chissà se il team di Lanterns of Green Lantern abbia imparato qualcosa dagli errori di Green Lantern, ma di sicuro ha saputo evitare gli stessi tranelli.

Lantern of Green Lantern fa un’altra cosa che Green Lantern non ha fatto: prende sul serio la mitologia del personaggio

Lanterns

Oltre alle diverse modalità con cui gestiscono l’esposizione, c’è un altro aspetto che distingue nettamente Lanterna Verde da Lanterna Verde: il rispetto che riserva a ogni cosa. A onor del vero, il 2011 era un periodo molto diverso per i film di supereroi. Avengers non era ancora uscito e il pubblico si stava ancora abituando ad alcuni elementi tipici del genere, come i costumi sgargianti e la stranezza generale del concetto di supereroe. Detto questo, il fatto che i personaggi strizzino l’occhio alla telecamera per far capire al pubblico che anche il film è consapevole della stranezza di certi aspetti è comprensibile, ma rimane comunque un problema all’interno del film stesso.

Ryan Reynolds funziona così bene nei panni di Deadpool perché il personaggio si presta perfettamente al suo stile comico: un antipatico adorabile ma irritante. Hal Jordan è arrogante, ma non antipatico, e c’è un sottile confine tra i due che Reynolds e il suo Lanterna Verde non riescono a percorrere. Invece di limitarsi a riproporre elementi che, in realtà, non hanno senso, il film sente il bisogno di metterli in evidenza, rendendoli più evidenti allo spettatore. L’esempio più lampante è Carl Ferris che sa che Hal è Lanterna Verde perché una maschera a domino non è di grande aiuto per nascondere il volto. Lo sappiamo tutti, ma siamo per lo più disposti ad accettare che la maschera sia sufficiente se ce lo si dice.

“Lanterns”, d’altro canto, non si sottrae agli elementi più bizzarri. Anzi, quasi si compiace di essi, pur mantenendoli ancorati alla realtà della serie. Sì, Hal ha un’uniforme che non gli piace, ma la indossa quando è necessario. E sì, Hal è arrogante e può sembrare un antipatico, ma chiaramente non lo è, e usa questo atteggiamento per depistare gli altri. Nessuno scherza sul fatto che John Stewart (Aaron Pierre) crei un uccello, perché è una cosa che solo le Lanterne Verdi possono fare (il fatto che riesca a mantenere la creatura in funzione senza l’anello e persino mentre è privo di sensi troverà sicuramente una spiegazione prima della fine della stagione). E poi c’è Earl, la pianta carnivora che Hal ha come animale domestico. Nessuna battuta sul fatto che sia strano o fuori dal mondo, ma la serie è anche consapevole che l’idea è divertente e la sfrutta con umorismo interno all’universo narrativo e ai personaggi.

Il modo in cui una storia tratta il materiale dice al pubblico cosa pensarne. Green Lantern, probabilmente preoccupato che la gente trovasse il tutto un po’ ridicolo, ha cercato di far capire agli spettatori che tutti coloro che l’hanno creato erano consapevoli della sua assurdità. Ma Lanterne Verdi va dall’altra parte e dice al pubblico: “No, non è ridicolo. Questa è la loro vita ed è una cosa seria per loro, quindi sarà seria anche per voi”.

Chiaramente, un metodo funziona molto meglio dell’altro.

Manifest tornerà su Netflix con una nuova serie ambientata nello stesso universo

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Il viaggio di Manifest non è ancora finito. A più di tre anni dalla conclusione della serie originale, Netflix ha annunciato ufficialmente Arrivals: A New Manifest Mystery, un nuovo spin-off ambientato nello stesso universo narrativo ma costruito attorno a personaggi e misteri inediti.

La nuova serie sarà sviluppata da Jeff Rake, creatore di Manifest, insieme a Margaret Easley e Laura Putney, già co-produttrici esecutive dello show originale. I tre saranno anche co-showrunner del progetto. Rake ha spiegato che l’obiettivo sarà quello di raccontare una storia capace di funzionare sia per i fan storici sia per chi non ha mai visto la serie: «Sono felice di poter raccontare una nuova storia ai fan di Manifest e anche a un pubblico completamente nuovo. Sono passati cinque lunghi anni da quando siamo arrivati su Netflix e probabilmente c’è quasi mezza generazione che non ha mai sentito parlare di Manifest. Abbiamo cercato di trovare un equilibrio che possa gratificare i fan originali, ma allo stesso tempo anche chi scoprirà la serie per la prima volta».

L’annuncio è arrivato il 28 agosto, data ormai celebrata informalmente come Manifest Day per il riferimento al volo 828 al centro della storia originale. Al momento Netflix non ha ancora comunicato cast, data di inizio delle riprese o finestra di uscita.

Arrivals: A New Manifest Mystery ripartirà dal mistero senza replicare la storia del volo 828

La scelta più interessante riguarda proprio la struttura del nuovo progetto. Netflix ha chiarito che Arrivals introdurrà un nuovo gruppo di personaggi e una trama completamente nuova, evitando quindi di trasformarsi in una semplice continuazione della famiglia Stone. Questo non significa però che i legami con Manifest saranno assenti.

Jinny Howe, responsabile delle serie scripted Netflix per Stati Uniti e Canada, ha spiegato che il ritorno del team creativo originale garantirà la continuità necessaria per espandere il franchise: «Siamo entusiasti di ampliare l’universo di Manifest con Arrivals, guidato dal team creativo originale di Jeff Rake, Margaret Easley e Laura Putney. Il loro ritorno garantisce la continuità creativa essenziale per questo franchise, permettendoci di rispettare ciò che ha reso la serie originale un fenomeno e allo stesso tempo introdurre una nuova prospettiva per i fan di tutto il mondo».

Rimane invece completamente aperta la questione dei possibili ritorni dal cast originale. Netflix non ha confermato se Josh Dallas, Melissa Roxburgh, J.R. Ramirez, Athena Karkanis, Luna Blaise o altri protagonisti potranno apparire attraverso cameo, ruoli ricorrenti o collegamenti narrativi più importanti.

Manifest

Anche la collocazione temporale di Arrivals resta da capire. Considerando la natura di Manifest e il modo in cui la serie originale giocava continuamente con tempo, destino e percezione della realtà, il nuovo spin-off potrebbe essere ambientato dopo il finale, durante gli anni della scomparsa del volo 828 oppure persino in parallelo agli eventi già raccontati. Il titolo Arrivals suggerisce comunque che il tema del viaggio e dell’arrivo resterà centrale, mantenendo un forte legame simbolico con l’identità del franchise.

La storia di Manifest è già particolarmente insolita dal punto di vista produttivo. La serie debuttò su NBC nel 2018 e venne cancellata dopo tre stagioni, lasciando irrisolto il cliffhanger del terzo ciclo. Dopo l’arrivo su Netflix e il forte aumento della popolarità, la piattaforma decise di salvarla ordinando una quarta e ultima stagione, distribuita tra il 2022 e il 2023.

Proprio quel precedente potrebbe offrire qualche indicazione sui tempi del nuovo progetto. Netflix annunciò la quarta stagione il 28 agosto 2021 e i primi episodi arrivarono circa quattordici mesi dopo, nel novembre 2022. Se Arrivals seguisse una tempistica simile, un possibile debutto nell’autunno 2027 sarebbe plausibile, ma al momento si tratta soltanto di un’ipotesi e Netflix non ha annunciato alcuna finestra ufficiale.

Harry Potter, HBO mostra il primo oggetto magico della nuova serie

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La nuova serie di Harry Potter continua a prendere forma e HBO ha ora mostrato uno degli elementi più iconici del viaggio del giovane mago verso Hogwarts. In occasione di un evento dedicato al franchise e alla futura stagione d’esordio, è stata infatti rivelata la lettera di ammissione di Harry Potter alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, uno degli oggetti più riconoscibili dell’intera saga.

La lettera riprende il contenuto classico conosciuto dai lettori e dagli spettatori: informa Harry del suo posto a Hogwarts, gli comunica che dovrà procurarsi libri e attrezzature necessarie e specifica che il trimestre inizierà il 1° settembre. A firmarla è Minerva McGranitt, in qualità di vicepreside. HBO ha quindi scelto di presentare la nuova serie attraverso un elemento fortemente legato all’inizio della storia di Harry, senza mostrare ancora scene narrative o momenti particolarmente rivelatori.

La scelta è significativa perché la lettera di Hogwarts rappresenta molto più di un semplice oggetto di scena. È il momento che spezza definitivamente la vita ordinaria di Harry con i Dursley e apre la porta all’intero Wizarding World. Mostrare proprio questo elemento permette quindi a HBO di richiamare immediatamente la memoria collettiva del pubblico, ma allo stesso tempo di introdurre il nuovo adattamento attraverso la propria versione visiva di un simbolo già conosciuto.

Gentile signor Potter,

Siamo lieti di informarla che le è stato assegnato un posto alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts.

In allegato troverà un elenco di tutti i libri e il materiale necessario.

L’anno scolastico avrà inizio il 1° settembre. Attendiamo la sua risposta tramite gufo entro e non oltre il 31 luglio.

Cordiali saluti,

Minerva McGonagall

Vicepreside

La serie Harry Potter di HBO ripartirà dalle origini della saga con un nuovo cast

La prima stagione della nuova serie adatterà Harry Potter e la Pietra Filosofale, riportando sullo schermo l’arrivo di Harry a Hogwarts, il primo incontro con Ron ed Hermione e la scoperta progressiva della verità sul proprio passato. L’obiettivo dichiarato del nuovo adattamento è quello di ripercorrere i romanzi attraverso una narrazione seriale più ampia rispetto ai film, potenzialmente in grado di recuperare personaggi, sottotrame e dettagli che nelle versioni cinematografiche erano stati compressi o eliminati.

Proprio per questo, anche oggetti apparentemente semplici come la lettera di Hogwarts assumono un peso maggiore. Una serie televisiva può soffermarsi più a lungo sul rituale dell’ingresso nel mondo magico, sulla scoperta graduale delle sue regole e sul modo in cui Harry passa da una vita segnata dall’isolamento a un universo nel quale scopre finalmente di avere un’identità e una storia.

La squadra Grifondoro nella serie di Harry Potter HBO
© HBO

Il nuovo adattamento continuerà inoltre a differenziarsi visivamente dai film. Tra gli elementi già discussi figura anche la cicatrice a forma di saetta di Harry, ridisegnata con un aspetto più realistico rispetto alla versione resa celebre da Daniel Radcliffe. Questo suggerisce che HBO intenda conservare la riconoscibilità iconografica della saga senza limitarsi a replicare pedissequamente le scelte estetiche della precedente incarnazione cinematografica.

Intanto, il progetto guarda già oltre la prima stagione. Secondo il materiale fornito, Kit Harington è stato scelto per interpretare Gilderoy Lockhart nella seconda stagione, dopo che in precedenza il ruolo era stato associato a Nicholas Hoult. Parlando del casting, Harington ha spiegato di essere un grande fan di Harry Potter e di considerare Lockhart uno dei suoi personaggi preferiti, definendo l’opportunità di interpretarlo «un vero sogno».

La prima stagione della serie Harry Potter è indicata nel materiale fornito in arrivo il 25 dicembre, mentre la seconda è attesa nel 2027. In attesa di trailer più sostanziosi, HBO sta quindi iniziando a costruire l’attesa attraverso i simboli più riconoscibili della saga, e la lettera di Hogwarts è probabilmente il punto di partenza più naturale possibile.

Black Doves 2, il ritorno di Keira Knightley potrebbe essere molto più vicino del previsto

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Dopo quasi due anni di attesa, Black Doves potrebbe finalmente essere pronta a tornare su Netflix. La seconda stagione del thriller di spionaggio con Keira Knightley e Ben Whishaw avrebbe infatti individuato una data di debutto, anche se al momento manca ancora una conferma ufficiale da parte della piattaforma.

Secondo quanto riportato da What’s on Netflix, Black Doves 2 dovrebbe debuttare il 5 novembre 2026. Keira Knightley tornerà nei panni di Helen Webb, mentre Ben Whishaw riprenderà il ruolo di Sam. Confermati anche Sarah Lancashire e Andrew Buchan. La nuova stagione ripartirà con Wallace sempre più vicino a diventare Primo Ministro, una situazione destinata a rendere ancora più pericolosa la doppia vita di Helen e il suo lavoro segreto per l’organizzazione delle Black Doves.

La notizia acquista peso considerando il lungo intervallo dal debutto della serie, arrivata su Netflix nel dicembre 2024 con sei episodi. Black Doves era stata rinnovata per una seconda stagione ancora prima della première, ma il ritorno di Helen e Sam ha richiesto quasi due anni. Se la data del 5 novembre venisse confermata, la serie tornerebbe quindi in tempo per riportare in scena proprio quell’atmosfera fredda, urbana e quasi festiva che aveva contribuito a distinguerla dagli altri spy thriller contemporanei.

Black Doves 2 renderà ancora più pericolosa la doppia vita di Helen Webb

La prima stagione aveva introdotto Helen come moglie, madre e, soprattutto, agente segreto capace di passare informazioni ottenute attraverso il marito politico alle Black Doves, un’organizzazione che vende intelligence al miglior offerente. La seconda stagione sembra destinata a mettere questa identità sotto una pressione ancora maggiore: se Wallace dovesse davvero diventare Primo Ministro, ogni informazione sottratta da Helen assumerebbe un valore politico e strategico enormemente superiore.

Anche Mrs. Reed dovrà affrontare nuove minacce alla propria posizione all’interno dell’organizzazione, mentre Helen e Sam saranno costretti a tornare a lavorare insieme quando i problemi inizieranno a emergere dall’interno delle Black Doves. È un’evoluzione che potrebbe spostare parte del conflitto dalla semplice guerra tra spie verso la struttura stessa dell’organizzazione, rendendo meno chiaro chi possa essere realmente considerato un alleato.

La seconda stagione allargherà inoltre sensibilmente il cast. Ambika Mod, protagonista di One Day, interpreterà Laila, un’agente delle Black Doves incaricata di aiutare Helen durante una missione. Neve Campbell sarà Cecile Mason, mentre Babou Ceesay interpreterà Mr. Conteh, un dirigente dell’organizzazione particolarmente sospettoso. Sam Riley sarà invece Patrick, una figura misteriosa che potrebbe offrire a Sam una possibile via d’uscita. Al cast si aggiungono anche Sylvia Hoeks, Goran Kostic e Samuel Barnett.

Keira Knightley, Ben Whishaw in Black Doves

Il successo della prima stagione aveva contribuito ad aumentare le aspettative. Secondo i dati riportati dalla fonte, Black Doves ha ottenuto un 92% su Rotten Tomatoes, costruendo la propria identità attraverso una combinazione di spionaggio, azione, humor nero e melodramma familiare. Il punto di forza della serie resta però soprattutto il conflitto di Helen: una donna costretta a vivere contemporaneamente come madre, moglie di un politico e agente di un’organizzazione che potrebbe avere interessi direttamente opposti a quelli della sua stessa famiglia.

Proprio l’ascesa politica di Wallace può quindi diventare la leva narrativa più importante della stagione 2. Quanto più Helen si avvicina al cuore del potere britannico attraverso il marito, tanto più difficile diventa continuare a separare la propria vita domestica dall’attività delle Black Doves. E dopo il lungo intervallo dalla prima stagione, questo conflitto potrebbe rappresentare il vero motore del ritorno della serie.

Black Doves 2 sarebbe attesa il 5 novembre 2026 su Netflix, ma la data resta per ora riportata e non ancora annunciata ufficialmente dalla piattaforma.

Alien: Pianeta Terra riceve un’importante approvazione mentre la stagione 2 entra nel vivo

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Alien: Pianeta Terra ha ricevuto un giudizio particolarmente significativo mentre il franchise continua ad ampliare il proprio futuro tra cinema e televisione. Ridley Scott, regista del film originale del 1979 e produttore esecutivo della serie FX creata da Noah Hawley, ha infatti espresso per la prima volta pubblicamente la propria opinione sullo spin-off televisivo, già rinnovato per una seconda stagione.

Intervistato dal Los Angeles Times, Scott ha definito Alien: Pianeta Terra semplicemente «davvero dannatamente bella» (“pretty damn good”). Il regista non ha approfondito ulteriormente il proprio giudizio, ma il commento assume un peso particolare considerando il suo rapporto con le successive espansioni delle opere che ha contribuito a creare e la franchezza con cui, nel corso degli anni, ha spesso discusso i diversi capitoli di Alien. Nella stessa intervista, Scott ha inoltre rivelato che è in sviluppo anche un seguito di Alien: Covenant del 2017.

Il giudizio del regista arriva dopo un’accoglienza generalmente molto positiva per la prima stagione di Alien: Earth. Secondo i dati riportati dalla fonte, la serie ha raggiunto il 94% di recensioni positive su Rotten Tomatoes sulla base di 200 recensioni, mentre il Popcornmeter del pubblico si è attestato al 65%. Un divario interessante, ma che non ha impedito alla produzione di ottenere rapidamente il rinnovo.

Alien: Pianeta Terra 2 è già in produzione e amplia ulteriormente il cast della serie FX

timothy olyphant in alien earth season-1

L’approvazione di Ridley Scott arriva mentre la seconda stagione di Alien: Earth sta già prendendo forma. La produzione dei nuovi episodi è attualmente in corso a Londra e Scott continuerà a partecipare alla serie in qualità di produttore esecutivo.

Il rinnovo è stato sostenuto anche dai risultati ottenuti al debutto. Nei suoi primi sei giorni di disponibilità tra FX, Hulu e Disney+, Alien: Pianeta Terra ha totalizzato 9,2 milioni di spettatori globali, confermando l’interesse del pubblico per il primo grande tentativo di trasferire stabilmente l’universo degli Xenomorfi nella serialità televisiva.

La prima stagione ha seguito un gruppo di soldati costretto ad affrontare una minaccia terrificante dopo lo schianto sulla Terra della USCSS Maginot. È proprio l’ambientazione terrestre a rappresentare una delle principali differenze rispetto alla tradizione cinematografica della saga: l’universo di Alien può così espandere la propria mitologia oltre gli spazi chiusi di astronavi e colonie, anche a costo di rinunciare in parte alla claustrofobia che caratterizzava molti dei film.

Wendi Alien: Pianeta Terra

Gran parte del cast principale dovrebbe tornare nella seconda stagione, compresi Sydney Chandler, Timothy Olyphant, Alex Lawther, Babou Ceesay, Essie Davis, Samuel Blenkin e Adarsh Gourav. I nuovi episodi introdurranno inoltre diversi interpreti di peso, tra cui Peter Dinklage, Tracey Ullman, Sam Spruell e Jerome Flynn.

Il successo di Alien: Earth assume inoltre maggiore rilevanza considerando quanto rapidamente si stia nuovamente espandendo il franchise. Oltre alla seconda stagione, prevista nel 2027, rimane in sviluppo un seguito di Alien: Romulus, mentre Scott ha confermato l’esistenza di un progetto destinato a proseguire il percorso iniziato con Prometheus e Alien: Covenant.

L’universo di Alien sembra quindi trovarsi davanti a una fase particolarmente ricca, nella quale cinema e televisione potrebbero svilupparsi contemporaneamente lungo percorsi differenti. E proprio l’approvazione di Ridley Scott nei confronti del lavoro di Noah Hawley rappresenta un segnale importante: Alien: Earth non sta semplicemente utilizzando l’iconografia della saga, ma sembra aver trovato abbastanza della sua identità originale da convincere anche l’uomo che quasi cinquant’anni fa portò per la prima volta lo Xenomorfo sul grande schermo.

Star Trek, il futuro dopo Strange New Worlds resta in bilico: arriva un importante aggiornamento sul nuovo prequel

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Il futuro televisivo di Star Trek attraversa una fase di profonda trasformazione, ma uno dei progetti più interessanti legati a Strange New Worlds non è ancora definitivamente tramontato. Henry Alonso Myers, co-creatore e produttore esecutivo della serie Paramount+, ha infatti fornito un nuovo aggiornamento su Star Trek: Year One, il potenziale spin-off che continuerebbe la storia raccontando i primi viaggi della USS Enterprise sotto il comando del James T. Kirk interpretato da Paul Wesley.

Intervistato da TrekMovie, Myers ha spiegato che lui e Akiva Goldsman rimangono interessati a realizzare la serie, ma che Paramount non ha ancora comunicato alcuna decisione sul progetto dopo la fusione con Skydance. «Non ci è stato detto nulla. Non dipende da noi. Dipende da Paramount», ha dichiarato Myers. «Siamo qui e siamo pronti a lavorare a loro discrezione. Amiamo la serie, pensiamo che sia fantastica. Credo che abbiano, sotto molti aspetti, un compito più grande e difficile, perché devono pensare alla direzione generale di Star Trek nel mondo. Noi siamo qui. Amiamo Star Trek. Saremmo felici di farlo ancora. È fuori dalle nostre mani».

Le parole di Myers chiariscono quindi una distinzione importante: Star Trek: Year One non risulta cancellato o respinto, ma allo stesso tempo non è stato ordinato e non sembra ancora far parte dei progetti ufficialmente approvati dalla nuova dirigenza Paramount. L’incertezza riflette quella dell’intero franchise televisivo: Star Trek: Starfleet Academy terminerà con la seconda stagione nel 2027, mentre Strange New Worlds si concluderà con la quinta stagione, lasciando ancora da definire quale sarà il futuro di Star Trek sul piccolo schermo.

Star Trek: Year One continuerebbe la storia di Kirk dopo il finale di Strange New Worlds

kirk abbraccia pock in Star Trek- Strange New Worlds

L’idea alla base di Year One permetterebbe a Paramount di trasformare la conclusione di Strange New Worlds in un passaggio diretto verso uno dei periodi più celebri della storia del franchise. La quinta e ultima stagione vedrà infatti Kirk succedere a Christopher Pike al comando dell’Enterprise, anche se non è ancora noto se il passaggio avverrà durante gli episodi oppure soltanto nel finale della serie.

Paul Wesley interpreta Kirk fin dalla prima stagione di Strange New Worlds, quando apparve inizialmente in una linea temporale alternativa. Nella timeline principale, il suo personaggio presta ancora servizio sulla USS Farragut, mentre Pike rimane capitano dell’Enterprise. Year One partirebbe proprio dal momento successivo a questa transizione, seguendo le prime missioni di Kirk come capitano della USS Enterprise NCC-1701, prima degli eventi conosciuti dal pubblico di Star Trek: The Original Series.

Una simile impostazione consentirebbe inoltre di mantenere diversi interpreti già introdotti da Strange New Worlds. Ethan Peck potrebbe continuare a interpretare Spock, Celia Rose Gooding Uhura, Martin Quinn Scotty e Jess Bush l’infermiera Chapel. A questi potrebbero potenzialmente aggiungersi Thomas Jane e Kai Murakami, scelti rispettivamente per interpretare il dottor McCoy e Sulu nel finale di Strange New Worlds. Al momento, tuttavia, qualsiasi loro partecipazione a Year One rimane soltanto una possibilità.

Anson Mount come Captain Christopher Pike in Star Trek

Il progetto avrebbe quindi una funzione particolarmente interessante: invece di realizzare un altro reboot della serie classica, permetterebbe di costruire gradualmente l’equipaggio destinato a diventare quello di The Original Series, raccontando un periodo precedente alle missioni viste nella produzione televisiva degli anni Sessanta.

Proprio per questo l’incertezza sul destino di Year One assume un significato più ampio. Con Starfleet Academy destinata a terminare e Strange New Worlds vicina alla conclusione, Paramount dovrà decidere quale forma dare alla prossima fase televisiva del franchise. Dopo la fusione Paramount-Skydance, l’unico nuovo progetto di Star Trek indicato nel materiale fornito come ufficialmente annunciato è infatti il film scritto e diretto da Jonathan Goldstein e John Francis Daley.

La quinta stagione di Star Trek: Strange New Worlds sarà composta da appena sei episodi e le riprese si sono concluse nel dicembre 2025. Prima di allora, la quarta stagione è ancora in corso su Paramount+. Sarà proprio il modo in cui la serie accompagnerà Kirk verso il comando dell’Enterprise a stabilire quanto naturalmente Year One potrebbe raccoglierne l’eredità, qualora Paramount decidesse infine di dare il via libera al progetto.

Abbott Elementary 6, il cast torna a scuola nelle prime immagini della nuova stagione

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Il ritorno alla Abbott è sempre più vicino. In vista del debutto della sesta stagione di Abbott Elementary, ABC e il cast della comedy hanno condiviso le prime immagini dei nuovi episodi, mostrando nuovamente insieme gli insegnanti e i dipendenti della scuola di Philadelphia. La serie tornerà negli Stati Uniti il 7 ottobre 2026 su ABC, a poco meno di sei mesi dal finale della quinta stagione.

Le immagini sono state pubblicate il 22 agosto dall’account Instagram ufficiale di Abbott Elementary e successivamente condivise da diversi membri del cast, tra cui Quinta Brunson, Tyler James Williams, Janelle James, Lisa Ann Walter e Sheryl Lee Ralph. Nella prima fotografia il gruppo posa davanti all’ingresso della Abbott quasi come in una foto di famiglia, mentre la seconda mostra gli interpreti maggiormente calati nei rispettivi personaggi, anticipando il ritorno della serie senza rivelare nulla sulle nuove storyline.

Ed è proprio questa familiarità a rendere le fotografie più significative di quanto possa sembrare. Dopo cinque stagioni, Abbott Elementary ha costruito gran parte della propria forza non soltanto sulle singole trame, ma sull’equilibrio comico tra personalità ormai immediatamente riconoscibili. Gregory mantiene il suo atteggiamento serio e composto, Mr. Johnson la sua impassibile sicurezza, mentre Jacob e Barbara esprimono attraverso pose e atteggiamenti caratteristiche che il pubblico associa ormai istintivamente ai personaggi.

Abbott Elementary 6 riunisce Quinta Brunson e il cast in vista del ritorno di ottobre

Abbott Elementary - stagione 4

Le nuove fotografie non anticipano quindi particolari sviluppi narrativi, ma confermano che il gruppo centrale della serie sarà nuovamente al completo. Quinta Brunson tornerà nei panni di Janine Teagues, insieme a Tyler James Williams come Gregory Eddie, Janelle James come Ava Coleman, Lisa Ann Walter come Melissa Schemmenti, Sheryl Lee Ralph come Barbara Howard, Chris Perfetti come Jacob Hill e William Stanford Davis come Mr. Johnson.

La scelta di presentare la nuova stagione attraverso una semplice foto di gruppo è particolarmente coerente con l’identità di Abbott Elementary. Fin dal debutto, la comedy ha costruito il proprio successo sulla sensazione di osservare una vera comunità scolastica, utilizzando il formato mockumentary per trasformare problemi professionali, rapporti sentimentali e difficoltà del sistema educativo in situazioni comiche senza perdere il legame emotivo con i suoi protagonisti.

Abbott Elementary

La sesta stagione arriva inoltre dopo un ciclo importante per la serie. La quinta si è conclusa il 22 aprile 2026, mentre ABC ha fissato il ritorno per mercoledì 7 ottobre. Le prime immagini evitano accuratamente di offrire indicazioni su ciò che accadrà dopo il finale, lasciando quindi ancora aperte le domande sulle direzioni narrative che verranno intraprese.

È una strategia che permette soprattutto di riportare l’attenzione sull’elemento che continua a sostenere Abbott Elementary dopo cinque stagioni: la chimica del suo ensemble. Il ritorno dell’intero gruppo davanti alla scuola funziona così come un primo segnale dell’avvicinarsi dei nuovi episodi, in attesa che ABC mostri materiale più sostanzioso sulla trama.

Le prime cinque stagioni di Abbott Elementary sono disponibili in streaming su Disney+, mentre la stagione 6 debutterà il 7 ottobre negli Stati Uniti su ABC. Il materiale fornito non indica al momento una data italiana per i nuovi episodi.

RoboCop, il reboot di Prime Video compie un nuovo importante passo verso la produzione

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Il ritorno di RoboCop sul piccolo schermo comincia a prendere forma. Dopo aver scelto Dan Stevens come nuovo Alex Murphy, la serie reboot di Prime Video ha ora individuato anche la finestra nella quale dovrebbero iniziare le riprese. L’aggiornamento arriva direttamente dall’attore e permette di capire meglio a che punto si trova la produzione degli otto episodi che riporteranno in scena uno dei personaggi più iconici della fantascienza degli anni Ottanta.

Parlando con Collider, Stevens ha confermato che le riprese di RoboCop dovrebbero iniziare nella primavera del 2027. L’attore non ha ancora indossato l’iconica armatura del personaggio, ma ha spiegato che le prime prove costume sono ormai imminenti. «Non l’ho ancora provata, ma dovrebbe succedere presto», ha raccontato, aggiungendo poi l’indicazione più importante: «Inizieremo a girare la prossima primavera». Prime Video non ha ancora annunciato una data di uscita e, considerando la nuova tempistica produttiva, il debutto della serie appare ancora relativamente lontano.

La conferma è comunque significativa perché arriva a poche settimane dall’annuncio ufficiale del progetto e soprattutto dopo la scelta del nuovo protagonista. Prime Video sembra quindi aver accelerato lo sviluppo di RoboCop, costruendo una serie che non vuole limitarsi a recuperare il nome del film del 1987, ma che punta a riprendere alcuni degli elementi che hanno reso il lavoro di Paul Verhoeven un classico: violenza, satira, tecnologia e critica del potere delle grandi corporation. Lo stesso Stevens aveva già anticipato l’intenzione di preservare anche l’umorismo dell’originale, componente fondamentale e talvolta sottovalutata dell’identità del franchise.

Dan Stevens sarà il nuovo Alex Murphy nella serie RoboCop di Prime Video

RoboCop cast

Dan Stevens raccoglierà un’eredità particolarmente importante. Peter Weller interpretò Alex Murphy nei primi due film della saga, prima che Robert Burke assumesse il ruolo in RoboCop 3. Nel reboot cinematografico del 2014 il personaggio passò invece a Joel Kinnaman. La nuova produzione rappresenterà inoltre il primo vero tentativo contemporaneo di sviluppare il concetto originale attraverso una narrazione seriale live-action.

La sinossi diffusa da Prime Video conserva infatti il cuore della storia conosciuta dal pubblico. Una gigantesca compagnia tecnologica convince una città ad affidare parte delle proprie forze dell’ordine a un potente robot, all’interno del quale viene però impiantata la coscienza di un amato agente di polizia morto in servizio. Una premessa immediatamente riconducibile alla trasformazione di Alex Murphy, ma sufficientemente aperta da permettere alla serie di reinterpretare il rapporto tra essere umano, tecnologia e controllo corporativo nel contesto contemporaneo.

RoboCop film

A guidare gli otto episodi sarà Peter Ocko, sceneggiatore e showrunner del progetto. Tra i produttori esecutivi figurano James Wan, Michael Clear e Rob Hackett attraverso Blumhouse Atomic Monster, mentre alla produzione parteciperà anche Ed Neumeier, co-sceneggiatore del RoboCop originale, in qualità di produttore esecutivo.

Proprio la presenza di Neumeier e le dichiarazioni di Stevens suggeriscono che l’obiettivo non sia semplicemente modernizzare l’estetica del personaggio. Il film di Verhoeven utilizzava infatti la storia di Murphy per costruire una satira feroce sulla privatizzazione, sul capitalismo corporativo, sulla spettacolarizzazione della violenza e sulla progressiva sostituzione dell’essere umano attraverso la tecnologia. Temi che, quasi quarant’anni dopo, possono assumere una nuova rilevanza e offrire alla serie un terreno narrativo particolarmente fertile.

Per il momento, però, molti dettagli restano ancora da scoprire. Prime Video non ha annunciato altri componenti del cast né una data di uscita, mentre Stevens ha espresso anche la speranza che il progetto possa proseguire oltre la prima stagione. Con le riprese previste per la primavera del 2027, bisognerà quindi attendere ancora prima di vedere il nuovo Alex Murphy in azione, ma il reboot televisivo di RoboCop è ormai entrato concretamente nella sua fase di preparazione.

Eternally Yours: il primo trailer svela la nuova commedia soprannaturale dai produttori di Ghosts

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Dopo il successo di Ghosts, i suoi creatori sono pronti a raccontare una nuova famiglia decisamente fuori dal comune. CBS ha pubblicato il primo trailer ufficiale di Eternally Yours, la nuova commedia soprannaturale di Joe Port e Joe Wiseman che seguirà una coppia di vampiri sposata da circa 500 anni alle prese con le difficoltà della società moderna. La serie debutterà negli Stati Uniti l’8 ottobre su CBS.

Il trailer introduce Charles e Liz, interpretati rispettivamente da Ed Weeks e Allegra Edwards, e soprattutto il problema destinato a sconvolgere la loro esistenza apparentemente eterna: la figlia Emma (Helen J. Shen) si è innamorata di un essere umano, Max (Jaren Lewison). Dopo aver cercato di nascondere al ragazzo la vera natura della propria famiglia sostenendo che i genitori siano semplicemente canadesi, Emma è costretta a rivelargli la verità quando Charles e Liz mostrano davanti a lui zanne e artigli. Il filmato presenta inoltre gli altri componenti della comunità di vampiri e anticipa che proprio il matrimonio secolare dei due protagonisti sarà uno dei principali motori comici della serie.

La premessa mostra immediatamente il legame creativo con Ghosts: ancora una volta Port e Wiseman utilizzano il soprannaturale non tanto per costruire una storia horror, quanto per esasperare dinamiche familiari e sentimentali estremamente quotidiane. Se Ghosts trasforma la convivenza con i morti in una sitcom domestica, Eternally Yours sembra partire dall’immortalità per affrontare una domanda ancora più assurda: cosa succede a un matrimonio quando “finché morte non vi separi” smette letteralmente di essere un’opzione?

Eternally Yours trasforma un matrimonio eterno in una sitcom sui vampiri

Il primo trailer chiarisce quanto questa idea sarà centrale. «Questo matrimonio è letteralmente infinito», si lamenta Charles, sottolineando che per i vampiri non sarebbe possibile neppure divorziare. Jesse (Parker Young), altro membro della comunità soprannaturale e a sua volta sposato con un’umana, spiega infatti che la separazione è proibita: gli anziani punirebbero chi tentasse di divorziare facendolo a pezzi. Una prospettiva che Charles, ormai esasperato, arriva ironicamente a considerare una possibile via d’uscita.

La serie sembra così voler utilizzare l’immortalità come versione estrema delle difficoltà di una relazione di lunga durata. Charles e Liz sono insieme da cinque secoli, mentre Emma appartiene a una generazione che vuole vivere secondo regole differenti e costruire una relazione con un essere umano. Il contrasto generazionale si aggiunge quindi a quello matrimoniale, permettendo a Eternally Yours di utilizzare la mitologia dei vampiri per parlare di genitori, figli, coppie e cambiamenti sociali.

charles e iz in eternally yours

Oltre a Ed Weeks, Allegra Edwards, Helen J. Shen e Jaren Lewison, il cast comprende Parker Young nei panni di Jesse, Rose Abdoo in quelli di Phyllis, Tristan Michael Brown come Mort e Shylo Molina nel ruolo di Henry. Joe Port e Joe Wiseman sono produttori esecutivi insieme a Eric Tannenbaum, Kim Tannenbaum e Jason Wang, mentre Trent O’Donnell ha diretto il pilot, del quale è anche produttore esecutivo.

CBS ha ordinato 20 episodi della nuova comedy, assegnandole una posizione significativa nel palinsesto autunnale. Eternally Yours andrà infatti in onda subito dopo Georgie & Mandy’s First Marriage e dovrebbe inoltre fare da traino agli speciali di Ghosts previsti per Halloween e Natale, rispettivamente il 29 ottobre e il 10 dicembre, prima del vero ritorno della sesta stagione nella midseason.

Più che uno spin-off diretto di Ghosts, Eternally Yours si presenta dunque come una companion series, legata alla comedy di successo soprattutto attraverso i suoi creatori, il tono e l’idea di utilizzare esseri soprannaturali per osservare problemi molto umani. Il primo trailer suggerisce però che questa volta saranno l’amore e soprattutto l’impossibilità di mettere fine a un matrimonio a fornire alla serie la sua identità più riconoscibile.

Eternally Yours debutterà l’8 ottobre su CBS negli Stati Uniti. Al momento non è stata indicata nel materiale fornito una distribuzione italiana.

Pokémon prepara una svolta storica nello streaming in vista della nuova serie del 2027

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Il mondo di Pokémon si prepara a una significativa espansione della propria presenza in streaming. The Pokémon Company International ha stretto un nuovo accordo di distribuzione che porterà contenuti del franchise su Disney+ e Disney XD, a cominciare dalla nuova serie in stop-motion Pokémon Tales: The Misadventures of Sirfetch’d & Pichu, attesa nel 2027. L’intesa arriva nell’anno del trentesimo anniversario del franchise e segna un nuovo importante capitolo nella distribuzione internazionale delle sue produzioni animate.

Come riportato da ScreenRant, Pokémon Tales: The Misadventures of Sirfetch’d & Pichu debutterà su Disney XD e sarà disponibile in streaming in esclusiva su Disney+. L’accordo comprende anche Pokémon the Series: The Beginning, che riporta sullo schermo le prime avventure di Ash Ketchum nelle regioni di Kanto e delle Isole Orange e che è già disponibile negli Stati Uniti e in alcuni mercati internazionali. Al momento non è stato chiarito se l’accordo permetterà in futuro a Disney+ di aggiungere altre stagioni dell’anime, né quali saranno esattamente tutti i territori coinvolti nella distribuzione.

La novità è particolarmente significativa perché arriva in un momento in cui l’universo audiovisivo di Pokémon è distribuito attraverso piattaforme differenti. Netflix ospita infatti Pokémon Concierge, realizzato insieme a Dwarf Studios, mentre Pokémon Horizons: The Series ha inaugurato nel 2023 l’era successiva ad Ash Ketchum con Liko e Roy come nuovi protagonisti. L’accordo con Disney non significa quindi necessariamente che l’intero catalogo del franchise sia destinato a trasferirsi sulla piattaforma, ma mostra come The Pokémon Company stia continuando a diversificare e ampliare la distribuzione delle proprie produzioni.

Pokémon Tales: The Misadventures of Sirfetch’d & Pichu unirà Pokémon e Aardman Animation nel 2027

Detective Pikachu

Il progetto più importante incluso nell’accordo è Pokémon Tales: The Misadventures of Sirfetch’d & Pichu, realizzato attraverso la collaborazione tra The Pokémon Company International e Aardman Animation, lo studio britannico dietro Wallace & Gromit e Shaun the Sheep. La serie era stata annunciata inizialmente nel dicembre 2024, seguita da una prima anticipazione nel luglio 2025, mentre ora è stato diffuso anche il primo teaser trailer.

La storia seguirà Sirfetch’d e Pichu durante un viaggio attraverso la regione di Galar, dove i due cercheranno di aiutare e proteggere gli altri Pokémon. Le loro missioni, naturalmente, non procederanno quasi mai secondo i piani: proprio attraverso pericoli, rivalità e incontri con altre creature si svilupperà l’amicizia tra i due protagonisti. Alla guida del progetto ci sono Tom Parkinson come regista, Natalie McKay come creative director e James Young come creative lead.

Per il franchise sarà inoltre soltanto la seconda produzione televisiva realizzata in stop-motion, dopo Pokémon Concierge. La presenza di Aardman rende però il progetto particolarmente interessante: lo studio ha costruito gran parte della propria identità su una comicità fisica e una narrazione fortemente legata alla personalità dei personaggi, caratteristiche che potrebbero adattarsi naturalmente a creature come Sirfetch’d e Pichu.

L’accordo assume un peso ancora maggiore considerando la fase di espansione che Pokémon sta attraversando dopo trent’anni di storia. Nel 2027 è previsto anche l’arrivo dei videogiochi Pokémon Winds and Waves per Nintendo Switch 2, mentre sul fronte live-action rimangono ancora diverse incognite. Dopo il successo di Detective Pikachu nel 2019, non è ancora chiaro se il sequel cinematografico riuscirà effettivamente a concretizzarsi; allo stesso modo, non sono emersi recentemente aggiornamenti sulla serie live-action di Pokémon annunciata da Netflix nel 2021.

La nuova partnership con Disney rappresenta quindi soprattutto un ulteriore ampliamento dell’ecosistema audiovisivo di Pokémon, più che un semplice cambio di piattaforma. Resta ora da capire quanto sarà esteso l’accordo e, soprattutto, se l’arrivo delle prime avventure di Ash su Disney+ possa rappresentare soltanto l’inizio di un progressivo ampliamento del catalogo storico del franchise.

Landman 3 potrebbe ancora arrivare nel 2026 nonostante i ritardi: una star riapre le speranze

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La terza stagione di Landman potrebbe riuscire a debuttare entro la fine del 2026, nonostante i numerosi slittamenti subiti dalla produzione. A riaprire questa possibilità è James Jordan, interprete di Dale Bradley e collaboratore abituale di Taylor Sheridan, secondo il quale i tempi particolarmente rapidi della post-produzione della serie potrebbero permettere a Paramount+ di distribuire almeno i primi episodi entro Natale. Al momento, però, non esiste ancora una finestra di uscita ufficiale.

Intervistato da Us Magazine, Jordan ha spiegato di sperare che Landman possa conservare la finestra autunnale/invernale che ha caratterizzato le prime due stagioni. «Con il modo in cui montano oggi, i tempi sono davvero rapidissimi. Potremmo essere in onda prima della fine dell’anno. Lo spero davvero. Quella piccola finestra festiva che abbiamo avuto nelle ultime due stagioni, dal periodo del Ringraziamento fino alla fine dell’anno, penso sia semplicemente perfetta per Landman», ha dichiarato l’attore. Le sue parole arrivano dopo che l’inizio delle riprese della stagione 3 è progressivamente slittato: inizialmente Sam Elliott aveva indicato maggio, Billy Bob Thornton aveva successivamente parlato di agosto, mentre Jordan ha ora confermato che la produzione dovrebbe partire a metà settembre.

L’ipotesi di vedere nuovi episodi già nel 2026 rimane quindi possibile, ma appare estremamente ambiziosa. Le prime due stagioni avevano infatti iniziato le riprese molto prima dei rispettivi debutti: la prima nel febbraio 2024 prima della première di novembre, la seconda nell’aprile 2025 prima dell’arrivo su Paramount+ nel novembre successivo. Cominciare soltanto a settembre restringerebbe enormemente i tempi. A giocare a favore della serie c’è però il particolare sistema produttivo adottato dalla squadra di Sheridan: il regista Stephen Kay aveva già spiegato lo scorso maggio che il montaggio procede contemporaneamente alle riprese, rendendo teoricamente possibile una distribuzione molto più rapida.

Landman 3 ripartirà direttamente dal finale della seconda stagione, mentre Taylor Sheridan sta ancora scrivendo i nuovi episodi

James Jordan ha fornito anche un’indicazione importante sulla storia: la terza stagione non utilizzerà un salto temporale per superare gli eventi lasciati in sospeso. «Ripartiamo esattamente da dove ci siamo fermati», ha confermato l’attore, suggerendo che le conseguenze del finale della seconda stagione saranno immediatamente al centro dei nuovi episodi. Jordan ha inoltre precisato che Taylor Sheridan è ancora completamente impegnato nella scrittura e che, personalmente, ha potuto leggere soltanto una sceneggiatura. Quanto visto finora gli è comunque bastato per definire la nuova stagione «un viaggio pazzesco».

Questo dettaglio rende ancora più interessante la questione dei tempi. Landman è una delle produzioni di punta dell’universo televisivo costruito da Sheridan e Paramount+ avrebbe certamente interesse a conservarne la tradizionale collocazione di fine anno. Jordan stesso ritiene possibile una soluzione particolarmente aggressiva: «Non vedo perché, se iniziamo subito dopo il Labor Day e partiamo a tutta velocità, non potremmo avere alcuni episodi pronti entro Natale. Chi lo sa? Ma so che il pubblico non vede l’ora».

La precisazione fondamentale resta però quella fatta implicitamente dallo stesso attore: si tratta di una speranza e non di un’informazione ufficiale. Paramount+ non ha ancora annunciato né una data né una finestra di uscita per Landman 3. Con le riprese previste soltanto per settembre, un debutto natalizio richiederebbe che produzione e post-produzione procedessero praticamente in parallelo fin dalle prime settimane.

Landman - Stagione 2 Finale

Se l’obiettivo venisse raggiunto, Landman manterrebbe una continuità notevole: la prima stagione debuttò nel novembre 2024 e la seconda nel novembre 2025. In caso contrario, uno slittamento al 2027 rimane lo scenario più prudente. Le prossime settimane, con l’effettivo avvio delle riprese, dovrebbero quindi permettere di capire se l’ottimismo di James Jordan potrà davvero trasformarsi nella sorprendente terza uscita consecutiva della serie nell’arco di tre anni.

Voyagers: la spiegazione del finale del film

Voyagers: la spiegazione del finale del film

Voyagers è un film di fantascienza del 2021 diretto da Neil Burger, costruito attorno a una delle idee più classiche del genere: una nave generazionale trasporta nello spazio un gruppo di esseri umani destinati a raggiungere, dopo decenni, un nuovo pianeta abitabile. A rendere particolare il viaggio, però, è l’età dei protagonisti. I trenta ragazzi crescono lontani dalla Terra, senza aver mai conosciuto la società che dovrebbero salvare, mentre gli adulti hanno progettato per loro ogni aspetto dell’esistenza, compresi i rapporti affettivi e la riproduzione.

Il riferimento più evidente è Il signore delle mosche di William Golding: come nel romanzo, un gruppo di giovani viene progressivamente privato delle strutture che ne regolano il comportamento e deve confrontarsi con il potere, la paura e la violenza. In Voyagers, tuttavia, l’isola deserta è sostituita da una nave lanciata nel vuoto cosmico. Il finale sposta allora il significato dell’intera storia: la vera domanda non è se questi ragazzi riusciranno a sopravvivere al viaggio, ma se l’umanità saprà superare la propria tendenza all’autodistruzione.

Il viaggio della Humanitas trasforma un esperimento scientifico in una prova sulla natura umana

L’idea della Humanitas appartiene alla tradizione della fantascienza che immagina il viaggio interstellare come un problema generazionale. La distanza è talmente grande che nessuno degli esseri umani partiti dalla Terra può arrivare personalmente alla destinazione: saranno i figli, i nipoti e le generazioni successive a vedere il nuovo mondo. Neil Burger utilizza questo dispositivo per trasformare lo spazio in una sorta di laboratorio sociale.

I giovani protagonisti sono stati selezionati attraverso procedure scientifiche e cresciuti artificialmente affinché possiedano le caratteristiche necessarie alla missione. Il loro isolamento dovrebbe renderli più adatti alla vita sulla nave, mentre il controllo chimico delle pulsioni sessuali dovrebbe impedire che emozioni e desideri compromettano l’obiettivo collettivo.

È qui che il film introduce la propria frattura fondamentale. Richard, interpretato da Colin Farrell, crede di poter garantire la sopravvivenza dell’umanità attraverso il controllo dell’individuo. Christopher, Tye Sheridan, e Zac, Fionn Whitehead, scoprono però che nel cibo viene inserita una sostanza destinata a mantenere tutti docili e privi di desiderio sessuale.

Quando smettono di assumere il farmaco, l’equilibrio della nave si rompe. Il problema, però, non è semplicemente che gli adolescenti diventano più impulsivi: emerge la contraddizione centrale dell’esperimento. Per creare una società capace di arrivare al futuro, gli adulti hanno cercato di eliminare proprio quelle componenti emotive che rendono possibile una società.

Il finale di Voyagers spiegato: Zac viene sconfitto e Sela prende il comando della Humanitas

Voyagers

La morte di Richard segna il punto di non ritorno. Dopo il suo decesso, Christopher viene scelto come nuovo capo, provocando la reazione di Zac, che trasforma la paura in uno strumento politico. Racconta agli altri che Richard è stato ucciso da un alieno e si presenta come l’unico individuo capace di proteggerli.

La menzogna funziona perché Zac comprende qualcosa che gli altri sottovalutano: in una comunità privata delle proprie certezze, la paura può diventare una forma di potere. Il gruppo comincia così a disgregarsi e la presunta minaccia extraterrestre diventa una giustificazione per la violenza.

Christopher e Sela, interpretata da Lily-Rose Depp, riescono però a recuperare una registrazione che rivela la verità sulla morte di Richard. Zac è responsabile dell’accaduto e ha contribuito al successivo danneggiamento della nave. Quando la verità viene mostrata agli altri, Zac tenta ancora di manipolarli sostenendo che l’alieno si nasconda tra loro.

La situazione precipita fino all’omicidio di uno dei membri dell’equipaggio. Dopo ulteriori scontri, Zac rimane isolato. Sela e Christopher riescono infine a espellerlo nello spazio, mentre il resto dell’equipaggio abbandona progressivamente la logica della guerra interna.

È proprio qui che il film evita il finale più semplice. Christopher non diventa il nuovo leader assoluto. Anche lui rinuncia al potere e Sela viene scelta come nuova comandante. La decisione è significativa perché il nuovo ordine della Humanitas nasce da un compromesso: il comando viene affidato a una figura capace di mediare, mentre tutti accettano di smettere di assumere il farmaco che sopprime le loro emozioni.

Desiderio, paura e potere: il vero conflitto di Voyagers è il tentativo di controllare l’essere umano

Tye Sheridan e Lily-Rose Depp in Voyagers

Il farmaco rappresenta il cuore simbolico del film. Gli adulti hanno cercato di eliminare desiderio, aggressività e instabilità per rendere l’equipaggio funzionale alla missione. La violenza che esplode dopo la sospensione della sostanza sembra inizialmente dimostrare che il loro ragionamento fosse corretto.

La lettura più interessante, però, porta nella direzione opposta. Il problema non è l’esistenza delle emozioni, bensì l’incapacità di gestirle. Zac rappresenta la possibilità che paura e desiderio di dominio prendano il sopravvento; Christopher rappresenta invece la possibilità di trasformare il conflitto attraverso una scelta condivisa. Sela diventa il punto d’incontro tra queste due posizioni.

Per questo il film costruisce un parallelo con Il signore delle mosche, pur modificandone la conclusione. La regressione verso la violenza è reale, ma non viene presentata come un destino inevitabile. L’essere umano possiede una componente distruttiva, tuttavia possiede anche la capacità di riconoscere il fallimento di quella strada e costruire nuove regole.

La nave diventa così una metafora della società. Quando le strutture esterne vengono meno, emergono ambizione, paura e aggressività; quando il potere viene concentrato nelle mani di un singolo, la comunità rischia di trasformarsi in una massa manipolabile. La soluzione individuata da Christopher e Sela è invece politica prima ancora che scientifica: imparare a convivere con ciò che non può essere eliminato.

Il vero significato del finale di Voyagers è nella scelta di affidare il futuro alla riconciliazione

Il salto temporale conclusivo modifica completamente la prospettiva. Dopo altri decenni, la Humanitas raggiunge finalmente il pianeta individuato dagli scienziati. I ragazzi che abbiamo seguito sono ormai parte di una storia molto più lunga: hanno avuto figli, e quei figli ne hanno avuti altri. La missione ha funzionato.

Ma il risultato più importante non è l’arrivo sul nuovo pianeta. È il modo in cui ci sono arrivati. Il progetto originale prevedeva una riproduzione rigidamente programmata attraverso la fecondazione artificiale e il controllo farmacologico. Dopo la crisi, invece, l’equipaggio sceglie di vivere, innamorarsi e avere figli naturalmente.

Il finale suggerisce quindi che il futuro dell’umanità non può essere costruito attraverso una perfetta eliminazione dell’imprevedibilità. La generazione partita dalla Terra deve accettare che emozioni, desiderio, conflitto e libertà facciano parte della condizione umana. Il compito non è cancellarli, bensì imparare a governarli senza trasformarli in strumenti di dominio.

Tye Sheridan nel film Voyagers

In questa prospettiva, Voyagers diventa anche una riflessione sul presente. La nave è una piccola Terra isolata nello spazio e la sua crisi riproduce, in forma estrema, dinamiche che appartengono alla storia umana: lotte per il potere, manipolazione della paura, violenza, ricerca di un nemico e tentativi di controllo sociale.

Eppure il film sceglie un finale sorprendentemente ottimista. La specie sopravvive perché, dopo aver rischiato di distruggersi, impara a convivere. Christopher e Zac rinunciano alla lotta per il comando, Sela assume la leadership e la comunità accetta di costruire un equilibrio nuovo. Quando finalmente il pianeta appare all’orizzonte, quella destinazione è quindi qualcosa di più di una nuova casa.

È la dimostrazione che l’umanità può arrivare al futuro soltanto quando smette di pensare alla sopravvivenza come a una conquista individuale. La Humanitas attraversa il buio dello spazio perché i suoi abitanti imparano, attraverso gli errori, che il vero antidoto all’autodistruzione non è il controllo assoluto dell’uomo sull’uomo, bensì la capacità di riconciliarsi.

CIA – Un uomo nel mirino: la spiegazione del finale del film

CIA – Un uomo nel mirino: la spiegazione del finale del film

CIA – Un uomo nel mirino, thriller d’azione diretto da Roel Reiné e interpretato da Aaron Eckhart, costruisce la propria tensione intorno a una domanda apparentemente semplice: chi sta davvero dando gli ordini a un assassino che ha trascorso gran parte della vita eliminando bersagli per conto del governo? Il protagonista Evan Shaw è convinto di essere ancora un operativo della CIA, incaricato di eseguire missioni segrete attraverso messaggi codificati nascosti negli annunci dei giornali. La sua certezza, però, comincia a sgretolarsi quando Kacey Walker (Abigail Breslin) entra nella sua vita e gli dimostra che l’organizzazione per cui crede di lavorare non esiste più da anni.

È proprio qui che CIA – Un uomo nel mirino assume una dimensione più interessante rispetto al tradizionale film sull’assassino professionista. La cospirazione serve infatti a mettere in discussione l’identità stessa di Evan: per decenni ha costruito la propria esistenza sull’obbedienza, fino a scoprire di essere stato trasformato in uno strumento nelle mani di qualcun altro. Il finale porta questa consapevolezza alle estreme conseguenze, perché Evan elimina Antonio Griffin, sceglie di ritirarsi e, soprattutto, decide di assumersi finalmente una responsabilità che aveva sempre evitato: essere padre.

Un thriller da assassini e complotti che trasforma l’agente segreto in una vittima del sistema

La premessa di CIA – Un uomo nel mirino appartiene a una tradizione ben riconoscibile del cinema d’azione: l’operativo infallibile, isolato dal mondo, scopre che la struttura per cui ha combattuto lo ha tradito. La particolarità di Evan Shaw sta però nel fatto che la manipolazione è durata per anni. Non gli viene semplicemente sottratta la fiducia in un’organizzazione: gli viene sottratta retroattivamente la certezza di aver dato un significato alla propria vita.

Aaron Eckhart interpreta quindi un protagonista costruito intorno alla disciplina. Evan non è un uomo che ama necessariamente uccidere; è un professionista che ha eliminato qualsiasi dubbio dal proprio modo di agire. I suoi bersagli sono stati presentati come minacce alla sicurezza nazionale e lui ha accettato quella versione della realtà senza chiedere spiegazioni. La procedura stessa, con gli incarichi nascosti negli annunci dei giornali, sottolinea quanto la sua esistenza sia diventata automatica.

L’arrivo di Kacey modifica completamente questo equilibrio. La giovane agente di MI6 gli rivela che Kevin Angler, il suo presunto superiore, è morto da anni e che la fantomatica US Tourism Division non è mai stata una vera divisione della CIA. Evan scopre così di essere stato mantenuto deliberatamente nell’ignoranza.

Il complotto assume quindi una funzione precisa: mostrare cosa accade quando un individuo rinuncia completamente alla propria autonomia in nome di una struttura superiore. Evan ha trascorso decenni a obbedire perché credeva di servire un principio. Quando scopre che quel principio era una costruzione, deve affrontare una domanda molto più dolorosa di quella relativa all’identità del mandante: chi è Evan quando smette di essere un’arma?

Aaron Eckhart in CIA - Un uomo nel mirino

Il finale di CIA – Un uomo nel mirino: Evan uccide Antonio Griffin e sceglie di diventare finalmente padre

La verità emerge progressivamente quando Evan e Kacey ricostruiscono la provenienza degli incarichi ricevuti negli anni. Dopo la chiusura della divisione che Evan credeva di servire, i suoi bersagli cambiano natura: non sono più soltanto criminali o figure considerate pericolose, ma politici e uomini d’affari le cui morti provocano conseguenze economiche. A beneficiare di questa destabilizzazione è soprattutto il Griffin Group, società finanziaria legata ad Antonio Griffin.

Il confronto con Griffin chiarisce dunque il vero scopo della macchina costruita intorno a Evan. L’assassino è stato utilizzato come uno strumento inconsapevole per eliminare persone funzionali agli interessi di una struttura privata. Persino Kevin Angler, che Evan considerava morto, riappare come parte di una manipolazione molto più ampia. Quando Angler tenta di rivelargli la verità, Griffin fa intervenire i propri mercenari: Angler viene ucciso e Evan e Kacey riescono ancora una volta a fuggire.

A questo punto, però, Evan non è più l’uomo che era all’inizio. La scoperta di essere stato manipolato ha spezzato il rapporto di fiducia con il sistema, mentre la rivelazione che Kacey è sua figlia introduce una responsabilità completamente diversa. Evan non deve più soltanto capire chi gli ha dato gli ordini: deve decidere cosa fare della vita che gli rimane.

Per questo il passaggio sulla tomba di Monica Walker è decisivo. Evan sceglie di rimanere nella vita di Kacey e di assumere finalmente il ruolo paterno che non aveva mai saputo esercitare. La sua uscita dal mondo degli assassini, tuttavia, non avviene immediatamente. Prima di ritirarsi, affronta Antonio Griffin nella sua villa e lo elimina. È la sua ultima missione, questa volta scelta autonomamente.

Aaron Eckhart e Abigail Breslin in CIA - Un uomo nel mirino

La vera posta in gioco è il controllo della propria vita, tra manipolazione, identità e responsabilità

Il tema centrale di CIA – Un uomo nel mirino diventa così quello dell’autodeterminazione. Per gran parte del film Evan crede di scegliere, mentre in realtà esegue. La sua professionalità, che inizialmente appare come una forma di forza, si rivela progressivamente anche la sua principale vulnerabilità: è così abituato a fidarsi del sistema da non considerare la possibilità che il sistema stesso sia corrotto.

La scoperta della cospirazione ribalta questa prospettiva. Evan è responsabile delle proprie azioni, perché ha ucciso molte persone, ma è contemporaneamente una vittima di un meccanismo che ha sfruttato la sua obbedienza. Il film evita quindi una lettura completamente assolutoria del personaggio: il fatto di essere stato manipolato non cancella le conseguenze delle sue scelte.

La presenza di Kacey rende questa contraddizione ancora più evidente. Lei rappresenta tutto ciò che Evan ha sacrificato: una famiglia, una relazione affettiva, una possibilità di vivere fuori dalla clandestinità. Scoprire che Monica aveva avuto una figlia da lui significa comprendere che la sua vita da assassino non aveva prodotto soltanto vittime professionali. Ha prodotto anche assenze personali.

In questo senso, la morte di Monica assume un peso ulteriore. Evan aveva creduto di aver perso una donna importante, senza sapere fino in fondo quanto quella relazione avesse continuato a esistere attraverso Kacey. Il suo viaggio diventa quindi una ricostruzione tardiva della propria identità: prima deve capire chi lo ha usato, poi deve capire chi vuole essere senza più qualcuno che gli dica cosa fare.

Tim Roth in CIA - Un uomo nel mirino

Perché il finale di CIA – Un uomo nel mirino è importante: Griffin deve morire perché Evan possa interrompere il ciclo

L’uccisione di Griffin non rappresenta semplicemente la conclusione del conflitto tra eroe e antagonista. È il momento in cui Evan riprende possesso della propria volontà. Per la prima volta dopo decenni, nessuno gli sta consegnando un nome da eliminare attraverso un codice nascosto in un giornale. È Evan a stabilire che quella sarà la sua ultima missione.

La differenza è sostanziale. Il problema di Evan non era soltanto essere un assassino: era aver smesso di interrogarsi sul motivo per cui uccideva. Griffin deve quindi essere eliminato perché rappresenta il sistema che ha trasformato la sua obbedienza in una risorsa privata. Una volta distrutto quel centro di potere, Evan può finalmente interrompere il meccanismo.

Ancora più importante è ciò che accade dopo. Il film non conclude la sua parabola con un’altra missione, con un nuovo incarico o con la promessa di ulteriori vendette. Evan guarda verso Kacey. La sua decisione di restare nella sua vita suggerisce che la vera fuga dal sistema non consiste nell’eliminare un ultimo nemico, bensì nel costruire qualcosa che non dipenda dalla violenza.

Il finale di CIA – Un uomo nel mirino acquista così un significato quasi paradossale. Evan, un uomo che per decenni ha vissuto senza una vera identità pubblica, trova finalmente un’identità proprio quando smette di essere un assassino. La rivelazione sulla figlia gli offre una possibilità che nessuna missione avrebbe potuto concedergli: scegliere il proprio futuro.

Il film lascia naturalmente aperta la difficoltà di questa nuova vita. Evan non può cancellare ciò che ha fatto e Kacey non può trasformare improvvisamente decenni di assenza in un rapporto familiare normale. Tuttavia, la visita alla tomba di Monica e la decisione di restare accanto alla figlia indicano una direzione precisa. Dopo essere stato per tutta la vita uno strumento nelle mani degli altri, Evan prova finalmente a diventare una persona capace di scegliere.

Il vero finale di CIA – Un uomo nel mirino, dunque, non coincide con la morte di Antonio Griffin. Coincide con il momento in cui Evan comprende che la sua ultima missione deve essere anche l’ultima volta in cui lascia che il proprio destino venga deciso da qualcun altro. La vendetta chiude la vicenda del sicario; la scelta di essere padre apre quella dell’uomo.

Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte: trama, cast e significato del film di Claude Lelouch

Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte è il sessantesimo lungometraggio di Claude Lelouch, regista tra i nomi più longevi e riconoscibili del cinema francese. A 87 anni, Lelouch costruisce una commedia esistenziale sospesa tra road movie, dramma sentimentale e fiaba musicale, affidandosi a Kad Merad per raccontare la crisi identitaria di un uomo che decide di allontanarsi dalla vita che ha costruito.

Il film, proposto in prima visione su Rai 3 per il ciclo “Voilà le cinéma”, segue infatti Lino Massaro, un avvocato penalista di successo che, dopo una crisi improvvisa, abbandona professione, famiglia e certezze per mettersi in viaggio attraverso la Francia. Nel corso dell’articolo analizzeremo la trama di Finalement senza anticipare il finale, il cast e i personaggi, i temi al centro della storia e il rapporto dell’opera con la filmografia di Lelouch, fino a chiarire se il film sia tratto o meno da una storia vera.

Claude Lelouch torna alla sua idea di cinema tra commedia, sentimento e improvvisazione

Finalement nasce da una poetica che Claude Lelouch porta avanti da decenni: osservare gli esseri umani attraverso le loro contraddizioni, lasciando che amore, destino, caso e sentimenti prendano spesso il sopravvento sulla razionalità. Il regista, nato nel 1937, ha costruito una filmografia nella quale la dimensione sentimentale è quasi sempre intrecciata alla riflessione sulla vita e sulle possibilità che il caso offre ai suoi personaggi. Da Un uomo, una donna a L’avventura è l’avventura, il cinema di Lelouch ha spesso cercato una forma capace di seguire il movimento imprevedibile dell’esistenza.

In questo senso Lino Massaro sembra quasi un alter ego cinematografico del regista. È un uomo che ha trascorso la vita cercando di comprendere gli altri, prima attraverso il proprio mestiere di avvocato e poi attraverso il vagabondaggio. La sua crisi diventa quindi una possibilità di liberazione: per la prima volta può smettere di interpretare ciò che gli altri si aspettano da lui e provare ad ascoltare ciò che sente realmente.

Anche il titolo contiene questa idea. “Finalement” non allude necessariamente alla conclusione di un percorso, quanto alla possibilità di arrivare finalmente a una condizione di autenticità. La musica diventa la forma più immediata di questa ricerca, con la tromba e il pianoforte che assumono un valore quasi narrativo. È un cinema che procede per associazioni, incontri e deviazioni, avvicinandosi alla logica dell’improvvisazione jazz.

La scelta di Kad Merad è inoltre particolarmente significativa. L’attore, celebre per film come Giù al Nord, Quasi amici e La mélodie, possiede una naturale capacità di passare dalla commedia al dramma. Lelouch sfrutta proprio questa elasticità, chiedendogli di trasformare Lino continuamente: seducente, grottesco, malinconico, imprevedibile e infine vulnerabile. Anche il nome del protagonista è un omaggio a Lino Ventura, storico interprete del cinema di Lelouch.

Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte cast

La trama di Finalement: Lino lascia tutto e attraversa la Francia alla ricerca di sé stesso

Al centro della storia c’è Lino Massaro, un avvocato penalista affermato, sposato con Léa, attrice di successo interpretata da Elsa Zylberstein. La sua esistenza sembra costruita secondo un equilibrio apparentemente solido, fino a quando alcuni forti e ripetuti mal di testa conducono a una diagnosi che cambia completamente il suo rapporto con la realtà e con gli altri.

Lino scopre infatti di non riuscire più a mentire e a filtrare ciò che pensa. Per un avvocato abituato a difendere persone e situazioni attraverso la parola, è una trasformazione radicale. Decide così di abbandonare il proprio lavoro e di allontanarsi dalla vita precedente, mettendosi in viaggio senza una destinazione precisa.

Il protagonista attraversa diverse zone della Francia e incontra persone alle quali racconta versioni differenti della propria identità. Di volta in volta può apparire come un sacerdote, un uomo ossessionato dal sesso, uno stupratore, un regista di film pornografici o semplicemente un musicista dilettante. La verità sul suo passato emerge progressivamente, attraverso racconti che rendono sempre più incerto il confine tra realtà, memoria e immaginazione.

Il viaggio diventa quindi anche un percorso interiore. Lino osserva gli altri e, attraverso di loro, torna a interrogarsi sulla propria esistenza. Tra Mont Saint-Michel, la Normandia, la Borgogna, Béziers, Le Mans e Avignone, il paesaggio francese diventa lo spazio fisico di una fuga che è soprattutto psicologica. La tromba acquistata durante il viaggio assume gradualmente un’importanza particolare, fino a diventare una sorta di voce alternativa del protagonista.

Kad Merad nel film Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte

Il cast di Finalement riunisce Kad Merad, Elsa Zylberstein e alcuni importanti volti del cinema francese

Il film ruota soprattutto intorno a Kad Merad, chiamato a sostenere una parte estremamente mutevole. Conosciuto dal grande pubblico internazionale anche grazie a Giù al Nord, Merad ha costruito una carriera tra commedia, dramma e cinema d’autore. In Finalement questa esperienza gli permette di seguire le continue variazioni di tono imposte dalla scrittura di Lelouch, facendo di Lino una figura contemporaneamente ironica e malinconica.

Al suo fianco c’è Elsa Zylberstein, nel ruolo di Léa, la moglie di Lino. L’attrice francese, protagonista di numerose produzioni cinematografiche e televisive, ha lavorato anche in Champagne! e Simone – La donna del secolo. Il suo personaggio rappresenta quella vita ordinata e affettivamente definita dalla quale Lino decide improvvisamente di allontanarsi.

Nel cast figurano inoltre Sandrine Bonnaire, una delle interpreti più importanti del cinema francese contemporaneo, e Michel Boujenah, che interpreta l’amico e collega di Lino. Una presenza particolarmente significativa è quella di Françoise Fabian, che compare nel ruolo della madre del protagonista. La sua presenza permette a Lelouch di creare un ulteriore ponte con il proprio passato cinematografico e con la memoria di Lino Ventura, che qui diventa parte integrante della storia familiare del protagonista.

I temi di Finalement: identità, libertà e follia dei sentimenti diventano un’unica ricerca esistenziale

Il tema centrale di Finalement è la ricerca dell’autenticità. Lino ha passato la propria esistenza a entrare nella vita degli altri per comprenderli e difenderli, ma proprio questa capacità sembra averlo allontanato dalla conoscenza di sé stesso. La sua crisi produce allora una situazione paradossale: per ritrovare la propria identità deve prima liberarsi dell’identità che si è costruito.

Da qui nasce la “follia dei sentimenti” evocata dal film. Lelouch contrappone continuamente ragione e impulso, controllo e abbandono, professione e vocazione. Lino rappresenta un uomo che ha vissuto prevalentemente secondo le regole della razionalità e che improvvisamente scopre quanto sia impossibile governare completamente la propria esistenza.

La musica offre la soluzione più coerente a questo conflitto. Il jazz, con la sua capacità di procedere attraverso variazioni e improvvisazioni, diventa una vera struttura narrativa. Il film sembra seguire la stessa logica: devia, cambia ritmo, introduce nuovi personaggi e passa dalla leggerezza alla tragedia senza pretendere di ricondurre tutto a una costruzione perfettamente lineare.

In questa prospettiva anche le numerose autocitazioni di Lelouch acquistano un significato preciso. Finalement guarda alla filmografia del regista come a una memoria personale, riportando nel presente personaggi, attori, titoli e suggestioni del passato. L’omaggio a Lino Ventura è particolarmente evidente, mentre il riferimento a I ponti di Madison County di Clint Eastwood amplia il discorso sul sentimento e sulle occasioni che la vita concede agli individui.

Kad Merad in Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte

Finalement è tratto da una storia vera? La risposta sulla vera origine del film

Finalement non è tratto da una storia vera. Lino Massaro è un personaggio di finzione e la sua vicenda non costituisce la trasposizione cinematografica della biografia di una persona realmente esistita. La sensazione di autenticità deriva piuttosto dal modo in cui Lelouch mescola elementi realistici, ricordi cinematografici, osservazione della società e dimensione immaginaria.

La componente autobiografica, però, rende la questione più interessante. Lelouch ha spesso trasferito nei suoi film qualcosa della propria esperienza, delle proprie convinzioni sul cinema e della propria idea dell’amore. In Finalement, questo rapporto raggiunge una forma particolarmente evidente: Lino sembra rappresentare il desiderio di liberarsi dalle convenzioni e di seguire finalmente la propria inclinazione più profonda.

Il film va quindi letto come una sorta di autoritratto indiretto. Il viaggio di Lino attraverso la Francia diventa quello di un uomo che prova a capire cosa rimanga quando vengono meno il ruolo sociale, il lavoro, le convenzioni e le identità costruite nel tempo. E proprio per questo la domanda suggerita dal titolo non riguarda soltanto ciò che accade al protagonista, ma il bilancio di una vita intera: che cosa resta, finalement, quando smettiamo di interpretare il ruolo che gli altri hanno scelto per noi?

L’Imperatrice Risposata: il fenomeno da quasi 3 miliardi di visualizzazioni arriva su Disney+, ecco il primo teaser

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Uno dei WEBTOON coreani più popolari degli ultimi anni sta per diventare una serie live-action. Disney+ ha diffuso il primo teaser trailer di L’Imperatrice Risposata, epica storia romantica che debutterà il 4 novembre in esclusiva sulla piattaforma, con i primi quattro episodi disponibili fin dal giorno del lancio. Al centro della serie ci sarà una lotta tra amore, potere e ambizione capace di mettere in discussione gli equilibri di due regni.

La serie è basata sull’omonimo NAVER WEBTOON, un successo internazionale che, secondo i dati diffusi da Disney+, ha raggiunto quasi 3 miliardi di visualizzazioni. L’adattamento segue l’imperatrice Navier e suo marito Sovieshu, sovrano del Regno d’Oriente. Il loro matrimonio entra in crisi quando l’imperatore si innamora di Rashta, una schiava fuggitiva, arrivando a mettere in discussione il futuro della propria unione e della stessa corte.

Il punto più interessante della premessa, però, è il modo in cui L’Imperatrice Risposata sembra voler rovesciare il tradizionale triangolo amoroso. Navier non viene presentata semplicemente come la moglie abbandonata chiamata a riconquistare il marito: di fronte alle decisioni di Sovieshu, sceglie di difendere la propria dignità e soprattutto il proprio potere. È da questa posizione che entra in gioco Heinrey, principe ereditario del rivale Regno d’Occidente, trasformando una crisi matrimoniale in una questione sentimentale e politica potenzialmente capace di cambiare il destino di entrambi i regni.

L’Imperatrice Risposata punta su Shin Mina, Ju Jihoon, Lee Jongsuk e Lee Seyoung per portare il WEBTOON su Disney+

A guidare il cast di L’Imperatrice Risposata sarà Shin Mina, già protagonista di Karma e Hometown Cha-Cha-Cha, scelta per interpretare l’imperatrice Navier. Al suo fianco Ju Jihoon, visto recentemente in Light Shop e The Trauma Code – Il turno degli eroi, sarà l’imperatore Sovieshu, mentre Lee Jongsuk (Big Mouth) interpreterà il principe ereditario Heinrey. Lee Seyoung, conosciuta per The Red Sleeve e The Crowned Clown, vestirà invece i panni di Rashta, la schiava fuggitiva destinata a incrinare definitivamente il rapporto tra Navier e Sovieshu.

L’elemento che potrebbe permettere alla serie di distinguersi nel sempre più affollato panorama dei drama coreani è proprio l’intreccio tra romance e intrigo di corte. Il nuovo adattamento non parte infatti soltanto da una storia sentimentale molto popolare, ma da un universo narrativo nel quale matrimoni e relazioni assumono inevitabilmente una dimensione politica. La decisione di Navier di legare il proprio futuro a Heinrey non riguarda così esclusivamente i suoi sentimenti: mette in contatto due regni rivali e trasforma la sua battaglia personale per riconquistare il controllo della propria vita in una possibile ridefinizione degli equilibri di potere.

The Remarried Empress

L’adattamento per lo schermo è firmato da Yeoh Geena e Hyun Choongyeol, mentre la regia è affidata a Cho Suwon, già dietro titoli come Still 17 e Pinocchio. Per Disney+ si tratta inoltre di un altro investimento importante nella produzione sudcoreana, dopo Original come Made In Korea, Tempest e Moving, confermando il peso sempre maggiore delle produzioni coreane all’interno del catalogo internazionale della piattaforma.

L’Imperatrice Risposata debutterà il 4 novembre su Disney+ con i primi quattro episodi.

X-Men, 3 mutanti ai quali il reboot MCU può finalmente rendere giustizia

Dopo anni di film, spin-off e interpretazioni ormai entrate nell’immaginario collettivo, gli X-Men si preparano a una nuova fase cinematografica sotto il controllo dei Marvel Studios. Il percorso compiuto finora ha prodotto alcuni personaggi praticamente insuperabili sul grande schermo, da Wolverine a Professor X, passando per Magneto, Deadpool, Mystica, Tempesta e Rogue. Eppure, proprio accanto a queste versioni diventate iconiche, esistono alcuni mutanti che il cinema non è mai riuscito a rappresentare davvero secondo la loro natura fumettistica.

Il nuovo X-Men potrebbe quindi avere un compito molto più interessante del semplice introdurre una nuova squadra di mutanti nel Marvel Cinematic Universe: correggere alcune delle occasioni mancate del passato. L’MCU ha già mostrato segnali incoraggianti con Gambit, interpretato da Channing Tatum in Deadpool & Wolverine, e con Jean Grey, che sembra destinata ad avere un ruolo importante nel futuro della saga. Ma sono soprattutto tre personaggi a rappresentare una grande opportunità: Ciclope, Bestia e Angelo. Tre mutanti che, per motivi diversi, meritano finalmente un adattamento capace di valorizzarne davvero l’identità.

Ciclope deve finalmente diventare il leader degli X-Men che i fumetti hanno sempre raccontato

Tra i personaggi che più hanno sofferto negli adattamenti cinematografici c’è senza dubbio Scott Summers/Ciclope. James Marsden aveva tutte le potenzialità per trasformarlo nel leader autorevole, disciplinato e tormentato che i lettori conoscono, ma i film degli X-Men lo hanno progressivamente relegato in secondo piano, soprattutto a causa dell’enorme centralità assegnata a Wolverine.

Il problema non era soltanto il minutaggio. Il Ciclope cinematografico non ha quasi mai avuto l’occasione di dimostrare perché fosse così importante per la squadra. Nei fumetti Scott è uno stratega straordinario, un combattente estremamente disciplinato e soprattutto una figura centrale nell’organizzazione degli X-Men. La sua leadership nasce anche dalla necessità di controllare un potere potenzialmente devastante: i suoi raggi ottici non possono essere gestiti senza il visore che ne limita l’intensità. Questa condizione contribuisce a costruire un personaggio abituato all’autocontrollo, alla responsabilità e al sacrificio.

Il nuovo film può ripartire proprio da qui. Kit Connor interpreterà una versione più giovane di Scott e questo offre ai Marvel Studios l’opportunità di raccontarne la crescita: dal giovane mutante ancora incerto al leader capace di guidare una squadra. È un percorso che potrebbe diventare ancora più interessante attraverso il rapporto con Jean Grey e con il resto degli X-Men, senza necessariamente avere Wolverine a occupare costantemente il centro della scena.

Avengers: Doomsday potrebbe inoltre offrire una prima anticipazione di una versione più adulta del personaggio, ma il vero potenziale di Ciclope risiede nel reboot, dove Marvel può costruirne l’identità fin dall’inizio invece di dover recuperare anni di sviluppo narrativo perduti.

Bestia può finalmente essere contemporaneamente scienziato, mutante e irresistibile mattatore

Kelsey Grammer Bestia MCUIl caso di Hank McCoy/Bestia è altrettanto interessante perché le precedenti interpretazioni hanno colto soltanto alcune delle sue caratteristiche. Kelsey Grammer ha regalato un’interpretazione memorabile in X-Men: The Last Stand, mentre Nicholas Hoult ha restituito al personaggio una componente scientifica molto più vicina ai fumetti. Nessuna delle due versioni, però, ha rappresentato completamente l’essenza di Hank McCoy.

Bestia è innanzitutto uno scienziato brillante. Il suo intelletto è parte integrante della sua identità e non un semplice elemento accessorio. Proprio come Tony Stark, Peter Parker o Reed Richards, togliere a Hank la sua dimensione intellettuale significa eliminare una parte fondamentale del personaggio.

Ma c’è un altro aspetto che il cinema ha trascurato: il suo lato comico. Nei fumetti Hank non è soltanto il membro più colto della squadra, ma anche un autentico amante degli scherzi, spesso descritto come una delle presenze più divertenti e vitali degli X-Men. La sua intelligenza convive con una personalità giocosa, ironica e capace di alleggerire anche le situazioni più drammatiche.

È proprio questo equilibrio che il reboot potrebbe recuperare. Il nuovo Bestia dovrebbe poter essere contemporaneamente geniale e buffo, sofisticato e fisicamente animalesco, capace di parlare di scienza e pochi minuti dopo trasformarsi nell’anima della festa. Una caratterizzazione più completa permetterebbe inoltre al personaggio di funzionare perfettamente all’interno dell’MCU, dove l’umorismo è spesso parte integrante della costruzione dei protagonisti.

Angelo è il vero grande assente e il reboot può finalmente trasformarlo in un eroe

Se Ciclope e Bestia hanno almeno avuto versioni cinematografiche importanti, Warren Worthington III, alias Angelo, rappresenta una vera occasione mancata. Nei fumetti è uno dei cinque membri originali degli X-Men e ha partecipato a numerose storie fondamentali della squadra. Sul grande schermo, invece, il personaggio è stato utilizzato pochissimo e quasi mai per ciò che realmente rappresenta.

X-Men: The Last Stand gli ha concesso un ruolo marginale, concentrandosi soprattutto sul suo rapporto con il padre e sulla difficoltà di accettare la propria mutazione. X-Men: Apocalypse ha fatto qualcosa di ancora più distante dalla sua natura eroica, trasformandolo in Arcangelo, uno dei Cavalieri di Apocalisse.

Il problema è evidente: il pubblico cinematografico non ha mai avuto la possibilità di conoscere davvero Warren come membro degli X-Men. Non ha potuto vedere il suo rapporto con Ciclope, Jean, Bestia e gli altri membri della formazione originale, né il suo percorso di accettazione della propria identità mutante.

Per questo motivo Angelo potrebbe essere uno dei personaggi più importanti da recuperare nel reboot. Non servirebbe nemmeno una rivoluzione narrativa: basterebbe raccontarlo come un giovane eroe che scopre di poter utilizzare le proprie ali non soltanto come simbolo della sua diversità, ma come uno straordinario strumento di libertà e di combattimento.

Il suo inserimento nella prima formazione degli X-Men permetterebbe inoltre ai Marvel Studios di avvicinarsi maggiormente alla composizione classica della squadra, recuperando quella dimensione da “prima generazione” che finora il cinema ha esplorato solo parzialmente.

Il vero obiettivo del reboot X-Men non è cancellare il passato, ma correggerne le occasioni mancate

X-men marvel 2028Il valore del nuovo X-Men potrebbe quindi essere misurato non soltanto dai nuovi personaggi introdotti, ma dalla capacità di dare finalmente spazio a quelli che il cinema ha raccontato solo a metà. Fox ha lasciato un’eredità importante e alcune interpretazioni saranno difficilissime da superare, ma questo non significa che ogni scelta precedente debba essere replicata.

Ciclope, Bestia e Angelo rappresentano tre casi emblematici. Il primo deve diventare il leader strategico e tormentato che i fumetti hanno sempre conosciuto; il secondo deve recuperare tanto il genio scientifico quanto l’ironia; il terzo deve finalmente essere un eroe prima di essere trasformato in una minaccia.

È questa la sfida più interessante per Marvel: non limitarsi a rifare gli X-Men, ma capire quali elementi della loro storia cinematografica non hanno mai funzionato davvero e trasformarli in nuove opportunità narrative. Se il reboot riuscirà nell’impresa, potrebbe non essere soltanto un nuovo inizio per la squadra, ma la prima vera occasione per vedere sul grande schermo una versione degli X-Men capace di rendere giustizia all’enorme complessità dei fumetti.

Coyote vs. Acme: perché Warner Bros. aveva cancellato il film e come è riuscito a uscire al cinema

Per molto tempo è sembrato che Coyote vs. Acme (leggi qui la recensione) fosse destinato a diventare l’ennesima vittima dell’avidità aziendale di Hollywood. Nonostante fosse un film completamente terminato e interpretato da star molto popolari, l’ultimo ibrido tra animazione e live action dei Looney Tunes era stato accantonato da Warner Bros. alcuni anni fa, lasciando pensare che non avrebbe mai visto la luce. Eppure, Coyote vs. Acme è ora arrivato nelle sale dopo un percorso dietro le quinte davvero incredibile, che per certi versi rispecchia quello raccontato sullo schermo.

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Il nuovo film dei Looney Tunes non era un progetto rifiutato o un’opera rimasta incompleta a causa di problemi produttivi. Diretto da Dave Green e interpretato da Will Forte, John Cena e Lana Condor, Coyote vs. Acme era un lungometraggio completato e pronto per le sale quando Warner Bros. decise di non distribuirlo, nonostante avesse già investito milioni di dollari nella sua realizzazione.

Il film fu travolto dalle conseguenze della fusione tra Warner Bros. e Discovery e rientrò in un’intera ondata di progetti cancellati dalla major. Una decisione che continua ancora oggi a suscitare forti critiche. Ecco quindi come Coyote vs. Acme sia riuscito infine ad arrivare al cinema e perché è stato a un passo dall’essere cancellato per sempre.

Quanto era completo Coyote vs. Acme quando Warner Bros. lo cancellò?

Coyote vs. Acme nasce dai classici cartoni animati dei Looney Tunes con protagonisti Willy il Coyote e Beep Beep, ma anche da un umoristico articolo pubblicato negli anni Novanta su The New Yorker da Ian Frazier. Il testo immaginava Willy il Coyote intentare una causa contro la Acme Corporation per tutti i prodotti acquistati nel disperato tentativo di catturare Beep Beep, puntualmente rivelatisi controproducenti.

Nel 2015 fu presentato un adattamento scritto da James Gunn, oggi uno dei responsabili di DC Studios. Nel 2018 vennero poi ingaggiati gli sceneggiatori Jon Silberman e Josh Silberman, insieme al regista Dave Green. John Cena, Will Forte e Lana Condor entrarono nel cast umano, mentre il protagonista venne realizzato attraverso l’animazione, insieme a diversi altri celebri personaggi dei Looney Tunes, seguendo la tradizione di precedenti ibridi come i film di Space Jam e Looney Tunes: Back in Action.

Nel 2022 Warner Bros. aveva fissato l’uscita di Coyote vs. Acme per l’estate del 2023, ma successivamente lo studio rimosse il film dal calendario per privilegiare Barbie di Greta Gerwig. Alla fine del 2023 arrivò la decisione più drastica: nonostante il film fosse completato al 100%, Warner Bros. scelse di accantonarlo definitivamente, provocando una forte reazione negativa da parte dell’industria e del pubblico, soprattutto per la motivazione economica alla base della scelta.

Warner Bros. cancellò Coyote vs. Acme per ottenere una deduzione fiscale

Will Forte e Lana Condor Coyote vs. Acme Recensione 2026
Photo by Courtesy of Ketchup Entertainment – © Ketchup Entertainment

Coyote vs. Acme fu uno dei diversi progetti rimasti coinvolti in una vasta operazione di riduzione dei costi successiva alla fusione tra Warner Bros. e Discovery. Il nuovo amministratore delegato David Zaslav aveva promesso circa 3 miliardi di dollari di quelle che venivano definite “sinergie”, vale a dire risparmi e maggiore efficienza attraverso licenziamenti, profonde ristrutturazioni e, soprattutto, la controversa decisione di accantonare film già completati o quasi completati, trattandoli come attività finanziarie della società anziché come opere creative destinate al pubblico.

Oltre a Coyote vs. Acme, tra i progetti cancellati in quel periodo figurava Batgirl, film del DCEU con Leslie Grace nel ruolo principale, Brendan Fraser nei panni del villain Firefly, J.K. Simmons come Jim Gordon e il ritorno di Michael Keaton nel ruolo di Batman. Anche Scoob! Holiday Haunt e Scooby-Doo! and the Haunted High Rise finirono coinvolti nella stessa strategia di deduzioni fiscali e vennero accantonati.

La logica contabile era fredda: invece di sostenere ulteriori costi per promuovere e distribuire quei film, Warner Bros. avrebbe potuto ottenere vantaggi fiscali abbandonando completamente i progetti e impedendone la distribuzione. Il problema è che dietro quei beni finanziari c’erano film realizzati da persone che avevano dedicato mesi o anni del proprio lavoro alla loro creazione. La protesta crebbe progressivamente, fino a raggiungere un punto di rottura proprio con Coyote vs. Acme.

Quanto ha pagato Ketchup Entertainment per Coyote vs. Acme?

Coyote vs. Acme
Photo by Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment – © Warner Bros./Courtesy of Ketchup Entertainment

La reazione alla decisione di Warner Bros. di accantonare Coyote vs. Acme fu enorme. Registi, attori, professionisti dell’industria, fan e appassionati di cinema criticarono la scelta di seppellire un film già completato invece di permettere a un altro distributore di acquistarlo e portarlo al pubblico. La vicenda alimentò persino il timore, tra alcuni registi, che i loro futuri progetti con Warner Bros. potessero subire la stessa sorte.

Di fronte alla pressione pubblica, Warner Bros. alla fine consentì che Coyote vs. Acme venisse proposto ad altri distributori. A spuntarla fu Ketchup Entertainment, che acquistò i diritti di distribuzione mondiale per circa 50 milioni di dollari. La circostanza dimostra quanto la cancellazione non fosse l’unico possibile esito finanziario per lo studio: esisteva infatti un’altra società disposta a investire nel film e a portarlo sul mercato.

Il risultato è che il film è finalmente arrivato nelle sale, trasformando la propria storia produttiva in una sorta di versione reale della vicenda raccontata sullo schermo: proprio come Willy il Coyote combatte contro la Acme, il film ha dovuto lottare contro un sistema industriale che sembrava averne già decretato la fine.

Dopo Coyote vs. Acme, possono tornare al cinema anche gli altri film cancellati?

Coyote vs. Acme

Per quanto sia significativo che il pubblico possa finalmente vedere Coyote vs. Acme, la sua resurrezione non dovrebbe essere interpretata come il segnale che Warner Bros. sia pronta a recuperare e vendere tutti gli altri film precedentemente accantonati.

Scoob! Holiday Haunt, come Coyote vs. Acme, era stato completato. Batgirl e Scooby-Doo! and the Haunted High Rise, invece, si trovavano ancora nelle rispettive fasi di post-produzione. Riportarli oggi sul mercato richiederebbe comunque un complesso lavoro finanziario e legale, oltre alla ricerca di nuovi distributori. È difficile quindi immaginare che Warner Bros. scelga spontaneamente di affrontare un simile percorso.

Nel caso di Batgirl, inoltre, alcuni dirigenti dello studio sostenevano che il film fosse “impossibile da distribuire” nella sua forma esistente. È difficile però stabilire quanto peso attribuire a questa argomentazione, considerando che il film non era stato completato quando venne accantonato e che la decisione era strettamente legata alla strategia fiscale adottata dalla società.

Coyote vs. Acme ha avuto dalla sua parte una pressione pubblica immediata e particolarmente forte. Ricreare lo stesso livello di attenzione per film rimasti fermi per tre o quattro anni sarebbe molto più difficile, indipendentemente da quanto il pubblico possa ancora desiderare di vederli.

Eppure la storia di Coyote vs. Acme dimostra proprio che nel sistema cinematografico contemporaneo anche un film apparentemente condannato all’oblio può trovare una seconda possibilità. Il progetto di Dave Green è diventato così qualcosa di più di un semplice film dei Looney Tunes: la sua stessa esistenza racconta il conflitto tra la logica finanziaria degli studios e il desiderio di far arrivare un’opera al pubblico. Una vicenda che rende ancora più ironica la sua premessa: mentre Willy il Coyote porta la Acme in tribunale per i danni provocati dai suoi prodotti, il film stesso ha dovuto combattere una battaglia quasi identica per poter arrivare nelle sale.

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Mindhunter: Netflix accusa David Fincher per la mancata stagione 3

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La terza stagione di Mindhunter potrebbe essere saltata per una ragione molto diversa da quella raccontata finora. Il co-CEO di Netflix Ted Sarandos ha infatti attribuito a David Fincher la responsabilità principale della mancata continuazione della serie, contraddicendo così le dichiarazioni rilasciate dal regista nel 2023. Una versione che riapre una questione mai davvero risolta e potrebbe cambiare il modo in cui viene letta la lunga attesa dei fan.

La serie, creata da Joe Penhall e prodotta da Fincher, ha debuttato nel 2017 e ha ottenuto una seconda stagione nell’agosto 2019. Fincher ne ha diretto otto dei 19 episodi complessivi, contribuendo in maniera determinante alla costruzione dell’estetica e del tono della storia dedicata ai primi studi dell’FBI sui serial killer. Nel 2023, però, il regista aveva indicato nei costi elevati e negli ascolti insufficienti per Netflix il motivo dell’assenza di una terza stagione.

La nuova versione arriva direttamente da Sarandos, intervistato durante un panel organizzato da The Indian Express. Alla domanda su quale serie avrebbe voluto vedere continuare, il dirigente ha risposto immediatamente “Mindhunter”, spiegando però che Netflix aveva sempre previsto una terza stagione. Il problema, secondo lui, sarebbe stato l’impegno di Fincher su altri progetti e la sua estrema meticolosità.

David Fincher o Netflix: perché la terza stagione di Mindhunter resta un caso irrisolto

“Non è una seconda parte, è una terza stagione che avrei voluto vedere. ‘Mindhunter’, la serie di David Fincher su Netflix… noi avevamo sempre previsto che ci sarebbe stata una terza stagione, e lui si è trovato molto impegnato nella realizzazione di un film. David è un creatore incredibilmente meticoloso, quindi non poteva semplicemente fare due cose contemporaneamente e certamente non voleva trascurare nessuno dei due progetti. Così è stata rimandata, poi rimandata ancora e ancora, e avrei adorato vedere una terza stagione di ‘Mindhunter’.”

Le parole di Sarandos entrano dunque in evidente contrasto con quanto sostenuto da Fincher. Nel 2023 il regista aveva dichiarato di essere molto orgoglioso delle prime due stagioni, spiegando che Mindhunter era diventata troppo costosa per Netflix rispetto al pubblico raggiunto. Una motivazione perfettamente coerente con la politica degli streamer, soprattutto per una serie dall’impianto produttivo sofisticato e priva delle caratteristiche di un prodotto pensato per un pubblico di massa.

David Fincher
David Fincher sul red carpet di Venezia 80 – Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

La contraddizione è significativa perché sposta il problema dal modello economico di Netflix alla disponibilità creativa di Fincher. Il regista ha sempre lavorato con tempi lunghi e un controllo estremamente rigoroso sul processo produttivo: se la ricostruzione di Sarandos fosse corretta, Mindhunter sarebbe stata vittima soprattutto della difficoltà di conciliare la serie con il cinema di Fincher. Del resto, il successo della serie nel tempo e la nascita di un forte seguito di culto dimostrano quanto il suo potenziale fosse tutt’altro che esaurito.

Una possibile alternativa, tuttavia, esiste ancora. Nel 2025 Holt McCallany, interprete di Bill Tench, aveva raccontato che Fincher stava valutando la possibilità di trasformare Mindhunter in una trilogia di film della durata di circa due ore ciascuno. Da allora non sono emersi aggiornamenti concreti, ma questa soluzione potrebbe rappresentare un compromesso più compatibile con il metodo di lavoro del regista. Per ora, dunque, la terza stagione resta improbabile e la domanda su chi abbia davvero fermato Mindhunter rimane senza una risposta definitiva.

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A Quiet Place 3, Noah Jupe anticipa un finale “grande e audace” per la trilogia

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A Quiet Place 3 si prepara a chiudere la storia della famiglia Abbott. A confermarlo è Noah Jupe, interprete di Marcus, che in un’intervista a RadioTimes ha definito il nuovo capitolo “grande e audace”, lasciando intendere che il film rappresenterà la conclusione della trilogia iniziata nel 2018 con A Quiet Place di John Krasinski.

La dichiarazione è particolarmente significativa perché arriva mentre il terzo film ha già concluso le riprese ed è atteso nelle sale il 30 luglio 2027. Jupe ha inoltre raccontato l’emozione di essere tornato sul set insieme a Millicent Simmonds, Emily Blunt e a una parte consistente della troupe originale, dopo essere cresciuto insieme alla saga.

Il termine più importante utilizzato dall’attore è però “bookends”: A Quiet Place 2 dovrebbe infatti funzionare come il capitolo conclusivo dell’arco narrativo degli Abbott. Dopo il primo film costruito sulla sopravvivenza e il secondo incentrato sulla ricerca di un nuovo rifugio, il terzo potrebbe spostare definitivamente il conflitto verso una dimensione più ampia, mostrando le conseguenze della scoperta della vulnerabilità delle creature.

A Quiet Place 3 chiuderà la storia degli Abbott dopo la scoperta del punto debole dei mostri

Jupe ha descritto così il ritorno sul set: “Voglio dire, questo è il terzo. Questa è la trilogia. Questo è il capitolo. Penso che chiuda piuttosto bene la serie. È grande ed è audace! La cosa pazzesca è che non mi ero reso conto di quanti membri della troupe sarebbero rimasti gli stessi dei film precedenti. Ed è davvero incredibile vedere che molti di loro sembrano gli stessi di nove o dieci anni fa, perché hanno trent’anni o quarant’anni e quindi non cambiano poi così tanto. Ma per loro rivedere me e Millie così tanti anni dopo e incontrarci di nuovo è stato qualcosa di speciale: da bambino hai trascorso probabilmente un anno complessivo con queste persone e, ora che sei più grande, è stato emozionante e surreale. È stato bello tornare. Adoro quella troupe. Sono un gruppo fantastico di persone.”

Il punto di partenza narrativo sarà inevitabilmente ciò che accade alla fine di A Quiet Place 2. Regan, interpretata da Millicent Simmonds, scopre infatti che la frequenza prodotta dal suo impianto cocleare può disorientare le creature. Insieme a Emmett, interpretato da Cillian Murphy, riesce a trasformare quella scoperta in un’arma, offrendo agli esseri umani una possibilità concreta di reagire all’invasione.

La promessa di un film “grande e audace” potrebbe quindi indicare un cambiamento di scala. Se i primi due capitoli hanno costruito la tensione attraverso spazi ristretti, silenzio e sopravvivenza familiare, A Quiet Place 3 sembra avere l’opportunità di mostrare cosa accade quando quella conoscenza diventa patrimonio di una comunità più ampia. Le immagini dal set hanno inoltre suggerito una possibile ambientazione a New York, forse attraverso un ritorno ai primi giorni dell’invasione.

A Quiet Place II

Oltre a Blunt, Simmonds, Jupe e Murphy, nel cast figurano Jack O’Connell, Katy O’Brian e Jason Clarke. Il film è diretto da John Krasinski, che torna anche alla sceneggiatura insieme a Scott Beck e Bryan Woods. Resta da capire se questo finale chiuderà definitivamente l’intero universo di A Quiet Place oppure soltanto la storia degli Abbott: la distinzione potrebbe lasciare spazio a ulteriori capitoli ambientati nello stesso mondo.

One Night Only – Quando tutto è possibile, spiegazione del finale: cosa succede tra Owen e Allie

La premessa di One Night Only – Quando tutto è possibile è possibile sembra costruita per portare inevitabilmente verso il sesso. Nell’America leggermente distopica immaginata dal film di Will Gluck, i rapporti sessuali tra persone non sposate sono proibiti per 364 giorni all’anno e diventano legali soltanto durante una finestra annuale di dodici ore. È proprio durante quella notte che si incontrano Allie (Monica Barbaro) e Owen (Callum Turner), due persone che, paradossalmente, sembrano essere tra le poche a desiderare qualcosa che vada oltre un incontro occasionale.

Il finale utilizza questa premessa per compiere un ribaltamento molto semplice ma coerente con l’intero film: quando Owen e Allie hanno finalmente la possibilità di fare ciò che quella notte dovrebbe imporre loro, decidono di non farlo. Non perché non si desiderino, ma perché comprendono che trasformare il loro incontro in una corsa contro il tempo significherebbe permettere ancora una volta alla legge di decidere come deve funzionare la loro relazione. Il vero lieto fine della commedia romantica di Gluck non è quindi il momento in cui i protagonisti possono finalmente fare sesso, ma quello in cui scelgono di avere tempo.

Il finale di One Night Only – Quando tutto è possibile: perché Owen lascia Malika e raggiunge Allie al faro

L’ultimo movimento della storia comincia quando Allie comprende di essersi innamorata di Owen e torna alla sua pizzeria per cercarlo. Lui è lì e prepara una pizza da condividere con lei, ma proprio quando i due sembrano finalmente sul punto di avvicinarsi arriva una nuova interferenza del passato: Malika (Maya Hawke) chiede di vedere Owen. La donna gli confessa di non essere riuscita ad andare fino in fondo con Diego e propone sostanzialmente di ricostruire il loro rapporto. Owen torna da lei, ma è proprio quel confronto a fargli comprendere che qualcosa è ormai cambiato. La persona alla quale continua a pensare è Allie.

Owen corre quindi verso l’appartamento di Allie quando manca ormai pochissimo alla fine della notte, ma non la trova. Va allora dalla madre e le confessa di avere incontrato una donna diversa da chiunque abbia conosciuto prima: divertente, intelligente, strana, talentuosa. Non sa però dove cercarla finché non ricorda un dettaglio apparentemente secondario di una loro conversazione: il posto preferito di Allie è il Little Red Lighthouse, il piccolo faro sotto il George Washington Bridge che ha anche ispirato il suo tatuaggio biosensore. Nel frattempo Allie torna a casa e scopre da Troy, il ragazzino di cui la coinquilina si occupa, che un uomo è passato a cercarla. Anche lei comprende dove potrebbe essere Owen e raggiunge il faro.

Owen è lì e porta con sé persino il caffè preparato esattamente come Allie gli aveva raccontato di berlo. È un dettaglio apparentemente minimo, ma perfettamente funzionale alla grammatica della commedia romantica: Owen dimostra di averla ascoltata. Dopo una notte dominata dalla ricerca compulsiva di un corpo con cui trascorrere poche ore, ciò che distingue il loro rapporto è invece l’attenzione per le piccole cose dell’altro. I due si baciano finalmente e salgono all’interno del faro. Restano però soltanto undici minuti prima che i rapporti prematrimoniali tornino illegali. Ed è qui che One Night Only compie la sua scelta più importante.

Perché Owen e Allie non fanno sesso al faro: il vero significato della loro decisione nel finale

One Night Only - Quando tutto è possibile

Tutto il film sembra aver preparato Owen e Allie proprio a quel momento. Sono finalmente soli, si desiderano e hanno ancora qualche minuto per avere legalmente un rapporto. Owen, però, decide di fermarsi. Non vuole che sia quella legge assurda a stabilire il momento in cui deve iniziare davvero la loro relazione. Allie è d’accordo. Scelgono quindi di trascorrere insieme gli ultimi minuti invece di trasformarli in una corsa per consumare il loro incontro. Il regista Will Gluck ha spiegato direttamente questa decisione sottolineando che Owen preferisce continuare a stare tra le braccia di Allie e parlarle piuttosto che utilizzare gli ultimi minuti per fare sesso: sceglie, nelle parole del regista, «romance and love».

È qui che il film rovescia definitivamente la propria premessa. Il governo pretende di separare artificialmente sesso, matrimonio e desiderio imponendo una regola dall’alto; la società reagisce trasformando quelle dodici ore in una gigantesca celebrazione della trasgressione. Ma entrambe le posizioni finiscono per attribuire al sesso lo stesso potere: è sempre qualcun altro a stabilire quando debba accadere e quale significato debba avere. Owen e Allie spezzano questo meccanismo semplicemente decidendo di aspettare. Non rinunciano al desiderio, ma rivendicano il diritto di scegliere autonomamente quando trasformarlo in intimità.

Non è un caso che una delle battute che Gluck considera centrali sia proprio il desiderio di Owen di non far finire quel momento. Non vuole semplicemente Allie per quella notte: vuole che esista un giorno successivo. Ed è una distinzione fondamentale perché trasforma la classica conclusione della rom-com. Il bacio non serve a certificare che i protagonisti hanno finalmente raggiunto l’obiettivo; rappresenta l’inizio di qualcosa che non deve necessariamente essere completato prima dei titoli di coda.

Il salto temporale di un anno spiega cosa voleva davvero raccontare One Night Only

Monica Barbaro in One Night Only (2026)

Il film elimina ogni possibile ambiguità attraverso un salto temporale. Passa un anno e arriva nuovamente la notte in cui il sesso prematrimoniale è consentito. Owen e Allie stanno ancora insieme. La scelta compiuta al faro, quindi, non era soltanto un gesto romantico dettato dall’euforia dell’incontro: i due hanno effettivamente costruito una relazione durante i dodici mesi successivi. Quando il conto alla rovescia arriva finalmente a zero, pensano inizialmente di uscire a cena, poi cominciano a baciarsi e si dirigono verso la camera da letto. Troy commenta finalmente con un eloquente «Finalmente».

Owen e Allie fanno quindi sesso, ma soltanto un anno dopo il loro primo incontro, nuovamente durante la finestra nella quale è consentito dalla legge. La differenza è che questa volta non devono utilizzare quelle ore per capire chi hanno davanti. Hanno trascorso un anno conoscendosi, costruendo un rapporto e scegliendosi. Il sesso non rappresenta più la condizione necessaria perché qualcosa cominci: diventa semplicemente una parte di qualcosa che esiste già.

La struttura è volutamente paradossale. One Night Only costruisce un’intera commedia romantica intorno a una notte nella quale tutti cercano disperatamente di fare sesso, per concludere che i due protagonisti trovano ciò che stavano cercando proprio quando smettono di considerare quella notte come un’occasione da consumare. Non è quindi l’astinenza in sé a essere celebrata, né il film sembra voler confermare la morale repressiva del mondo che descrive. Al contrario, la scelta funziona perché appartiene finalmente a Owen e Allie.

Will Gluck usa la distopia per riportare One Night Only alle regole della commedia romantica classica

Callum Turner e Monica Barbaro in *One Night Only* (2026)

Dietro la provocazione fantapolitica, One Night Only – Quando tutto è possibile rimane infatti profondamente legato alla commedia romantica tradizionale. Will Gluck, già regista di Easy Girl e Tutti tranne te, utilizza una premessa volutamente estrema per mettere due personaggi nella situazione più apparentemente lontana dal romanticismo possibile: una città intera considera quella notte un gigantesco appuntamento sessuale, mentre Owen e Allie cercano entrambi qualcuno con cui poter restare anche quando arriverà il mattino. La critica italiana ha sottolineato proprio il rapporto del film con i classici della rom-com e la centralità della chimica tra Monica Barbaro e Callum Turner.

Il faro diventa allora l’equivalente dell’Empire State Building di Insonnia d’amore e di tutti quei luoghi simbolici nei quali la commedia romantica porta i propri protagonisti quando devono finalmente scegliersi. Il film gioca apertamente con quel linguaggio, ma lo inserisce in un mondo nel quale l’intimità è diventata contemporaneamente proibita e spettacolarizzata. Persino quando Owen e Allie si trovano finalmente soli, il mondo esterno continua a intromettersi: vicino al faro stanno girando proprio uno degli assurdi spot per cui Allie presta la voce e i due finiscono coinvolti nelle riprese.

Questa contaminazione tra romanticismo classico, commedia sessuale e distopia è anche il limite più evidente del film per parte della critica, che ha giudicato poco sviluppate le implicazioni politiche della premessa. Ma proprio il finale chiarisce che Gluck non sembra realmente interessato a costruire una distopia rigorosa. La legge è soprattutto un dispositivo narrativo attraverso cui esasperare una domanda tipica della commedia romantica: come si distingue un incontro destinato a durare una notte da quello capace di diventare qualcosa di più?

La risposta arriva quando mancano undici minuti. Owen e Allie potrebbero avere esattamente ciò che il mondo intorno a loro considera così importante. Preferiscono continuare a parlare. È questa, più del salto temporale o della successiva notte trascorsa insieme, la vera conclusione di One Night Only: in un mondo ossessionato dall’unica notte in cui tutto è possibile, i due protagonisti scoprono di desiderare soprattutto ciò che potrebbe accadere dopo.

È morto Peter Cullen, voce di Optimus Prime: aveva 85 anni

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È morto Peter Cullen, voce di Optimus Prime: aveva 85 anni

Peter Cullen, celebre voce di Optimus Prime nella saga Transformers, è morto mercoledì 26 agosto nella sua casa di Los Angeles. Aveva 85 anni. La notizia, riportata da TMZ, segna la scomparsa di una delle voci più riconoscibili della cultura popolare contemporanea, capace di attraversare oltre quarant’anni di animazione, cinema e televisione. La causa della morte non è stata resa pubblica.

La famiglia ha annunciato la scomparsa dell’attore con una dichiarazione che ne sottolinea la serenità degli ultimi momenti: “Peter Cullen è morto serenamente, circondato dalla sua famiglia amorevole e custodito nei cuori dei suoi molti amici e degli innumerevoli fan in tutto il mondo. La sua famiglia vi chiede di onorare la sua straordinaria eredità mettendovi al servizio delle vostre comunità e guidando gli altri con compassione, integrità e lealtà, ricordando sempre: ‘Siate abbastanza forti da essere gentili’.”

La sua carriera coincide con alcune delle più importanti trasformazioni dell’intrattenimento audiovisivo. La sua voce ha dato identità a personaggi che, attraverso generazioni diverse, hanno continuato a esistere indipendentemente dagli interpreti sullo schermo. Optimus Prime, in particolare, è diventato inseparabile dal timbro profondo e autorevole dell’attore, rendendo la sua interpretazione una componente essenziale dell’identità del personaggio.

Peter Cullen e l’eredità di Optimus Prime, Eeyore e Predator

Nato nel 1941, Peter Cullen iniziò a lavorare nell’intrattenimento tra radio e televisione in Canada, prima di trasferirsi negli Stati Uniti e partecipare a programmi come The Sonny & Cher Comedy Hour. Negli anni Settanta e Ottanta costruì una straordinaria carriera nel doppiaggio, prestando la voce a produzioni come Scooby-Doo, I puffi, Spider-Man and His Amazing Friends, Knight Rider e Dungeons & Dragons.

Il ruolo destinato a definirne la carriera arrivò nel 1984, quando divenne la voce di Optimus Prime nella serie animata Transformers. Cullen riprese il personaggio anche nel film The Transformers: The Movie del 1986 e, oltre vent’anni dopo, tornò a interpretarlo nella saga cinematografica diretta da Michael Bay, da Transformers del 2007 fino a Transformers – Il risveglio del 2023. La continuità della sua interpretazione attraversò così il passaggio dall’animazione tradizionale al cinema digitale e agli effetti visivi contemporanei.

La versatilità di Cullen emerge anche dagli altri personaggi diventati parte della sua eredità. Fu la voce di Ih-Oh nella saga di Winnie-the-Pooh, a partire da The New Adventures of Winnie the Pooh, e diede vita attraverso effetti vocali al terrificante Predator nel film Predator del 1987. Negli ultimi anni aveva continuato a lavorare, prestando la voce a Thaedus nella serie Invincible e tornando ancora una volta nei panni di Optimus Prime.

Nel 2023 Cullen aveva ricevuto un Lifetime Achievement Award ai Children’s and Family Emmy Awards, riconoscimento che sintetizzava una carriera costruita attraverso personaggi capaci di superare i confini delle singole opere. Gli sopravvivono quattro figli e tre nipoti.

La vendetta perfetta – Bear Country, la spiegazione del finale: cosa succede a Manko e il vero significato dell’ultima fuga

La vendetta perfetta – Bear Country costruisce per quasi tutta la sua durata una rete di personaggi che sembrano muoversi all’interno di storie differenti: Manko Kapac, interpretato da Russell Crowe, vuole abbandonare il nightclub attraverso cui ricicla il denaro del cartello; Jeff e Carrie, interpretati da Aaron Paul e Nina Dobrev, trasformano una rapina quasi improvvisata in una spirale criminale; Joe Carver, il misterioso personaggio di Luke Evans, cerca invece di acquistare il locale nascondendo le proprie reali intenzioni. Il finale serve precisamente a far collidere queste traiettorie, rivelando che la storia non riguarda tanto la “vendetta” promessa dal titolo italiano quanto il tentativo di ciascun personaggio di trovare una via d’uscita dalla vita che si è costruito.

Diretto da Derrick Borte e tratto dal romanzo Strip di Thomas Perry, il film trova infatti nel titolo originale, The Get Out, una definizione probabilmente molto più precisa del proprio senso. Tutti cercano di uscire da qualcosa: Manko dal crimine, Sunny dalla vita che conduce accanto a lui, Jeff dal ricatto di Slosser, Carrie dalla propria esistenza ordinaria e Joe dall’impasse dell’indagine sul cartello. Ma il film stabilisce anche una distinzione decisiva: non tutti possono fuggire semplicemente perché desiderano farlo. Nel mondo criminale di Bear Country, la libertà deve essere comprata, conquistata o concessa. Ed è esattamente ciò che accade negli ultimi minuti.

Il finale di La vendetta perfetta – Bear Country: Manko riesce davvero a lasciare Los Angeles?

Dopo aver eliminato Rodriguez e i suoi uomini quando il cartello decide di farlo fuori, Manko comprende definitivamente che non esiste più alcun futuro per lui a Los Angeles. Nel frattempo anche il nightclub precipita nel caos. Spence, il suo uomo di fiducia, tenta di ottenere da Sunny il denaro necessario per fuggire, ma proprio in quel momento Jeff e Carrie irrompono nel locale per compiere un’altra rapina. Carrie uccide Spence e fugge insieme a Jeff, mentre Manko ordina a Sunny di raggiungerlo immediatamente in un aeroporto privato: ha organizzato un volo verso Vancouver e vuole lasciare definitivamente la città. Le diverse linee narrative costruite dal film convergono così proprio nel momento in cui Manko sembra finalmente sul punto di ottenere ciò che desiderava dall’inizio.

Aaron Paul in La vendetta perfetta - Bear Country

A impedirglielo è Slosser, il poliziotto corrotto che aveva utilizzato Jeff per derubare Manko. L’uomo segue Sunny fino alla pista e sorprende la coppia prima della partenza, intenzionato a impossessarsi anche della borsa contenente il denaro. È qui che interviene Joe Carver e viene chiarita definitivamente la sua identità: Joe è un agente federale sotto copertura che sta cercando di arrivare al cartello attraverso Manko e il suo nightclub. Il suo interesse nell’acquisto dell’Ambra non era quindi quello di un misterioso uomo d’affari, ma parte di un’operazione molto più ampia. La rivelazione completa quanto anticipato durante il film e trasforma retroattivamente Joe da possibile minaccia nell’uomo che può garantire a Manko l’unica vera possibilità di fuga.

Lo scontro con Slosser degenera rapidamente. Il poliziotto ferisce Joe, ma Manko interviene e, durante la colluttazione, riesce a rivolgere contro Slosser la sua stessa arma: il colpo lo uccide. Con l’arrivo degli agenti federali, Manko sembra però essere passato semplicemente da una trappola all’altra. Il cartello non rappresenta più un problema immediato, ma adesso l’FBI conosce il suo coinvolgimento nel riciclaggio e potrebbe impedirgli di partire.

Joe prende invece una decisione diversa. Restituisce i passaporti a Manko e Sunny e permette loro di lasciare il Paese, ma chiede in cambio il nightclub. L’Ambra può infatti diventare un’esca: chiunque venga mandato dal cartello per sostituire Rodriguez finirà inevitabilmente per entrare in contatto con il locale, permettendo all’FBI di continuare l’indagine e provare ad arrivare al vero obiettivo, il boss Santiago Benedito, detto El Burro. Joe restituisce persino a Manko la borsa con il denaro e gli impone sostanzialmente una sola condizione: partire e non tornare. Manko e Sunny salgono quindi sull’aereo diretto a Vancouver. La fuga che il protagonista inseguiva dall’inizio è finalmente reale.

Perché Joe lascia andare Manko: il finale non assolve il personaggio di Russell Crowe, ma gli concede una seconda possibilità

Nina Dobrev in La vendetta perfetta - Bear Country

La decisione di Joe potrebbe sembrare una scorciatoia narrativa, ma è anche il punto in cui emerge con maggiore chiarezza la morale volutamente elastica di La vendetta perfetta – Bear Country. Manko non è innocente. Ha lavorato per anni all’interno di un sistema criminale e ha utilizzato il proprio locale per riciclare denaro. Il film, però, lo distingue progressivamente dagli uomini che continuano a scegliere quel sistema. Rodriguez vuole preservare il proprio potere, Slosser utilizza il distintivo per arricchirsi, mentre Spence arriva a tradire il suo stesso capo quando comprende che la situazione sta precipitando. Manko, al contrario, vuole semplicemente smettere.

La differenza è importante perché permette di capire perché Joe scelga di non arrestarlo. Manko gli ha salvato la vita durante lo scontro con Slosser, ma soprattutto non rappresenta più un obiettivo utile. Arrestarlo significherebbe chiudere una piccola parte dell’operazione; utilizzare il suo nightclub significa invece poter continuare a seguire la rete criminale fino ai vertici. Joe trasforma quindi l’uscita di scena di Manko in uno scambio: il protagonista cede ciò che lo teneva legato alla sua vecchia esistenza e ottiene in cambio la possibilità di cominciarne una nuova.

È probabilmente qui che il titolo originale The Get Out diventa particolarmente significativo. Il vero obiettivo di Manko non è vendicarsi. Persino quando reagisce con violenza lo fa perché il mondo che aveva imparato a controllare gli sta crollando addosso. Vuole uscire dal gioco prima che sia troppo tardi. Non a caso il film introduce questa necessità attraverso il suo corpo: il problema cardiaco iniziale gli ricorda che il tempo non è infinito e trasforma la pensione da desiderio astratto in una necessità. Le recensioni italiane hanno sottolineato proprio questa dimensione del personaggio, definendo il film anche come il racconto del congedo di un criminale arrivato all’ultima stazione della propria vita.

Joe, quindi, non dichiara Manko moralmente innocente. Gli offre piuttosto un salvacondotto narrativo: puoi andartene, ma devi abbandonare definitivamente ciò che eri. Per questo la perdita del nightclub non rappresenta una sconfitta. È il prezzo della libertà.

Cosa succede a Jeff e Carrie e perché la loro storia è l’opposto di quella di Manko

Teresa Palmer in La vendetta perfetta - Bear Country

La traiettoria di Jeff e Carrie permette a Derrick Borte di costruire il contraltare più evidente al protagonista. Jeff entra nel crimine quasi controvoglia, costretto da Slosser, mentre Carrie vi entra volontariamente, sedotta dall’idea romantica e cinematografica di diventare una rapinatrice. Il riferimento a Point Break non è casuale: Carrie vorrebbe trasformare la propria vita in un film, usando il crimine come scorciatoia per sfuggire alla monotonia. È una fantasia che La vendetta perfetta – Bear Country finisce inevitabilmente per distruggere. Le fonti sul film sottolineano proprio questa costruzione volutamente grottesca della coppia, inserita all’interno del miscuglio di noir, thriller e commedia nera voluto da Borte.

Dopo aver ucciso Spence, Carrie comprende improvvisamente la differenza tra fantasticare sul crimine e convivere con le sue conseguenze. Durante la fuga comincia a gettare dalla macchina il denaro rubato, considerandolo ormai “denaro sporco di sangue”. Jeff cerca di calmarla, ma perde il controllo dell’auto: la vettura precipita fuori strada ed esplode. Jeff muore nell’incidente, mentre Carrie sopravvive. Successivamente viene trovata dalla polizia e racconta ciò che sa su Slosser, contribuendo indirettamente a smascherare il poliziotto corrotto e permettendo a Joe di ricostruire il quadro completo.

Il parallelismo con Manko è quasi speculare. Carrie e Jeff vogliono entrare nel mondo dal quale lui vuole disperatamente uscire. Per loro il crimine rappresenta inizialmente libertà, denaro ed eccitazione; per Manko rappresenta invece una gabbia dalla quale cerca di liberarsi. Quando i due percorsi si incrociano, il film ribalta entrambe le prospettive: Jeff paga con la vita, Carrie scopre la realtà della violenza e Manko riesce finalmente ad andarsene.

La coda durante i titoli di coda spinge ulteriormente questa componente metacinematografica. Carrie, ormai nelle mani della polizia, continua a ragionare attraverso Point Break, arrivando a commentarne ironicamente il remake. È una battuta, ma completa anche il percorso del personaggio: la donna che voleva trasformarsi nella protagonista di un film criminale è sopravvissuta abbastanza a lungo da scoprire quanto fosse assurda la propria fantasia.

Il vero significato del finale di La vendetta perfetta – Bear Country: tutti cercano una via d’uscita, ma soltanto Manko sa davvero cosa lasciare

Luke Evans in La vendetta perfetta - Bear Country

Il film di Derrick Borte nasce dal romanzo Strip di Thomas Perry, ma rielabora il materiale attraverso una sensibilità dichiaratamente legata al crime americano degli anni Novanta. Lo stesso Borte ha indicato tra i riferimenti Le iene, Point Break e Una vita al massimo, costruendo una Los Angeles popolata da criminali, poliziotti corrotti, opportunisti e personaggi che sembrano continuamente interpretare una parte. Il regista ha descritto il risultato come una sorta di commedia nera mascherata da thriller d’azione, elemento che spiega anche perché il finale alterni violenza, coincidenze e improvvise aperture ironiche invece di cercare un realismo rigoroso.

Dentro questa struttura, Manko è forse l’unico personaggio che ha già compreso qualcosa che gli altri devono ancora imparare: il potere non serve a molto quando non hai più tempo per utilizzarlo. Il suo corpo invecchiato, il problema cardiaco, il rapporto con Sunny e il desiderio di vendere il locale raccontano un uomo arrivato al momento in cui sopravvivere non significa più essere il più forte della stanza. Significa riuscire ad abbandonarla.

Anche il riferimento all’orso contenuto in Bear Country funziona in questa direzione. Il film associa Manko a una creatura massiccia e apparentemente dominante, appartenente però a un mondo che sta scomparendo. Il personaggio osserva una Los Angeles che non riconosce più e nella quale il suo vecchio modo di esercitare il potere non garantisce più alcuna sicurezza.

Per questo la vera “vendetta perfetta” del titolo italiano, se vogliamo trovarne una, non consiste nell’uccidere qualcuno. Manko vince quando smette di giocare. Cede il nightclub, abbandona Los Angeles e parte con Sunny mentre gli altri personaggi restano intrappolati nelle conseguenze delle proprie scelte. Il suo lieto fine rimane moralmente ambiguo – è un criminale che riesce sostanzialmente a farla franca – ma è coerente con il mondo noir del film: non sopravvive il personaggio più innocente, bensì quello che capisce per primo quando è arrivato il momento di uscire di scena.